La storia in diretta, ovvero – c’è senza dubbio un giudice a Seattle

sabato, febbraio 4, 2017
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Assistiamo in diretta, in queste ore – venerdì 4 febbraio 2017, comincio a scrivere alle  11 p.m. ora di New York – a un appassionante esperimento storico sulla capacità della Costituzione americana – e dei giudici che ad essa si appellano – di contenere entro i suoi limiti la scatenata volontà del Presidente. Che vuole rendere immediatamente esecutivo il suo programma di chiusura delle frontiere e di erezione di muri a difesa della “sicurezza” nazionale. E’ di martedì scorso il licenziamento in diretta di Sally Yates, Procuratore Generale che si era opposta al decreto di Trump sugli ingressi (Travel Ban), che blocca la concessione dei visti, e soprattutto blocca per novanta giorni l’ingresso anche ai detentori di visti e green cards, se provenienti dai sette Stati a maggioranza religiosa musulmana, e respinge indefinitamente i rifugiati siriani. Riporto le parole ferme e pacate  del Procuratore Yates:

“I am responsible for ensuring that the positions we take in court remain consistent with this institution’s solemn obligation to always seek justice and stand for what is right. At present I am not convinced that the defense of the executive order is consistent with these responsibilities nor am I convinced that the executive order is lawful.”

Sono passati solo tre giorni da questi fatti, e questa sera James Robart della Corte  Federale del Distretto Occidentale dello Stato di  Washington, un Repubblicano nominato da G. Bush,  ha dichiarato incostituzionale e illegale il decreto presidenziale, bloccandone l’applicazione con effetto immediato su tutto il territorio nazionale. Immediato al punto che a tutti i posti di controllo doganale di frontiera sono arrivate istruzioni per riconvalidare tutti i centomila visti la cui validità era stata sospesa.

La Casa Bianca ha reagito dichiarando “outrageous” la disposizione del giudice di Seattle, e ha annunciato un provvedimento di emergenza per bloccarne l’efficacia. Fermissime, calmissime, scolpite come su una tavola di pietra per la loro solennità sono state le parole del giudice. Non c’è alcuna prova che questo provvedimento servirà la sicurezza nazionale. Il decreto viola i valori costitutivi della Repubblica Federale, è incostituzionale e deve essere immediatamente disapplicato. “The Constitution is supreme in this Country”. Punto, e basta.

“Fascinating, troubling and difficult” – così Alan Dershovitz, uno dei più noti giuristi d’America, giudica questo conflitto, nel quale egli, come tutti i docenti di diritto costituzionali interpellati finora in diretta televisiva, non solo non  esita a riconoscere  che ha ragione il giudice contro il Presidente, ma lo elogia pubblicamente per avere fatto il suo dovere di fronte alla Nazione.

Il conflitto finirà di fronte alla Corte Costituzionale. E tutti i media trasmettono – a quanto è dato giudicare – con perfetta trasparenza e visibile passione civile il conflitto in diretta fra il potere esecutivo e quello giudiziario, e il grado di resistenza dei checks and balances che lo rendono possibile senza tragedie. La storia di una democrazia che avviene sotto i nostri occhi. E mi strappa un sincero sospiro di ammirazione.

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