La brace ardente. Riflessioni su un grande romanzo – e sul nostro mestiere

giovedì, agosto 18, 2016
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“It is one of those purely sad, sadly pure novels that deserves to be rediscovered” (Julian Barnes, Guardian)

“A brilliant, beautiful, inexorably sad, wise, and elegant novel” (Nick Hornby, The Believer)

“So deeply moving, that it takes your breath away” (New York Times)

“….as sweeping, intimate and mysterious as life itself” (Geoff Dyer)

Sono solo alcuni dei commenti critici riportati nelle pagine di copertina. “Tristezza” – la qualità affettiva predominante. “Commovente”, il flusso e il mistero della vita, eccetera. Non indovineresti mai, dai commenti, di che romanzo si tratta. Parlo di Stoner, romanzo pubblicato nel 1964 dallo scrittore americano John Edward Williams (1922-1994) e caduto allora in una rispettosa indifferenza, rilanciato dal New York Review of Books Classics nel 2006 e considerato oggi – a ragione – un piccolo classico (tradotto in italiano da Fazi)1. Sì, c’è, almeno in una intervista a Mc Ewan pubblicata in rete (risale al 10 agosto 2013, in italiano su “Repubblica”), una nota specifica sulla scrittura: “È quel tipo di prosa che non vuole mostrarsi. È quel tipo di scrittura simile a una superficie di vetro, riesci a vedere immediatamente le cose di cui parla”. In effetti leggendolo si ha la precisa impressione che sia la trasposizione letteraria di certi quadri di Hopper, che pure è come età più vicino al protagonista del romanzo che al suo autore.

Una vita, come raccontata da Dio: in terza persona, ma da qualcuno che ne condivide anche la prima. Il risveglio del giovane Stoner come dalla terra di cui sono fatte le mani di suo padre e sua madre avviene durante una lezione del corso di letteratura e filosofia al College dell’University of Missouri. Avviene durante l’ascolto di un sonetto di Shakespeare. L’insegnamento a questo livello è il più importante, il più serio, quello che corrispondeva da noi al ginnasio-liceo, ed è il College dell’America degli anni ’30, forse per certi versi ancora di oggi: letteratura-e-filosofia, i classici, l’essenziale di ciò che la vita insegna e l’arte pronuncia. La mia generazione, ancora, ha imparato dai classici fra ginnasio e liceo le fondamentali esperienze umane del bene e del male. In un piccolo libro di esercizi filosofici scritto per studenti universitari che la mediocre sofistica spacciata da noi per pensiero filosofico aveva già cominciato a corrompere, lamentavo la poca attenzione che la filosofia più seria, quella che almeno esige limpidezza logica e responsabilità nell’uso delle parole, riserva “a quella “vita” che in noi chiede di essere “pensata”: e che, per quel che resta almeno dei nostri programmi di formazione scolastica e culturale, in Europa, si risveglia alla coscienza nei giovani al contatto con le grandi opere letterarie e poetiche. Con la tragedia greca, il poema dantesco, il teatro elisabettiano, i grandi romanzi dell’Ottocento e del Novecento” (Esercizi di pensiero per apprendisti filosofi, Bollati Boringhieri 2006).

Williams di questo ha fatto materia del suo romanzo. Come vive, dopo essersi risvegliato per mezzo delle parole al senso delle cose, un uomo che decide di mettersi umilmente al servizio di queste parole? Le quali non cambiano né spiegano niente, ma semplicemente fanno luce e così accendono le cose, levano la solitudine dell’ottusità e del torpore, fanno del loro discepolo uno che ha casa nel mondo anche se apparentemente ne vive secluso, uno cui le cose parlano, qualunque esse siano. (Di passaggio: numbnumbness – annubilato, torpore, stordimento – è forse la parola che ricorre più frequentemente nel romanzo). Williams sapeva bene di cosa parlava: questo livello di insegnamento, in certo senso il più umile e senza dubbio il più utile, probabilmente il più difficile, è stato anche tutta la sua vita, o la sua miglior parte. E sapeva cosa faceva, dunque, quando in luogo di galeotto al risveglio del giovane Stoner all’amore per lo studio (to learn, learning, learned è l’altro gruppo di parole più frequenti) mette il famoso sonetto di Shakespeare (73):

That time of year thou mayst in me behold,

When yellow leaves, or none, or few do hang

Upon those boughs which shake against the cold,

Bare ruined choirs, where late the sweet birds sang.

In me thou seest the twilight of such day,

As after sunset fadeth in the west,

Which by and by black night doth take away,

Death’s second self that seals up all in rest.

In me thou see’st the glowing of such fire

That on the ashes of his youth doth lie,

As the death bed whereon it must expire

Consumed with that which it was nourish’d by.

This thou perceiv’st, which makes thy love more strong,
To love that well, which thou must leave ere long2.

“In me thou see’st the glowing of that fire”. Questo è il romanzo, la sua sintesi e la sua “qualità metafisica” (Per “qualità metafisica” intendo la tonalità fondamentale di un classico, come ad esempio in Virgilio il pianto delle cose (“Sunt lacrimae rerum”), in Dante il folto splendore di Dio nella vita pulsante (“la divina foresta spessa e viva”)). La qualità metafisica di Stoner è questo glow, questo fuoco lucente e non fiammante. Il romanzo è la vita che di questo fuoco accende e consuma. La magia è che questa accensione è tutta interiore nel senso vero in cui è interiore la nostra vita: ignota anche a chi la vive. Restano i fatti. Stoner abbandona il corso di laurea in agricoltura e inizia “i corsi introduttivi in filosofia e storia antica e due corsi di letteratura inglese”. Tutti gli altri fatti – i fatti fondamentali della vita, il matrimonio e la nascita della figlia, la morte dei genitori e l’amore furtivo e magnifico, la rinuncia – e soprattutto la vita quotidiana, lo studio e il lavoro, e le cose di quella vita – l’appartamento, la casa, le stanze, il Dipartimento e il campus, le faide accademiche, l’amicizia e la sua scarsa lealtà, la fatica quotidiana, arida dell’insegnamento, di rado feconda e allora entusiasmante, e soprattutto le luci dall’alba al tramonto, le luci di tutte le stagioni – tutto questo flusso è come glowing, è nel fuoco ignaro, non detto eppure sempre ardente come brace, che dall’interno accende ogni dettaglio, ogni evento, dai sussulti del mondo che precipita in guerra fino alla minima contrazione di un sopracciglio. Il romanzo di Williams altro non è che questo: un geniale, sommesso e gigantesco commento al Sonetto 73 di Shakespeare, l’umile tessitura dello sfondo non detto delle parole del Bardo, l’intero della realtà nella prospettiva di una vita umana. Lo sfondo senza il quale la potenza della parola poetica svanisce. Lo sfondo che rende la verità di questa parola “ineffabile” – perché tutta visibile, tutta dispiegata di fronte ai nostri occhi come gli ambienti, i paesaggi, le figure delle tele di Hopper. E’ il debito finalmente assolto, il debito della vita del professor Williams, il dedicated teacher che non trova tempo e soprattutto non ha voglia o talento per brillare di suo, l’alterego di Stoner, per tutta la vita professore senza cattedra e gloria, a furia di grading papers e students conferences e lezioni sui fondamenti della lingua letteraria inglese. Il debito contratto in quell’attimo immenso in cui il giovane Stoner si sente rivolgere la parola dal suo insegnante: “Mr Shakespeare speaks to you across three hundred years, Mr Stoner; do you hear him?”. Quel momento in cui alla domanda che segue – “What does this sonnet say to you, Mr Stoner? What does it mean?” – il giovane Stoner – “reluctantly” solleva gli occhi e soprattutto le mani, le brune mani nodose dal banco e resta solo con l’ineffabile: “It means… It means, he said again, and could not finish what he had begun to say” (11-12).

Eccolo, quello che Stoner non avrebbe potuto dire. La vita cui Shakespeare lo aveva invitato, di cui gli aveva svelato l’esistenza. Proprio a lui. “This thou perceiv’st, which makes thy love more strong,/To love that well, which thou must leave ere long”. Stoner si specializzerà, per i suoi corsi postgraduate – quando glieli lasceranno fare – sulla permanenza della tradizione medievale nella letteratura inglese moderna. C’è molto latino in questi studi. E studium – ogni ex-liceale se lo ricorda – vuol dire amore, oltre che sforzo e zelo, vuol dire excitement, un’altra delle parole che torna tutti i giorni della vita accademica di Stoner, anche solo per contrasto rispetto alla noia degli studenti e studiosi, i più, privi di reazioni a lezione o di spunti in conversazione. Quando non peggio: ignoranti e disonesti, e insieme coccolati da qualcuno che decide, e inesorabilmente vincenti, e ingiustamente preferiti ai migliori. Ma studium vuol dire anche entusiasmo, e insieme fatica e aridità. Nel latino dei monaci poi sconfina con la ruminatio, quando la mente fa fumo (è proprio questa l’espressione che usano i monaci) e solo raramente si accende e brucia tutta la sua lunga fatica nella gioia di una rivelazione. Ma tutto questo, fumo compreso, è ancora glow. E Studium, lo sanno tutti, è il nome medievale dell’Università. E all’Università, nella modesta incarnazione di un piccolo campus del Midwest americano, è dedicato l’intero poema tessuto da Williams sullo sfondo del sonetto di Shakespeare.

E’ per questo che offro questa piccola riflessione – questa lettura estiva – anche alla nostra piccola comunità, sperando che finisca anche sotto gli occhi di qualche nostro studente. Per questo glow. Che una volta, Stoner se ne accorge, ha bruciato perfino l’anima di quel “figlio di puttana” del collega ingiusto e sprezzante di ogni regola, accecato dall’odio nei suoi confronti, violento nell’uso arbitrario del suo piccolo potere. “He knew that Lomax had gone through a kind of conversion, an epiphany of knowing something through words that could not be put in words, as Stoner himself had once done, in the class taught by Archer Sloane” (100). Per la quieta, silenziosa opera di questo glow perfino gli amanti rinunciano infine alla loro felicità, perché sarebbe tolta loro la materia del loro amore, la vita studiata, e l’identità stessa degli amanti. “Because then, Stoner explained to himself, none of it would mean anything – nothing we have done, nothing we have been. I almost certainly wouldn’t be able to teach, and you – you would become something else. We both would become something else, something other than ourselves. We would be – nothing” (231).

Sì, è un poema soberrimo e quasi muto, tutto cose e qualche piana riflessione – sulla nostra vita, e qui mi rivolgo a tutti gli amici e colleghi insegnanti, soprattutto medi, perché di questo si tratta. Dei fondamenti della civiltà che Stoner sente costantemente scricchiolare sotto gli assalti del caos mondiale, nella deriva dei continenti che si urtano in due immani massacri. Il fuoco inappariscente che passa attraverso le vostre vite è ciò che la tiene in piedi e la prolunga, la vita civile – altro modo non c’è. C’è semmai, sotto questa superficie fragilissima di valore e di senso, la terra dura e nera di cui ancora le mani di Stoner conservano il colore. “Deep in him, beneath his memory, was the knowledge of hardship and hunger and endurance and pain…During that decade when many men’s faces found a permanent hardness and bleakness, as if they looked upon an abyss, William Stoner, to whom that expression was as familiar as the air he walked in, saw the sign of a general despair he had known since he was a boy” (226).

Per questo la scena centrale del poema è il funerale della madre, sepolta in quella terra accanto al padre: la scena preparata dal Sonetto 73, dal suo memento mori – il semplice calar della sera, del buio che è l’altro io della morte. “As after sunset fadeth in the west,/Which by and by black night doth take away,/Death’s second self that seals up all in rest”. Perché non è affatto sull’esistenza della morte in generale che Stoner si sente ammonito. Ma di quella morte, che segue senza soluzione di continuità una vita così. La “morte” da cui il sonetto, l’insegnante di college, il modesto campus del Midwest lo hanno salvato. “Their lives had been expended in cheerless labor. Their wills broken, their intelligences numbed. Now they were in the earth to which they had given their lives; and slowly, year by year, the earth would take them…And they would become a meaningless part of that stubborn earth to which they had long ago given themselves” (110).

Questa scena parla di voi, cari colleghi. Quanti riuscirete a salvarne, dal morire così? E importa poco che oggi la morte dentro abbia altre sembianze dalle reni spezzate e dalle mani nodose – che pure ancora ci sono. E certo la differenza non è fra il morire dimenticati e il lasciar qualche opera dietro di sé – i genitori di Stoner giganteggiano nella loro muta dignità e nelle loro bibliche dimensioni di fronte alla piccola brillantezza, all’effimero successo dei colleghi più brillanti di Stoner. Stoner stesso lascia il suo nome quasi soltanto su un manoscritto medievale di cui i suoi colleghi fanno dono “to the Library of the University of Missouri, in memory of William Stoner” – alla sua morte. No, si tratta semplicemente della consapevolezza. Del fatto che anche di questo, anche della sera che sigilla ogni cosa in riposo, Stoner ha nozione solo attraverso le parole che la dicono. Death’s second self, that seals up all in rest. Le parole che la paragonano con dolcezza e pietà alla nostra vecchiaia, al suo ultimo glow, all’amore che esso vuole destare in chi ha la vita davanti a sé, prima che sia tardi.

Ma cos’hanno capito, i dotti estimatori di Stoner? Altro che “pura tristezza” e “triste purezza”! Leggendo, voi sentite che questo romanzo riordina la vostra vita. Luzi disse una volta che ci sono versi capaci di essere “legiferanti”, e citava il verso dantesco “La gloria di colui che tutto muove”. Questo romanzo è molto meno che “legiferante”. E per il nostro riposo e il nostro lavoro è forse anche di più. Lo rimette in ordine e gli ricorda la sua ordinazione, l’ordine cui umilmente serve – secondo i due sensi di “ordinare”.

E, a proposito dei molti e ben connessi sensi di ogni nostra parola. Questo glow nutre il mestiere di risvegliare l’intelligenza. Non intendo l’intelligenza nel senso strano e limitato che questa parola ha spesso nel linguaggio corrente, come se la si dovesse contrapporre al cuore o all’umanità (due parole che da questa contrapposizione restano mutilate e sconciate fino all’osceno). L’intendo nel senso pieno di lucida pietà e insieme ardente pietas (il francese distingue questi due sensi che la nostra lingua confonde, pitié e piété, compassione e religione). Ma la parola che dice meglio questo esercizio dell’intelligenza è learning. Che non c’entra nulla, in questo libro, con erudizione e dottrina. Stoner legge molto e scrive poco, di lui, sappiamo, non resterà che il nome in una dedica di colleghi su un manoscritto medievale offerto a una biblioteca in sua memoria. Learning è la parola che semplicemente unisce il capo e la coda di questa vita, il risveglio iniziale e quello finale, il docente che ha passato il braciere ardente nelle mani di Stoner e gli studenti nelle mani dei quali lo ha passato lui. Il sonetto shakespeariano, ancora una volta, ci dà la chiave della conclusione, felice quanto mai altra morte fu vissuta e rappresentata per noi. Questa morte è la certezza raggiunta della veglia cui la sua vita ha servito: tanto che è come offerta al riso e alla leggerezza di un gruppo di studenti, tre angeliche coppie che hanno preso una scorciatoia per arrivare in tempo a lezione. “The girls were long-limbed and graceful in their light summer dresses, and the boys were looking at them with a joyous and bemused wonder …” E corrono quasi senza sfiorare il suolo attraverso il prato del giardino posteriore della casa, di fronte al quale, dietro la sua finestra aperta in un giorno di prima estate, Stoner sta morendo. O forse sono veri angeli, quelli, tanto paradisiaco è il loro riso che “lontanando svanisce a poco a poco”: “and for a long time after they had vanished the sound of their laughter came to him, far and unknowing in the quiet of the summer afternoon”.

Quello che è certo, come è certo l’angelico suono delle voci di bambini che chiamano l’uomo angosciato ad aprire il libro e leggere, in una celebre pagina tardo-antica della nostra civiltà, è che questi ragazzi che corrono pieni di meraviglia sono il “tu” cui quietamente parlava l’io del sonetto shakespeariano, sono il ragazzo amato che si meraviglia, magro e leggero come l’anima – sono quello che che lui è stato. Il cerchio è chiuso, Stoner si è riconosciuto. “A sense of his own identity came upon him with a sudden force, and he felt the power of it. He was himself, and he knew what he had been”(284). La brace accesa è passata di mano, la sua parte è compiuta.

Forse per noi, che ancora siamo nel mezzo del servizio – forse alla fine, forse per poco ancora – val meglio riconoscersi nelle parole di quello che Edmund Husserl chiamava l’eterno principiante, riferendosi a ogni studente e a ogni studioso, se stesso incluso: “He suspected that he was beginning….to discover who he was; and the figure he saw was both more and less than he had once immagine it to be. He felt himself at last beginning to be a teacher, which was simply a man to which his book is true, to whom is given a dignity of art that has little to do with his foolishness or weakness or inadequacy as a man”(115).

Buona ripresa d’autunno, cari colleghi.

1 Citiamo dall’edizione Vintage Books, London 2012.

2 Contempla in me quell’epoca dell’anno

l’autunno della vita

Quando foglie ingiallite, poche

o nessuna, pendono

Da quei rami tremanti contro il freddo,

nudi cori in rovina,

ove dolci cantarono gli uccelli.

Tu vedi in me il crepuscolo di un giorno,

Quale dopo il tramonto

svanisce all’occidente,

Subito avvolto dalla notte nera,

gemella della morte,

che tutto sigilla nel riposo.

Tu vedi in me il languire di quel fuoco,

che aleggia sulle ceneri

della sua giovinezza,

come sul letto di morte

su cui dovrà spirare,

Consunto da ciò che già fu suo alimento.

Questo tu vedi, che fa il tuo amore

più forte, cogli l’attimo

a degnamente amare chi presto ti verrà meno.

(trad. Alberto Rossi e Giorgio Melchiori)

 

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