<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	>

<channel>
	<title>Phenomenology Lab</title>
	<atom:link href="http://www.phenomenologylab.eu/index.php?feed=rss2" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.phenomenologylab.eu</link>
	<description>Phenomenology, Philosophy of Mind and Cognitive Science. A blog</description>
	<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 13:24:23 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.7.1</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Cari amici di Mondadori, preferisco la giustizia (la decisione di Vito Mancuso)</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/09/amici-dmondadori/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/09/amici-dmondadori/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 13:39:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[etica]]></category>

		<category><![CDATA[Mondadori Editore]]></category>

		<category><![CDATA[vito mancuso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=8226</guid>
		<description><![CDATA[Sono consapevole che ognuno si sceglie le battaglie ideali come meglio crede e io non intendo insegnare nulla a nessuno. Cerco solo di dare il mio contributo perché l&#8217;Italia possa un giorno non essere più il paese dei furbi
Giornali, radio, siti, tv, non vi è stato mezzo di comunicazione che non abbia ripreso e alimentato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Sono consapevole che ognuno si sceglie le battaglie ideali come meglio crede e io non intendo insegnare nulla a nessuno. Cerco solo di dare il mio contributo perché l&#8217;Italia possa un giorno non essere più il paese dei furbi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giornali, radio, siti, tv, non vi è stato mezzo di comunicazione che non abbia ripreso e alimentato il dibattito sviluppatosi in seguito al mio articolo del 21 agosto &#8220;Io autore Mondadori e lo scandalo ad aziendam&#8221;. Naturalmente ognuno ha detto la sua, sia in merito alla questione in sé sia a me che l&#8217;avevo sollevata, facendomi provare l&#8217;ebbrezza di un viaggio sulle montagne russe della psiche col passare da coscienza profetica a povero ingenuo, da eroe coraggioso a ipocrita opportunista. Su quest&#8217;ultimo aspetto non ho nulla da replicare, registro solo lo spettacolo di individui così incapaci di prescindere dall&#8217;ego e concentrarsi sulle cose in sé da risultare impossibilitati a concepire che qualcuno faccia qualcosa senza volerci guadagnare. Molto più interessante è la dimensione oggettiva della questione, che ritengo di poter riassumere come segue. </em>(continua la lettura dell&#8217;articolo di Vito Mancuso su <a href="http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/09/03/news/mancuso_mondadori-6722512/" target="_blank">Repubblica.it</a>) </p>
<p>Qui, di seguito, la replica all&#8217;addio di Vito Mancuso, di Riccardo Cavallero, <em>Direttore Generale Libri Trade Gruppo Mondadori</em>, pubblicata il 4 settembre 2010, da Repubblica, a pagina 33. E la controreplica dell&#8217;Autore.</p>
<p><strong>LA MONDADORI E L&#8217; ADDIO DI MANCUSO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro direttore, i confronti sulla libertà di pensiero, sulla circolazione delle idee, sull&#8217;etica rigorosa che deve guidare ogni scelta di autore o editore non sono mai sufficienti. Ben venga dunque ogni forma di dibattito o discussione. Confesso, però, di non riuscire ad appassionarmi alle reiterate elucubrazioni estive di Vito Mancuso. Perché, per parafrasare il dotto argomentare del professore &#8220;amica iustitia&#8230; sed magis amica veritas&#8221;. E la verità dei fatti, in questo caso, è incontrovertibile e sta scritta nella storia e nelle scelte antiche e recentissime di Mondadori. Altro non c&#8217; è da aggiungere. Se non alcune, sommesse, domande finali. Possono l&#8217;&#8221;urgenza etica&#8221;, il profondo e insopprimibile &#8220;senso di giustizia&#8221; e la &#8220;buona battaglia&#8221; essere, come dire, a orologeria? Restar sopiti nel professor Mancuso dal &#8216;97 al 2010, sorgere impetuosi in agosto e attenuarsi poi, giusto il tempo per consegnare a Mondadori l&#8217;ultimo libro? Dando così un ultimo, fugace, personale contributo economico a un &#8220;immenso conflitto di interessi, madre di tutti i problemi&#8221;? Non pare così a Mancuso di essere tenuemente in contraddizione con il delicato fardello di testimonianza morale che si è assegnato? Non si affaccia in lui il dubbio che la sua scelta di restare ancora con noi, di associare ancora il suo nome al nostro marchio sia talmente pragmatica e realistica da sconfinare nell&#8217;opportunismo di chi pone attenzione a che portafoglio e princìpii corrano sempre rigorosamente separati (magari in attesa di ciò che ancora manca: la firma definitiva del contratto con un nuovo editore)? Riccardo Cavallero, <em>Direttore Generale Libri Trade Gruppo Mondadori</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>È stupefacente che il «Direttore Generale Libri Trade Gruppo Mondadori» parli di verità quando nella sua lettera evita di affrontare il vero punto che io ho sollevato: e cioè che in Italia, unico paese occidentale in cui accade, un presidente del Consiglio possa costruirsi una legge su misura (ad aziendam, appunto), per far pagare meno tasse alla casa editrice di sua proprietà: lo scandalo è questo, e su di esso Cavallero tace. Il resto, il tono, le allusioni e gli insulti, non meritano neanche risposta. Ma forse sono il segno del nuovo stile della casa.</em> - vito mancuso</p>
<p><strong>Leggi <a href="http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/vito-mancuso/" target="_blank">gli altri articoli e i commenti</a> su questo argomento sul <em>Phenomenology Lab</em>.</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/09/amici-dmondadori/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Ragion pratica e sensibilità morale. L&#8217;etica fra discorso e intuizione (di Virginio Pedroni). Scarica la sintesi</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/ragion-pratica-sensibilita/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/ragion-pratica-sensibilita/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 15:16:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[07 Fenomenologia e altri saperi]]></category>

		<category><![CDATA[etica]]></category>

		<category><![CDATA[intersoggettività]]></category>

		<category><![CDATA[neuroscienze]]></category>

		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>

		<category><![CDATA[psicologia e psichiatria]]></category>

		<category><![CDATA[scienze sociali]]></category>

		<category><![CDATA[Ragion pratica e sensibilità morale]]></category>

		<category><![CDATA[Virginio Pedrone]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=8198</guid>
		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo una sintesi del contenuto del volume di Virginio Pedroni:
Ragion pratica e sensibilità morale.
L’etica fra discorso e intuizione, Carocci, Roma 2010
I. Introduzione
A. La vita morale coinvolge mente e corpo, attraversando la stratificazione del nostro “io”. Possiamo arrossire per la vergogna e agitarci per il senso di colpa provocati da una nostra azione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo una sintesi del contenuto del volume di Virginio Pedroni:</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Ragion pratica e sensibilità morale.</p>
<p style="text-align: center;">L’etica fra discorso e intuizione</strong>, Carocci, Roma 2010</p>
<p style="text-align: center;">I. Introduzione</p>
<p style="text-align: justify;">A. La vita morale coinvolge mente e corpo, attraversando la stratificazione del nostro “io”. Possiamo arrossire per la vergogna e agitarci per il senso di colpa provocati da una nostra azione o fremere per l’indignazione di fronte ad un episodio di ingiustizia. Nel contempo, possiamo sviluppare, con scopi non solo teoretici ma anche pratici, sofisticate e fredde considerazioni a proposito di sottili distinzioni fra casi diversi o di contraddizioni per nulla evidenti fra astratti<br />
principi morali.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo libro contiene uno studio sul rapporto, in etica, fra il momento riflessivo e argomentativo, da un lato, e un più elementare e immediato livello della vita morale, genericamente definibile come esperienza morale (resa possibile dalla sensibilità morale), dall’altro. Esso parla, dunque, degli uomini, di certi loro stati psicologici, di certe reazioni e comportamenti. Non si tratta, però, di uno studio di carattere psicologico o sociologico, ma di una riflessione filosofica, a cavallo fra meta-<br />
etica ed etica normativa, volta a individuare il ruolo cognitivo dei due momenti. Il suo scopo, dunque, non è quello di indagare sul funzionamento delle facoltà morali concepite in termini naturalistici o storico-sociali, ma di elaborare un’idea normativa - dunque fondativa, come è tipico della filosofia - del sapere morale e della sua validità. D’altra parte questa riflessione non analizza<br />
solo astratti costrutti concettuali o strutture simboliche, ma facoltà umane. È questo un tratto tipico della prospettiva trascendentale, impegnata a parlare del sapere a partire da un’analisi del soggetto che lo produce. Approfondire il nesso fra questo tipo di analisi logico-trascendentale e la ricerca empirica, in ambito naturale (psicologia, neurobiologia, scienze cognitive) o storico-sociale, ci costringerebbe ad andare ben oltre i limiti del presente lavoro. In questa sede ci basti dire che alla base del nostro approccio vi è l’intento - peculiare di un certo tipo di filosofia, quella trascendentale di ispirazione kantiana - di assumere il punto di vista logico-normativo (che si interroga sulla correttezza, sulla validità, a partire da criteri a priori) per parlare delle prestazioni di un soggetto che<br />
è anche un soggetto in carne ed ossa; dunque, anche quando considera i contributi descrittivi e esplicativi delle scienze, tale filosofia lo fa assumendo esplicitamente, come ineludibile e non riducibile ad altre, la questione della loro portata normativa in rapporto ad un’idea di sapere valido e di razionalità. Questo è il livello in cui riflettiamo dall’interno sui presupposti ineludibili, sulle<br />
grammatiche fondamentali, sulle possibilità e sui limiti delle nostre forme di sapere, anche di quel sapere empirico-descrittivo che ci parla della natura e della natura umana. D’altra parte, si tratta delle “nostre” forme di sapere, prodotte da esseri che sono fatti come siamo fatti noi, e che per essere comprese presuppongano che si conosca il soggetto che le ha prodotte. (<a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/beretta-pedroni.pdf'>continua</a>)</p>
<p style="text-align: left;">Scarica il resto della sintesi <strong>in formato Pdf</strong> del volume di Virginio Pedroni:</p>
<p><em><a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/beretta-pedroni.pdf'>RAGION PRATICA E SENSIBILITÀ MORALE.<br />
L’etica fra discorso e intuizione</a></em>, Carocci, Roma 2010</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/ragion-pratica-sensibilita/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Una storia è una storia è una storia. Le belle domande di Fodor e Piattelli-Palmarini sulla selezione naturale</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/gli-errori-di-darwin/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/gli-errori-di-darwin/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 23:01:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Cardini</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[03 Recensioni]]></category>

		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[07 Fenomenologia e altri saperi]]></category>

		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[antropologia]]></category>

		<category><![CDATA[biologia]]></category>

		<category><![CDATA[corporeità]]></category>

		<category><![CDATA[coscienza]]></category>

		<category><![CDATA[intersoggettività]]></category>

		<category><![CDATA[scienze cognitive]]></category>

		<category><![CDATA[storia (e storiografia)]]></category>

		<category><![CDATA[Feltrinelli]]></category>

		<category><![CDATA[Gli errori di Darwin]]></category>

		<category><![CDATA[jerry fodor]]></category>

		<category><![CDATA[Massimo Piattelli-Palmarini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=7694</guid>
		<description><![CDATA[«L’ape posata su un fiore ha punto il bambino. E il bambino ha paura dell’ape, dice che lo scopo dell’ape è punire la gente. Il poeta ammira l’ape che s’immerge nel calice del fiore e dice che lo scopo dell’ape è quello di assorbire l’aroma dei fiori. Un apicultore, osservando che l’ape raccoglie il polline [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8122" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/28-07-mosaico-genesi-san-marco.jpg"><img src="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/28-07-mosaico-genesi-san-marco-225x300.jpg" alt="Cupola della Basilica di San Marco a Venezia" title="28-07-mosaico-genesi-san-marco" width="225" height="300" class="size-medium wp-image-8122" /></a><p class="wp-caption-text">Cupola della Basilica di San Marco a Venezia</p></div>
<p style="text-align: right;"><em>«L’ape posata su un fiore ha punto il bambino. E il bambino ha paura dell’ape, dice che lo scopo dell’ape è punire la gente. Il poeta ammira l’ape che s’immerge nel calice del fiore e dice che lo scopo dell’ape è quello di assorbire l’aroma dei fiori. Un apicultore, osservando che l’ape raccoglie il polline dei fiori e lo porta nell’alveare, dice che lo scopo dell’ape è quello di raccogliere il miele. Un altro apicoltore, studiando più da vicino la vita dello sciame, dice che l’ape raccoglie il polline per nutrire le giovani api e far nascere la regina, che il suo scopo è quello di continuare la specie. Il botanico osserva che, volando sui pistilli col polline di una pianta dioica, l’ape la feconda, e il botanico vede in ciò lo scopo dell’ape. Un altro osservando la trasmutazione delle piante, vede che l’ape contribuisce a questa trasmutazione, e questo nuovo osservatore può dire che in ciò consiste lo scopo dell’ape. Ma lo scopo finale dell’ape non è né questo, né quello, né un terzo che possono essere scoperti dall’ingegno umano. Quanto più l’ingegno umano si eleva nella scoperta di questi scopi, tanto più è evidente in lui l’inacessibilità dello scopo finale. L’uomo giunge solo ad osservare la concordanza della vita delle api con gli altri fenomeni della vita. E così è per gli scopi dei personaggi storici e dei popoli».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre concludevo la lettura del discusso libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini, <em>Gli errori di Darwin</em> (recentemente edito da Feltrinelli per la traduzione di Virginio Sala dall&#8217;originale inglese <a href="http://www.amazon.com/What-Darwin-Wrong-Jerry-Fodor/dp/0374288798/ref=sr_1_1?ie=UTF8&#038;s=books&#038;qid=1282733027&#038;sr=8-1" target=_blank"><em>What Darwin Got Wrong</em></a>) ci sono venute alla mente queste parole scritte da Leone Tolstoj nel suo capolavoro <em>Guerra e pace</em>, una decina d’anni dopo la pubblicazione da parte del grande naturalista de <em>L’origine della specie</em> (1859).
</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo in possesso di alcuna competenza particolare nell’ambito della biologia, della genetica o di altre <em>hard science</em> in qualche modo chiamate in causa dal volume. Riterremmo fuori luogo, quindi, entrare nel merito della polemica esplosa di qua e di là dell’Oceano, non senza eccessi, sull’adeguatezza della cosiddetta teoria di Darwin nel render conto dell’evoluzione degli organismi viventi così com’è testimoniata dalle più recenti ricerche. Chi fosse interessato ai termini della <em>querelle</em>, troverà in calce all’articolo una rassegna stampa delle posizioni in gioco. Per quanto ci consta, vorremmo piuttosto tentare una lettura obliqua, che lasci in ombra molte grandi - e talvolta grandissime - questioni sollevate dal dibattito, per concentrarsi su aspetti più di dettaglio, che a nostro parere, tuttavia, rendono il volume di Fodor e Piattelli-Palmarini, al di là del destino del darwinismo, un interessante stimolo alla riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel condurre la loro critica, gli Autori muovono da un’analogia tra la teoria della selezione naturale e la teoria dell’apprendimento, per esempio linguistico, edificata sui principi della psicologia comportamentista di matrice skinneriana. Non sempre, nella discussione seguita alla pubblicazione del libro, questo aspetto è stato messo adeguatamente in luce. Nella teoria di Skinner, al netto di un set base di riflessi pavloviani non condizionati (innati), ogni profilo psicologico (come insieme dei tratti comportamentali osservabili in ciascun individuo) è filtrato da un meccanismo associazionistico del tipo <em>stimolo-risposta-rinforzo</em>, nel solco già tracciato dell’empirismo classico. È l’ambiente in tutti i suoi tratti osservabili, di conseguenza, il medium attraverso il quale il profilo psicologico di ognuno di noi, nel procedere dell’esperienza, si sviluppa via via.  Sottolineo qui l&#8217;aggettivo <em>osservabile</em>, tanto riguardo ai comportamenti dell’individuo, quanto alle determinanti ambientali, perché la psicologia comportamentista ha sempre teso a emanciparsi da qualunque considerazione d’ordine intenzionale, mentalistico, o come spesso si usa dire: “in prima persona”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, l’idea alla base del libro è che il darwinismo ancora egemone muova dal presupposto che, in modo non esclusivo ma certo prevalente, l’ambiente, al netto di varianti geniche d’ordine casuale, svolga rispetto ai genotipi un analogo “filtro”: la selezione naturale, base e sfondo dell’evoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">È a questo punto che cade la domanda: ma se la teoria di Skinner e dei suoi eredi s’è dimostrata incapace di render conto dell’apprendimento di molti dei nostri tratti comportamentali, perché quella di Darwin resiste nonostante non manchino evidenze sperimentali contrarie? La risposta è che, se la prima è falsificabile, la seconda non lo è essendo <em>vuota</em>: non una teoria, ma una <em>storia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, quindi, non è tanto nella quantità o nella qualità dei fatti sperimentali contrari, sui quali una parte consistente della diatriba s’è concentrata. E nemmeno sulla maggiore o minore integrabilità del principio di selezione con altri fattori evolutivi, che per primi gli Autori ribadiscono a più riprese essere ormai prassi corrente della ricerca biologica. Il punto è <em>lo statuto logico-epistemologico</em> della teoria. E se quest’ultima meriti davvero e fino a che punto di essere chiamata tale. Il resto, incluso il fatto di avere o meno un’alternativa migliore, parrebbe pertanto del tutto secondario.</p>
<p style="text-align: justify;">L’argomentazione muove dai famosi archi e pennacchi dell’articolo del 1979 di Stephen Jay Gould e Richard Lewontin: <em>The spandrels of San Marco and the panglossian paradigm: A critique of the adaptationist programme</em>, in Proceedings of the Royal Society London. Nelle cattedrali con cupola, la volta è sostenuta da quattro archi su base quadrata. Ogni coppia d’archi, insieme al profilo della base della cupola, forma un pennacchio, per un totale di quattro. Ora chiediamoci: perché sono lì i pennacchi? La risposta della teoria della selezione naturale è semplice: sono lì perché, accompagnando necessariamente gli archi, senza i quali la volta crollerebbe, si sono rivelati più adatti di altre strutture nel sostenere volte. Prova a costruire una cupola senza i suoi quattro pennacchi, e vedrai che cascherà! Questa è la risposta adattamentista alla domanda perché le cattedrali con cupola hanno pennacchi. Per Gould e Lewontin, però, è sbagliata. E la ragione è che non è una spiegazione, ma una ricostruzione <em>ex post</em>, che potendo in linea di principio spiegare tutto, in realtà non spiega nulla. I pennacchi, a ben vedere, pur accompagnandosi sempre agli archi, al contrario di questi, non sostengono nulla. Sono <em>free rider</em>: elementi architettonici senza scopo alcuno. La loro presenza lì, quindi, non può essere spiegata attraverso il ricorso ad alcuna selezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Fodor e Piattelli-Palmarini procedono però oltre Gould e Lewontin. Questi ultimi, come spiegano gli Autori, non mettono in questione alla radice il concetto di selezione; bensì si limitano a porre l’accento su altri decisivi fattori evolutivi: dalla fissazione casuale di alleli, alla produzione di strutture adattive dovute a vincoli della forma (come tra archi e pennacchi) o altro ancora; fattori ormai acquisiti dalla ricerca contemporanea, benché sullo sfondo della selezione naturale. Cade qui il discrimine tra la critica di Gould e Lewontin all’adattamentismo neodarwinista e la denuncia di Fodor e Piattelli-Palmarini circa la debolezza logico-epistemologica del darwinismo in quanto tale. Di fronte a due tratti fenotipici coestensivi, nel senso che occorrono e sono osservabili necessariamente insieme, come può la teoria di Darwin discriminare quello <em>selezionato-per</em> la fitness, ancorché locale, dall’altro? Come fa, in altre parole, a distinguere gli archi dai pennacchi? Avere un criterio per operare questo discrimine, è essenziale per il darwinismo. Diversamente, «non può fare quello che s’intende debba fare una teoria dell’evoluzione: spiegare come i tratti fenotipici si siano distribuiti nelle popolazioni di organismi [ovvero] prevedere/spiegare per quali tratti sono stati selezionati gli individui di una popolazione». Per gli archi o per i pennacchi a essi coestesi?</p>
<p style="text-align: justify;">È alla critica della teoria dell’apprendimento linguistico di marca comportamentista che Fodor e Piattelli-Palmarini si affidano per mostrare i limiti di principio del criterio di <em>selezione-per</em>. L’argomento, benché gli Autori non lo menzionino, evoca a nostro avviso quello che W.V.O. Quine, in <em>Word and Object</em> (trad. it, <em>Parola e oggetto</em>, Il Saggiatore) solleva in merito all&#8217;indeterminabilità del riferimento dei termini che occorrono nei nostri enunciati: nei panni del traduttore radicale, così immaginava Quine, come faccio a capire se il parlante, quando pronuncia la parola <em>Gavagai</em> in presenza di un coniglio, si riferisce al coniglio, a sezioni spaziali di coniglio o temporali di esso? In Skinner e nei suoi prosecutori, il cui intreccio con la filosofia di Quine sarebbe interessante esplorare, il problema si presenta in analoga forma: come faccio a sapere, nella trama stimolo-risposta, <em>quale</em> tratto comportamentale sia stato appreso e in risposta a <em>quale</em> stimolo eventualmente coesteso? Prendete un piccione e calatelo in una scatola di Skinner. Premiatelo con becchime ogniqualvolta offre la risposta R alla vista di un triangolo giallo, non fatelo quando la stessa risposta la offre alla vista, poniamo, di un cartoncino con sopra una X. Alla fine, se opportunamente rinforzato, avrà appreso la risposta R allo stimolo S “cartoncino giallo”. Ma chiedetevi ora: che cosa ha imparato davvero? Può darsi abbia imparato a “scegliere” triangoli gialli invece delle X; o triangoli anziché X; o ad “alzare la zampa destra” ogni qual volta gli vengono mostrate cose gialle rispetto alle X; o a “mettersi in equilibrio sulla zampa sinistra” vedendo figure chiuse rispetto alle X e così via. La soluzione empirista classica al problema, che risale almeno a J. S. Mill, è allora quella di dividere gli stimoli. Ma a parte il fatto che questo non risolve il problema di determinare quale sia la risposta effettiva allo stimolo, la difficoltà resta. Per esempio, dopo aver addestrato il piccione a distinguere triangoli gialli e quadrati blu, posso vedere come reagisce a triangoli blu e quadrati gialli. Se però gli stimoli (o anche le risposte) non sono separabili l’unica strategia esplicativa che resta è quella di formulare ipotesi controfattuali, chiedendosi – per restare al caso di Gould e Lewontin – che cosa accadrebbe se si potessero separare archi e pennacchi. «Non importa [quindi] se a operare la selezione sia un architetto, Madre Natura o uno psicologo; ed è parimenti indipendente dal fatto che ciò per cui si seleziona sia il fenotipo dell’organismo o il suo repertorio comportamentale»: i problemi di <em>selezione-per</em>, in ultimo, conducono sempre alla stesso vicolo cieco logico-epistemologico.</p>
<p style="text-align: justify;">I problemi per la teoria di Darwin, tuttavia, per gli Autori non finiscono qui. Tra teoria dell’apprendimento comportamentista e teoria dell’evoluzione per selezione naturale, infatti, gli Autori segnano una differenza in termini di solidità epistemologica a favore della prima. La teoria dell’evoluzione, infatti, diversamente da quella dell’apprendimento, non può in linea di principio «prevedere gli esiti di competizioni puramente controfattuali» e dunque decidere, fra tratti fenotipici coestensivi, quale spieghi gli effetti sulla <em>fitness</em>. Ma una teoria che non determina i valori di verità di controfattuali pertinenti «non può spiegare la distribuzione dei tratti nel mondo attuale». Detto in un altro modo ancora: per Fodor e Piattelli-Palmarini, dato il carattere semantico/intensionale di “selezione per” e “tratto”, non si può compiere l’inferenza da “gli X hanno il tratto t e gli X sono stati selezionati” a “gli X sono stati selezionati per il tratto t”. Fa certo parte dei tratti fenotipici della rana “catturare mosche” e non c’è dubbio che la specie “rana” sia in qualche modo frutto di selezione. Ma da questa certezza non posso inferire sia stata selezionata <em>proprio perché</em> cattura mosche. Potrebbe darsi lo sia perché “cattura oggetti volanti fastidiosi” - per citare un esempio in cui riecheggia un argomento di Daniel Dennett (<em>L’atteggiamento intenzionale</em>, Il Mulino, Bologna, 1993) -, e non abbiamo modo di dimostrare che questa ipotesi sia falsa e la precedente vera. Se, dunque, la critica di Gould e Lewontin era all’<em>adattamentismo</em> di certe versioni riduttivistiche della teoria di Darwin, quella di Fodor e Piattelli-Palmarini mira al suo <em>selettivismo</em>, che ne investirebbe direttamente le basi. La realtà, secondo gli Autori, è che, ad onta di quanti cercano di eliminare dalla teoria della selezione naturale, e da ogni disciplina che la implichi, la progettualità o intenzionalità degli organismi, l’idea di Darwin <em>sembra</em> funzionare solamente in quanto tacitamente le presuppone. L’analogia tra le prassi di selezione degli allevatori, presa a modello dal grande naturalista, e l’operare della Natura, è quindi tutt’altro che una semplice metafora: se non si assume un qualche senso progettuale/intenzionale connesso all’etologia, alla morfologia e alla fisiologia degli organismi viventi, dirimere tra tratti coestesi quelli <em>selezionati-per</em> dai <em>free rider</em> è impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui Fodor e Piattelli-Palmarini. Torniamo ora brevemente a Tolstoj, citato in apertura di questa nostra riflessione. Il grande romanziere, nel corso della sua lunga vita, ebbe modo di dedicarsi più volte a riflessioni morali attorno alle questioni poste dall’allora nuova teoria della selezione naturale di Darwin. La sua riflessione epistemologica in <em>Guerra e pace</em>, uscito tra il 1863 e il 1869, fu però senza dubbio scritta soprattutto sotto l&#8217;influenza del provvidenzialismo tradizionale russo e della metafisica di Arthur Schopenhauer, morto in età veneranda l’anno seguente la pubblicazione de <em>L&#8217;origine della specie</em>, nel 1860. La ragione per cui abbiamo trascritto quel passo dello scrittore, è che, nonostante non affronti il tema della selezione in quanto tale, presenta alcune affinità con il punto di vista degli Autori de <em>Gli errori di Darwin</em>, allorché evidenzia come certe spiegazioni naturalistiche, da un lato, presuppongano un senso progettuale/intenzionale rispetto al quale gli esseri viventi si sviluppino e comportino nella ontogenesi ed evolvano nella filogenesi; dall’altro, limitino in tal senso la nostra ambizione di pervenire a una <em>vera</em> conoscenza del mondo (<em>ultima</em> in Tolstoj, <em>falsificabile</em> per Fodor e Piattelli-Palmarini). Nel “regno dei fini” dove nascono, si sviluppano, agiscono, muoiono ed evolvono gli esseri viventi, non c’è in fondo spazio per vere teorie, ma soltanto per storie la cui plausibilità è condizionata dal senso progettuale/intenzionale che in via preliminare assegniamo agli agenti che le interpretano. Così ragiona Tolstoj. <em>«Niente è la causa»</em>, scrive in uno dei tanti passi di <em>Guerra e pace</em> nei quali s’interroga sulle determinanti della guerra tra Napoleone e l’imperatore Alessandro di Russia, <em>«Tutto questo non è che concomitanza di quelle condizioni in cui si compie ogni fatto vitale, organico, elementare»</em>. Ma in modo non troppo dissimile così concludono anche Fodor e Piattelli-Palmarini, quando espungono dal novero delle vere spiegazioni quelle basate sull’idea di selezione naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante la similarità della diagnosi, però, diametralmente opposte sono per così dire le terapie che Tolstoj e gli Autori de <em>Gli errori di Darwin</em> traggono dalla loro disamina logico-epistemologica delle scienze del vivente. Il romanziere, generalizzando e radicalizzando i limiti trascendentali della nostra conoscenza, si apre un varco verso un altro ordine di “sapere”, solo impropriamente definibile come tale, nel quale riecheggiano sia motivi schopenhaueriani sia motivi spiritualistici. I nostri Autori, invece, richiamano alla necessità di superare la progettualità/intenzionalità tacitamente assunta – a dispetto di ogni tentativo di rinnegarla -  dalle spiegazioni basate sull’idea di selezione, proponendo tutt’all’opposto di scavare <em>sotto</em> quei fenomeni in direzione di enti e teorie <em>davvero</em> esplicativi e dunque scientifici. Alla via etico-estetica, e poi mistico-religiosa, di Tolstoj, fa così da contraltare, a onta di quanto ritenuto da molti <em>supporter</em> di un presunto antiscientismo di Fodor e Piattelli-Palmarini, la richiesta alle scienze del vivente, semmai, di un più rigoroso e conseguente materialismo-deterministico, che non si limiti a raccontare al riguardo storie plausibili progettualmente/intenzionalmente pre-orientate, ma ambisca a offrire risposte sull’evoluzione <em>non meno ma più</em> metodologicamente <em>riduttive</em>. Vale qui la pena di citare estesamente, perché il punto è rilevante. Scrivono gli Autori: «Ecco una metafora che preferiamo a quella di Darwin; gli organismi “prendono” i loro fenotipi dalle loro ecologie in modo simile a come prendono i loro raffreddori dalle loro ecologie. Il processo eziologico in virtù del quale i fenotipi rispondono alle ecologie è più simile al contagio che alla selezione. (…) Parte della storia di quel che accade quando ci si prende un raffreddore riguarda la microstruttura dei patogeni e quella del nostro sistema immunitario. Parte della storia sta in quello che l’avere un virus fa alle nostre mucose. E parte ha a che fare con l’età, il sesso, lo stato di salute, il grado di esposizione, e così via, dell’ospite. Ammassi di fatti di questo genere (e senza dubbio di molti altri) contribuiscono alla spiegazione del come e perché prendiamo il raffreddore, quando lo prendiamo».</p>
<p style="text-align: justify;">La via d’uscita, tuttavia, c’è, e diversamente da Tolstoj, è tutta interna al discorso scientifico moderno; a patto, tuttavia, che sia <em>adeguatamente condotto</em>. Dalle ultime pagine: «Quel che sorprende non è che qualche spiegazione scientifica empirica si riveli semplicemente una storia causale; ma che <em>non tutte le spiegazioni lo siano</em> [corsivo nostro] (…) Non c’è fantasma nella nostra macchina; né Dio, né Madre Natura, né Geni egoisti, Né lo Spirito del Mondo, né intenzioni che volano libere; e neanche allevatori fantasma. Quel che nutre i fantasmi nel darwinismo è il suo ricorso nascosto a spiegazioni biologiche intensionali, di cui noi qui proponiamo di fare a meno. Darwin ha indicato la direzione per arrivare a una teoria pienamente naturalistica – in effetti pienamente ateistica – della formazione dei fenotipi; ma non ha visto come arrivarci fino in fondo. Ha eliminato Dio, se volete, ma Madre Natura e altri pseudo-agenti ne sono usciti indenni. Pensiamo che sia ora di liberarci anche di loro».</p>
<p style="text-align: justify;">Anche grazie al raffronto con le posizioni di Tolstoj, speriamo che il nocciolo logico-epistemologico del volume di Fodor e Piattelli-Palmarini sia stato reso abbastanza evidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo ora svolgere qualche considerazione sulla possibilità e sul senso, prima che di una filosofia, di una <em>fenomenologia del vivente</em>, che muova proprio dalle questioni poste dagli Autori. In breve: la questione di come distinguere, tra tratti coestesi, quelli <em>selezionati-per</em> dai <em>free rider</em>, può essere riformulata anche così: che cosa rende un tratto <em>un tratto saliente</em> ai fini di una descrizione adeguata di un fenomeno e di una buona spiegazione edificata su quella? Perché ci sembra <em>ovvio</em>, insomma, che gli archi, e non i pennacchi, sostengono <em>davvero</em> la volta? Ora, a me pare che Fodor e Piattelli-Palmarini dimostrino che se a questa domanda tentiamo di dare una risposta in terza persona, assumendo archi e pennacchi come null’altro che parti necessariamente coesistenti della realtà, nulla può venirci in soccorso. Assumendo una prospettiva in prima persona, però, la questione potrebbe cambiare, anche se questo potrebbe non soddisfare gli obiettivi teorici degli Autori. Per restare a Gould e Lewontin: ci si chiede, in sostanza, in forza di che, nelle <em>discipline normative</em> (nei manuali, per intenderci, in cui si codifica una regola d&#8217;arte) utilizzati nella costruzione di basiliche con cupole, riteniamo che i migliori costruttori debbano trasmettere la regola costruttiva dell&#8217;arco anziché quella del pennacchio che pure necessariamente l’accompagna? La domanda suona singolare, e ci pare subito contenga qualcosa che non va; e tuttavia lascia interdetti, non del tutto sicuri di avere una risposta a portata di mano. Si potrebbe obiettare, per esempio, che parliamo di archi, e non di pennacchi, perché sono archi quelli che costruiamo, archi per tenere su volte di cupole di basiliche, che altrimenti cadrebbero. Ovvio: potremmo, per assurdo, impartire ai nostri capomastri anche istruzioni del tipo: “per edificare la cupola a volta, dovete prima costruirvi quattro pennacchi sottostanti”; ma troveremmo questo uno strano modo di esprimersi, giacché tutti <em>sappiamo</em> che sono gli archi e non i pennacchi a reggere <em>davvero</em> la volta. Esatto. Lo sappiamo. Ma come? si può insistere nel chiedere. Forse semplicemente così: perché questa è la <em>funzione</em> degli archi, il loro <em>scopo</em>, il <em>senso</em> in base al quale, in una certa <em>prassi normativa</em>, che s’accompagna alla <em>prassi costruttiva</em> di basiliche, <em>solitamente</em> parliamo di archi. E non di pennacchi. Troppo semplice? Sì, se pretendiamo che la nostra risposta abbia un valore epistemico, quasi dovessimo esprimerci su chi abbia più titolo ad esistere <em>là fuori</em>: gli archi o i pennacchi? Ma se invece, come si conviene a una rigorosa considerazione in prima persona, che si fa carico quindi di tutto il senso progettuale/intenzionale che le è proprio, ci limitiamo a voler dar conto della <em>salienza</em> degli archi rispetto ai pennacchi nella nostra esperienza, potremmo essere sulla strada giusta per chiarire quella differenza. Naturalmente, questo ci porta irrimediabilmente altrove rispetto all’obiettivo di valutare la opportunità di un cambiamento di paradigma nelle scienze del vivente fatto proprio dagli Autori. Può però forse aiutarci a sciogliere un possibile equivoco che aleggia anche tra le pagine di questo interessante libro: quello tra piano <em>epistemico</em> della spiegazione delle determinanti evolutive degli esseri viventi, e piano <em>epistemologico</em> della descrizione dei modi soggettivo-relativi attraverso i quali necessariamente essi si offrono alla nostra esperienza prima di qualsiasi indagine scientifica a essi rivolta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei limiti di questo contributo, non si può offrire che una sommaria indicazione della via per adempiere al compito. Ci proveremo ponendo una semplice domanda: perché, accanto a una <em>fisica ingenua</em>, come quella indagata da Paolo Bozzi nel bel libro omonimo, non dovremmo poter mettere capo a un&#8217;altrettanto rigorosa <em>biologia ingenua</em>, che porti a evidenza le regole attraverso cui, nella nostra esperienza, costituiamo corpi viventi e ambienti da essi vissuti e co-vissuti, già sempre attraversati da salienze di vario ordine? A qualunque storia dell’evoluzione degli esseri viventi si miri, infatti, non è forse vero, come ben aveva visto proprio Schopenhauer, che tutti noi nel lungo collo della giraffa troviamo immediatamente espressa la sua inclinazione a cercare il cibo tra le alte chiome degli alberi; nelle zanne affilate e nello sguardo saettante del lupo, la ferocia di cui è capace; e nelle lunghe e mobili orecchie del leprotto, quella natura vigile e paurosa che lo farà scattare al primo segnale di pericolo? O ancora: non è forse la conformità <em>ideale</em> di ogni essere vivente al suo ambiente un senso già sempre incluso nell&#8217;esperienza che possiamo avere del suo corpo e del suo stile di vita? Chiediamoci, insomma, se non sia anzitutto qui, tra queste <em>qualità fenomenologiche</em> del regno vivente, a loro volta riconducibili a dinamiche <em>tendenze di sintesi</em> d&#8217;ordine percettivo e immaginativo, che dovremmo rivolgerci per dar conto dell’<em>ovvietà</em> altrimenti &#8220;misteriosa&#8221; di certe salienze. Come hanno mostrato Fodor e Piattelli-Palmarini, liquidare come banalmente figurato questo linguaggio è un alibi dietro al quale molti neodarwinisti nascondono semplicemente la contraddittorietà delle loro pretese riduttive. Ma metterlo completamente fuori dal gioco della scienza, come i nostri Autori sembrano richiedere, toglierebbe a quest&#8217;ultima la terra di sotto i piedi. Nessuna di queste e di molte altre salienze può certo vantare <em>di per sé sola</em> un qualche titolo sul piano epistemico: su questo siamo perfettamente d&#8217;accordo. Ma nessun processo conoscitivo del mondo vivente e storico che ne prescinda totalmente è in linea di principio <em>pensabile</em> in modo <em>fondato</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Concludiamo con una considerazione dal sapore per un&#8217;ultima volta di nuovo tolstojano. Napoleone non è stato sconfitto, come di recente pure è stato scritto su qualche giornale, <em>per</em> non aver potuto condurre la battaglia di Waterloo sul campo <em>a causa</em> del mal di schiena. Fatti ben più salienti hanno concorso a determinare quegli eventi. Ed è la fenomenologia a poter dar conto della possibilità d’istituire quella come molte altre <em>differenze</em>. Una storia è una storia. Ma c&#8217;è storia e storia. E questo deve poter essere mostrato in tutta la sua <em>evidenza</em> indipendentemente dal fatto che la scienza, legittimamente, s&#8217;incarichi di trovare spiegazioni più riduttive.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rassegna stampa (migliorabile) degli interventi seguiti alla pubblicazione, inglese e italiana, del volume di Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una rassegna stampa italiana:<br />
<a href="http://www.lascienzainrete.it/contenuto/articolo/Maiali-alati-e-ornitorinchi-vincolati " target="_blank">http://www.lascienzainrete.it/contenuto/articolo/Maiali-alati-e-ornitorinchi-vincolati </a></p>
<p style="text-align: justify;">Una rassegna stampa inglese:<br />
<a href="http://www.complete-review.com/reviews/darwinc/fodorj.htm" target="_blank">http://www.complete-review.com/reviews/darwinc/fodorj.htm</a></p>
<p style="text-align: justify;">I rilievi di Luca Cavalli Sforza su <em>Repubblica</em>:<br />
<a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/cavalli-sforza-piattelli-palmarini.pdf'>Colleghi scienziati, non sparate su Darwin</a></p>
<p style="text-align: justify;">La stroncatura di Massimo Pigliucci su <em>Nature</em>:<br />
<a href="http://www.nature.com/nature/journal/v464/n7287/full/464353a.html" target="_blank">http://www.nature.com/nature/journal/v464/n7287/full/464353a.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elogio di Richard Lewontin su <em>The New York Book Review</em>:<br />
<a href="http://www.nybooks.com/articles/archives/2010/may/27/not-so-natural-selection/?pagination=false" target="_blank">http://www.nybooks.com/articles/archives/2010/may/27/not-so-natural-selection/?pagination=false</a></p>
<p style="text-align: justify;">La critica di Elliott Sober uscita su <em>Mind &#038; Language</em>:<br />
<a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/sober-vs-fodor.pdf'>Fodor ’s Bubbe Meise Against Darwinism</a></p>
<p style="text-align: justify;">Faccia a faccia tra Jerry Fodor ed Elliott Sober:<br />
<a href="http://www.cognitionandculture.net/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=621:jerry-fodor-vs-elliott-sober-on-who-got-what-wrong&amp;catid=1:events&amp;Itemid=3" target="_blank">http://www.cognitionandculture.net/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=621:jerry-fodor-vs-elliott-sober-on-who-got-what-wrong&amp;catid=1:events&amp;Itemid=3</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/gli-errori-di-darwin/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Vito Mancuso e l&#8217;Arnoldo Mondadori editore. Qual è il caso di coscienza?</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/vito-mancuso/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/vito-mancuso/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 09:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Costa</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[etica]]></category>

		<category><![CDATA[vito mancuso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=8078</guid>
		<description><![CDATA[Il problema posto da Vito Mancuso (d&#8217;ora in poi, &#8220;V.M.&#8221;) è se gli autori Mondadori - compresi quelli Einaudi! - possano continuare il loro rapporto con &#8220;chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui dispone&#8221; per evitare di pagare il fisco. Molti di loro sono intervenuti, ma, a dire il vero, non con la perspicuità che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il problema posto da Vito Mancuso (d&#8217;ora in poi, &#8220;V.M.&#8221;) è se gli autori Mondadori - compresi quelli Einaudi! - possano continuare il loro rapporto con &#8220;chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui dispone&#8221; per evitare di pagare il fisco. Molti di loro sono intervenuti, ma, a dire il vero, non con la perspicuità che sarebbe stata desiderabile. C&#8217;è invece stata un&#8217;interessante risposta della casa editrice, addirittura firmata &#8220;Arnoldo Mondadori editore&#8221; (d&#8217;ora in  poi, &#8220;AMe&#8221;), accompagnata a p. 9 della Repubblica di Domenica 22 Agosto da una breve replica di Massimo Giannini (&#8221;M.G.), il cui articolo sulla &#8220;legge ad aziendam&#8221;, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/08/19/news/mondadori_salvata_dal_fisco_scandalo_ad_aziendam_nell_interesse_del_cavaliere-6365174/">pubblicato Giovedì 19 Agosto</a>, aveva così <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/08/21/news/io_autore_mondadori_e_lo_scandalo_ad_aziendam-6407472/">turbato V.M</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tranne M.G. e A.M.e., tutti si dicono perplessi. Cercherò di mettere a fuoco alcuni aspetti del problema, come economista e come cittadino.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dato di fondo mi sembra quello della lentezza del contenzioso tributario. Qui mi pare che la A.M.e. abbia ragione. La nuova legge permette di sostituire alla prosecuzione in Cassazione del procedimento, un&#8217;oblazione pari al 5% della somma origianariamente dovuta. E A.M.e. riferisce che il suo CdA ha deciso di avvalersene. Essa sostiene anche di restare &#8220;un&#8217;azienda che&#8230;fa della correttezza cristallina dei comportamenti imprenditoriali, della responsabilità di una casa editrice una bandiera sempre tenuta alta&#8221;, ma forse questa è una pretesa eccessiva, in vista ad esempio dei tentativi del Sig. Berlusconi, attraverso apposite leggine, di mantenere in servizio il magistrato Carbone (sì, proprio quella della &#8220;P3&#8243;!) affinché in Cassazione la causa fosse affidata in buone mani. E&#8217; possibile che la decisione di &#8220;evitare il protrarsi della situazione&#8221;, come dice la A.M.e., si collochi sulla &#8220;strada maestra di un&#8217;impresa&#8221;: almeno, se il rischio di una sconfitta finale, dopo la vittoria nei due primi gradi di giudizio, sia percepito come elevato: come l&#8217;intenso lavorio del Sig. Berlusconi per precostituire la sede e il personale del giudizio lascerebbero pensare. Ma non vi è dubbio che, come osservano M.G. e V.M., la &#8220;correttezza cristallina&#8221; sarebbe stata meglio perseguita con la prosecuzione della causa. Dunque, nel CdA di A.M.e. vi è stato o un riconoscimento immediato della priorità della prima esigenza sulla seconda, o una ponderazione conclusasi a favore della prima. Forse un argomento polemico usato sia da M.G. sia da V.M., quello secondo cui la proclamata certezza nella bontà della propria ragione da parte della A.M.e. avrebbe dovuto indurla a proseguire nella causa piuttosto che troncare con un&#8217;oblazione non è del tutto corretto. Infatti la certezza soggettiva nella propria ragione in una causa non è condizione né necessaria né sufficiente per vincerla! Dunque le ragioni della AMe sono chiare: per evitare il rischio di dover sostenere un pagamento alquanto ingente, soprattutto se comprensivo degli interessi, ha accettato la via dell&#8217;oblazione.<br />
Glielo si può rimproverare? Non si è comportata semplicemente in mod &#8220;responsabile&#8221;? Si potrebbe sostenere che glielo si possa rimproverare se la A.M.e. si fosse dedicata ad un&#8217;intensa azione di lobbying per otttenere l&#8217;approvazione del provvedimento contestato. Perché allora A.M.e. non potrebbe più sostenere di essersi limitata ad applicare una legge. Il lobbying sarebbe un&#8217;azione magari anch&#8217;essa legittima, ma sempre più lontana dalla &#8220;correttezza cristallina dei comportamenti imprenditoriali&#8221;. Ma c&#8217;è stata? No  e sì: un lobbismo tutto in famiglia, anzi, in una sola persona: il Sig. Berlusconi come proprietario ha premuto sul Sig. B. come Presidente del Consigio e quest&#8217;ultimo, con un&#8217;azione sistematica in diverse fasi, bene illustrata nell&#8217;articolo di M.G., è finalmene riuscito a portare a&#8230;casa il risultato.</p>
<p style="text-align: justify;">È un buon provvedimento? Non è dei peggiori. Tolto il fatto che il governo dovrebbe occuparsi delle cause della lunghezza dei contenziosi, non di incoraggiare le imprese a sottrarsi ai loro obblighi fiscali sfruttando la lunghezza dei processi. Avrebbe più senso come norma transitoria di una riforma ben articolata del settore. Il problema è il solito. Il Sig. Berlusconi è al governo, ma il suo governa non governa. Lo aiuta nel disbrigo dei suoi affari privati.</p>
<p style="text-align: justify;">Come rispondere, in conclusione, al dilemma di Vito Mancuso? Confermando ciò che lui stesso ha già dichiarato di sospettare: che distinguere tra la proprietà dell&#8217;azienda e la sua gestione, fin tanto che il proprietario è il Signor B., è purtroppo impossibile.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/vito-mancuso/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>A proposito del commento di Battiston. Rischi e opportunità della riforma universitaria in corso (di Andrea Zhok)</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/rischi-e-opportunita/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/rischi-e-opportunita/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 19:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Zhok</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[08 Paideia]]></category>

		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[maria stella gelmini]]></category>

		<category><![CDATA[riforma universitaria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=8016</guid>
		<description><![CDATA[Un paio di osservazioni a complemento del (peraltro ben informato) contributo di Roberto Battiston.
1) Non sono affatto certo che una distinzione tra università dedite alla ricerca ed università dedite all’insegnamento sia una soluzione opportuna sciaguratamente ostacolata da pregiudizi ‘egalitari’: in verità questa distinzione, peculiare del sistema americano, è contestata all’interno di quel sistema stesso; al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un paio di osservazioni a complemento del (peraltro ben informato) <a href="http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/scene-di-universita-commento/" target="_blank">contributo</a> di Roberto Battiston.</p>
<p style="text-align: justify;">1) Non sono affatto certo che una distinzione tra università dedite alla ricerca ed università dedite all’insegnamento sia una soluzione opportuna sciaguratamente ostacolata da pregiudizi ‘egalitari’: in verità questa distinzione, peculiare del sistema americano, è contestata all’interno di quel sistema stesso; al contrario in Europa, dove non mancano certo università di eccellenza, tale divaricazione è sostanzialmente assente (con poche eccezioni in UK).</p>
<p style="text-align: justify;">2) Il caso dell’Università di Trento non può essere generalizzato sul territorio italiano, per vari motivi, ma innanzitutto perché presuppone le peculiari condizioni di autonomia e finanziamento delle province del Trentino Alto Adige. Si richiede una previa modifica costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Il ddl 1905, noto come ‘riforma Gelmini’, fortunatamente non è stato concepito né seguito dalla ministra medesima, e ciò ha consentito in commissione ed in parte in Senato di modificare ampiamente l’impianto originario, con il contributo delle opposizioni. Pur permanendo vincoli burocratici e goffaggini di vario genere, è stata presa la strada del modello britannico, vincolando scatti stipendiali, partecipazioni a commissioni e fondi dei dipartimenti (in percentuale sul FFO) a valutazioni della produttività scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur non essendo il sottoscritto sospettabile di simpatie per il governo in carica, bisogna ammettere che siamo di fronte per la prima volta alla possibilità (ancorché fioca e condizionata) di una riforma positiva del sistema universitario. Ora, invece che continuare a lamentarci dell’irredimibile passato (in cui nessuno contesta l’esistenza di ottime ragioni per lamentarsi), sarebbe forse meglio spendere un poco di energie ed ingegno a seguire ciò che sta accadendo proprio sotto il nostro naso e che condizionerà l’esistenza futura dell’intero sistema di educazione terziaria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il passaggio del ddl alla Camera non è stato ancora calendarizzato, ma dovrebbe avvenire tra settembre ed ottobre</strong>. Allo stato ci sono svariati punti pendenti, ma mi permetto di segnalare alcune questioni capitali, concernenti il sistema delle valutazioni ed i finanziamenti. Dal sistema delle valutazioni dovrebbe dipendere a cascata sia la questione del reclutamento e degli avanzamenti di carriera, che la più generale questione della qualità della docenza. Nel modello britannico/scandinavo di riferimento non esistono concorsi in senso proprio e dunque il problema stesso della composizione delle commissioni non sussiste. In tale modello l’università è incentivata ad assumere docenti validi dal fatto che le valutazioni post hoc dei docenti determinano l’entità dei finanziamenti (retroazione premiale). E l’entità dei finanziamenti, ovviamente, consente (o meno) ulteriori assunzioni o avanzamenti di carriera, oltre che la gestione infrastrutturale. Questo modello non può essere direttamente trapiantato in Italia innanzitutto per motivi costituzionali, in quanto in Italia ogni dipendente pubblico deve essere assunto tramite concorso. Nel modello che si profila, il concorso in questione sarà un concorso di abilitazione nazionale, da cui poi le università dovrebbero scegliere i ‘migliori’, motivate dalla prospettiva che migliori candidati produrranno in prospettiva migliori valutazioni e maggiori fondi. Questo meccanismo è potenzialmente molto positivo, tuttavia esso può anche fallire malamente e ciò per i seguenti motivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In primo luogo</strong>, allo stato attuale l’attività didattica non conta in alcun modo per le valutazioni in questione, che focalizzano integralmente sui risultati della ricerca. Questo punto è di per sé potenzialmente molto distorsivo, in quanto incentiva ovviamente a pubblicare, ma non ad insegnare (soprattutto non ad insegnare bene). Noto di passaggio come una delle ragioni per cui è probabile che in questa fase il minacciato sciopero della docenza dei ricercatori venga attuato massicciamente è determinato dal fatto che, a questo punto, per un ricercatore che sa che d’ora in poi il suo insegnamento pregresso (magari decennale) non conterà nulla ai fini di una progressione di carriera, e che non è legalmente obbligato all’insegnamento, viene meno ogni motivo per perder tempo ad insegnare, magari mentre colleghi privi di incarichi di docenza hanno maggior tempo per pubblicare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In secondo luogo</strong> l’intera questione dei criteri di valutazione della ricerca è demandato all’attività futura dell’ANVUR, agenzia nazionale in fase di costituzione, e dunque tutta questa sfera è avvolta nelle tenebre. Ma tutti sanno che nei sistemi in cui vige la retroazione premiale la questione cruciale è proprio quella dei criteri di valutazione, che sono il cuore (qui assente) della riforma. Criteri inefficaci produrranno sistemi disfunzionali. Su ciò la nostra vigilanza è attivamente richiesta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In terzo luogo</strong>, i sistemi a retroazione premiale sono anche implicitamente punitivi nei confronti di quelle Università (più precisamente, nei confronti dei Dipartimenti) che non ricevono una valutazione adeguata. Ma nel contesto italiano attuale punire con una riduzione del FFO le università sotto la media significa condannare all’immediato default gran parte del sistema, che viaggia già al limite della bancarotta. (Questo, per inciso, non è un modo di dire: stanti i finanziamenti previsti secondo la legge 133/2008, entro l’anno prossimo circa metà delle Università italiane non riusciranno a pagare gli stipendi, ed entro tre anni questa situazione sarà generalizzata all’intera Accademia). Questo significa che non ci sono margini, dato il sistema di finanziamento attuale, per applicare il modello premiale prima di un consistente rifinanziamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In quarto luogo</strong>, sul piano dei salari individuali il sistema in questione fa leva sul rendere condizionali gli scatti di stipendio all’ottenimento di certi risultati in termini di pubblicazioni; ma è inutile dire che a fronte di un blocco generalizzato degli scatti stipendiali per il prossimo triennio, come quello approvato nell’ultima finanziaria, le premesse per una partenza del sistema col piede giusto non sembrano proprio esserci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In quinto luogo</strong>, e forse il più importante, nell’attuale ddl tutti riferimenti alla questione del finanziamento sono state espunte, o meglio, si ritrova costantemente ripetuta, pressoché in conclusione di ogni articolo, la formula: “senza ulteriori aggravi di bilancio”. La riforma insomma è stata scritta assumendo di implementarla a costo zero. Da ciò derivano svariati dettagli buffi e meno buffi, come l’evasività sui fondi al diritto allo studio o la partecipazione obbligatoria alle commissioni di abilitazione di colleghi esteri, cui non verrebbe assicurato neppure un rimborso spese. Il punto fondamentale però è che in fase di discussione al Senato il Governo ha accettato secondo la formula della ‘raccomandazione’ di provvedere a tutti i punti di natura finanziaria, promettendo un adeguato rifinanziamento del sistema universitario entro sei mesi dall’approvazione della legge. Ora però, sei mesi sono tanti e, non so voi, ma fidarmi della parola dell’attuale governo viene nella mia personale classifica della fiducia un po’ dopo la consegna dei miei risparmi al Gatto e alla Volpe. Questo è ovviamente un altro punto su cui tutti coloro che hanno a cuore l’università dovrebbero essere vigili, mettendo, nei limiti delle proprie capacità e dei propri contatti, parlamento e governo di fronte ai propri impegni.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/rischi-e-opportunita/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Scene di ordinaria università. Un commento di Roberto Battiston</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/scene-di-universita-commento/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/scene-di-universita-commento/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 09:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Battiston</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[07 Fenomenologia e altri saperi]]></category>

		<category><![CDATA[08 Paideia]]></category>

		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[etica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=7961</guid>
		<description><![CDATA[
Cara Roberta, 
 
ho letto con interesse il tuo intervento sul Fatto di sabato scorso sui concorsi universitari. 
 
Con parole efficaci sei riuscita a trasmettere i pensieri che vengono ad ogni persona di buon senso che si trovi, magari per la prima volta, in una commissione di concorso a cattedra e che non faccia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 9]&gt;    &lt;![endif]--><!--[if gte mso 9]&gt;  0 false   18 pt 18 pt 0 0  false false false        &lt;![endif]--><!--[if gte mso 9]&gt;   &lt;![endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><!--StartFragment--><span style="font-family: Calibri; color: black;">Cara Roberta, </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">ho letto con interesse il tuo intervento sul Fatto<span> </span>di sabato scorso sui concorsi universitari. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Con parole efficaci sei riuscita a trasmettere i pensieri che vengono ad ogni persona di buon senso che si trovi, magari per la prima volta, in una commissione di concorso a cattedra e che non faccia parte di un accordo che predetermini gli esiti del concorso. Considerazioni e domande che però raramente hanno raggiunto l&#8217;interesse della cronaca, probabilmente perché<span> </span>solo con il meccanismo del sorteggio delle commissioni, introdotto dall&#8217;attuale ministro Gelmini come indiscutibile segno di sfiducia nei confronti del corpo accademico, un numero significativo di docenti si sono trovati per la prima volta membri di commissioni di concorso senza fare parte delle combine che hanno caratterizzato la totalità dei concorsi universitari svolti con il meccanismo delle idoneità (prima tre ed ora due). Sottolineo, la totalità dei concorsi svolti dalla metà degli anni &#8216;90,<span> </span>e sarei felice nel caso in cui fossi smentito da qualcuno delle decine di migliaia di membri delle migliaia di commissioni che si sono succedute in questi 15 anni di &#8220;selezioni comparative&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Ciò detto vorrei commentare le tue proposte per migliorare il sistema. Sono tutte cose ragionevoli e condivisibili ma, in quanto tali, già proposte e discusse in passato. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Iniziamo dalla questione delle idoneità. Questo tipo di concorsi possono essere considerati come il frutto avvelenato donato all&#8217; accademia dall&#8217;allora ministro Berlinguer (primo governo Prodi). Un ministro dell’ Università, specie se di centro sinistra, deve fare i conti con le pressioni del mondo accademico e dei sindacati di categoria. Al tempo di Berlinguer si era formato un tappo che bloccava i passaggi di ruolo, da ricercatore ad associato e da associato a ordinario. Siamo a metà degli anni ‘90, guarda caso 15 anni dopo<span> </span>la madre di tutti i concorsi (mancati) l&#8217;ope legis della fine degli anni &#8216;80, quando migliaia di persone sono entrate in ruolo senza una valutazione concorsuale. Ci si trova di fronte il problema di garantire una<span> </span>progressione di carriera ad un gran numero di persone, in pratica indipendentemente dal merito.<span> </span>Abilmente Berlinguer scaricò il problema sulle università proponendo un sistema che, data la loro autonomia, avrebbe potuto essere utilizzato in modo virtuoso, selezionando gli idonei secondo le reali necessità scientifiche e didattiche<span> </span>degli atenei. In pratica il sistema delle idoneità ha permesso l&#8217;organizzazione di una serie di cupole accademiche, tipicamente una per settore scientifico (spero di essere sommerso da una valanga di lettere ed email di smentita) in cui i vincitori delle idoneità, tranne casi rarissimi, erano definiti prima delle votazioni dei commissari.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Qualcuno dirà che in questo modo hanno potuto fare carriera anche persone meritevoli. Certamente , ma quante mogli, figli, nipoti e amici di amici, magari incapaci, il sistema universitario ha dovuto in questo modo assorbire con tutti i conseguenti nefasti effetti secondari? </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Eliminiamo subito le idoneità multiple. D&#8217;accordo al 100%. Peccato che questi siano gli ultimi concorsi con queste regole e ormai le stalle si siano svuotate e brocchi e cavalli di razza pascolino insieme nella prateria dell&#8217;accademia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Passiamo alla questione del cambio della sede dopo la laurea. Per chiunque<span> </span>come te abbia studiato alla Normale e insegnato all&#8217; estero la cosa e’ ovvia ed evidente. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Però già Salvini nel ‘95 (Governo Dini)<span> </span>cercò di inserire<span> </span>questa norma che gli fu fatta rimangiare dai sindacati di categoria.<span> </span>Inoltre nel programma dell&#8217; Unione (2007) questo punto fu specificamente previsto ma si perse poi nei meandri della politica.<span> </span>Insomma non ci siamo riusciti in piu’ di 15 anni ma possiamo sempre riprovarci. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">E’ però forse<span> </span>opportuno fare un passo indietro e cercare di capire che cosa stia succedendo all&#8217; università e quali siano i motivi della crisi attuale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">In cinquant&#8217;anni siamo passati<span> </span>da una università pubblica di elite ad una di massa, con decine di migliaia di docenti e milioni di studenti. Ciò ha fornito un contributo importantissimo<span> </span>al progresso<span> </span>del nostro paese, alla crescita tecnica e culturale di intere generazioni, riducendo la distanza tra l&#8217;Italia ed il resto dell&#8217; Europa. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Ma tutto questo è accaduto senza essere accompagnato nel tempo da una adeguata riflessione politica. Ad esempio, il tentativo di garantire la necessaria decentralizzazione organizzativa,<span> </span>prevista nella legge 382 è riuscito solo in parte. Infatti dietro l&#8217;affermazione ideologica dell&#8217; autonomia universitaria non c&#8217;è stata la conseguente azione politica, per cui l&#8217;autonomia è rimasta solo di facciata mentre è mancata l&#8217;autonomia sostanziale, quella economica.<span> </span>A causa di un&#8217;altro elemento ideologico<span> </span>egualitaristico non si è nemmeno<span> </span>riusciti a differenziare il salario dei docenti sulla base dei loro risultati, ne’ a differenziare gli atenei tra quelli dedicati alla formazione (college) e quelli che comprendono anche la ricerca (research university)<span> </span>oppure a prevedere borse di studio basate principalmente sul merito. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">La mancata realizzazione dell&#8217;autonomia fa sì che ancora oggi tutte le università, inclusa buona parte di quelle private (sic!), siano dipendenti dal contributo ministeriale (FFO), suddiviso secondo parametri bizantini solo vagamente riferibili a comportamenti virtuosi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">In questo senso l&#8217;autonomia non è stata realizzata e ha fallito. Di conseguenza si sono sviluppati dei comportamenti interni all&#8217; accademia che hanno invece realizzato l&#8217;autonomia delle lobby e delle consorterie in grado di<span> </span>sfruttare con diabolica efficienza le debolezze di un sistema autonomo solo quando risulta conveniente, per il resto completamente dipendente dallo stato. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Che cosa ne facciamo di questa università? Pongo la domanda con tutta la forza possibile perché in questo momento la risposta la sta dando solo il centro destra, con una determinazione ed un metodo che devono far riflettere. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">La<span> </span>risposta di Tremonti e del centro destra è brutalmente chiara: di questa università non ce ne facciamo nulla, occorre demolirla fino alle fondamenta e metterla in mano ai privati. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Non è una esagerazione, basta leggere i numeri delle finanziarie triennali, quella approvata in 9 minuti nel giugno 2008 e quella in corso di approvazione ora. Non ci sono investimenti, solo tagli indifferenziati, il turn over è praticamente inesistente, i concorsi sono bloccati. Si prevede altresì un ingresso pesante del mondo privato nella gestione degli Atenei, imponendolo con la riduzione sostanziale nel bilancio assegnato dallo stato. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">La riforma Gelmini in discussione al parlamento, al di là di slogan su merito ed eccellenza, è coerente con le direttive delle finanziarie: la proposta del centro destra contiene una infinita serie di vincoli burocratici tesi ad imporre comportamenti virtuosi nel corpo accademico, di fatto limitandone in modo sostanziale l&#8217;azione e l’autonomia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Chiunque abbia esperienza dell&#8217; università sa benissimo che così non può funzionare. Nei paesi in cui l&#8217;università funziona ed è un elemento<span> </span>trainante per la società gli atenei stessi sono il primo motore di competizione, e questo non certamente a causa di imposizioni legislative. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Se si vuole affrontare seriamente un discorso sull&#8217; università pubblica del nostro paese occorre mettere mano, senza preconcetti ideologici, ai suoi<span> </span>elementi fondanti, per attualizzare,<span> </span>correggere e<span> </span>migliorare ciò che deve essere cambiato. In questo senso i tuoi suggerimenti sono sicuramente utili ma rappresentano solo una parte del problema che riguarda nel suo complesso il mix di pubblico e privato, i rapporti tra accademia e società, la diversificazione dei tipi di atenei, del riconoscimento salariale dei<span> </span>docenti, il ruolo di formazione e ricerca, i meccanismi di<span> </span>responsabilizzazione di un sistema universitario finanziato con risorse pubbliche. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Su questi temi il centro destra sta ora svolgendo una chiara azione di pars destruens, come mai era successo in passato. La sfida futura, una sfida bipartisan, sarà su chi dovrà svolgere il ruolo di pars construens. C&#8217;è assoluto bisogno di ricominciare ad investire nell&#8217; università ma in una università diversa. Casualmente, lo stesso giorno del tuo intervento, la prima pagina dell&#8217; Adige, un quotidiano trentino, titolava &#8220;Rivoluzione all&#8217; Università&#8221; e discuteva le radicali modifiche che saranno attivate a partire dal<span> </span>prossimo anno accademico a seguito della delega che prevede il passaggio dal MIUR<span> </span>alla gestione provinciale dell&#8217; Università trentina. Un progetto innovativo e complesso, su cui hanno lavorato per quasi un anno gruppi di esperti provenienti da tutta Italia. Questa è oggi la sfida, sfida che non riguarda solo il Trentino ma l&#8217;intero sistema universitario italiano. Sarà meglio che<span> </span>il centro sinistra raccolga questa sfida<span> </span>con determinazione e passione altrimenti rischiamo che il<span> </span>modello di università italiana del futuro sia quello dell&#8217;ormai famosa università telematica di Noverate,<span> </span>fondata da Francesco Polidori, per capirci quello della Cepu.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;">Cari saluti </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri;">Roberto<span> </span>Battiston</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri;">Università di Perugia</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Calibri;">www.robertobattiston.it</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/scene-di-universita-commento/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Immagini del sentire. Un nuovo testo al ritmo di Hildebrand, Scheler e Stein</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/7994/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/7994/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 12:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lodovica Maria Zanet</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[02 Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[03 Recensioni]]></category>

		<category><![CDATA[Decifrare l'esperienza]]></category>

		<category><![CDATA[Dietrich von Hildebrand]]></category>

		<category><![CDATA[edith stein]]></category>

		<category><![CDATA[Edizioni OCD]]></category>

		<category><![CDATA[Immagini del sentire]]></category>

		<category><![CDATA[lodovica maria zanet]]></category>

		<category><![CDATA[Lodovica Zanet]]></category>

		<category><![CDATA[max scheler]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/7994/</guid>
		<description><![CDATA[In quali occasioni sperimentiamo in modo particolarmente incisivo la nostra umanità? Ci sono aspetti del vivere in corrispondenza dei quali la conoscenza di noi stessi e degli altri assume tratti di singolare pregnanza? Quale che sia la specifica risposta data alla domanda, la tesi dell’Autrice è radicale: «occorre per prima cosa prendere in considerazione il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-7996" title="immagini-del-sentire2" src="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/immagini-del-sentire2-201x300.jpg" alt="immagini-del-sentire2" width="201" height="300" />In quali occasioni sperimentiamo in modo particolarmente incisivo la nostra umanità? Ci sono aspetti del vivere in corrispondenza dei quali la conoscenza di noi stessi e degli altri assume tratti di singolare pregnanza? Quale che sia la specifica risposta data alla domanda, la tesi dell’Autrice è radicale: «occorre per prima cosa prendere in considerazione il sentire».</p>
<p>Dedicata a questo aspetto originario della vita e al correlato mondo degli affetti, l’opera riflette sui modi in cui un <strong><em>ordo amoris</em></strong> si costituisce e si manifesta, identificandone le diverse forme e i differenti ritmi.</p>
<p>Dall’amore – ricordano concordemente <strong>Hildebrand, Scheler e Stein</strong> cui è dedicata la parte centrale del testo – l’identità umana resta segnata in modo indelebile, mentre è chiamata alla fatica della coerenza e a riconoscere la propria e altrui singolarità, altrimenti inattingibile alla conoscenza.<br />
Letto come un ultimo risultato della sempre ricca e vitale scuola fenomenologica o interpretato come un esercizio personale, attento e profondo di ricerca del senso, Immagini del sentire fa notare ciò che ogni persona non può ignorare: l’esigenza di apprendere la propria “grammatica del sentire”, l’insieme dei modi genericamente “possibili” e quindi antropologicamente ammessi per strutturare, nella logica di ricettività e responsività, un’esistenza intera.</p>
<p>Facendo del “fenomeno amore” un insostituibile aiuto per comprendere il significato del vero sentire, il libro ci dice della persona sia quanto è capace di accogliere sia quanto è capace di donare, sia quello che è sia quello che di sé è disposta a rivelare, svelandone priorità, virtù e valori. Un invito a riconoscere la preziosità dell’altro, senza però rinunciare all’esercizio della propria libertà.</p>
<p><strong>Lodovica Maria Zanet, <em>Immagini del sentire. Atti e abiti, infatuazioni e incantamenti</em>, ed. Ocd, Roma 2010, pp. 154, euro 9.</strong></p>
<p><strong>PRESENTAZIONE UFFICIALE: mercoledì 25 agosto, ore 16.00, Meeting di Rimini. Stand 70, padiglione C 5.</strong></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><em>(recensione tratta dal sito dell&#8217;<a href="http://www.edizioniocd.it/file/25-immagini_del_sentire.pdf">editore</a>)</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/7994/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>24 agosto 2010. A Rimini &#8220;con Edith Stein&#8221; per parlare della donna</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/24-agosto-2010-a-rimini-con-edith-stein-per-parlare-della-donna/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/24-agosto-2010-a-rimini-con-edith-stein-per-parlare-della-donna/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 11:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lodovica Maria Zanet</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[02 Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[03 Recensioni]]></category>

		<category><![CDATA[Angela Ales Bello]]></category>

		<category><![CDATA[Anna Maria Pezzella]]></category>

		<category><![CDATA[donna]]></category>

		<category><![CDATA[edith stein]]></category>

		<category><![CDATA[Edizioni OCD]]></category>

		<category><![CDATA[femminismo]]></category>

		<category><![CDATA[giacomo gubert]]></category>

		<category><![CDATA[lodovica maria zanet]]></category>

		<category><![CDATA[marco paolinelli]]></category>

		<category><![CDATA[Meeting Rimini]]></category>

		<category><![CDATA[opera omnia Edith Stein]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=7982</guid>
		<description><![CDATA[ Nel 1928 Edith Stein ha 37 anni e inizia  un intenso pellegrinare per la Germania come conferenziera prima, e come docente presso l&#8217;Istituto di Pedagogia Scientifica di Münster poi. Lei che da giovane si era interessata al femminismo e si era lasciata conquistare dalle tesi dell&#8217;ala &#8220;radicale&#8221;, è chiamata in questo periodo a parlare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-7981 alignleft" title="24_donna_stein1" src="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/24_donna_stein1-200x300.jpg" alt="24_donna_stein1" width="200" height="300" /> Nel 1928 Edith Stein ha 37 anni e inizia  un intenso pellegrinare per la Germania come conferenziera prima, e come docente presso l&#8217;Istituto di Pedagogia Scientifica di Münster poi. Lei che da giovane si era interessata al femminismo e si era lasciata conquistare dalle tesi dell&#8217;ala &#8220;radicale&#8221;, è chiamata in questo periodo a parlare da donna, della donna, ad altre donne. Insegnanti, essenzialmente. Ma anche professioniste capaci di incidere, ognuna nel proprio ambito, sulla società civile che si avviava in quel periodo verso il baratro del nazionalsocialismo.</p>
<p>Nelle donne che incontra, Edith non vede mai una generica &#8220;donna&#8221;, ma innanzitutto una persona individua di cui risvegliare la consapevolezza del proprio essere e del proprio fare. Lei un tempo femminista convinta, rilegge ora questi temi alla luce della filosofia della persona, di stampo fenomenologico, nel frattempo sviluppata. E integra la propria riflessione con frequenti riferimenti al testo Biblico - con una competenza da cui traspare anche il piglio deciso della convertita al cattolicesimo nella riattualizzata consapevolezza delle proprie radici ebraiche.</p>
<p>Se è vero che &#8220;esseri umani si nasce, ma persone si diventa&#8221;, per Edith Stein sembrerebbe valere la stessa consapevolezza anche in quel che chiameremmo oggi una &#8220;etica di genere&#8221;: &#8220;maschi e femmine di nasce; ma uomini e donne si diventa&#8221;. La pari dignità non può insomma tradursi in un&#8217;equiparazione omologante, che appiattirebbe la specificità degli uni e delle altre su un indistinto quanto insipido livello intermedio.</p>
<p>Per la filosofa di Breslavia non c&#8217;è dubbio: ogni donna porta incisa in sé una triplice vocazione: la vocazione naturale (e per così dire congenita) in ogni essere umano; la vocazione che compete alla persona singola con le sue doti e i suoi talenti; la vocazione specifica di donna, in quanto tale. E i tre aspetti sono indiscindibili: sopprimerne uno significherebbe ledere anche gli altri.</p>
<p>Frutto di un&#8217;integrale e attenta revisione del precedente testo edito da Città Nuova, e pubblicato nella collana che sta raccogliendo la nuova opera omnia di Edith Stein (per le OCD di Roma), &#8220;<strong><em>La donna. Questioni e riflessioni</em></strong>&#8221; presenta in veste rinnovata e corretta, al pubblico italiano, gli scritti che tra il 1928 e il 1933 - ormai a un passo dalla fatidica soglia del Carmelo di Colonia - Edith ha dedicato alla natura e al ruolo della donna. Lezioni, appunti, testi di conferenze e altro ancora.</p>
<p>Il testo - edito sotto la direzione congiunta di <strong>Marco Paolinelli</strong> e <strong>Angela Ales Bello</strong>, e la collaborazione di Giacomo Gubert e Lodovica Maria Zanet - viene presentato ufficialmente <strong>martedì 24 agosto alle ore 16.00 presso lo stand 70 (padiglione C 5), al Meeting di Rimini</strong>. Intervengono, per l&#8217;occasione, anche Marco Paolinelli (Università Cattolica del Sacro Cuore) e <strong>Anna Maria Pezzella</strong> (Pontificia università Lateranense di Roma).</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/24-agosto-2010-a-rimini-con-edith-stein-per-parlare-della-donna/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Riforma universitaria. I risultati del sondaggio e gli emendamenti proposti dal Gruppo di Lavoro della Statale</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/sondaggio-gdl-riforma/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/sondaggio-gdl-riforma/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 20:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[08 Paideia]]></category>

		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[riforma universitaria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=7928</guid>
		<description><![CDATA[Il 29 luglio scorso il Senato della Repubblica ha approvato il Disegno di Legge di riforma dell&#8217;Università (1905) altrimenti denominato Riforma Gelmini. Il testo è ora approdato alla Camera, dove verrà discusso a partire dal mese di settembre.
Lo scorso novembre un Gruppo di Lavoro dei Ricercatori (GdL) dell&#8217;Università degli Studi di Milano (Statale) ha messo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 29 luglio scorso il Senato della Repubblica ha approvato il <a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/00504430.pdf'><strong>Disegno di Legge di riforma dell&#8217;Università (1905)</strong></a> altrimenti denominato Riforma Gelmini. Il testo è ora approdato alla Camera, dove verrà discusso a partire dal mese di <strong>settembre</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso novembre un <a href="http://www.gdl.unimi.it:80"><strong>Gruppo di Lavoro dei Ricercatori</strong></a> (GdL) dell&#8217;<strong>Università degli Studi di Milano</strong> (Statale) ha messo a punto un sondaggio sulla riforma (<a href="http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/03/universita-che-vogliamo/" target="_blank">pubblicato</a> anche sul <em>Phenomenology Lab</em>), aperto a tutti coloro che vi lavorano: docenti, ricercatori, incardinati e precari, dottorandi, assegnisti e appartenenti al personale tecnico-amministrativo. <strong>Il sondaggio ha raccolto le opinioni di 2.363 persone attive nelle università italiane, 819 dell’Università degli Studi di Milano, 1.544 negli altri atenei</strong>.</p>
<p><a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/gdl_unimi_sondaggio_highlights.pdf"><strong>Ora sono disponibili i grafici di tutti i risultati, commentati</strong></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scarica in formato Pdf</strong> <a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/08/gdl_unimi_sondaggio_highlights.pdf"><strong>i risultati del sondaggio</strong></a> sulla riforma universitaria del <a href="http://www.gdl.unimi.it:80"><strong>Gruppo di Lavoro dei Ricercatori</strong></a> (GdL) dell&#8217;<strong>Università degli Studi di Milano</strong> (Statale).</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dai risultati del sondaggio il <a href="http://www.gdl.unimi.it:80"><strong>Gruppo di Lavoro dei Ricercatori</strong></a> ha formulato anche delle <strong>proposte emendative al DDL</strong>, la cui discussione alla <strong>Camera dei Deputati</strong> è prevista tra settembre e ottobre, che sono state inviate a referenti di maggioranza e opposizione di entrambe le camere. Una versione non tecnica degli <strong>emendamenti</strong> è consultabile all&#8217;indirizzo:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://sites.google.com/site/gdlwiki/le-nostre-iniziative/emendamenti-breve">http://sites.google.com/site/gdlwiki/le-nostre-iniziative/emendamenti-breve</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Intanto, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sollecitato da varie <a href="http://www.repubblica.it/scuola/2010/07/21/news/universit_povero_ricercatore_sottopagato_e_sfruttato_ma_indispensabile-5774176/index.html?ref=search" target="_blank">iniziative ad opera dei ricercatori italiani</a>, in particolare dalla <a href="http://www.rete29aprile.it/" target="_blank">Rete29Aprile</a>, riprese a firma di Benedetta Tobagi da </em>Repubblica<em>, ha lanciato <strong>lo scorso 5 agosto</strong> <a href="http://www.repubblica.it/scuola/2010/08/05/news/napolitano_sul_ddl_universit_serve_confronto_costruttivo-6085325/?ref=HREC1-4" target="_blank">un appello alle forze politiche</a> perché si decidano ad avviare sul Ddl 1905 un &#8220;costruttivo confronto in Parlamento&#8221;.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/08/sondaggio-gdl-riforma/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Quanta zizzania c’è nell’università italiana? Forse è ora di una bonifica</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/07/zizzania_in_universita/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/07/zizzania_in_universita/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 15:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Premoli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[08 Paideia]]></category>

		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[etica]]></category>

		<category><![CDATA[paola premoli de marchi]]></category>

		<category><![CDATA[Platone]]></category>

		<category><![CDATA[riforma universitaria]]></category>

		<category><![CDATA[roberta de monticelli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.phenomenologylab.eu/?p=7900</guid>
		<description><![CDATA[Come ho già avuto modo di esprimere in risposta all’intervento di Roberta De Monticelli sulle regole del reclutamento universitario, trovo la discussione sullo stato dell’accademia italiana pubblicata su questo sito oltremodo opportuna a stimolante.
Dai commenti lasciati sulle pagine del Phenomenology Lab mi sembra che emerga quella che è la percezione della situazione dell’università italiana da parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come ho già avuto modo di esprimere in risposta all’intervento di Roberta De Monticelli sulle regole del reclutamento universitario, trovo la discussione sullo stato dell’accademia italiana pubblicata su questo sito oltremodo opportuna a stimolante.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai commenti lasciati sulle pagine del <em>Phenomenology Lab</em> mi sembra che emerga quella che è la percezione della situazione dell’università italiana da parte di chi ci lavora: nel mondo accademico tutti sanno che la situazione è tragica, molti attribuiscono la crisi al comportamento di una piccola parte corrotta e di una grande parte silenziosa del mondo accademico, ma le responsabilità vengono scaricate soprattutto sul sistema, più che mai allo scarso sostegno dello Stato all’università e alla ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, quello che vorrei sottoporre alla comune riflessione può essere riassunto dalla seguente domanda: <em>quanta zizzania c’è nell’università italiana?</em> In altre parole, in quale misura la situazione di disagio e inefficienza che gli studenti percepiscono quando varcano la soglia dei nostri atenei e spinge molti laureati di talento a lasciare con disgusto il mondo universitario non appena iniziano a capirne le dinamiche interne, è dovuta a carenze personali di chi nell’università comanda, insegna e fa ricerca, piuttosto che da carenze del sistema? Di certo, per restare nella metafora agreste, non si può fare di tutta l’erba un fascio, tuttavia penso sia lecito chiedersi se ci troviamo nella situazione descritta dalla parabola evangelica o meno. Nel noto racconto il padrone del campo vede che insieme al grano sta crescendo l’erba cattiva, ma non interviene per non rischiare di eliminare, insieme alla zizzania, anche il raccolto. Questo comportamento ha una sua logica se la zizzania resta in una percentuale minima rispetto al grano. Molti di coloro che lavorano in università sembrano riconoscersi in questa situazione: ci sono casi di docenti e ricercatori – ammettono - che non svolgono il proprio lavoro, o lo svolgono male, o addirittura si abbandonano a comportamenti illegali e immorali, ingoiati dalla propria sete di potere. Però nel complesso dei nostri atenei prevale il buono, l’onesto, il grano, insomma. Esistono molti esempi di eccellenza nella didattica e nella ricerca e casi di carriere basate sul merito. La zizzania è presente, ma non prevalente. Ma siamo così sicuri che la situazione sia questa, e che invece nelle nostre università non si sia lentamente scivolati verso un proliferare delle erbacce, fino ad arrivare al punto in cui il grano è così sparuto, schiacchiato e rassegnato da rendere i frutti del raccolto insignificanti per la cultura e l’educazione?</p>
<p style="text-align: justify;">A sostegno della mia ipotesi, vorrei citare tre aspetti che mi sembrano non solo presenti, ma prevalenti nel mondo accademico italiano. Baso le mie osservazioni su un semplice confronto tra i comportamenti che ho potuto riscontrare in membri del corpo accademico italiano e quelli di docenti di altri Paesi, europei ed extraeuropei. Si tratta evidentemente di una visione parziale, ma non penso che sia molto lontana dalla realtà nel suo complesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un primo aspetto riguarda il modo in cui nell’università il <em>potere</em> è concepito e vissuto. Spero di sbagliarmi, però non mi sembra affatto minoritario il numero di docenti che perseguono l’acquisto e la conservazione del potere personale come fine unico delle proprie azioni, senza alcun vero interesse per gli scopi di insegnamento e ricerca per cui l’università è nata. Che dire, ad esempio, di chi pubblica a proprio nome articoli scritti da altri, o impedisce ai propri allievi di pubblicare i propri lavori perché da sé non produce nulla, o sceglie i candidati da appoggiare ai concorsi per servizi resi che non hanno nulla a che vedere con il merito accademico?</p>
<p style="text-align: justify;">Platone spiega nella <em>Repubblica </em>che il vero filosofo (potremmo estendere le sue affermazioni agli intellettuali in genere, quindi ai docenti universitari di oggi) non accetta cariche e onori perché vuole, ma per prestare un servizio ai suoi concittadini. Il prigioniero della caverna che viene liberato ha il privilegio di poter dedicare tutta la vita allo studio, si rende conto che la ricerca e la conoscenza sono premio a se stesse, però ha compassione dei compagni che sono rimasti al buoi e accetta di tornare ad aiutarli. Siamo sicuri che il numero di chi lavora per spirito di servizio verso gli studenti e la società, e per dedizione alla ricerca è maggioritario nelle nostre università?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è piuttosto vero il contrario? Non è vero che – e siamo al secondo spunto di riflessione – il principio di motivazione dell’azione di molti non è lo spirito di servizio, e dunque di dedizione cooperativa al bene dell’università, bensì è la mera <em>invidia</em> personale? Non prevale la tacita convinzione che chi ha talento è un possibile concorrente nella corsa verso il potere, o anche solo verso lo stipendio fisso, e quindi va emarginato o eliminato? In un passo del <em>Teeteto </em>Platone disegna un bel ritratto dell’oratore pagato per difendere i malfattori nei tribunali, che diventa opportunista e ricattabile, astuto e calcolatore. Il filosofo (di nuovo, il docente universitario), al contrario, è descritto come un uomo libero, che discute di ciò che vuole, e quando vuole, del tutto incurante dei calcoli meschini. Sempre Platone sostiene l’idea della discussione comunitaria, perché “quattro occhi vedono meglio di due” ed è uno strenuo difensore della necessità di una comunità di ricerca nella quale regni la discussione benevola, perché più efficace. Di nuovo, è questa la situazione prevalente nel nostro mondo accademico? E di questo è davvero responsabile il sistema?</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, una caratteristica che emerge in modo stridente dal confronto tra le occasioni di dibattito in ambito universitario in Italia e all’estero è che da noi si è fatto del <em>disprezzo</em> un’arte. Il primo cambiamento che noto nei giovani che entrano in contatto con il mondo accademico è l’acquisto dell’abitudine di parlare dei colleghi cercando sempre di individuarne un aspetto criticabile, denigrabile, che ne mette in luce una qualche inferiorità. All’inizio sembra solo una mera inclinazione al pettegolezzo accademico. Ma col passare degli anni l’arte si perfeziona, fino a diventare in alcuni una vera e propria maestria nell’affrontare chi difende idee opposte alle proprie o abbraccia scuole di pensiero differenti dimostrando che l’avversario è inadeguato, incompetente, poco scientifico, possibilmente esponendolo al pubblico ludibrio. Nei convegni italiani questa operazione di trasposizione della discussione dagli argomenti all’attacco personale è quasi la regola. Una sola volta in un convegno internazionale mi è capitato di assistere a questo comportamento. Era il convegno della International Plato Society, tenutosi a Gaflei (Liechtenstein) nel settembre del 2000. Inutile dire che l’attaccante era italiano. Anche qui Platone ci insegna che il dialogo filosofico (potremmo ancora dire, tra intellettuali) richiede che ci si tratti da pari, quindi con rispetto. È dunque scorretto e segno di vanagloria passare dalla discussione sugli argomenti all’attacco personale. Non è vero che nel nostro mondo accademico l’umile riconoscimento del valore altrui, anche se l’altro è uno studente imberbe, è merce assai rara, e predominano invece la prevaricazione e l’arroganza?</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei allora invitare quanti desiderano cambiare l’università italiana – oltre a confutare la mia lettura dimostrandomi che vedo la situazione più nera di quello che è – a rileggersi i libri centrali della <em>Repubblica </em>di Platone, dalla fine del quinto alla fine del settimo, dove sono descritte le doti intellettuali e morali che deve avere chi dedica la propria vita alla ricerca con il desiderio di giovare agli altri oltre che a se stesso. Penso che il rinnovamento dei nostri atenei abbia bisogno di questo. Perché la zizzania smetta di prevalere.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/07/zizzania_in_universita/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
	</channel>
</rss>
