Riflessioni sull’ordine e sul bello – di Claudio Rugarli

lunedì, marzo 26, 2018
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Da uno dei Fondatori della Facoltà di Medicina, medico e filosofo noto non solo agli studenti di medicina per i suoi testi scientifici, ma a tutti per quelli filosofico-storico-divulgativi (cf. ad esempio Medici a metà – Quello che manca nella relazione di cura, Cortina 2017) riceviamo e volentieri pubblichiamo questa breve meditazione sull’ordine e la bellezza, che paradossalmente troverebbe l’evoluzionista, per una volta, d’accordo con Platone. Per il fenomenologo è una sfida, che speriamo qualcuno raccolga – anche perché è un buon esercizio: chi saprebbe rispondere con un buon abbozzo di fenomenologia dell’ordine e del disordine, magari a partire da quello domestico?

 

Sull’ordine e sul bello 

(Claudio Rugarli)

Una delle leggi fondamentali della fisica è il secondo principio della termodinamica che, in termini molto generali, stabilisce che le sole trasformazioni possibili spontaneamente in un sistema fisico, sono quelle che vanno da uno stato più ordinato a uno più disordinato. Per questo è stato creato il termine di entropia, che indica la misura del disordine, e il secondo principio della termodinamica è stato espresso come legge dell’aumento dell’entropia, ossia come tendenza naturale del mondo fisico al disordine. L’ordine e la complessità che pure esistono nel mondo fisico (per esempio in un vivente) sono possibili grazie alla fornitura di energia e informazione.  Per fare un esempio, se in un piatto sono presenti da un lato un mucchio di grani neri e dall’altro un mucchio di grani bianchi (stato ordinato secondo il senso comune), scuotendolo si avrà un solo mucchio di apparenza  grigia, in quanto i  grani si saranno mescolati (stato disordinato sempre secondo il senso comune), mentre il contrario non avviene mai. In questo esempio non è impossibile immaginare una macchina (informazione) che, utilizzando qualche forma di energia, riesca a separare i grani neri da quelli bianchi, ma, in assenza di un simile intervento, vale la legge dell’incremento del disordine e cioè dell’aumento dell’entropia. E questa, al di là dell’esempio, ha un valore universale.

Intuitivamente, tutti credono di sapere che cosa siano l’ordine e il disordine, ma darne una definizione precisa non è tanto facile. Facciamo l’esempio che da un mazzo di carte da gioco se ne estraggano a caso 10, che potranno essere rosse (cuori, quadri) o nere (picche, fiori) e si immaginino queste due combinazioni di carte rosse (R) e nere (N):

R R N R N R N N R N    e    R R R R R R R R R R

Secondo il senso comune, la seconda combinazione è molto più ordinata della prima, ma perché? La prima risposta che viene in mente è perché è più improbabile. E, tuttavia, questo non è vero perché, per ogni estrazione di carte, R e N avranno la stessa probabilità di uscire (50%), senza che un’estrazione influenzi l’esito della successiva che, per entrambe le combinazioni sarà alla fine 50% alla decima potenza. Certamente l’argomento della improbabilità vale , e moltissimo, se si confronterà la probabilità di uscita della seconda combinazione con tutte le altre possibili, a questo vale per tutte le combinazioni, compresa la prima di questo esempio, se se ne sceglie  una da mettere a confronto con il totale delle rimanenti. Il problema dell’ordine, perciò, può essere stabilito in termini d’improbabilità, solamente se si presuppone la scelta secondo un criterio preferenziale di una particolare combinazione di carte estratte. Vale a dire che ordine e disordine, e così pure l’entropia, sono proprietà relative, determinate dal criterio che viene fissato per la loro definizione. Nel caso dell’esempio delle carte da gioco il criterio implicito è quello della regolare continuità del colore, che mi sembra corrisponda al sentire comune. Ma se uno stravagante avesse considerato criterio di riferimento la prima configurazione del colore delle carte estratte, questa sarebbe stata considerata più ordinata della seconda e con entropia più bassa. Allora ordine e disordine sarebbero solo proprietà soggettive e non avrebbero una base oggettiva? Non la penso così e credo che il senso comune poggi su solide basi, cioè che esista nella natura un criterio per definire ciò che è ordinato e ciò che non lo è, e che perciò la legge dell’aumento dell’entropia abbia lo stesso significato per tutti.  Ne dà un’ingegnosa spiegazione Carlo Rovelli nel suo libro “L’ordine del tempo”, ma , per quanto riguarda la nostra coscienza, azzardo la conclusione che questo sia percepito grazie a un criterio estetico. La seconda combinazione delle carte da gioco è giudicata più ordinata perché appare più bella.

Questa conclusione può sembrare avventata perché è certamente incredibile l’idea che le leggi di natura si adeguino ai gusti umani.  Ma, se si rovescia questa proposizione e si pensa che i gusti umani siano derivati da particolari proprietà dell’universo fisico, allora la mia conclusione è accettabile.  Quello che gli umani definiscono bello è ciò che è in consonanza con l’ordine dell’universo. Questa idea mi è venuta leggendo un articolo su “La “Lettura”, supplemento domenicale del “Corriere della sera”, del 3 dicembre 2017. Titolo dell’articolo era “La bellezza è un scienza”, e l’autore il professor  Semir Zeki, docente di neurobiologia all’University College di Londra, e fondatore della neuro-estetica, campo di ricerca che unisce estetica e neuroscienze cognitive. In quest’articolo si legge che esiste un’area del cervello, situata nella corteccia cerebrale orbito-frontale mediale, che è sempre implicata nell’esperienza della bellezza. Per chi crede, come me, nell’evoluzione biologica, nasce spontanea la domanda: a che cosa è servita la differenziazione di questa struttura cerebrale nella caratterizzazione della specie umana? Un’ipotesi possibile mi sembra che l’acquisizione del senso estetico, fino a esprimere una struttura cerebrale deputata a questo scopo, sia  stata importante per fornire agli umani un criterio per distinguere l’ordine dal disordine e comportarsi in armonia con una legge fondamentale dell’universo, il che spiegherebbe il secondo principio della termodinamica e renderebbe la legge dell’aumento dell’entropia valido per tutti, senza alcun relativismo.

Comprendo che questa ipotesi possa sollevare parecchie obiezioni.   Secondo i principi  darwiniani, un carattere somatico tende a essere selezionato se provoca vantaggi a una specie per la sopravvivenza, vale a dire per la nutrizione, la riproduzione e la resistenza ai pericoli ambientali.  A prima vista non si vede in che cosa il senso estetico possa essere stato utile per l’affermazione degli umani sulla terra. Tuttavia, a ben riflettere, l’incorporazione del senso estetico nel patrimonio genetico, e la sua espressione in  una struttura cerebrale deputata a questa funzione, può essere stata utile ai fini di aggregazione delle società,  garantendo una consapevolezza di ordine e disordine valida per tutti i membri della specie, salvo episodiche e casuali deviazioni.  E, anche in questo caso, varrebbe la strategia della natura, che fa apparire desiderabile ai viventi ciò che è utile per la specie. Così si sviluppa l’appetito perché alimentarsi in una giusta misura è indispensabile per la sopravvivenza degli individui, si prova piacere nei rapporti sessuali perché questo serve alla riproduzione e alla sopravvivenza della specie e, aggiungo, si è attratti dal bello perché questo ci mantiene in sintonia con l’ordine dell’universo.

Si consideri, inoltre, che la sensibilità al bello è alla base dell’espressione artistica, documentata dai graffiti paleolitici, forse destinati a generare la scrittura, la cui utilità per la sopravvivenza degli umani nessuno mette in dubbio. Tuttavia, proprio il riferimento all’arte suscita altre obiezioni.  L’arte moderna ha rotto con una certa tradizione di bellezza e ha esplorato nuove vie di espressione.   Se si assimila la percezione dell’ordine con quella della bellezza, che ordine si vede in un quadro, per esempio, di Pollock , che pure è un artista molto e giustamente valutato?  Ma il senso estetico determinato dalla genetica mi sembra più un orientamento generico che un processo analitico e credo che gli artisti siano alla ricerca di un ordine più profondo e non ancora espresso e non si può dire che nell’arte moderna tutti ci siano riusciti.  In questo vedo nell’arte un’attività esplorativa analoga a quella degli scienziati, per i quali una teoria è attrattiva non solo per la sua coerenza, ma anche per la sua bellezza. Ma questo sarebbe un discorso toppo lungo per approfondirlo.

 

 

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