Lungo gli ininterrotti sentieri della filosofia. Su La ragione e i suoi eccessi, l’ultimo libro di Paolo Costa

lunedì, maggio 19, 2014
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Lo trovassimo anche noi un umano
puro, trattenuto, angusto, una striscia nostra di terra feconda
tra fiume e roccia

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, Seconda elegia (vv. 74/76)

La ragione e i suoi eccessi

Paolo Costa, La ragione e i suoi eccessi (Feltrinelli, 2014)

Serve coraggio, in epoche precarie e brutali come quella presente, per scrivere libri di filosofia. Ma serve una vena di benefica follia per scriverne uno come questo. La ragione e i suoi eccessi, che Paolo Costa ha da poco pubblicato per la casa editrice Feltrinelli, non è semplicemente un libro di filosofia, infatti. E non è neppure un libro sulla filosofia, come spesso si ritiene un libro di filosofia debba essere. È invece un libro sui filosofi, qualunque cosa essi siano e ammettendo per ipotesi che esistano. E allora viene subito voglia di chiedere: “ma a chi mai può interessare un libro del genere?”. Non ai filosofi, che un’idea di chi sono, giusta o sbagliata, probabilmente se la sono già fatta. Forse agli altri, allora? Sì, agli altri. Sebbene, con tutta probabilità, anche non pochi filosofi possano trarne qualche utile indicazione.

M’è capitato, talvolta, di chiedermi quale fosse lo stato d’animo più favorevole alla riflessione, atteggiamento di cui la filosofia non è in fondo che una radicalizzazione un poco sospetta. E quasi sempre, in tale esercizio, la mia immaginazione mi ha portato lungo sinuosi sentieri di montagna in leggera pendenza, sotto cieli azzurri solcati da nubi capricciose, e dove lo sguardo era libero di vagare senza che ostacoli si presentassero che il passo filosofico non promettesse di superare nel suo incedere lento e regolare.

È esattamente questo il paesaggio spirituale in cui Paolo Costa conduce il lettore. E anche la ragione per cui di questo libro, benché ne contenga molte, non è facile riassumere la tesi. Se così fosse, infatti, si potrebbe raccontare l’ascensione a una vetta descrivendo gli arredi del rifugio ospitato sulla sua sommità. Invece non si può. Ci proverò, a ogni modo. Anticipando che la risalita ha dieci segnavia, ognuno con un nome: animale, ragione, responsabilità, politica, critica, limite, esempio, tempo, felicità, stupore. E che tali segnavia, dopo molto vagabondare, riconducono, in una spirale, alla stazione di partenza, consegnando il viandante a un euforico senso di lieve inappagamento, al quale egli sentirà di poter rimediare soltanto dando seguito a un nuovo desiderio: quello di rimettersi in cammino.

Il libro ci parla di eccessi. E muove in fondo da una constatazione alquanto incontrovertibile. Lo statuto del filosofo, non meno di quello della disciplina che professa, comunque la s’intenda, sono da tempo decisamente in crisi. E i sintomi di questa condizione sono dati dal suo evidente oscillare tra una sorta di “quietismo teorico”, che interpreta il proprio compito, in ultima istanza, come una sorta di perenne terapia che la ragione attua nei confronti delle proprie stesse idiosincrasie; e la tentazione continua, ben di rado accompagnata da successo, di accreditarsi come uno “specialista affidabile”, in grado in qualche modo, se non di contendere, almeno di condividere con gli scienziati “veri” (matematici, fisici, biologi, neuroscienziati, politologi e così via) il campo del sapere.

Entrambe queste tendenze hanno le loro buone ragioni, storiche e teoriche, naturalmente. E tuttavia, considerate unilateralmente, paiono figlie di un medesimo errore, anzi, di una identica rimozione: quella dell’imprescindibile valore, per l’esistenza umana, di quella sorta di «spiccata sensibilità o ospitalità alle ragioni» che non è altro che il nocciolo più profondo e fecondo dell’habitus filosofico. Ich muss verstehen: io devo capire. È questo l’imperativo categorico della filosofia, acutamente ripreso dall’Autore da un’intervista famosa ad Hannah Arendt. Comandamento che suonerebbe banale, però, se non ne calcolassimo fino in fondo le implicazioni. Io devo capire, infatti, significa riconoscere, non senza avvertire un po’ di sconcerto, che generalmente i ragionamenti filosofici non mettono affatto ordine nel mondo, anzi. E questo perché il loro compito, a dispetto di molte ordinarie attese, non è «risolvere una volta per tutte gli enigmi dell’esistenza», quanto piuttosto accoglierla intera, senza resti. Il che può avvenire solo a condizione che ai ragionamenti filosofici sia restituita, con tutti gli onori, la loro “naturale espansività”, che fa tutt’uno con quella della vita. È la logica oblativa, infatti, a governare la riflessione filosofica. «E questo stile di pensiero, con tutti i suoi eccessi, andrebbe visto anzitutto come un “dono”, un’offerta gratuita di condivisione o, per citare Nietzsche, come un moto di “riconoscenza”». (p. 23)

Nulla, peraltro, è dall’Autore concesso al “pensare oscuro”, “per enigmi”. Né, tantomeno, all’eloquente o magniloquente vaticinio, che tanta e anche tragica parte ha avuto nella storia del pensiero continentale del secolo scorso e anche in tempi recentissimi. Non a questi eccessi, insomma, ci si riferisce. Bensì all’insopprimibile impulso, come ha scritto Novalis, a “sentirsi a casa in ogni luogo”, che sempre porta con sé i segni di un tendenziale disattamento, di una disfunzionalità, derivanti da «una relazione non frontale, obliqua con lo spettacolo del mondo», dettata da un ossimorico eccesso d’equilibrio riflessivo.

Il viaggio cui ci invita La ragione e i suoi eccessi, per quanto detto, muove così da una rivendicazione della “stravaganza filosofica”, di cui si ammette il rischio di farsi pericolosa fuga dalla vita, per inerpicarsi lungo i sentieri della riflessione, i quali, dall’oscuro recesso dell’animale che paziente ospita il nostro homo sapiens, ci sollevano via via all’altezza di domande che non vivono di ragioni soltanto, ma di comunione, giustizia, felicità, mistero.

Tra le tappe di questa avventura potremmo soffermarci, allora, su quella dedicata al concetto di critica, che segue al riconoscimento che la lotta per un’idea positiva del potere, parimenti lontana tanto da ogni forma di fascinazione per qualsivoglia volontà di potenza quanto dal suo fin troppo facile rigetto, è l’essenza della politica.

L’esercizio della critica, infatti, è il compito storico della filosofia, derivando dal suo nocciolo socratico; e fa tutt’uno con un altro concetto centrale, quello di spazio pubblico come spazio delle ragioni, sul cui fondo giacciono, non inerti, gli intrecci della nostra vita emotiva: «luogo di progresso e degenerazione, di ascesa e caduta, di terrore e speranze escatologiche, di esodi e rivoluzioni». Ovunque dominato, quindi, dal valore terribilmente ambiguo della “grandezza”. (p. 122)

Come si concilia, allora, il profilo ambiguo della sfera pubblica con la linearità logica ed etica della critica di cui non di rado la filosofia si fa interprete? E come si può restare fedeli a quel che resta della fichtiana “missione del dotto” senza scadere nell’irrilevanza pratica o nella risentita, e talvolta compiaciuta, rassegnazione all’impossibilità di dare effettività, in questo mondo, agli ideali professati?

La risposta passa da una rilettura della nozione greca di parresia, quel parlar franco all’origine dell’habitus filosofico, rilettura che mi prendo la libertà di definire gentile.

L’esercizio della critica, infatti, anziché muovere alla conquista pugnace di un’irrealistica conciliazione ultimativa dei punti di vista (omologhia), dovrebbe riconoscere al cuore del suo ethos anzitutto l’amore per le controversie. Il suo scopo, allora, cesserebbe d’essere un platonico dialogo muto con se stessi, capace al più di estendersi a una cerchia, a una setta, a una casta oppure a una più moderna conventicola, ma il dialogo anticipato con altri, nucleo di ogni comunione umana possibile. Risiede infatti qui la «radice umanistica» della critica e dunque della filosofia: «Laddove il critico onnilaterale lancia una sfida senza limiti al mondo così com’è, il critico comprendente riconosce la realtà, nella sua densità e fatticità, come l’orizzonte dell’esercizio della libertà». La critica è polemica per essenza, naturalmente. E Polemos per i greci era il demone della guerra, civile anzitutto. Proprio per questo è anche un pericolo per il mondo, che richiede in parte «stabilità e antidoti alla deriva inarrestabile del tempo». E dunque, come l’azione richiede il perdono per consentire alla vita di riprendere il suo corso prosciogliendo gli uomini dagli errori commessi, la critica necessita della comprensione per venire a patti con ciò che è accaduto e riconciliarsi con ciò che esiste. E questa funzione catartica della comprensione «riequilibra la verità della critica e ne bilancia la forza disgregatrice con un vigoroso richiamo alla finitezza umana». (pp. 135/6)

In un’epoca così densa di difficoltà e di tensioni disgregatrici come questa, sono parole, nella loro semplicità, sulle quali meditare. È la nostra, infatti, una di quelle fasi dove sembra imporsi una sorta di “dittatura del presente” e dove alla critica, sotto la pressione dello “stato d’eccezione” più o meno a proposito continuamente evocato, può sembrare non sia dato adeguato spazio, abdicando a ogni principio in nome di qualsivoglia soluzione, vera o presunta, dei problemi. È il ricorrente conflitto tra reale e ideale, dove tuttavia non è sempre facile capire chi sia schierato per il primo e chi per il secondo, quale il partito dei consequenzialisti e quale quello di chi parteggia per un’etica delle convinzioni. Per orientarsi, allora, può essere utile rammentare, lungo il cammino tracciato da Paolo Costa, che «La sfera delle possibilità non realizzate è, senza dubbio, l’ambiente naturale del critico». E che il dissenso non esige tanto la «necessità di affrancarsi dal peso di una realtà appiattita sul presente, quanto il giudizio circa l’urgenza di riconoscere quella pluralità di mondi che già ora è inclusa nel mondo che la critica si propone di disfare e che, spesso, solo un difetto d’immaginazione impedisce di registrare». Lo sbigottimento di fronte al reale, la frustrazione e l’indignazione indotte dall’incapacità di comprenderlo o indirizzarlo, divengono così gli ostacoli primi allo stupore filosofico, perché diversamente da questo, che sempre mantiene aperta la possibilità di farsi sorprendere, rendono ciechi al possibile di cui sempre il presente pullula. «Il compito d’immaginare il mondo», conclude Costa, «va ben al di là del sogno utopico di rovesciarlo come un guanto». (pp. 140)

Sta tutto qui, quindi, il benefico eccesso che caratterizza la ragione filosofica. Esso è antidoto alla sua stessa tendenza a cristallizzarsi in una lettura ideologica della realtà, intellettualizzazione, in fondo, di un qualche partito preso. E si avvale del positivo influsso, sull’impulso compulsivo a determinare e a dichiarare sempre e comunque quella che si ritiene la verità, del limite e della natura opaca anche della condotta umana più esemplare, tappe ulteriori del generoso vagabondare riflessivo dell’Autore: «È un fatto che gli uomini non vivono di solo senso autentico e di esemplarità. Il rischio che si corre allorché ci si propone di pensare l’esistenza dell’agente morale esclusivamente alla luce di un modello di normatività che ha al suo vertice l’immagine dell’opera d’arte come totalità organica è di favorire (…) un sovraccarico dell’esperienza morale degli individui» (p. 181). Una condotta o una vita esemplare, a questo pare condurre l’ininterrotto sentiero imboccato una volta giunti al settimo tornante, sono un propellente formidabile per l’immaginazione estetica, morale o politica. Ma possono tramutarsi nel suo ostacolo più invincibile se non s’accompagnano al silenzioso e rispettoso sguardo che sa accogliere la realtà umana e il mistero racchiuso nella sua non prevedibile e non orientabile fioritura.

È in questo sguardo la scoperta e la proposta che la filosofia ha portato alla vicenda umana. Nulla di risolutivo né dei drammi né degli enigmi del mondo. Nulla che minimamente valga, per noi moderni, a esorcizzare “gli interminati spazi “e “i sovraumani silenzi” di un tempo cosmico in perenne deriva, incommensurabilmente remoto e inconciliabile con quel mondo di taglia media nel quale solamente la nostra vita può mantenere un senso e un valore. Eppure, uno sguardo, nella sua mitezza, straordinariamente capace di farvi fronte, come secoli di meditazione filosofica attorno al problema della felicità hanno dimostrato.

La filosofia, in fondo, deve la sua meraviglia proprio a questo: al saper prendersi cura delle metamorfosi.

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2 commenti a Lungo gli ininterrotti sentieri della filosofia. Su La ragione e i suoi eccessi, l’ultimo libro di Paolo Costa

  1. martedì, maggio 20, 2014 at 10:03

    “Molte sono le forme del divino”, canta Euripide. Molti sono gli stupori del filosofo, argomenta Stefano sulla scorta dell’ultimo libro, che ci si presenta come affascinante e umano, oltre che umanistico. Fra i molti spunti, io che in questo momento pencolo pericolosamente verso il lato etico-pratico della riflessione – mio malgrado e malgrado il richiamo (per me) struggente dell’astratto, di quello che così gli uomini chiamano, vorrei riportare e commentare questo passo: “Una condotta o una vita esemplare, a questo pare condurre l’ininterrotto sentiero imboccato una volta giunti al settimo tornante, sono un propellente formidabile per l’immaginazione estetica, morale o politica. Ma possono tramutarsi nel suo ostacolo più invincibile se non s’accompagnano al silenzioso e rispettoso sguardo che sa accogliere la realtà umana e il mistero racchiuso nella sua non prevedibile e non orientabile fioritura”. Ecco il commento: provate, vi prego, a leggere l’autobiografia di Altiero Spinelli – Come ho cercato di diventare saggio, Il Mulino 1999. Impossibile cadere nel tranello denunciato dalla seconda proposizione citata di Stefano Cardini, mentre si legge. E anche dopo. E dopo: vedere che cosa le forze politiche oggi in campo in Italia – le maggiori – hanno fatto (totale ignoranza, colpevole radicale rimozione) di una visione nuova, davvero pacificamente rivoluzionaria, non solo della nostra Europa, ma delle nazioni, della storia, della politica e dell’economia, una visione tanto più nuova e rivoluzionaria quanto più in profondità radicata in filosofia, da Socrate al Kant della Pace Perpetua allo Husserl de l’Idea d’Europa. Vedere questo, e provare – riguardo alle forze politiche italiane di oggi – sconcerto e un poco di nausea. Ma – rispetto a questa tradizione da cui possiamo rinascere Agenti Razionali Sensibili Morali e Politici (oltre che, se volete, un poco Ironici) – ecco: gratitudine, speranza e pazienza. Non solo distaccato passeggiare in montagna, dunque, la filosofia. E adesso, appena possibile mi tufferò nella lettura di Paolo Costa. Grazie Stefano.

  2. Corrada Cardini
    martedì, maggio 27, 2014 at 11:32

    Mi pongo… dal mio angolo di cittadina e di donna, a questo punto, una domanda… quali forze politiche, in altri tempi, altrove, hanno avuto in sorte di incarnare visioni “pacificamente rivoluzionarie” tanto più “pacificamente rivoluzionarie in quanto radicate in filosofia”?. E mi chiedo se si può chiedere a chi si cala nella fangosa palude della storia reale, fatta da uomini reali, dove sangue e terra convivono aggrovigliati in una lotta per la sopravvivenza che non tollera esclusione di colpi, di essere limpidamente coerente con un mondo di giustizia e pace… se si può giudicarlo dall’alto di un olimpo che si alimenta di pensiero e di sogni… Credo che si debba avere molto chiara la distanza che corre fra il pensiero in potenza e quello in atto… fra le proiezioni ideali che coltiva la volontà e le contraddizioni reali con le quali si deve confrontare l’azione. Due aspetti della eterna vicenda umana da cui non si sfugge… Dramma, tragedia, elegia sono i veri protagonisti della commedia umana… e l’affresco che emerge è intriso di un’inquietante mancanza di contorni chiari e di risposte univoche. Credo che solo accettando tutto questo, e cercando soluzioni che già sappiamo parziali e di breve periodo, rinunciando a sentirci migliori e diversamente umani si possa tentare di capire ciò che attiene alla condizione umana nel suo farsi storia… Già… ma io sono figlia del pensiero dialettico… e marxiano… :-) Il mio grazie va sempre e comunque alla filosofia e ai filosofi di buona volontà!

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