A partire da alcune osservazioni di Massimo Recalcati: l’ora di lezione e lo stile dell’insegnante

lunedì, agosto 14, 2017
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“La pratica dell’insegnamento [...] deve mantenere vivo il rapporto erotico del soggetto con il sapere” (p. 4) È quello che Massimo Recalcati, in L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (Einaudi, 2014), pensa essere il compito primario ed ineludibile per la figura dell’insegnante. Il rapporto erotico del soggetto con il sapere: che cosa significa? Posto che il ruolo dell’insegnante non debba ridursi a mera trasmissione di nozioni e competenze, ma debba andare al di là di questa forma di comunicazione nutrendosi di passione e motivazione, che cosa vuol dire che l’insegnante è chiamato a mantenere vivo il rapporto erotico con il sapere?

Un simile compito sembra anzi essere precedente alla necessaria spinta passionale e motivazionale che alimenta l’agire dell’insegnante. Lo spessore del testo di Recalcati sta proprio nella chiave interpretativa che egli propone in merito a questo compito, invitando ed incoraggiando ogni singolo insegnante a portare avanti “un’erotica dell’insegnamento”. Tale chiave sta in ciò che Recalcati chiama “lo stile dell’insegnante”: “ogni insegnante insegna a partire da uno stile che lo contraddistingue. Non si tratta di tecnica né di metodo. Lo stile è il rapporto che l’insegnante sa stabilire con ciò che insegna a partire dalla particolarità della sua esistenza e del suo desiderio di sapere” (p. 5) È solo da questa duplice particolarità che l’insegnante deve attingere per poter trasmettere agli studenti quel sapere che lui stesso ancora desidera: è il rapporto tra quel sapere e quell’esistenza che è in gioco. Il desiderio di sapere non è decontestualizzato: è intriso del contesto in cui è nato, in cui è stato alimentato e in cui si sviluppa.

A partire da questa interessante osservazione di Recalcati in merito allo stile, è possibile elaborare qualche altra riflessione. L’insegnante insegna proprio nella misura in cui lascia un segno nei suoi studenti, nella misura in cui segna in loro: lungi dall’essere il contenuto delle sue lezioni, questo segno sembra essere proprio quello che Recalcati indica come lo stile dell’insegnamento, il modo in cui quel particolare insegnante incarna il suo desiderio di sapere nella sua particolare esistenza. L’insegnante è quindi chiamato a insegnare: è questa la cornice in cui l’insegnante educa. Senza scomodare Platone e il mito della caverna, l’insegnate educa nella misura in cui tira fuori: cioè accompagna — conduce — lo studente in un percorso volto a formarlo, volto a far venire alla luce le sue potenzialità. Ed è proprio in questo processo di formazione che l’insegnante fa leva sui contenuti che cerca di insegnare ai suoi studenti, sui contenuti attraverso i quali cerca di lasciare un segno nei suoi studenti. Lo stile dell’insegnante di cui parla Recalcati sembra farci capire che l’insegnante debba mettersi in gioco nella relazione con i suoi studenti: deve in parte scoprirsi, deve mettere a nudo quel nesso che c’è tra ciò che insegna e la sua persona, tra i contenuti della sua disciplina e la sua particolare esistenza. Pare essere proprio questa messa in gioco da parte dell’insegnante a gettare le basi per la fiducia che gli studenti possono nutrire verso il loro insegnante. Fiducia che chiede di essere alimentata, nutrita con pazienza e perseveranza.

E qui un’altra osservazione di Recalcati torna nuovamente utile. In questo processo di educazione e formazione il rischio più grande sembra essere quello che egli magistralmente nomina “anoressia intellettuale”. L’automatismo è il morbo della Scuola e la patologia del discorso dell’Università, sostiene Recalcati: si “ricicla un sapere che tende anonimamente alla ripetizione annullando la sorpresa, l’imprevisto, il non ancora sentito e il non ancora conosciuto, rendendo impossibile l’evento della parola. È uno dei nemici acerrimi del lavoro dell’insegnante: la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già visto, ridurre l’amore per il sapere a pura amministrazione di un sapere che non riserva più alcuna sorpresa. A quel punto non c’è trasmissione di una conoscenza viva ma burocrazia intellettuale, parassitismo, noia, plagio, conformismo. Un sapere di questo genere non può essere assimilato senza generare un effetto di soffocamento, anoressia intellettuale, disgusto.” (p.7)

Ecco che in questo periodo di transizione per la Scuola e di riflessione sul suo futuro incerto, un libro come quello di Recalcati aiuta ad alimentare la passione per l’insegnamento, specialmente in laureati in perenne attesa di un bando per l’abilitazione che ormai da troppo tempo è stato vuotamente promesso: dal TFA si è passati a un eventuale percorso di abilitazione di cui solo il nome sembra essere una presa in giro, il FIT, che dovrebbe partire nel 2018. Forse è una promessa vuota, di sicuro sembra ridicolo che per accedervi non sia sufficiente una laurea bensì anche “24 crediti formativi in psicologia, antropologia, pedagogia, metodologie e tecnologie didattiche, pedagogia speciale e didattica dell’inclusione” (come se per sapere insegnare sia sufficiente avere dei crediti universitari di discipline che presumono di insegnare come insegnare). Di sicuro sembra ridicolo lo stipendio che pare essere stato promesso per questi anni di tirocinio del FIT. Di sicuro ci si sconforta pensando alle qualifiche dell’attuale Ministro dell’istruzione.

In questo panorama di sconcerto e delusione, leggere il libro di Recalcati fa bene: l’autore ci ricorda con insistenza che un’ora di lezione può cambiare la vita e che sempre bisogna perseguire un’erotica dell’insegnamento, anche solo per un’ora, anche se quell’ora è un’ora di supplenza in un oceano di ore di supplenze in scuole diverse, con ragazzi diversi, con colleghi diversi. Ma è sempre lezione: è quell’occasione in cui mostrare il proprio stile, in cui far nascere la fiducia negli studenti, in cui dar avvio ad un percorso di educazione e formazione. Anche solo per un’ora, ma “un’ora di lezione può cambiare la vita”. Grazie a Massimo Recalcati per invitare l’insegnante a preferire una faticosa erotica dell’insegnamento ad una comoda anoressia intellettuale. Perché la prima fa fruttare, la seconda sradica.

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