Che cosa significa avere un’anima? – Il nuovo numero de “La Società degli Individui”, Franco Angeli

giovedì, maggio 4, 2017
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Presentazione – di Valeria Bizzari

Hugo scriveva che “C’è uno spettacolo più grandioso del mare, ed è il cielo, c’è uno spettacolo più grandioso del cielo, ed è l’interno di un’anima.” Concetto ineffabile per definizione, l’anima ha da sempre affascinato le riflessioni di artisti, filosofi, teologi, e, specialmente negli ultimi anni, di psi-chiatri e scienziati, senza tuttavia essere ricondotta a un significato univoco, o a una specifica funzione.

Il problema dell’anima è infatti antico, si può persino affermare che esso nasca insieme alla capacità dell’uomo di riflettere e cercare di trascendere il proprio io. Quella dell’anima, inoltre, è una questione che inevitabilmente rimanda al senso della vita stessa e si fa latrice di altre problematiche esistenziali, che nella storia del pensiero sembrano quasi temi ricorrenti: il rapporto che essa intrattiene con il corpo, la questione dell’immortalità, la relazione con la moralità e, conseguentemente, con l’alterità.

E’ possibile, quindi, immaginare quanto sia stato difficile ma allo stesso tempo incredibilmente stimolante realizzare l’ultimo volume de La Società degli Individui (57, 2016/3, Franco Angeli, Milano), la cui sfida principale fosse rispondere finalmente alla fatidica domanda “Cos’è l’anima?”. All’interno del testo, il tema viene trattato da diversi punti di vista: è possibile, infatti, osservare non solo il modo in cui filosofi con differenti e contrastanti contesti di riferimento si interroghino sulla natura di tale nozione, ma anche come tali riflessioni si intreccino con quelle di psicologi, teologi e psichiatri.

Data la complessità del tema, l’indagine si muove su diversi livelli, che si condensano in tre nuclei principali. E’ possibile infatti individuare la prospettiva ontologica, laddove l’animo è descritto alla stregua di un’essenza che connota l’individuo, sfondo esistenziale che sostiene ogni esperienza: in quest’ottica, la corrente fenomenologica (si vedano, in particolare, i testi di Roberta De Monticelli e Simona Bertolini), sembra fornire gli strumenti concettuali adatti anche a un ripensamento dell’anima in senso laico, rispettivamente come mente soggettiva, “qui e ora” irripetibile e irrazionale, e come individuazione vivente e continua di tutte le proprietà dell’agente razionale che chiamiamo persona.

La seconda chiave di lettura è invece quella epistemologica, che considera l’anima quel quid grazie al quale la soggettività si fa conoscere, si offre allo sguardo altrui perchè, per essenza, è capace di trascendere se stessa, di immaginare, di provare emozioni. In tal senso, si può sostenere che l’anima altro non sia che relazione: epistemologia e ontologia si intersecano, perchè laddove c’è un io, c’è anche la possibilità di coglierlo e di sentirlo in tutte le sue peculiari e indefinibili sfaccettature. Il legame che permette all’anima di sopravvivere nell’alterità vince, dunque, anche la morte (come descrive Nicolas De Warren nel suo contributo), laddove il ricordo dell’animo altrui continua a vivere in chi è stato capace di intuirla, anche solo per un istante.

Il “noi” si fa parte essenziale dell’io, che tuttavia continua a preservare la sua individualità. La sezione fenomenologica, che ospita i testi di Roberta De Monticelli, Dan Zahavi, Josef Parnas e Mads Gram Henriksen, ben esplicita la duplice natura dell’animo, enfatizzando non solo l’importanza dell’unicità individuale, di cui il volto si fa espressione, ma anche il fatto che il Sè sia fin da subito un Sè-con-l’altro. L’analisi di alcune patologie conferma questa duplice caratterizzazione: la schizofrenia, ad esempio, sembra essere un disturbo che colpisce proprio il Sè (o anima), alla cui distorsione corrisponderebbe inevitabilmente una perdita del cosiddetto “senso comune”, una dissociazione rispetto al consorzio collettivo.

Alla luce di tali assunzioni, risulta facile, quindi, ripensare a discipline quali la psicoterapia e la psichiatria come a modalità di analisi e “cura dell’anima”. Nei contributi presenti all’interno del vo-lume (oltre a quello già citato di Henriksen e Parnas), possiamo infatti leggere le osservazioni di Francesca Brencio, Anna Ferruta e Tonia Cancrini, che dalla fenomenologia esistenziale, alla psi-coanalisi e alla psicoterapia si focalizzano sull’ essenziale fragilità dell’anima, che tuttavia può essere considerata l’inevitabile e non necessariamente negativa conseguenza della sua innata apertura alla trascendenza, o, in altre parole, possibilità di libertà. Ed è qui che il livello epistemologico e quello ontologico si intrecciano con l’aspetto morale, terzo nucleo argomentativo del testo: l’anima inesorabilmente si carica di una responsabilità etica, essendo latrice dei valori individuali più intimi e mediatrice tra il vivere del singolo e quello della collettività. Passando in rassegna diverse posizioni in merito, a partire dalla filosofia antica (alla quale, oltre al testo di Burt Hopkins, è dedicata la sezione “archivio”) fino a quella medievale (nel contributo di Fabrizio Amerini) e contemporanea (Marcella D’Abbiero, Massimo Marraffa, Alberto Meschiari), emerge dunque la necessità di un’etica laica. L’anima, infatti, non sembra aver affatto bisogno di riferimenti escatologici o di divini: è possibile scorgere la morale ovunque vi sia trascendenza, relazione, e ogni volta che la sensibilità sia in grado di contaminare la pura ragione, ogni volta che l’anima si faccia principio del no-stro agire.

Alla luce di un’accezione laica di anima, vengono affrontati anche altri temi ad essa da sempre connessi: la questione dell’immortalità, e lo spinoso problema del rapporto anima-corpo. Manuel Fraijo sostiene che l’immortalità dell’anima non debba necessariamente essere compresa da una prospettiva religiosa, ma significhi semplicemente riuscire a vivere “in profondità”, facendosi verità e amore eterno, senza dunque implicare riferimenti a un al di là o a un dio.

Per quanto riguarda, invece, la questione anima-corpo, è interessante notare come tale tematica sia protagonista di riflessioni a partire dalla filosofia antica, e già da allora non si risolva semplicemente in uno sterile dualismo. Nella sezione “Archivio” è infatti possibile leggere i frammenti di quattro autori: due filosofi—Dicearco da Messina, discepolo di Aristotele, e Aristosseno di Taranto— e due medici—Andrea, allievo di Erofilo, e Asclepiade di Bitinia), che consideravano il corpo una sostanza operativa, senza tuttavia negarne la spiritualità. In altre parole, già nell’antichità è possibile rinvenire la descrizione di un’ anima che è in armonia con il corpo, e che con esso si intreccia. Fernando Savater enfatizza tale intreccio fino a rovesciare il canonico dualismo anima e corpo e sostenere che l’unica cosa mortale al mondo sia proprio l’anima, la quale appartiene al corpo come forma al punto da essere incapace di diventare altro al momento del crollo di quest’ultimo.

L’unione tra anima e corpo sembra talmente intensa che è possibile parlare—come fa Paolo Costa, avvalendosi di un lessico fenomenologico— di “corpo vissuto”, entità duale in cui non si può scindere tra sostrato psichico e sostrato materiale, poichè proprio nella sua interezza e complessità il corpo si fa portavoce della nostra identità personale.

Sono quindi numerose e variegate le tematiche intorno all’anima affrontate nel volume, ma nonostante la sua essenziale ineffabilità la ricerca sul significato più profondo di questa affascinante e misteriosa nozione non sembra un compito del tutto ineludibile: chiedersi che cosa sia, riflettere introspettivamente sul valore della persona e dell’altro, cercare di trascendere se stessi per capire se stessi..in fondo non è forse un dialogo dell’anima su se stessa?

Buona lettura!

 

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