Intervista a Margherita Pieracci Harwell – ‘la Repubblica’ 7 Agosto, 2016

martedì, agosto 9, 2016
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Ho avuto la fortuna di incontrare Margherita Pieracci Harwell circa sedici ani fa, in occasione di un grande convegno su Simone Weil a Bose. E’ per molti, e certamente per me, maestra di ricerca vera, quella che sfugge alle valutazioni di impact factor, ai curricula e alle liste di pubblicazioni, ma sola dà senso alle nostre fatiche. Cristina Campo chiedeva a volte ai suoi corrispondenti: “Su cosa si fonda oggi la sua vita? Che cosa legge?”. Questa splendida intervista illumina il senso di quella domanda. Un grazie a Margherita da tutta la nostra piccola comunità.

 

Margherita Pieracci Harwell: “Io e Cristina Campo amiche per la vita. Lei mi dava la forza di non deluderla”

Studiosa di Leopardi e del Novecento, ha insegnato all’università di Chicago. È stata amica di Cristina Campo della quale cura le opere per Adelphi: “Fu una rivelazione. All’epoca si chiamava ancora Vittoria Guerrini. Vidi questa ragazza esile e luminosa avvolta da un bianco vestito di organza. Una veletta le copriva il volto irregolare ma affascinante”

di Antonio Gnoli

Dove si nascondono le cose che amiamo? In quale parte del nostro cuore o della nostra mente le conserviamo? Quando la loro evidenza è più incerta o la distanza più ampia, sorge il dubbio che chiudere gli occhi alla vita sia soltanto un lusso. Ma la vita ci riserba, nel bene e nel male, la possibilità di scegliere. Di decidere cosa ci sia stato di importante nella nostra avventura umana. Decidere è anche un modo di raccontare chi siamo. Ho la fortuna, tutta improvvisa, di incrociare nelle mie intenzioni, nelle mie insistenze una favola bellissima: quella di Margherita Pieracci Harwell, sposata a un pastore nero protestante, vissuta per quarant’anni a Chicago e ora, in un tramonto venato di saggezza, ascoltare dall’orlo delle sue labbra la sua piccola grande storia, segnata dai suoi ottantasei anni vigorosi. Vado a trovarla in un paesino non lontano da Empoli e adiacente a Vinci. Vive in una casa a due piani: il giardino in penombra, i vecchi mobili di famiglia, i quadri testimoniano di un passato di modesta agiatezza. In un pomeriggio, appena sfiorato dall’inedia, cerco le parole di un’ammirazione segreta e trovo la semplicità di una donna che ha accumulato più strati di vita: “È buffo, sono tornata a vivere in questa casa che fu costruita agli inizi del ’900. I miei nonni ci vennero nel 1907, allora ebbe inizio la storia familiare. Ho vissuto qui fino a nove anni. Mio padre era fascista. Lo fu fino al 1943, con convinzione. Era segretario provinciale del sindacato per l’Agricoltura. Si rallegrò del 25 luglio. Si scandalizzò dell’armistizio separato. Venne epurato. Trovò in seguito lavoro come amministratore di alcune fattorie. Nel 1952 fu licenziato. Non ce la passammo bene. Finivo l’università. Frequentavo la Fuci di Firenze e per la prima volta, quell’anno, mi imbattei in un libro di Simone Weil: L’ombra e la grazia, nella traduzione di Franco Fortini. Fu un incontro folgorante. Denso di conseguenze”. (continua a leggere l’intervista pubblicata su “la Repubblica” del 7 Agosto 2016 qui)

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Un commento a Intervista a Margherita Pieracci Harwell – ‘la Repubblica’ 7 Agosto, 2016

  1. Giacomo Costa
    domenica, settembre 25, 2016 at 17:15

    Sull´intervista di Antonio Gnoli a Margherita
    „Cerco le parole di un´ammirazone segreta,“ scrive Gnoli. Ma per me l´ammirazione non e’ piu’ segreta, e’ una componente di un´amicizia, fatta di gite con Roberta e lei per la Toscana minore (da ultimo a Certaldo Alto in una domenica pomeriggio caldissima: sopporta ammirevolmente il caldo) e di visite alle mostre dei Macchiaioli, che per lei all´inizio erano associati a Renato Fucini. Memorabile una mostra a Orvieto nel 2007 di “Cabianca e la civilta’dei Macchiaioli”, in cui avemmo finalmente la gioia di vedere e conoscere le opere di Vincenzo Cabianca dopo il 1870, quando l´esperienza della Macchia fini’ e ognuno di loro dovette andare per la sua strada, o scelse di farlo. Scoprimmo che emerge gradualmente il suo simbolismo, allo stato latente presente anche nel grande decennio 1860-70. Fu per tutti e tre noi, credo, un giorno di intensa felicita’.
    “Nel suo tramonto venato di saggezza”, scrive Gnoli. Ma la sua curiosita’, pur con la capacita’ di legare il presente alle esperienze passate, un certo suo candore quasi fanciullesco, un filo di ironia piu’ statunitense forse che fiorentino, non richiamano in primo luogo la saggezza ma la purezza. A volte racconta di Cristina Campo e del suo gruppo di amici, certo. O di Madame Weil, o di Ignazio Silone. Ma e’ una donna cosi affascinane in se’ che non mi viene mai da farle domande in proposito. E’ tormentata dalle emicranie (come le Signore di un tempo), temo che la “modesta agiatezza” di cui parla Gnoli non si stia affatto consolidando. Eppure Margherita sa trovare dei momenti di serenita’ che sembrano trasportarci tra gli angeli.

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