“Il dibattito su Heidegger: la posta in gioco” – di Jeanne Hersch

sabato, marzo 21, 2015
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In preparazione del dibattito annunciato per il 24 marzo presso l’Università San Raffaele (http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2015/03/seminario-antisemitismo-sanraffaele/) ripubblichiamo qui il testo, citato da alcuni dei partecipanti nei loro scritti, di Jeanne Hersch (1910-2000: allieva di Jaspers, volle andare ad ascoltare dal vivo le lezioni di Heidegger a Friburgo nel ’33-34. Dovette rientrare precipitosamente a Ginevra, naturalmente, in quanto di origine ebraica. Ma per tutta la sua lunga vita approfondì – fra l’altro – anche la questione dell’anti-Socrate del Novecento). Il saggio che ripubblichiamo è lo scritto in cui riassume i risultati di una lunga meditazione su questa dolorosa questione: Les enjeux du débat autour de Heidegger, in: “Commentaire, n. 42, vol. II, 1988, trad. it. S. Tarantino, Oltre la persecuzione, A c. di R. Ascarelli, Carocci 2004, 54-68.

 

Il dibattito su Heidegger: la posta in gioco

Jeanne Hersch

L’opera di Heidegger ha avuto, a partire dalla pubblicazione nel 1927 di Sein und Zeit, un tale successo in Germania e soprattutto in Francia, da funzionare come elemento rivelatore per un’analisi spirituale, intellettuale, affettiva, del nostro secolo. Questo successo è tanto più notevole in quanto Sein und Zeit è in realtà un’opera incompiuta e i testi pubblicati in seguito non sono altro che dei brevi opuscoli. Inoltre, abbiamo costatato che i primi commenti entusiasti, in Francia, hanno preceduto le traduzioni, e si può mettere in dubbio che alcuni autori di questi commenti abbiano avuto del tedesco una conoscenza sufficiente da permettere loro di leggere l’originale.

Sappiamo che Martin Heidegger fu nominato, alla fine dell’aprile del 1933, primo rettore del nuovo regime hitleriano all’Università di Freiburg-in-Brisgau; egli divenne membro, nello stesso tempo, del partito nazional-socialista e lo resterà fino al 1945, pagando regolarmente le sue quote. Si dimise dalla carica di rettore dopo circa un anno. Dopo la sconfitta tedesca, fu privato della sua cattedra per qualche anno; ha sempre potuto, nondimeno, lavorare, scrivere, pubblicare, fare delle conferenze in Germania e all’estero.

La sua fama e la sua influenza non hanno subito alcun danno. Ciascuno dei suoi ammiratori ha trovato una maniera di digerire questo passato. Gli uni hanno cercato di ridurlo a un errore di breve durata e di poca importanza; gli altri, a un semplice opportunismo, comune a milioni di tedeschi. Altri ancora separavano completamente gli atti, le parole, il comportamento di Heidegger, durante questo periodo, dal suo pensiero e dalla sua opera filosofica. Jean Wahl, per esempio, rifiutò di rimettere piede a Cerisy-la-Salle perché Heidegger vi era stato invitato dopo la fine della guerra, ma continuò a consacrargli numerosi corsi alla Sorbona. Era normale trovare, sotto la penna di autori francesi, a proposito di Heidegger, delle espressioni come: “il più grande dei filosofi contemporanei”, o “uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi”. E non si contano più gli studi che gli sono stati dedicati.

È in questo clima che è apparso in Francia il libro di Farias, Heidegger e il nazismo, che non aveva trovato un editore in Germania. Farias non ha fatto un lavoro da filosofo ma da storico, e non sono mancati i tentativi di screditarlo. Si è, per esempio, messo in evidenza, più volte, la confusione tra Sachsenhausen, quartiere periferico di Francoforte, e un campo di concentramento dallo stesso nome, – confusione che d’altronde, non cambia niente nell’essenziale. Considerando il numero dei dati e dei riferimenti contenuti in questo libro, questo mi sembra un errore trascurabile; il fatto che sia stato rilevato e sottolineato con tanta insistenza non annulla la credibilità dell’opera. Le ricerche di Farias furono difficili perché le fonti, quelle più necessarie, restano gelosamente protette e inaccessibili. La debolezza dell’argomentazione, in certi punti, viene dal fatto che, in molti casi, egli non ha avuto accesso alle fonti dirette. Farias è dovuto ricorrere a degli indizi indiretti, come ad esempio la pubblicazione di articoli in questa o quella rivista a fianco di nazisti ben noti, o la partecipazione sempre a loro fianco a questa o a quella impresa culturale. Nella maggior parte dei casi è ingiusto parlare, a questo proposito, di un “amalgama”, come si è fatto. Il libro acquisterebbe tuttavia maggior solidità se si eliminassero certe “dimostrazioni” che rivelano tutt’al più un ambiente o un’atmosfera.

Siccome io ho vissuto il semestre d’estate del 1933 da studentessa a Friburgo sotto il rettorato di Heidegger, posso testimoniare che, per tutto ciò che ho visto con i miei occhi e sentito con le mie orecchie, il libro di Farias è esatto e prudente, – molto di più dell’articolo in cui Fédier, ad esempio, (Le Débat, gennaio/febbraio1988), lo accusa addirittura di falsificazione.

La parte più debole del libro di Farias è quella in cui tenta di spiegare le dimissioni di Heidegger dall’incarico di rettore con la sconfitta di una fazione interna al nazional-socialismo, quella delle S.A. e di Roehm, alla quale andavano le sue preferenze. Io penso che queste dimissioni si debbano spiegare in modo completamente diverso, come proverò a dimostrare. (continua la lettura qui)

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