Chi ha paura del costruttivismo? – di Gloria Origgi

lunedì, gennaio 25, 2016
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di Gloria Origgi, dell’Ecole des Hautes Etudes e dell’Institut Jean Nicod a Parigi, che lancia una sfida cognitiva a una filosofia che oggi ha molto successo, il Nuovo Realismo. Ecco: sul fronte della memoria, su questo Lab abbiamo fatto già molto per sottrarre l’amore per i nostri classici all’ambiguità avvelenata dei nomi. “Fenomenologia” ha voluto dire, specie in Francia e in Italia, troppe cose incompatibili con ciò che riconosciamo come loro lezione: la definitezza concettuale, la fame di evidenza ed esperienza (oltre che di informazione, scientifica e storica), e l’impegno anche etico a render ragione delle proprie tesi (oltre che delle proprie azioni). Sul fronte dell’avvenire e della speranza invece no, non abbiamo fatto ancora abbastanza. Gloria Origgi pone un’alternativa fra Costruttivismo e Nuovo Realismo. Se non altro perché è un dibattito che vige, oggi: discutiamone.

 

Chi ha paura del costruttivismo ?

di Gloria Origgi

I filosofi post-moderni si sono risvegliati dal lungo sonno della semiosi illimitata, dove tra fatti, parole, interpretazioni ed equivoci non si riusciva più a distinguere un bel niente e hanno riscoperto nientedimeno che la realtà. C’è da congratularsi di questa conversione di massa, che ha preso piede in Italia grazie al Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris, in Francia grazie ai nuovi Elementi di filosofia realista di Jocelyn Benoist, e last but not least, in Germania, dove il nuovo Wunderkind della filosofia tedesca Markus Gabriel – brillante professore di filosofia a soli 34 anni – ci insegna il senso stesso dell’esistenza (con il suo fondamentale volumetto: Il senso dell’esistenza. Per un nuovo realismo ontologico).

I nuovi realisti dichiarano: basta con il nichilismo post-moderno in cui non ci sono fatti, ma solo interpretazioni. Se il postmodernismo ha avuto la qualità di azzerare “le grandi narrazioni”, come la scienza e la politica, e di svelarci il lato oscuro, impregnato di desiderio e potere di qualsiasi fatto, di qualsiasi concetto, esso ha però avuto la malaugurata conseguenza di gettare via il bambino con l’acqua sporca e farci ritrovare in un brodo di illusioni, in una gigantesca allucinazione collettiva della quale siamo vittime senza scampo.

Ebbene no: questo è troppo anche per i postmoderni, i quali, d’un tratto, quando tutto si dissolve sotto i loro occhi, sentono un lancinante bisogno di realtà, di metafisica, ma di quella vera: lungo la strada verso il post-nullismo li ha assaliti una nostalgia canaglia e si ritrovano a desiderare il mondo sotto i piedi e addirittura a voler tornare a un’ontologia vecchio stile, pre-kantiana. Altro che schemi di interpretazione della realtà: il mondo è lì, davanti ai nostri occhi, esiste e ci resiste: tavoli, sedie, tempeste, lampi e fulmini, catastrofi ecologiche sono là davanti a noi e non dipendono da noi!

E noi nerds della filosofia, filosofi cosiddetti analitici, che, a detta di Ferraris  siamo “al servizio di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra” (così ha dichiarato a Parigi durante il convegno Nouveaux Réalismes, organizzato dall’Ecole des Hautes Etudes il 4-5-6 dicembre scorso), noi che la realtà l’avevamo presa sempre sul serio e che per modestia – e non per superbia come ci viene spesso rimproverato – avevamo riservato il dibattito sui dettagli di che cosa costituisca esattamente la realtà (i tavoli? i concetti universali come la bianchezza? i numeri? i personaggi dei romanzi? i buchi? i bordi? i limiti?) alle aule accademiche o ai giornali specializzati, e non alle piazze, sicuri che la gran parte dei cittadini ha altro a cui pensare e che i cavilli dei filosofi, benché utili per sviluppare una visione del mondo coerente, benché a volte ricchi di implicazioni non soltanto metafisiche, ma epistemologiche, morali e addirittura politiche, vanno trattati in comitato ristretto, ebbene noi ci troviamo ora spiazzati e ci chiediamo: ma che c’è di così nuovo nel “nuovo realismo”? Il realismo non è sempre stato un’opzione filosofica presente sulla scena del pensiero? E perché rilanciarla proprio ora, quando la realtà è chiaramente sempre più oggetto di una costruzione sociale, quando è diventato semplicemente ingenuo, se non addirittura ridicolo, affermare che questo e quello è vero, esiste così com’è e il modo in cui noi umani, scienziati, politici lo costruiamo e lo descriviamo non conta nulla? (continua a leggere il testo di Gloria Origgi qui)

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