Wolfdietrich Schnurre, “Il funerale” – di Dario Borso

lunedì, gennaio 30, 2017
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La storia del nihilismo moderno si può racchiudere in tre atti: il Discorso del
Cristo morto di Jean Paul, compreso nel suo romanzo Setteformaggi del 1797;
l’aforisma 343 della nietzschiana Gaia scienza, uscita nel 1882; il racconto che
propongo qui in prima traduzione italiana, scritto da un venticinquenne tedesco a
ridosso della Seconda guerra mondiale e letto il 6 settembre 1947 in apertura alla
prima sessione del Gruppo 47. Così nell’arco di un secolo e mezzo esatto si passò
dall’angoscia del nulla all’orgasmo del nulla per finire nell’apatia del nulla.
Dario Borso

Wolfdietrich Schnurre
IL FUNERALE

Sto seduto su in cucina. Bussano.
Scendo di sotto, metto via il martello e il chiodo; apro: notte;
pioggia.
To’, penso, però han bussato.
“Pss”, fa la grondaia.
“Sì -?” dico io.
Alle mie spalle chiamano: “Ehi!”
Torno indietro. C’è una lettera sul tavolo.
La prendo.
Di sotto sbatte la porta. Poso la lettera, vado giù, apro: niente.
Buffo, penso.
Torno su.
La lettera è lì; bianca con bordo nero.
Dev’essere morto uno, penso.
Mi guardo intorno.
“Sa d’incenso”, mi dice il naso.
“Hai ragione”, dico io; “però prima non c’era. Comico”.
Apro la lettera, mi siedo, pulisco gli occhiali. Così.
Già, un annuncio funebre. Sillabo:
Amato da nessuno, da nessuno odiato, è morto oggi dopo un
lungo soffrire sopportato con celestiale pazienza: Dio.

(continua a leggere qui)

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Un commento a Wolfdietrich Schnurre, “Il funerale” – di Dario Borso

  1. Roberta De Monticelli
    venerdì, febbraio 3, 2017 at 15:14

    Il paradosso di dio: che per aversi un DEGNO funerale, ha guidato la mano dello scrittore prima, e del magnifico traduttore poi, pure da morto. Ecco perché dicono sia eterno. Perché non c’è verso: anche per fargli un funerale, un funerale di parole, bisogna adattarsi a fare… senso e luce anche sulle cose più buie, il che avviene soltanto a scriver bene. “Degno”, “senso”, “luce”, “bene”: quanti nomi di dio. Gli sia lieve la terra, e gloria sia.

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