A PROPOSITO DEL ‘68. La seconda nascita. Memorie di una giovinezza in fuga (Roberta De Monticelli)

mercoledì, maggio 30, 2018
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A proposito del ‘68 

La seconda nascita. Memorie di una giovinezza in fuga [1]

(Roberta De Monticelli)

Un giorno di qualche anno fa – già da un pezzo ero rientrata in Italia dopo una lunga parentesi di insegnamento nella placida Ginevra, patria di Rousseau e quindi in un certo senso dei diritti umani, oltre che attuale sede di molte organizzazioni delle Nazioni Unite – lessi un articolo di un noto politologo e storico italiano – un collega, del resto – dove si sosteneva la tesi bizzarra che far studiare la nostra Costituzione a scuola fosse trasformare l’istruzione in catechismo, cioè fosse cosa  illiberale e irrispettosa della libertà degli individui, e della loro identità in formazione. Restai di sasso. Come era possibile vedere uno spirito totalitario nella premessa più elementare di una democrazia costituzionale, che come è noto non si regge infine che sulla consapevolezza e il consenso critico dei suoi cittadini? E come si fa a rispettare le regole della res publicain cui si vive, o – se giusto – anche contribuire a cambiarle, se non si conoscono? E non bastava, la visione del desolato panorama di ignoranza, di arbitrio e di violenza, di “perdita della patria” e di cialtronesca quando non delinquenziale incuria, che i libri stessi di quello storico avevano contribuito a mettere in luce, a rendere evidente l’urgenza assoluta di un lavoro di educazione alla cittadinanza consapevole, certo il più possibile socratico, critico, capace di suscitare domande e perplessità – ma non più rinviabile di un solo giorno, in tutte le scuole della Repubblica? [2]

Da allora nutro un’ ammirazione profonda per quei docenti delle scuole di ogni ordine e grado che si assumono questo compito faticoso, indispensabile e bellissimo di educare “i sovrani di domani” – come diceva don Milani – alle forme e ai limiti della loro sovranità, “stabiliti dalla Costituzione”. …

 

1. Memorie di un’altra primavera

Chi come me sia nato nel decennio successivo all’entrata in vigore della Costituzione ha ricordi nebulosi di quel tanto di educazione civica che avrà pur ricevuto nel corso dei suoi anni di scuola, se faceva parte dei programmi ministeriali. Può darsi che  siano particolarmente offuscati i miei, ma non  mi stupirebbe che molti altri della mia generazione abbiano ricordi analoghi, troppo vaghi. Vaghi, al punto che il ’68 – visto dal basso di una prima liceo, con gli occhi di una svagata sedicenne – resta nel ricordo come l’esordio di un improvviso allargarsi della visuale quotidiana dal cortile di casa al mondo di allora, in particolare all’America e ai movimenti pacifisti e contrari alla guerra del Vietnam. Ci risvegliammo cittadini del mondo, più che cittadini italiani. E questo almeno è un ricordo preciso: la prima manifestazione, in un caldo aprile milanese, in coincidenza col mio sedicesimo compleanno, fu un adolescenziale rito di iniziazione, una sorta di entrata in società secondo il costume dell’epoca. Un’entrata nella vita della Polis, in un certo modo: una seconda nascita, direbbe Hannah Arendt. Che però non si potrebbe immaginare più ignara della propria identità culturale e nazionale, della storia patria e perfino delle speranze, già da un pezzo tramontate ma forse non del tutto rimosse, di quelli che avevano vent’anni o trenta nel ’48: i nostri genitori.

Non credo fosse un caso isolato, il mio. La nostra scuola, anche al suo meglio, coltivava in noi molto più l’ideale umanistico, in effetti più romantico che classicistico, di una cultura dell’anima e dell’interiorità, che il sentimento della cittadinanza, dei suoi obblighi e delle sue virtù: non credo anzi di sbagliare se congetturo che non lo coltivasse – almeno nei licei classici – più della matematica. Che con i suoi annessi e connessi è l’alfabeto stesso della nostra modernità e della scienza. Erano tempi (ma sono cambiati, in questo aspetto?) in cui si poteva esser considerati “bravi” anche con l’insufficienza in matematica, purché compensata dall’eccellenza in greco o in latino, o almeno in italiano, e questo era già purtroppo un indice di fragilità della futura intellighentsja – non perché non sapesse far di conto, ma perché, colpevolmente, era indotta a credere che le scienze “dure” non fossero infine che una sottospecie di computo, non vero pensiero ma esattezza di calcolo. Era uno dei grandi equivoci dell’idealismo di Croce e Gentile. Tanto che non ci si vergognava ad ammettere di essere asini “in matematica” – senza sospettare che questo significasse in certo modo esserlo in logica, che è l’etica stessa del pensare. E che dove il pensiero non ammette un’etica – una norma e un limite all’arbitrio – tanta più fatica si farà a riconoscere norma e limite all’agire e alla sua “libertà”. Ma almeno si confessava la propria asinaggine, in matematica. La coscienza civica, invece, quasi neppure sapevamo che esistesse – anzi, che facesse difetto ai più fra noi. Il mondo che l’ondata sessantottesca travolse forse albergava anche un po’ d’eccellenza, nutriva il privilegio, di cui molti della mia generazione ancora godettero, dei buoni studi umanistico-letterari. Ma con una singolare, incongrua limitazione  di memoria storica: il passato recente, il presente nazionale restavano avvolti in un oblio davvero bizzarro, quando si ripensa alle velleità rivoluzionarie di molti di noi. Ricordo bene la sicumera con cui usavamo, in quegli anni, il linguaggio dei nonni e dei bisavoli – scambiandoci reciprocamente ridicoli anatemi da Terza Internazionale, in modo che il peggio che ti poteva capitare era sentirti dare del piccolo-borghese seguace del “rinnegato Kautsky”, il meglio del trotzkista – nella completa ignoranza, o nella rabbiosa rimozione, della lingua dei padri e delle madri, e soprattutto della loro esperienza e delle loro sconfitte. Un’ignoranza non innocua, per venire al nostro tema: perché la sconfitta dei padri e delle madri della mia generazione fu appunto la seconda grande “rifondazione incompiuta” dell’Italia: dopo quella del Risorgimento, quella della Resistenza, o meglio della Ricostruzione. Fu il tempo che trasformò la nostra Costituzione appena nata in quella che Piero Calamandrei amaramente chiamava “l’Incompiuta”.  Un pezzo di carta, o una bella macchina nuova lasciata in stand-by per una ventina d’anni almeno. Ma il Sessantotto degli studenti se ne curò ben poco, tranne forse per l’eccezione di uno slogan o due sul diritto allo studio… Guardavamo con sufficienza le cose vicine, che non lasciavano abbastanza spazio all’immaginazione, al respiro mondiale delle nostre ansie di palingenesi.

E prima di tornare a lei, all’Incompiuta, credo che non sia inutile prolungare un poco questa sorta di “come eravamo”. Perché può gettare un filo di luce sulle tremende inadempienze di cui, in età adulta e poi matura, si resero responsabili  i più fra noi – intendo dire, fra i privilegiati che avevano pure avuto il meglio della nostra ottima tradizione scolastica superiore, e poi s’erano abbastanza facilmente “presi tutto”: i posti di insegnamento all’università (distribuiti con improvvida, anzi demente logica sindacale), i ruoli chiave del “quarto potere”, la stampa, allora ancora importante, e la televisione, in rapida crescita di ascolti, i ruoli di comando nelle imprese, di Stato o private, i posti di dirigente nei partiti, a livello locale e nazionale.

Lasciamo pur da parte la frangia di coloro che si persero per le sanguinose vie del terrorismo (ma c’è chi dall’alto di condanne definitive ancora oggi pontifica in contemporanea dai pulpiti di tutti i giornali nazionali, da quelli progressisti a quelli ateo-devoti: e questa, comunque la si giudichi, è una peculiarità tutta italiana, sintomatica della scarsa autorevolezza simbolica che hanno, presso l’opinione pubblica, le istituzioni dello Stato). Lasciamo ai loro fasti odierni (del resto sono ormai prossimi alla pensione) anche il non piccolo manipolo di quelli che dopo aver maneggiato spranghe e slogan rivoluzionari scivolarono nell’affluenza ladra degli anni ’80, gli anni del sistema di finanziamento dei partiti che lo stesso Craxi definì “criminale”, e poi diventarono le mosche cocchiere di una cultura che giustamente è stata detta “impunitaria”: perché qualunque cosa si pensi, in legittima divergenza di opinioni, degli anni del berlusconismo, non si può dire che fra il ’94 e il presente siano mancate le campagne di “assalto alla giustizia”, come uno dei più limpidi e coraggiosi magistrati della nostra storia, Giancarlo Caselli [3], ha definito quei ricorrenti attentati all’indipendenza della magistratura che da destra, dal centro e da sinistra continuano ad essere sferrati a un ordinamento già intaccato da un’impressionante massa di leggi e leggine ad personam.

Passiamo dunque oltre tutto questo – anche se è parte non piccola della storia nazionale, se tutto questo ha significato un singolare, per certi aspetti terrificante fenomeno di erosione della legalità nel nostro Paese, perfino al livello più profondo, quello costituzionale. Terrificante perché indotto per decenni da una parte di quelle stesse istituzioni, Parlamento e Governo, che solo dalla Costituzione trarrebbero la loro legittimità. Fino alla vera e propria tragedia che stiamo riscoprendo in questi giorni [ndr: 2012], nonostante colpevoli reticenze: l’infedeltà dei pezzi dello Stato che vennero a patti con le mafie, in modi ancora oscuri che Paolo Borsellino probabilmente pagò con la vita, per averli intuiti. … (…) Ma ecco, anche lasciando da parte tutto questo resta ancora una domanda urgente. Come hanno potuto scomparire i fatti? Non solo alcuni fatti: ma la realtà di un’intera epoca storica, quella cui sembrò mettere fine la Magistratura durante il periodo di Mani Pulite, quando fu scoperchiata la corruzione in cui affondava gran parte del sistema economico e politico italiano. E che invece continuò imperterrita dopo, con la cosiddetta Seconda Repubblica.  Come è stato possibile che molti della mia generazione, o di poco più grandi, alcuni dei quali erano divenuti poi editorialisti e giornalisti televisivi anche famosi, dopo essersi nella pienezza dell’età, nei primi anni Novanta, schierati in difesa (quanto ovvia e dovuta!) della Magistratura e della legalità, si gettarono di punto in bianco a elaborare teorie del “conflitto” fra Magistratura e politica, e ad architettare progetti e leggi per imbrigliare le guardie, invece di prendersela con i ladri? [4] E questa strana svolta, che dura oltre la stagione politica dominata dalla cosiddetta destra, riguarda intellettuali e politici di parti opposte, con poche eccezioni oggi volentieri ostracizzate. Come ha scritto l’ex Procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli: “il problema non è di destra o di sinistra. Il vero problema investe il rapporto fra il potere e la legalità” [5].



[1]Prefazione  a La Repubblica siamo noi, a cura di M. Olivieri,  con un saggio di Gherardo Colombo, Salani, Roma 2013 , pp. 9-36, Versione rivista e aggiornata.

[2]E.  Galli della Loggia, Così la democrazia diventa catechismo, “Corriere della sera”, 8 novembre 2008. Sulla sua lettura della storia nazionale contemporanea, v. La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, 2003.

[3]G.C.Caselli, Assalto alla giustizia, Prefazione di P. Davigo, Melampo, Milano 2012

[4]M. Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, Milano 2008

[5]F. S. Borrelli, Memorie di un procuratore, in G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, Mani pulite – La vera storia, vent’anno dopo, Chiarelettere 2011, p. 846

 

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