Lettera ricevuta. Ovvero, dove vive la speranza

sabato, marzo 10, 2018
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Magna ista vis est memoriae, magna nimis, Deus meus, penetrale amplum et infinitum

(Agostino)

Nel silenzio compatto  delle democrazie che restano, il despota cinese si dichiara presidente a vita, quello russo non ne ha bisogno per esserlo di fatto. Quello turco ha sbattuto in galera chiunque osi pensare, e ha buttato le chiavi. Quanto al palazzinaro dal ciuffo giallo che guida l’America, non c’è voce di potente al mondo che si levi contro la protervia con la quale costui si appresta  scatenare un nuovo atto della tragedia palestinese, disponendo lo spostamento della sua ambasciata a Gerusalemme. Intanto in Israele hanno  deciso di sbattere in galera anche Ahed Tamimi,  la ragazza palestinese  che aveva osato schiaffeggiare il soldato israeliano, poveretto, solo perché aveva sparato in testa a suo cugino, durante un’irruzione nella loro casa.

Meglio poi, per carità di patria, tacere della piccola farsa tragica di casa nostra, o dell’egocentrismo psicopatico con cui il principale sconfitto delle ultime elezioni italiane dialetticamente dice e disdice le sue dimissioni, deciso a lasciar scivolare il Paese nella rovina pur di soddisfare i suoi mediocri istinti di rivalsa.

Questa sera invece, e d’ora in poi ogni sera, a quest’ora, noi rivolgeremo il pensiero in direzione di una prigione di Instanbul, e la gratitudine, come stasera, salirà dal profondo del cuore, e lasceremo che il respiro si allarghi e la speranza cresca come le foglie, a primavera. Finché c’è in terra chi ci scrive lettere come questa, sarà valsa la pena di aver vissuto, e riso e pianto, su questa terra. Questa è la lettera che ci scrive dal carcere dove da un anno è confinato, Ahmet Altan, condannato all’ergastolo, scrittore.

 

Lettera dal carcere di Ahmet Altan

Fermi. Prima di impietosirvi, vi prego di ascoltare quello che ho da dire.
Si, sono stato rinchiuso in una prigione di alta sicurezza in mezzo al nulla.
Si, vivo in una cella le cui porte di ferro si aprono e si chiudono con rumori pesanti.
Sì, i pasti mi vengono serviti attraverso una fessura nella porta.
Sì, anche il piccolo cortile con il suo pavimento di pietra dove cammino avanti e indietro, è coperto da sbarre.

Sì, non posso vedere nessuno tranne il mio avvocato e i miei figli; non mi è nemmeno concesso di scrivere ai miei cari.
Sì, quando devo andare in ospedale, tirano fuori un paio di manette da un mucchio di attrezzi di ferro e me li chiudono attorno ai polsi.
Sì, ogni volta che mi vengono a prendere nella mia cella, urlano ordini come “mani in alto” e “togliere le scarpe”.

Tutto questo è vero, ma non è tutta la verità.
Fino ad oggi, non mi sono svegliato una sola volta in prigione. Mai.
In estate, quando i primi raggi di sole penetrano dalla finestra sbarrata, trafiggendo come delle lame luminose il mio cucino, ascolto il canto degli uccelli migratori che hanno dormito vicino all’acqua e il suono secco delle bottiglie di plastica scalciate dai piedi dei detenuti che camminano avanti e indietro nel cortile.

In questi momenti ho la sensazione di essere nel giardino della mia casa d’infanzia o – non so perché, in un piccolo albergo in uno di quelle vie parigine rumorose che mi ricordano “Irma la Douce”.

Quando invece mi sveglio e il rabbioso vento del nord spinge le piogge d’autunno contro la mia finestra, allora comincio la mia giornata in un albergo sulla riva del Danubio, davanti al quale ogni notte, si accendono delle fiaccole. Quando mi sveglia il sussurro della neve che si ammucchia sul davanzale, allora mi trovo dietro la finestra della casa dove il dott. Zivago trovò rifugio.

Fino ad oggi, non mi sono svegliato una sola volta sola in prigione. Mai.

E tutto questo non è ancora nulla in confronto alle mie avventure notturne. Passeggio su delle isole thailandesi, nelle vie di Amsterdam, nei labirinti nascosti di Parigi e nei piccoli parchi che si estendono tra le grandi vie di New York. Mi trovo nelle strade innevate di una piccola città in Alaska, in un albergo a Londra e in un ristorante a Istanbul.

Ho amici in tutto il mondo che mi aiutano a viaggiare anche se, la maggior parte di loro, non ho mai visto.

Posso incontrarli anche sulle rive del rio dell’Amazoni, in una spiaggia del Messico, nelle savane africane. Ogni giorno parlo con delle persone che nessuno vede, persone che non esistono e che io chiamerò in vita nel momento in cui comincerò a scrivere su di loro. Ascolto mentre parlano tra di loro. Vivo il loro amore, le loro avventure, speranze, preoccupazioni e gioie. A volte rido silenziosamente mentre cammino in cortile – le loro conversazioni possono essere assai divertenti. E siccome qui in prigione non voglio incominciare, le scrivo con l’inchiostro scuro della memoria direttamente nel mio cervello.

So di essere uno schizofrenico finché tutte queste persone abitano solo nella mia testa. Ma so anche che sono uno scrittore e che un giorno, tutti si ritroveranno tra le pagine di un libro. Mi diverto ad oscillare come su una altalena tra la schizofrenia e il mio essere scrittore. Mi alzo in aria come fumo e esco dalla prigione accanto a tutti quelli che vivono nei miei pensieri. Loro – gli altri – avranno il potere di gettarmi in prigione, ma non quello di tenermi là dentro.

Dietro la difesa d’acciaio dei miei libri sono inviolabile.

Sono uno scrittore.

 

 

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Un commento a Lettera ricevuta. Ovvero, dove vive la speranza

  1. Fortunato Aprile
    mercoledì, marzo 28, 2018 at 18:42

    Grazie a Roberta De Monticelli
    che non rinuncia a tener deste le nostre coscienze, facendoci osservare da vicino il senso delle nefandezze che dittatorelli di ogni sorta non smettono di imporci.
    E quel che è peggio è che quelle nefandezze sono imposte a scrittori, poeti, artisti, dissenzienti disarmati, togliendo loro la cosa più preziosa: la libertà.
    Da adolescente, un tempo ormai lontano, mi dicevo che i
    “I denti di una balestra
    [che] tengono ancorato
    Il [mio] volo”
    di Marcos Ana nelle prigioni fasciste di Franco non ci sarebbero più state in Europa.

    Le prigioni si sono solo spostate più ad Est e a Sud del Mondo.

    “L’ animo straziato da tanto dolore” di Marcos Ana prende ora il volo nelle costruzioni di afferramento della speranza di Ahmet Altan.
    Ma quanto possono durare quelle costruzioni, a fronte di uno spaventoso ergastolo?
    Tocca fare qualcosa!
    Cominciamo a chiedere , sia a questo residuo governo, sia al prossimo venturo, di non farsi inetti di fronte a un dittatore che è vergogna per l’Europa.
    Più Europa, certamente. Purché non insozzata dalla violenza o dalle bende indossate per non vedere. E che ci fanno corresponsabili.

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