La democrazia in guerra. Una riflessione di Michael Walzer su Dissent Magazine on line su Reset

sabato, agosto 30, 2014
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Esiste un qualcosa che possa essere assimilato a una politica estera di sinistra? Quali sono le idee tipiche della sinistra riguardo al mondo degli esteri? In che occasioni la gente di sinistra ha difeso, a torto o a ragione, l’uso della forza? A ispirarmi tutte queste domande sono state le varie tesi avanzate circa il da farsi in Siria, ma le risposte che cerco sono di carattere più generale, a partire dall’analisi non solo della sinistra com’è oggi ma anche della sinistra storica. Non sono interrogativi semplici: prima di tutto, perché sono esistite – e tuttora esistono – molte sinistre; e in secondo luogo perché le idee della sinistra in materia di politica estera cambiano ben più spesso di quelle che riguardano il contesto sociale interno. Il tratto distintivo della sinistra a casa propria è una relativa coerenza, ma lo stesso discorso non vale affatto all’estero. Tuttavia, è possibile estrapolare una sorta di posizione di massima da cui poi partire per approfondire i vari atteggiamenti alternativi e le argomentazioni sia a favore che contro di essi. Voglio qui passare in rassegna tutte queste tesi e provare a stabilire perché in alcuni casi si siano rivelate valide e in altri assolutamente pessime.

La posizione di massima ha fatto la sua apparizione in epoca precoce nella storia di cui abbiamo traccia documentale. La prima volta l’ho trovata leggendo gli scritti dei profeti biblici, che sono stati spesso fonte di ispirazione per la sinistra occidentale. I profeti sostenevano che se gli israeliti avessero obbedito ai comandamenti divini, se avessero smesso di “pestare la faccia dei miseri” e se avessero fondato una società equa avrebbero potuto vivere nella propria terra per sempre, al sicuro dall’imperialismo assiro e babilonese. La giustizia avrebbe portato con sé sicurezza, oltre a perseguire uno scopo ancora più nobile: Israele sarebbe stata “luce delle nazioni”. Tutto quel che serviva era solo restare fermi e risplendere.

Questa è quella che chiamerò la “posizione di massima” della sinistra: la miglior politica estera consiste nel fare una buona politica interna. Quante volte ci siamo detti contrari a imprese in terra straniera e guerre che ritenevamo superflue insistendo a ribadire come i nostri connazionali avrebbero fatto meglio a concentrare energie e risorse sul problema dell’ingiustizia in patria? La guerra di classe è spesso descritta in termini di conflitto internazionale, ma le battaglie che la riguardano sono quasi sempre a carattere locale e le vittorie, quando ci sono, si festeggiano in casa e solo in un secondo momento vengono sbandierate come esempi da imitare all’estero (così come molto spesso avviene per la socialdemocrazia svedese). La neutralità della Svezia è un modo intelligente per avere una politica estera che non richieda politica estera e lascia il massimo spazio a disposizione per lo sviluppo in ambito domestico. La sinistra riesce meglio a creare società decorose nei contesti in cui è più attivamente coinvolta in patria. (continua la lettura su Reset)

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Un commento a La democrazia in guerra. Una riflessione di Michael Walzer su Dissent Magazine on line su Reset

  1. martedì, settembre 9, 2014 at 22:04

    Ben altro commento richiederebbe il lungo, articolato, complesso saggio di Michael Walzer. E molto più tempo di quanto ne abbia un non specialista, per leggerlo e capirlo a fondo. Mi pernmetto un solo commento: occorrerebbe far seguire a questa analisi una riflessione…. da un punto di vista un po’ meno americanocentrico! Ho molto apprezzato i riferimenti a Dwight MacDonald, Mary McCarthy e Politics: perché allora non recuperare uno degli splendidi saggi che Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone scrivevano in quegli anni, alcuni proprio su Politics, altri su Tempo presente? Esiste un bellissimo sito dove potete ritrovarne molti (http://www.bibliotecaginobianco.it/)- ma perché Walzer non ricorda che su quelle stesse linee c’erano almeno anche Albert Camus (a poroposito delle battute sanguinarie di Sartre!), Czeslaw Milosz, Jeanne Hersch, e (ma sono solo pochi nomi a caso) Altiero Spinelli? E, a proposito: come mai (o mi è sfuggita) la menzione della sola grande idea di politica estera che sia all’altezza delle tradizioni filosofiche del progressismo europeo – l’aver capito che con il secolo del nazionalsolcialismo e dei comunismi nazionali (si fa per dire) doveva finalmente finire il prestigio dell’idea di nazione, e cominciare l’era della costruzione delle federazioni sovranazionali? Se, putacaso, oggi l’Europa si degnasse di avere una politica estera degna del nome, non dovrebbe assomigliare a un’idea progressista infinitamente di più di quelle (inesistenti se non nel piccolo dei loro reciproci egoismi) delle singole mnazioni europee?

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