Quale democrazia? Il Senato delle competenze

venerdì, settembre 25, 2015
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Devo dire che l’attuale discussione sul futuro del Senato mi lascia veramente sgomento e incredulo. Ricordo di aver letto, ormai molto tempo fa, un bell’articolo di Armando Massarenti, che si era inserito nell’attuale discussione sull’abolizione o trasformazione del Senato e proponeva di trasformare il Senato in una sorta di Camera alta delle competenze. Che fine ha fatto questa idea? Sembra che sia completamente rimossa… Certo l’idea era chiaramente utopistica, elitaria. Forse un po’ richiamava l’imperialismo filosofico della Repubblica di Platone in cui si chiamavano i filosofi a governare. Tuttavia ….

Tuttavia il problema esiste: finora le decisioni e le delibere in questo paese sono state prese a tutti i livelli, dal consiglio comunale al Senato, in base a una discussione politica che segue una logica alla Razzi, e l’opinione pubblica si è fatta un’opinione anche su fatti rilevanti (Englaro, staminali, ecc.) e ha votato in base a talk show in cui la più rilevante informazione che passava era magari il “capra”, urlato decine di volte dallo Sgarbi di turno.

Democrazia non è populismo. Questo significa che sarebbe importante prevedere uno spazio di confronto propositivo che si basi sul ragionamento, sulle argomentazioni, sulle competenze. Siamo veramente sicuri che questi problemi debbano rimanere confinati nei seminari filosofici? Non esiste infatti un mestiere del pensare, un metodo di argomentare e di deliberare razionalmente? Perché allora non prevedere un piccolo spazio in cui trasferire al dibattito politico le regole minime della logica argomentativa, in cui qualcuno parla sapendo distinguere ad es. fra una posizione etica argomentata e un pregiudizio etico?

Seguendo l’attuale discussione, la domanda che mi ritorna in continuazione è sempre la stessa: perché invece di questo inutile e invertebrato Senato renziano, non pensare a un Senato delle competenze, un punto d’incontro fra politica ed eccellenza della cultura, capace di esprimersi e avanzare proposte su problemi tecnici specifici, dal nucleare alla biomedicina, dalle staminali alla scuola e magari all’immigrazione? Sia chiaro: non un Senato deliberativo, questa rimane prerogativa della Camera, ma un Senato di competenti, magari privi di stipendio, che discuta e presenti proposte di legge usando la logica argomentativa e non la narrazione demagogica, (Aristotele e non Grillo per intenderci). Certo i rischi sono tanti, ma non ne stiamo correndo già di ancora più gravi? Una nazione guidata da una discussione politica incapace di seguire le regole minime dell’argomentazione logica e che invece si basa sulle frasi ad effetto è come una macchina guidata da un ubriaco. E con il Senato che abbiamo (o quello che ci viene ora proposto), avremo due ubriachi alla guida. Incapaci naturalmente di esercitare alcun controllo sull’esecutivo. Ma questo problema non nascerebbe solo con il nuovo e inutile Senato renziano: purtroppo esiste già.

In più tutti sappiamo, guardiamo ad esempio alle logiche seguite da un partito come l’Ncd, che in realtà una seconda (o una terza) camera esiste già: una specie di “Senato segreto” delle lobby. Insomma, diciamocelo chiaramente: il dibattito attuale sul Senato è un vero incubo illogico … Meglio allora un Senato delle competenze! Almeno in sogno.

Questo l’articolo di Massarenti: http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2014/01/06SIG1129.PDF

 

L’essenziale della proposta originaria (dell’8/12/2013) di Massarenti citata nell’intervento di Guido Cusinato,  e ripresa nel suo articolo del 5/01/2014 disponibile al link sopra, è reperibile qui. Rimandiamo anche, per arricchire un eventuale dibattito, alla pagina costantemente aggiornata di Libertà e Giustizia, che contiene molti interventi critici della riforma costituzionale in corso, http://www.libertaegiustizia.it/cat/spec-senato/ (NdR).

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6 commenti a Quale democrazia? Il Senato delle competenze

  1. mercoledì, settembre 30, 2015 at 23:25

    Mi dispiace, caro Guido, che questa tua sollecitazione – che io stessa del resto ti avevo incoraggiato a offrirci – a un dibattito che riprenda i grandi temi del tuo intervento, non sia stata finora accolta, nonostante io abbia cercato di farla circolare fra i colleghi. Eppure pochi temi, mi pare, potrebbero essere meglio illuminati dalla riflessione dei filosofi, e non solo di quelli politici. Spero di essere presto smentita, quanto al disinteresse dei filosofi contemporanei: ma il tema principale che sollevi brucia ancora dai tempi di Socrate e Platone in cuore alla filosofia, ed è la questione del rapporto fra (ricerca di, discussione di) verità, e politica. Tu stesso metti le mani avanti, prevedendo l’obiezione standard – la paura dell’imperialismo filosofico. Vorrei dare una mano a sventarla. E’ passato, io credo, un terribile equivoco su Platone. Lo ritroviamo ad esempio nel testo recentemente ripubblicato in italiano di H. Arendt su Socrate (Cortina 2015), dove l’autrice arriva a parlare della “tirannia della verità” platonica, opponendo un Platone pessimista, aristocratico e virtualmente totalitario a un Socrate critico e civico… Come se quel Socrate non fosse anche un personaggio di Platone, ma soprattutto come se con Platone ci fosse stato il divorzio definitivo fra lo spazio pubblico e la ragione, la definitiva condanna della doxa a restare tale, e l’erezione della “verità” a guida teocratica della Repubblica quando non a contemplazione che chiede totale distanza e distacco (e anzi, chiede di essere difesa) dalla politica. Curioso però che questa diventi in quel saggio l’immagine della “filosofia” post-platonica fino ai nostri giorni – come se l’empirismo britannico e l’Illuminismo non fossero esistiti, e non avessero inventato la scienza politica, l’etica repubblicana, la democrazia dei moderni e virtualmente la federazione mondiale di repubbliche.
    Voglio dire con questo che se aspettiamo i filosofi convinti da questa strana immagine di Platone, il Senato delle competenze (una cosa bellissima) si farà ancor meno che se lo chiediamo ai politici. E aggiungerei una cosa: molti non vedono che l’idea della “tirannia della verità” ha una radice nello scetticismo, o nel pessimismo fideistico, di Max Weber e Isaiah Berlin, secondo i quali il pluralismo ha necessariamente da essere portatore di conflitto tragico, e la tesi che ci sia conoscenza, dunque verità e falsità ma soprattutto evidenze e ragioni, nel giudizio di valore, è un’idea che conduce dritta al totalitarismo.
    Zagrebelsky aveva proposto un’idea non dissimile da quella di un Senato delle completenze, ma più sbilanciata sul versante delle competenze di valore – benché non sia questo il linguaggio che ha usato. Le competenze non possono certamente essere solo tecniche. Debbono essere anche etiche – cioè dei VINCOLI che nessuna politica dovrebbe violare. Ho provato a ridirlo, riassumendo oggi sul Fatto Quotidiano quattro classi di critiche inascoltate alla riforma costituzionale in corso – e mi hanno dato (sull’Unità) del camionista ubriaco. Un brindisi a Platone.

  2. giovedì, ottobre 1, 2015 at 10:15

    Cara Roberta, condivido in pieno quanto scrivi, anche sulla povertà dell’interpretazione di Arendt su Platone. Anche io ho letto l’articolo sull’Unità, e mi pare l’ennesimo esempio di un discorso privo di argomentazioni e che si basa prevalentemente su frasi ad effetto. Anche io parlavo di ubriachi alla guida, ma era una metafora inserita in un contesto preciso. Una collega mi ricordava un brano di Martin Buber:

    “Conosco tre specie di dialogo: quello autentico – non importa se parlato o silenzioso – in cui ciascuno dei partecipanti intende l’altro o gli altri nella loro esistenza e particolarità e si rivolge a loro con l’intenzione di far nascere tra loro una vivente reciprocità; quello tecnico, proposto solo dal bisogno dell’intesa oggettiva; e il monologo travestito da dialogo, in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con se stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena di dover contare solo su di sé”.

    Ecco non pretendo che si possa pensare a uno spazio di discussione politica che preveda un dialogo fecondamente inaugurale del primo tipo, ma almeno al secondo si, un dialogo in cui si sia competenti non solo sull’oggetto dell’argomentare, ma anche sull’arte dell’argomentare, e si sappia distinguere ad es. fra un pregiudizio e una tesi.
    Aggiungo un ulteriore elemento al dibattito, e cioè il link che riporta l’intervento del 16 luglio 2014 al Senato di Elena Cattaneo (http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/elena-cattaneo/perche-senato-delle-competenze/luglio-2014) che fra l’altro osserva:

    “Sono consapevole che l’ultima parola va alla politica. Su questo non si discute. Ma io voglio fare la mia parte affinché la politica, nel decidere, sia informata al meglio possibile. E’ ovvio che i fatti che indago e che verifico, con l’unico metodo che conosco e che nel tempo ha dimostrato di funzionare regolarmente, cioè il metodo scientifico, mi portano ad avere delle posizioni che esprimo anche io pubblicamente. Ma sono comunque sempre pronta a cambiarle, se qualcuno mi dimostra che sono sbagliate, e mi piacerebbe che così fosse per tutti.”

    La facile obiezione che viene sempre ripetuta è quella di chi chiede: ma chi ha la competenza di scegliere il competente in questo fantomatico Senato delle competenze? Mi pare di capire che Cattaneo, uno dei senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica, non escluda che questi senatori vengano eletti. Non penso cioè che sia necessario arrivare a una contrapposizione frontale fra elezione e nomina dall’alto, e che si possono trovare anche strade intermedie. La questione però mi pare un’altra e cioè quella di prevedere uno spazio, anche piccolo, di supporto al lavoro legislativo in cui prevedere un dibattito politico informato e che segua la logica argomentativa.
    Ricordiamoci che invece oggi il tutto è lasciato a commissioni parlamentari spesso lasciate in balia delle pressioni delle lobby.

  3. giovedì, ottobre 1, 2015 at 11:38

    Salviamo la Costituzione. Parola di Greci:
    http://wp.me/p3k5eB-4M

  4. Stefano Cardini
    venerdì, ottobre 2, 2015 at 05:45

    Cara Roberta, caro Guido, a mio modo di vedere qui la questione è: chi decide, infine? chi, cioè, deve avere competenza in merito alla competenza? Non lo sappiamo, questa è la semplice verità. E invece che un’obiezione “facile”, come Guido la definisce, temo che l’ammissione di questa mancanza rischi semmai di rivelarsi un’obiezione insuperabile a ogni “Senato delle competenze” vagheggiato da Massarenti o altri. Il che non significa essere entusiasti del Senato delle autonomie in fieri, beninteso. Ma si ripensi al Protagora di Platone. Se per competenza s’intende una competenza disciplinare, anzitutto farei notare che non tutte le competenze sottostanno alla medesima norma di verità, come la fenomenologia ha chiarito. Per stare al tema da cui questa conversazione prende spunto: esiste una “scienza costituzionale”? e che genere di scienza è? Storica? Giuridica? Politologica? Economica? Sociologica? O magari filosofica? È relativamente facile rivendicare la possibilità in linea di principio di distinguere tra un buon argomento e un cattivo argomento. Più difficile è di volta in volta convenire, per ciascun ambito disciplinare, sui criteri per operare tali distinzioni. Chi abbia seguito in questi anni il dibattito degli “esperti” costituzionalisti attorno alla riforma della Costituzione o quello degli “esperti” economisti attorno all’Euro, per fare due esempi, può rendersene conto. In tutte queste discussioni, che certamente da molti osservatori “esperti” nelle scienze “dure”, come la Cattaneo, sarebbero giudicati “scientifici” solo per vaga analogia, operano molti orientamenti di valore non di rado di natura ideologica, tutt’altro che semplici da portare alla luce. Non è per mancanza di costituzionalisti che una costituzione si riforma male. Ma di buona politica. Avvocati e magistrati da anni siedono in Parlamento con visioni diverse dei problemi della giustizia. Molti di loro sono stati anche ministri. Eppure la loro competenza non ha risolto nessuno dei problemi della giustizia italiana. Come mai? E perché non parlare dei docenti universitari ministri della ricerca? O degli economisti ministri dell’economia? E gli industriali ministri dell’industria? O gli ingegneri ministri delle infrastrutture? Era incompetente Lunardi? Era incompetente Tremonti? La logica stretta della competenza porta dritti a conflitti d’interessi irrisolvibili, semmai. E comunque non c’è alcun nesso stringente tra l’essere un bravo chirurgo e saper amministrare la Sanità pubblica. O tra essere uno studioso d’arte e dirigere un polo museale. Dall’incompetenza, certo, non ci possiamo attendere nulla di buono. Questo è banale. Meno banale è capire come e perché essa arriva così spesso al potere. E perché quando, in luogo suo, al potere arriva la competenza, non è mai nell’interesse generale. Ma quand’anche riuscissimo a sceverare e condividere su ampia scala tali criteri di verità ambito per ambito, avremmo risolto solo un corno del problema. Data la natura peculiarmente prospettica del valore, infatti, ci potremmo comunque trovare costretti a dover bilanciare istanze, da un certo punto di vista, fondamentalmente giuste, e che tuttavia si escludono in tutto o in parte, vuoi in linea di principio vuoi, con buona probabilità, in linea di fatto. Recentemente Gustavo Zagrebelsky, in un bell’articolo su Libertà e giustizia, ha rievocato l’incontro/scontro dialettico tra Norberto Bobbio e Pietro Ingrao sui valori costituzionali e il bilanciamento tra libertà politica e giustizia sociale. Si tratta dell’annosa e mai risolta quaestio che divide liberalismo a vocazione socialista e socialismo a salvaguardia liberale. Chi è esperto di cosa lì? Chi decide? I due si lasciano al termine del confronto stringendosi malinconicamente la mano, ognuno divenuto più consapevole che le proprie ragioni non sono sufficienti a trasformare in torti quelle dell’altro. Sarà indispensabile, quindi, che entrambi, se vogliono scegliere e dunque agire, si assumano la responsabilità di un qualche azzardo etico: scommettere anzitutto sulla libertà (Bobbio), o puntare sulla giustizia (Ingrao), pur sapendo che i due valori, a seconda delle circostanze, possono giungere anche in stridente contrasto. Il rischio, infatti, può essere ridotto ma non eliminato dall’orizzonte della scelta razionale senza che la razionalità stessa venga meno. Razionale è rimanerne consapevoli per non cadere nella pericolosa illusione di poterlo effettivamente scongiurare. Null’altro. Se di competenza etica, quindi, e non illusoriamente scientifica o tecnica, s’intende parlare, essa dev’essere pronta ad affrontare in ultima istanza proprio questa irriducibilità, ovvero, a tenere viva questa consapevolezza preparandosi a gestire lo squilibrio e il conflitto che inevitabilmente ne possono scaturire e ne scaturiranno, tanto sul piano dei rapporti di forza politico-elettorali (Bobbio) quanto sul piano dei rapporti di forza politico-sociali (Ingrao). Esiste indubbiamente una vocazione filosofica in questo, universalmente umana. Ma che va assiduamente e lungamente coltivata e testimoniata. Può anche essere in senso proprio istituzionalizzata, per così dire? È questo che almeno io riesco a intendere, se qualcosa intendo, leggendo di un ipotetico “Senato delle competenze”. Io credo fondamentalmente di no. Perché o essa attecchisce e vive nel corpo politico, sociale, economico e culturale di una comunità, oppure, se formalizzata, presto si snatura in farsa o tirannide, cristallizzandosi in un nuovo centro di mediazione tra poteri o parassitario o corrotto. È solamente lo sconforto di fronte al venire meno, negli anni, di ogni fiducia e stima nei confronti di organi dello Stato come la Corte istituzionale, di istituti pubblici come la Banca d’Italia, la Ragioneria dello Stato, l’Istat, l’Inps, l’Agenzia delle Entrate, di corpi intermedi come le associazioni delle imprese e dei lavoratori, per non parlare dell’informazione tutta, che ci fa vagheggiare questa sorta d’organo di istanza superiore, grazie al quale una élite intellettualmente e culturalmente “attrezzata” dovrebbe nuovamente innervare di ethos la nostra vita civile. Ma se non è una perdita di tempo è una pericolosa illusione. Purtroppo non esistono scorciatoie né dotti arbitrati possibili alle questioni culturali antiche e profonde. Esse richiedono, infatti, pazientemente, soluzioni profonde e non di rado dolorose. E tanto più incerte e rischiose quanto più radicati sono i problemi.

  5. venerdì, ottobre 2, 2015 at 10:10

    Caro Stefano, leggerò con più calma la tua riflessione, ma intanto una osservazione immediata. Posto che fin dall’inizio avevo precisato che il Senato delle competenze in Ialia è irrealizzabile, ed era quindi un’occasione per discutere sul rapporto fra politica e competenze, il tuo ragionamento mi fa sorgere una domanda: intanto che arriva la rivoluzione (le soluzioni profonde e non di rado dolorose) che cosa facciamo? Se ho capito bene sarebbe inutile stare a riflettere sulle modalità del discorso politico e dell’argomentazione politica, sull’importanza di mettere in contatto politica e cultura, politica e competenze. Questi sarebbero solo tecnicismi, mentre l’unica soluzione sarà sul piano squisitamente politico. Quindi non ci rimane che aspettare che il rivoluzionario di turno vada al governo e risolva tutti i problemi.
    A me sembra che sia proprio questa la scorciatoia e l’illusione e che invece sia importante una riflessione più approfondita, senza scorciatoie e fughe in avanti, sul funzionamento della democrazia in italia, sui modi di procedere e decidere presenti nel dibattito politico, sul funzionamento delle commissioni parlamentari, sull’informazione e le competenze accessibili alla politica, su come oggi vengono prese le decisioni alla camera e al senato, e questo facendo emergere e venire alla luce anche quelle consuetudini oscure ed occulte che, come già dicevo, lasciano ampio spazio alle pressioni delle lobby.
    Ormai non è più sufficiente che una decisione sia democratica, è importante che oltre a essere democratica sia informata. Il secondo momento non può essere cancellato. Altrimenti la democrazia diventa populismo.
    Ci sono poi anche altri ambiti, oltre alla politica, in cui si pone il problema di una decisione informata, ad es. quello medico. Un cittadino che ha un grave problema di salute non avrebbe il diritto di essere informato su quali sono le strutture migliori che possono curarlo? E prima ancora come dargli l’informazione sulla sua malattia?

  6. sabato, ottobre 3, 2015 at 10:24

    Forse è perché ciascuno in cuor suo solleva – seppure spesso non con altrettanta chiarezza – le obiezioni realistiche che ha sollevato Stefano, qui, all’idea di un Senato delle competenze/garanzie e più in generale alla ricerca di un raccordo fra politica e conoscenza. Forse è per questo, che NESSUN nostro collega filosofo fra quelli che pure hanno ricevuto il link – trova la voglia o il tempo di dirci qualcosa. Eppure proprio questo realismo è parte del problema. Perché una cosa è il realismo, un’altra la realtà. La seconda, due millenni di dispute filosofiche non sono riuscite a stabilire come si distingua dal sogno, al punto che oggi non sappiamo affatto se la parola “democrazia”, o meglio l’articolatissimo concetto corrispondente, delimiti un’estensione vuota o se qualche esemplare di organizzazione politica di una società lo soddisfi. Anzi: forse sappiamo che nessuno di quelli esistenti lo soddisfa, parlando con rigore. Sappiamo cioè che come ogni concetto normativo, anche quello di democrazia è attualizzato solo in parte – e in parte minima, veramente (basti l’ultimo libro di Nadia Urbinati, Democrazia sfigurata, Università Bocconi editore 2014). In ultima analisi, democrazia è la possibilità di organizzare la coesistenza civile su basi normative fondate su quella parte di noi che chiamiamo agente razionale e morale invece che sull’altra parte, l’animale gregario e/o l’animale rapace: in modo tale da prevedere e incanalare entro limiti tollerabili quest’ultima parte del nostro essere. Questo è anche tutto il realismo necessario e sufficiente: la consapevolezza cioè che se fossimo angeli non ci sarebbe bisogno di alcuna organizzazione in ultima analisi coercitiva della coesistenza, in altre parole che senza l’esistenza di ciò che per concisione chiamiamo il male la norma politica, proprio come quella giuridica ed etica, non si distinguerebbe da quella teorica. Capirla veramente e attuarla sarebbero una sola cosa, e a dire che un Parlamento può “decidere” che non sia soggetto a procedimento giudiziario un parlamentare che ha dato dell’orango a una collega di colore si affronterebbe giustamente il pubblico ludibrio, non meno che ad affermare che due più due fa cinque. Qui da noi invece, non solo questo importa pochissimo ai più, ma addirittura abbiamo un intellettuale noto e stimato – uno scienziato sociale, uno storico, un docente universitario e tanto per esser chiari dotato di un nome e cognome, Miguel Gotor, che non esita un solo istante a dichiarare in pubblico che ha votato precisamente questa “decisione”, per “disciplina di partito”. E nessuno solleva un’obiezione! Ora questo piccolo fatto sembrerebbe dar ragione a Stefano Cardini. Ebbene: visto in superficie, gli dà ragione. Visto in profondità, invece, attesta una tale frana nella maggior parte delle nostre coscienze, una tale regressione della componente razionale e morale rispetto a quella gregaria e rapace (le due vivono in ciascuno di noi del nostro implicito quotidiano assenso, non di altro) da indurci a ripensare in profondità se quel progetto di una normatività fondata in ragione invece che sull’arbitrio (Husserl) sia stato nei secoli e negli anni sostenuto da tutta l’attenzione, la cura, il pensiero di cui aveva bisogno. Nei secoli: sì. Tutto quello che la nostra civiltà ha prodotto di meglio – o quasi tutto – si lega a questo progetto. Negli anni: no. Nessuna attenzione, devozione, pensiero, cura, studio ed esercizio ha animato “noi educatori” a sorvegliare, curare, capire quell’idea, prevenirne la corruzione e l’oblio nelle coscienze, almeno dal dopoguerra in poi. Non mi pare che esista una tradizione morale e civile italiana che superi la barriera degli anni ottanta e novanta del secolo scorso – e tutta la sapienza di prima veniva dalla cognizione del dolore: il fascismo, la guerra). Abbiamo assistito al completo svuotamento di senso (razionale e morale) dell’organizzazione partitica della democrazia. Siamo di fronte al compito immenso di pensarne una diversa. Qualche piccolo spunto (si veda l’articolo di Mauro Volpi per una rassegna dei modi in cui funziona effettivamente la rappresentatività nelle democrazie del mondo: http://www.libertaegiustizia.it/2015/09/30/senato-elettivo-il-gioco-delle-mistificazioni/ ) viene da alcuni Paesi, in cui sono rappresentati su base elettiva alcuni corpi professionali. Ora le professioni come tali corrispondono semplicemente a gruppi di interesse. Ma ne esiste una – la ricerca, con tutte le sue istituzioni, e la docenza (mi riferisco in particolare anche a quella di base) che ha nel suo dna due punti: a) il disinteresse per ogni altro obiettivo che non sia la ricerca del vero; b) il disinteresse per ogni altra funzione che non sia il funzionariato dell’humanitas, il servizio e il rafforzamento del soggetto razionale e morale in noi. Che cosa impedirebbe di pensare a un Senato eletto dalle istituzioni della Ricerca e della Docenza? Indubbiamente una parte dei loro membri continuerebbe a votare sulla base del tornaconto personale e dello spirito gregario, come succede negli ordinari consigli di facoltà. Ma già in questi, non è affatto sempre così. La percentuale di persone che credono nelle ragioni e nel senso “universale” del loro mestiere potrebbe rivelarsi molto più alta di quanto il cinismo che sta prendendo piede nelle nostre anime faccia temere. E dove sarebbe il rischio totalitario di un Senato così?

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