Del mestiere di pensare. E dell’arte di discutere. Riflessioni augurali in vista del seminario all’Università Vita-Salute San Raffaele sui Quaderni neri di Martin Heidegger

lunedì, marzo 23, 2015
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Domani si terrà all’Università Vita-Salute San Raffaele un seminario attorno ai Quaderni neri di Martin Heidegger. All’evento parteciperà Donatella Di Cesare, autrice del volume Heidegger e gli ebrei (Bollati-Boringhieri, 2014) a suo tempo da me recensito sul Phenomenology Lab. Insieme alla studiosa, ne discuteranno Roberta De Monticelli, Roberto Mordacci, Vincenzo Vitiello, Giacomo Petrarca e Francesco Valagussa. Dato che, per ragioni di tempo, sapevo che non avrei potuto assistere all’incontro, nei giorni scorsi avevo scritto qualche breve riflessione augurale, suggeritami da alcune recenti letture. L’avevo poi inviata per la pubblicazione agli amici della rivista Scenari, qualora l’avessero ritenuta interessante, per riprenderla poi eventualmente sul Lab. Dopo un primo sì, mi è stato risposto che la pubblicazione non sarebbe avvenuta, perché il suo contenuto sarebbe stato ritenuto “provocatorio”, alimentando polemiche che per statuto la rivista preferisce non suscitare. Singolare, per un contributo che le polemiche, semmai, aveva l’obiettivo di scongiurare. Lascio al lettore la valutazione del merito, a ogni modo. Mi limito a precisare che, quand’anche le mie note risultassero “provocatorie” per qualcuno, sarebbe dimostrazione di saggezza, da parte sua, attribuirmene intera la responsabilità. So sbagliare da solo.

Partirò da un articolo di Donatella Di Cesare pubblicato su Scenari, con il quale la studiosa ha criticato un precedente articolo nel quale Andrea Zhok, sulla stessa rivista, offriva una propria chiave di lettura del discusso “antisemitismo” di Heidegger, senza né contestare né richiamare le tesi della studiosa. Non entro nel merito delle singole obiezioni, alle quali Zhok ha ribattuto non senza efficacia. A colpirmi è stato lo stile generale della critica. A Zhok è stata rimproverata una lettura dei testi superficiale, parziale e lacunosa, ovvero, esecrabile sotto il profilo “scientifico” perché non corrispondente a un’adeguata applicazione delle norme di buona interpretazione del testo.

Tempo dopo mi sono imbattuto in un articolo di Maurizio Borghi, traduttore e interprete di Heidegger, riferito al libro di Donatella Di Cesare. L’articolo, anche in questo caso, era aspramente critico. E, curiosamente, rimproverava a sua volta a Donatella Di Cesare una lettura dei Quaderni neri superficiale, parziale e lacunosa. Aggiungendo oltretutto un giudizio ancora più pregiudizievole sul piano etico: la deliberata forzatura interpretativa, arbitraria e ideologica, da parte dell’Autrice.

In entrambi casi ci troviamo di fronte a qualcosa come una “scomunica scientifica”.

Reduce dalla lettura dell’interessante, ma non persuasivo, libretto di Diego Marconi Il mestiere di pensare (Einaudi, 2014), mi sono chiesto a che gioco giochino i filosofi quando discutono o dicono di discutere di filosofia. I due esempi citati, infatti, non sono isolati. L’assenza di un approfondito e partecipato discorso pubblico attorno a questioni riconducibili alla filosofia, infatti, è spesso compensato da questo genere di dispute tra “specialisti”, dove la mossa argomentativa decisiva, e non di rado l’unica, è screditare sul piano “scientifico”, se non addirittura accademico, l’avversario. Peccato che il genere di “prove” addotte, nella maggior parte dei casi, siano incapaci di sostenere l’onere di una simile messa fuori gioco. L’impressione è che ci si provi a sbarazzare dell’interlocutore semplicemente al fine di non confrontarsi davvero con le sue tesi. E in questo modo si perdano, pur nelle legittime divergenze, occasioni di approfondimento, sfaccettature, prospettive comunque nuove e non di rado interessanti.

Mi limito a fare qualche esempio. L’articolo di Andrea Zhok sull’antisemitismo di Martin Heidegger non presentava in realtà alcuna inconciliabilità irriducibile con le tesi di Donatella Di Cesare. Si riconosceva l’evidente antisemitismo di alcuni passaggi ormai noti dei Quaderni. Ma anziché elevarlo al rango di figura metafisica, se ne mostrava la debolezza teorica, la povertà culturale, la banalità storica. Accade anche ai filosofi più sottili di travestire di concetti altisonanti pregiudizi o idiosincrasie in realtà già ampiamente penetrati nel senso comune del proprio tempo. Questo non soltanto non attenua ma probabilmente aggrava la responsabilità di Heidegger, come Zhok evidenzia. Ridimensiona, tuttavia, la portata della sua tesi, cui la Di Cesare, invero molto heideggerianamente, tende invece ad attribuire, a corredo della sua riflessione critica sulla modernità, un rilievo ontologico e storico peculiare.

Viene da chiedersi: e allora? Si può porre l’accento sullo sfondo storico dei passaggi antisemiti di Heidegger, come fa Zhok. O dare rilievo alla loro figura, come fa Di Cesare. Ma è ben difficile si possa “provare” che l’una chiave escluda logicamente e storicamente l’altra o addirittura che sia la sola legittima. Non si capisce, pertanto, per quale ragione si debba radicalizzare la critica al punto di sentire l’esigenza di screditare l’interlocutore, sostenendo che non ha letto abbastanza o non ha letto bene o comunque non ha capito. Questo, a chi scrive, pare un surrogato del rigore, che tenta attraverso un uso apparentemente minuzioso della esegesi testuale di accreditarsi come “scientifico”.

Non è questo il metodo da seguire per chi dovrebbe rivendicare il mestiere di pensare, per riprendere il titolo del libro di Marconi. Esiste uno spazio del discorso, che è lo spazio propriamente filosofico, e che anche Marconi sembra sottovalutare, in cui si debbono far valere le proprie opzioni interpretative senza pretendere di mettere fuori gioco l’avversario con argomenti “conclusivi”. E questo spazio è tanto più ampio quanto più intende confrontarsi sul piano dei valori con atteggiamenti intellettuali cruciali e con le vicende storiche in cui s’inseriscono. Questo non è affatto relativismo. Non sarebbe possibile alcun contrasto, infatti, se non si dovesse logicamente assumere fin dall’inizio che un giudizio di maggior o minor valore sia ricercabile secondo un criterio almeno in linea di principio condivisibile. Si tratta, semmai, di una posizione che a tale giudizio riconosce una natura essenzialmente prospettica e contestuale, il fatto cioè di essere sempre soggetto a istanze presenti e, pertanto, mai fino in fondo universalizzabili.

La situazione non migliora, d’altronde, a leggere la critica di Maurizio Borghi a Donatella Di Cesare. Non entro, anche qui, nel merito di singole obiezioni esegetiche, talvolta accoglibili. M’interessa il tenore generale, che si evince in particolare dalle pagine finali, dove si biasima la presunta tesi di Donatella Di Cesare secondo la quale lo sterminio degli ebrei sarebbe avvenuto in ultima istanza “a causa” della filosofia tedesca. Ora, per quanto Donatella Di Cesare compia un excursus storico volto a ricostruire la genesi, e più spesso la paradossale eterogenesi, che dall’antigiudaismo cristiano ha portato alle pratiche e teorizzazioni antisemite, è ben difficile sostenere abbia banalmente imputato alla filosofia tedesca (da Lutero a Frege, passando per Nietzsche e Kant!) la Shoah. Ma ancora più stravagante appare l’argomento di Borghi in base al quale in linea di principio la filosofia non potrebbe mai ispirare un crimine, salvo della filosofia si abbia un’idea “meschina” (quale Egli evidentemente rimprovera a Donatella Di Cesare). Dato che la casistica storica difficilmente consentirebbe una tesi così radicale, evidentemente Borghi ritiene che ogniqualvolta incidentalmente qualche pensatore abbia ispirato un crimine lo abbia fatto non in veste di filosofo o comunque non di “buon” filosofo. Ma anche ammesso si possa sollevare la filosofia da un simile rischio, e dalle responsabilità che ne conseguono, salvo casi a noi non noti di personalità dissociata, resterebbe comunque aperta la domanda sul perché quel tal filosofo, così interessato alla verità, all’autenticità, alla meccanizzazione disumanizzante del mondo, non abbia esitato, in pubblico e in privato, e con argomenti non privi di nessi con il suo pensiero, ad aderire a un’organizzazione politica che ben prima di pianificare l’annientamento fisico degli Ebrei nel suo Paese ne aveva legittimata la persecuzione. A me pare che Donatella Di Cesare abbia tentato di dare una risposta a questa domanda, una risposta interpretativa, certo, come sempre questo genere di risposte, e dunque discutibile. Ma anche una risposta non stigmatizzabile a partire da una sorta di presunzione d’innocenza di un’idea di “filosofia” a tal punto sradicata dalla storia. Meraviglia che uno studioso di Heidegger rivendichi un’ideale filosofico così astratto. Ed è curioso il modo in cui, nel difendere il filosofo di Messkirch, Egli finisca con il ritrovarsi fianco a fianco con alcuni dei suoi più accesi detrattori, indisponibili a riconoscere ogni e qualsiasi forma di derivazione, o anche solo di compatibilità, tra la filosofia che prediligono (non heideggeriana) e l’antisemitismo.

Accade così, nella critica di Borghi a Di Cesare non meno che in quella di Di Cesare a Zhok, che anziché provare a rovesciare, magari dal lato opposto, la zolla interpretativa che l’avversario ha in qualche modo smosso, si preferisca darle un bel colpo in testa, decisi a rimetterla al suo posto. Ma si sorvola sul merito, privandosi dell’opportunità di integrare o corroborare la propria prospettiva di lettura a partire dalla diversa angolatura offerta. Purtroppo, però, se è possibile che una mossa così perentoria possa avere buon fine negli orientamenti di ricerca che ambiscono accreditarsi presso la comunità “scientifica” secondo gli standard delle scienze “dure”, con risultati meno riconosciuti, peraltro, di quanto Marconi probabilmente vorrebbe, essa non funziona per la generalità delle questioni che la filosofia affronta, tra le quali troviamo quelle di cui al seminario. Qui, infatti, la pretesa “scientifica”, riducendosi a polemica più o meno capziosamente esegetica, rischia rapidamente di rendere lo spazio del dialogo angusto, scolastico, ininteressante oltre i confini della disputa accademica, non a caso sempre più marginali e ignorati dai più. Interrogarsi sui Quaderni neri, come ogni interrogarsi sul valore di un certo atteggiamento intellettuale in una vicenda storica decisiva, ha un senso soltanto nella misura in cui contribuisce a orientare le nostre presenti scelte di valore. Speriamo che i convenuti se ne ricordino. Esistono anche errori intelligenti, infatti. E persino illuminanti.

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8 commenti a Del mestiere di pensare. E dell’arte di discutere. Riflessioni augurali in vista del seminario all’Università Vita-Salute San Raffaele sui Quaderni neri di Martin Heidegger

  1. martedì, marzo 24, 2015 at 10:12

    Ragionamento limpido, condivisibile e… probabilmente inutile. Perché? Me lo chiedo spesso anch’io.

    Odo Marquard ha provato a sostenere la tesi che il grande pregio epistemico dell’inconcludenza del ragionamento filosofico consisterebbe nell’allenamento a sopportare la frustrazione derivante dall’eccedenza di buone ragioni nel mondo. In questo senso, l’isostenia scettica (cioè l’equipollenza degli argomenti) andrebbe vista come la norma e non l’eccezione del discorso filosofico e sarebbe proprio questo a fare dello scetticismo allo stesso tempo la malattia e la medicina del mestiere di pensare (come attesta anche l’immagine del purgante che si autopurga resa celebre da Sesto Empirico).

    Ciò che rimane fuori da questo quadretto edificante, però, è un’altra caratteristica ben nota della psicologia umana. E cioè che l’incertezza suscita ansia e che un modo naturale ed efficace di rispondere all’ansia è alzare i toni e sostituire alla prudenziale sospensione del giudizio un’affermazione caustica e sprezzante. Questa a sua volta produce una escalation di giudizi tonanti in cui la questione in sé retrocede sullo sfondo, mentre in primo piano emerge la stoffa hobbesiana di cui sono fatte le nostre vite, nella gestione della quale le qualità specifiche richieste dal lavoro filosofico contano meno di zero e ciò che prevale, alla fine, è proprio ciò di cui la filosofia, con la sua cura delle ragioni, dovrebbe essere una confutazione in re: la lotta per l’esistenza.

    Triste ironia della sorte…

    Un’ultima osservazione: il fatto che qualche solerte redattore di “Scenari” abbia giudicato l’intervento di Stefano una “provocazione” chiarisce meglio di qualsiasi altra cosa in che razza di mondo capovolto siamo condannati a vivere oggi.

  2. Andrea Zhok
    martedì, marzo 24, 2015 at 13:16

    Per Paolo Costa. Per questioni di privacy non posso chiarire la situazione, ma, come membro della redazione di Scenari ci tengo a precisare che, per avvenuti cambiamenti, una situazione del genere non si verificherà più.

  3. Claudio
    martedì, marzo 24, 2015 at 16:27

    Per mera informazione, su micromega è uscito un articolo assai critico di RICHARD WOLIN nei confronti di Heidegger.

    —> http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/03/23/heidegger-l%E2%80%99olocausto-come-atto-di-autoannientamento-ebraico/

  4. martedì, marzo 24, 2015 at 20:24

    Reduce dalla giornata di discussione di oggi, mi par bella questa occasione di farne il punto in dialogo con alcuni amici, e con chiunque vorrà aggiungersi a questa conversazione. Nella speranza che qualcuno dei presenti alla giornata voglia farlo, senza remore, con franchezza e chiarezza, come ciascuno ha provato a fare oggi.
    La prima cosa che vorrei dire è che – nonostante le premesse potessero, dati gli strani comportamenti di Scenari, far temere un dialogo fra sordi, io credo che invece dialogo ci sia stato eccome, e fra bene udenti. E a me pare di aver imparato alcune cose, se non altro sulle convinzioni dei colleghi con i quali ho francamente e appassionatamente discusso. Oggi, come sempre: ma oggi l’occasione era particolarmente istruttiva, dato che l’autore che infine era – tramite le sue idee – origine della discussione (Heidegger) era anche la matrice comune delle – pur diversificate, con diverse accentuazioni – tesi di fondo di praticamente tutti i relatori, senior e junior (e devo dunque, date le nostre consuetudini, ringraziare Francesco Valagussa di aver invitato una persona de partibus infidelium: nel senso che le mie tesi di fondo non avevano effettivamente quella matrice).
    Ebbene: vorrei davvero che Stefano Cardini fosse stato presente, per verificare di persona che il tipo di astiosa delegittimazione “scientifica” (accademico erudita, in apparenza, ma fortemente idiosincratica e spesso, semplicemente, egotistica) che lui giustamente riprova, non è affatto l’unica possibile maniera di critica e discussione in cui i filosofi possano entrare. Come sempre, dipende da noi. Dipende da chi critica, dipende da chi risponde, dipende dall’impostazione della critica, che in certo modo delimita lo spazio delle risposte pertinenti.
    Ora questo non significa, però, che la discussione non possa e non debba essere radicale. Attenzione: non c’è veramente alcun “disprezzo” del proprio interlocutore, mi pare, a chiedergli ragione di quello che afferma, e quando sembra di imbattersi in una contraddizione, a rimarcarlo. Tecnicamente si chiama reductio ad absurdum, ma chi vi incorre può sempre cercar di dimostrare che l’interlocutore non ha usato le parole nello stesso modo in cui le ha usate lui/lei, che all’interlocutore è sfuggito un passaggio, eccetera.
    Io credo di aver mostrato che alcuni interlocutori si trovano, effettivamente in contraddizione. Non vi annoierò qui sul dettaglio, tanto più che spero di poter presto postare il testo a partire da cui ho parlato. E può darsi bene che io mi sbagli, che cioè le mie argomentazioni non siano affatto state conclusive. Tuttavia, tutto mi sarei aspettata, tranne che… un cedimento degli interlocutori su tutta la linea. Così, io avevo concluso la mia argomentazione con la tesi che il pensiero di Heidegger è molto peggio, agli occhi almeno di un filosofo socratico, che nazista, o semplicemente antisemita: è il pensiero di un sofista. Su questo punto Enzo Vitiello ha costruito tutto il suo discorso: io SONO un sofista – ha rivendicato – e sono orgoglioso di esserlo. Infatti la ragione è come il gioco degli scacchi: o accetti quelle regole o non giochi. E io – sosteneva Vitiello, parlando in prima persona – non accetto regole imposte. Alla mia domanda, che cosa stesse facendo, in quanto “disputava”, se non giocare al gioco della ragione, non ha risposto. Ma alla stessa identica maniera Massimo Donà ha chiuso l’intero convegno, tornando generosamente su questo tema: beata la De Monticelli, che crede si possa distinguere il sofista dal filosofo (in effetti avevo dato un criterio, che volentieri esporrò a chi me ne chiedesse: e come tutti i criteri, funziona se siamo disposti ad applicarlo spassionatamente a chiunque, noi stessi compresi). Ma, ha aggiunto, chieder ragione di quello che si dice è un gioco onanistico (ha detto proprio: “una masturbazione”), perché io (questa volta parlava di me) accetterò solo le mie ragioni, e non quelle altrui (curioso: io avevo detto che vale come ragione o fondamento di giustificazione di una tesi SOLO quella che sia universalmente riconoscibile come tale, purché altri sia posto nelle condizioni di vederla, e per vedere se lo è non resta che ascoltare ciascuno: se la riconosce o no. Così va avanti la discussione, di solito, e di solito si fanno molti progressi!) – In ogni caso, il punto più emozionante è stato quando un ragazzo, chiedendo a DDC come fosse possibile pensare entro schemi heideggeriani (compresa la tesi che gli ebrei, in quanto agenti della modernità e quindi responsabili della storia dell’occidente, cioè dello sradicamento dell’ente dall’essere, della riduzione dell’essere all’ente e del mondo a disponibile per la tecnica, e della macchinazione universale che ne deriva, si sono sterminati da soli) e insieme non essere d’accordo (come timidamente il ragazzo suggeriva) con la tesi che gli ebrei si sono sterminati da soli. È stato un momento emozionante, perché a quel punto DDC ha detto che una differenza fra l’agricoltura meccanizzata e industriale e l’industria nazista della morte mediante gas c’è, ed è la responsabilità umana di chi ha deciso la seconda. Non ho potuto trattenere un grido di giubilo. Doccia fredda: DDC ha proseguito dicendo che pur essendo (ha sostenuto) il problema che cosa sia l’ebraismo quello vero e centrale – lei non intende definire il concetto, perché definizione è violenza (così come è violenza pretendere che un’affermazione sia vera o sia falsa, anzi è violenza pretendere che uno stia facendo un’affermazione: ma questo l’ha detto solo a me, a mensa). Dunque per quattro-cinque ore abbiamo parlato, senza sapere di cosa stavamo parlando. Ecco perché a volte avevo l’impressione di perdere un po’ il filo.
    Su molto sorvolo, comprese le mie domande a Giacomo Petrarca, se avrebbe provato a convincere anche Sophie Scholl (la ragazza della Rosa Bianca) che in realtà il Kant orgogliosamente citato da uno dei volantini che le costarono la vita, con il suo principio di universalizzazione della massima morale, mostra una chiara inclinazione totalitaria (tesi di Giacomo Petrarca, e prima, a quanto pare, di Rosenzweig, proprio quello de La Stella della redenzione); e a Enzo Vitiello, se avrebbe sostenuto anche in cielo, di fronte ai caduti del Ghetto di Varsavia, la tesi appena da lui sostenuta che non c’è più libertà (e responsabilità) nell’azione di un uomo di quanto ci sia nella pioggia che cade. Perché cos’è l’Angestellte (i.e: l’impiegato)? L’Angestellte “decide” di eseguire gli ordini: ma come è arrivato a fare l’impiegato, che cosa lo ha messo in questa posizione, eccetera, eccetera?
    Lasciatemelo confessare. Ho avuto un senso quasi liberatorio, ilare, di leggerezza. Perché sentivo in cuore che, dovessi ancora mille e mille volte al giorno tornare su una distinzione elementare come quella fra morale e moralismo, oppure fra arbitrio e fondatezza, oppure fra il giallo e il blu, oppure fra la più infame delle vigliaccate e il più nobile dei gesti umani, ebbene, questo è il mio umile mestiere (la “passione per le distinzioni”, ricordate, lo chiamava Moritz Geiger, un fenomenologo della bellezza), e sono grata alla sorte di avermi concesso di esercitarlo, senza limiti di tempo, di noia o di fame.
    Anche perché la realtà, per una volta fra mille (di solito resto più facilmente nella sola compagnia dell’idealità!) era con me: tutte queste distinzioni le stavo tentando in un’aula di Filosofia, denominata “La Scuola di Atene”, e che sulla parete di fondo porta una riproduzione del famoso affresco di Raffaello. Certo, resta aperta la questione grande: che pensieri porteranno nel mondo, i ragazzi che oggi erano lì a sentirci? Non lo so. Eppure, mai come questa sera, uscendo da quell’aula, nei confronti di quelle care, paterne figure – Platone col suo dito alzato, Aristotele con l’Etica in mano – la mia gratitudine è stata più intensa. Ecco: poiché molti ragazzi, qui, sembra credano soltanto in ciò che esiste: grazie, dolci antichissimi padri nostri, grazie. Di essere esistiti.

  5. Andrea Zhok
    martedì, marzo 24, 2015 at 21:18

    Logica, definizione, contraddizione, categorizzazione, inferenza, verità non sono tutta la razionalità cui si può attingere; e talora chi si fa schermo dei modi della logica per evitare lo sforzo dell’ascolto esercita davvero una sorta di ‘violenza’, che è però più sobriamente definita come ‘ottusità’. Ma molto peggio di questa ‘violenza’ o ‘ottusità’ è l’abdicazione al tentativo di perseguire ragione e verità: chi pensa di evitare la ‘violenza’ del pensiero sottraendosi al telos della verità finisce inesorabilmente per preparare il terreno a chi la violenza la esercita in modo molto meno accademico e metaforico.

  6. Stefano Cardini
    martedì, marzo 24, 2015 at 22:24

    Grazie Roberta, per l’effervescente e per alcuni versi consolante resoconto. È stato un peccato non poter assistere. D’altronde, sono da poco rientrato dalla redazione dove, opportunamente disumanizzato, mi sono dovuto fermare fino a invio definitivo del giornale in tipografia. Stando al tuo racconto, però, devo confessare che, se di fronte alla tragica grandezza del tema, la risposta di parte heideggeriana è più o meno una rivendicazione delle ragioni (ops! Che dico…) della sofistica contro le pretese di verità della filosofia, direi che a pensiero stiamo più o meno a zero. Sono d’accordo con Andrea (ma ne abbiamo discusso tante volte, io e te): la razionalità, anche quella della scuola di Atene, per la quale coltiviamo insieme tanta passione, è un concetto più ampio e sfrangiato di quello che una logica, anche una logica dell’etica, intende. E questo benché la logica resti imprescindibile. È anche a questo che volevano alludere le mie “riflessioni augurali”. La fenomenologia (non è soltanto uno slogan) è passione per le distinzioni. Ma le più sottili, e dunque almeno per me le più interessanti, sono proprio quelle più prossime alla linea d’ombra che separa o a volte sembra soltanto separare un concetto da un altro. Sono anche le distinzioni più scomode, certamente. Le più imbarazzanti e forse in certi momenti anche le più rischiose. Ma se si ha fiducia di non perdere il controllo della rotta. Se si crede fino in fondo nella propria capacità di non smarrirsi al primo immergersi nell’oscurità, se ne può trarre grande vantaggio, credo. Io non ho mai tradito la logica e mai lo farò, stanne certa. Ma la logica, sì, devo ammettere che qualche volta mi ha tradito, dandomi da pensare. E allora ho dovuto guardare più in là. Dove non c’era ombra di sofisti, comunque. Anzi, ai sofisti nessuno prestava particolare attenzione.

  7. Claudio
    mercoledì, marzo 25, 2015 at 17:48

    Anche se il peso e il ruolo della coscienza sembrano essere stati collocati in secondo piano sulla base del fatto che in ambito filosofico non costituisce un fondamento universale (faccio riferimento al mio post che scrissi in questo link: http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2014/11/heidegger-quaderni-neri-di-cesare), ho idea però che nei disastri umanitari del passato c’entri in qual modo, tra i vari fattori, anche l’abiura,la negazione, la disintegrazione del ruolo della coscienza nella società, nelle relazioni sociali (sopratutto oggi in ambito economico, dove stiamo ormai sempre più assistendo al trionfo del post-modernismo). Dal mio modestissimo punto di vista,forse la filosofia dovrebbe tentare di dimostrare come la presunta assenza di un fondamento universale nella società non deve per forza di cose implicare l’annientamento, la distruzione, la violenza, il depauperimento della dimensione umana e il suo asservimento alla logica scientifica.

  8. Alessandra Dall'Olio
    giovedì, marzo 26, 2015 at 00:18

    Trovo violento e assurdo giudicare violente delle domande. Trovo violento e assurdo non voler prendere posizioni rispetto a questioni imprescindibili dal punto di vista morale e valoriale. Trovo umanamente impossibile non averne. Trovo che l’intervento dell’autrice del libro sia stata una disamina storico-descrittiva più che un illustre esempio di filosofia (allo stesso modo in cui nei libri di storia del liceo si trovano eventi storici raccontati di soppiato). Questa non è filosofia, e non è, in definitiva, vita. Le posizioni ci sono, esistono nella coscienza di ognuno. Credo, tuttavia, sia molto più semplice non volersi esporre. Credo sia molto più semplice affermare di essere sofisti, affermare che il principio di non-contraddizione fallisce, affermare che non eiste una ragione delle ragioni. Questo facilmente dà giustificazione degli errori, delle mancanze delle contraddizioni.
    La frase che più mi ha colpito è stata quella in cui si è detto che, guardandosi intorno, non si vede la potenza di questa ragione che giudica se stessa e si dà norme di validità autonomamente. Ed è in tal modo,che a mio avviso, si continua a perpetuare il fallimento della società contemporanea. “In fondo è cosi, basta accettarlo” (Per dirla con la frase di Seneca, ripresa da Schopenhauer: “fata volentem ducunt, nolentem trahunt”) Sono un’alunna dell’università ed ero presente all’incontro. Basti pensare che mentre ho provato timidamente ad applaudire ad un’affermazione a cui ero d’accordo sono stata ripresa in malomodo senza che neppure mi sia stata data possibilità di replica. E nel momento immediatamente seguente,in cui volevo provare con educazione a giustificare il fatto che fossi presa dal dibattito, senza voler dare fastidio a nessuno, messa a tacere con un imbarazzante e violento “shhht!”. C’è chi le ragioni non le vuole ascoltare, cosi non solo le nega, ma nega il criterio per affermarle. Chi in questo modo, chi con un imbarazzante, mortificante e inopportuno “Shhht!”
    Da alunna presente, e ancora alle prime armi, ringrazio chi con tanto ardore ha difeso le fondamenta del nostro “mestiere”.

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