A che serve avere le mani pulite se le si tengono in tasca

martedì, luglio 4, 2017
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Nel cinquantenario della morte di Don Milani, che si è celebrato in questi giorni, riprendiamo questa Nota editoriale di Roberta De Monticelli a una raccolta di scritti civici di Don Milani.

 

Dell’obbedienza e della servitù. Sull’attualità di don Milani

Nota editoriale a don Lorenzo Milani, A che serve avere le mani pulite se le si tengono in tasca, Innstant Book Chiarelettere, Milano 2011, pp. IX-XIX.

 

«E poiché sei venuto al mondo, sei stato allevato ed educato, come puoi dire di non essere, prima di tutto, creatura nostra, in tutto obbligato a noi, tu e i tuoi avi?». Questo dicono le leggi a Socrate, secondo un celeberrimo passo del platonico Critone. Più che padre e madre sono per Socrate le leggi, senza le quali non esiste Città dove ragione si oppone a ragione, ma solo la ragione del più forte, la guerra o il dispotismo. Perciò Socrate accetta la morte e non fugge, pur sapendo che la condanna è ingiusta. Antigone, nella più celebre tragedia di Sofocle,  disobbedisce invece alla legge di Tebe e di Creonte – “fuorilegge, devota” a una legge non scritta, “misteriosamente eterna”, che a quella positiva si oppone.

Nelle figure di Socrate e di Antigone si incarnano le figure dell’obbedienza e della disobbedienza in quanto – entrambe – modi della libertà. Perché c’è obbedienza e obbedienza. Obbedire a una legge cui si consente – e non a un uomo che si pone al di sopra di essa – è esercizio di libertà come auto-nomia, sovranità su se stessi. E don Milani si rivolge ai ragazzi della sua scuola come ai “sovrani di domani”. Come ai cittadini che saranno, il cui esercizio di libertà è anche esprimere la volontà di leggi più giuste, e dunque anche obiettare, accettando socraticamente le conseguenze penali, a quelle ingiuste. Invece l’obbedienza che “non è più una virtù”, se mai lo è stata, non è un modo della libertà, ma del suo contrario – dell’asservimento, prigionia della mente e servitù del cuore. Può essere l’obbedienza a un uomo e non a una norma legittima, o può essere l’obbedienza cieca, o indifferente. Servitù – è il vero nome di quell’obbedienza che non è virtù. Questo è il cuore del pensiero di don Lorenzo Milani, cittadino e cristiano, quale si esprime in questi testi pubblicati nel 1965 in difesa  dei primi obiettori di coscienza alla coscrizione militare, e in risposta all’accusa di apologia di reato, per la quale don Milani subì un processo.

L’orrore della servitù volontaria: è il punto di fusione – al calor bianco – fra il demone di Socrate, che libera con la critica dalla prigionia della mente,  e la divinità nell’uomo di Cristo, figlio e non servo, che libera dalla sudditanza del cuore. Don Milani lo sa: lo dice nella Lettera ai giudici –  la sua fiammante, socratica Apologia, che ogni ragazzo dovrebbe leggere appena si sveglia al dubbio e all’esistenza. Il Critone e l’Apologia di Socrate, insieme con i quattro Vangeli:  ecco le prime due fonti di quella “tecnica di amore costruttivo per la legge” di cui il maestro di Barbiana si fa apprendista, insieme con i suoi ragazzi.

 

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