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	<title>Phenomenology Lab</title>
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	<description>Phenomenology, Philosophy of Mind and Cognitive Science. A blog</description>
	<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 13:49:20 +0000</pubDate>
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		<title>Senza regole, addio democrazia</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 09:35:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[04 Interviste]]></category>

		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[07 Fenomenologia e altri saperi]]></category>

		<category><![CDATA[08 Paideia]]></category>

		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[etica]]></category>

		<category><![CDATA[scienze giuridiche]]></category>

		<category><![CDATA[Carl Schmitt]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo l&#8217;intervista di Elena Tebano (City, 9 marzo 2010) a Roberta De Monticelli su forma e sostanza della democrazia, dopo l&#8217;approvazione da parte del Governo italiano del &#8220;decreto salvaliste&#8221; che nel Lazio ha tentato di riammettere con provvedimento d&#8217;urgenza la lista del Popolo della Libertà (collegata alla candidata Renata Polverini) alle prossime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Riceviamo e volentieri pubblichiamo l&#8217;intervista di Elena Tebano (<a href="http://city.corriere.it/" target="_blank"></em>City<em></a>, <strong>9 marzo 201</strong>0) a Roberta De Monticelli su <strong>forma e sostanza della democrazia</strong>, dopo l&#8217;approvazione da parte del Governo italiano del &#8220;<a href="http://www.corriere.it/politica/speciali/2010/elezioni/notizie/decreto-interpretativo-liste-escluse-cdm-governo-guirinale_812b08bc-288f-11df-84c9-00144f02aabe.shtml" target="_blank">decreto salvaliste</a>&#8221; che nel Lazio ha tentato di riammettere con provvedimento d&#8217;urgenza la lista del Popolo della Libertà (collegata alla candidata Renata Polverini) alle prossime elezioni regionali. Il giorno seguente il <a href="http://www.corriere.it/politica/speciali/2010/elezioni/notizie/napolitano-replica_75517e82-2942-11df-a5a9-00144f02aabe.shtml" target="_blank">via libera del Presidente della Repubblica</a> Giorgio Napolitano al decreto, il Tar del Lazio, respingendo il ricorso della lista esclusa, ne ha ribadita l&#8217;<a href="http://roma.corriere.it/notizie/politica/10_marzo_9/lista-pdl-esclusa-ricorso-attesa-1602618476069.shtml" target="_blank">estromissione</a> dalle elezioni per inapplicabilità del decreto. L&#8217;esclusione, si ricorda, è avvenuta a seguito della <a href="http://roma.corriere.it/roma/notizie/politica/10_febbraio_28/liste-pdl-ricorso-esclusione-1602569325668.shtml?fr=correlati" target="_blank">mancata presentazione della lista</a> nei termini e nelle forme previste dalla legge. Tale provvedimento, in ogni caso, non impedisce alla candidata Renata Polverini di concorrere, ma solamente alla lista Pdl che la sostiene.</p>
<p></em> <a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/12-milano.pdf'><strong>L&#8217;intervista può essere scaricata e letta anche in formato Pdf</strong></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il governo ha approvato un decreto per ammettere alle elezioni le liste irregolari del Pdl, perché – ha detto il presidente del Senato Renato Schifani – “bisogna che la sostanza prevalga sulle forme”. È giusto?</strong></p>
<p>«No, è un’affermazione di una gravità enorme».</p>
<p><strong>Ma è una considerazione che chiunque ha fatto almeno una volta nella vita…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Nella vita di tutti i giorni, sì. Ma quando si parla di Diritto, la forma è sostanza. Dire il contrario è, in linea concettuale, ammettere che sia legittima qualsiasi azione che sembri buona a chi ne ha la forza. Ad esempio fare la marcia su Roma».</p>
<p><strong>Intende la marcia su Roma dei fascisti, con cui Benito Mussolini nel 1922 ha preso il potere?</strong></p>
<p>«Sì, in entrambi i casi c’è il disprezzo ostentato per le procedure del diritto, per le regole giuridiche».<br />
<strong><br />
Che vuol dire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«I fascisti, all’epoca, dimostrarono di poter esercitare a dispetto delle regole un potere che avevano. Ma il potere senza regole porta necessariamente ad abusi – anche se chi lo esercita è in buona fede».<br />
<strong><br />
Perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Nessuno di noi ha una conoscenza assoluta di ciò che è bene e ciò che è male. Per questo gli esseri umani hanno escogitato un sistema di procedure, “le regole formali”: servono a fissare i limiti in cui gli interessi di una parte sono affermati senza abusi sugli altri. Le procedure garantiscono la neutralità della legge, evitano l’arbitrio. Impediscono per esempio che la competizione elettorale diventi rissa».</p>
<p><strong>Ma allora avremmo dovuto escludere una parte dell’elettorato italiano dalla possibilità di votare il proprio partito?</strong></p>
<p>«No. Ma anche chi era contrario al decreto ha sempre detto che bisognava salvaguardare il diritto di voto dei cittadini».</p>
<p><strong>E quindi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Il governo ha avuto troppa fretta, come se si fosse obbligati a scegliere tra il decreto o elezioni-burla. In Lombardia il Tar ha risolto metà del problema. Ora si vedrà cosa succederà dopo il respingimento in Lazio, ma non si capisce perché il governo abbia voluto costringere il presidente Giorgio Napolitano a firmare il decreto di notte. Né perché lui abbia ceduto».</p>
<p><strong>Secondo lei Napolitano ha sbagliato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Ha avallato il cedimento di un bastione formale. Doveva chiedere che si cercasse un’altra soluzione. Nello stesso tempo va detto su di lui la maggioranza ha esercitato una pressione brutale…».</p>
<p><strong>Una pressione brutale?</strong></p>
<p>«Sì, al punto che il Tg1 è arrivato a stravolgere la verità dei fatti».</p>
<p><strong>A cosa si riferisce?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«In un servizio del telegiornale è stata attribuita al giurista Hans Kelsen l’idea che la sostanza deve prevalere sulla forma. A dire così, invece, era semmai Carl Schmitt, il cosiddetto “costituzionalista di Hitler”. E il nemico numero uno di Kelsen».</p>
<p><strong>Hanno detto il contrario della verità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Sì. Sa cosa diceva Robert Musil? “Nessuna grande civiltà può reggersi su un rapporto distorto con la verità”. Senza verità la democrazia non funziona. Per questo non si può dire una cosa del genere, come non si può dire che l’ex avvocato del premier David Mills è stato assolto, invece che “prescritto”. Salta tutto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molti nell’opposizione si aspettavano che il Pdl spiegasse: “Abbiamo fatto un errore, aiutateci a far votare milioni di elettori, ne va della democrazia”. Invece non è successo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Sì, se l’avessero riconosciuto, sarebbe stato tutto diverso. Invece non c’è stata fiducia nella verità, né dibattito delle idee – anche per l’applicazione arbitraria della legge sulla par condicio, con l’oscuramento, addirittura, dei talk show, cioè della forma televisiva dei dibattiti di idee».</p>
<p><strong>La giustificazione del governo è che la maggioranza degli italiani è d’accordo con il Pdl.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Ma questo non basta: lo sapevano già gli antichi greci. La morte di Socrate è stata la protesta della filosofia contro questo idea di “governo del popolo” senza tutela delle minoranze – che è dittatura. Se 100 persone su 100 decidono di uccidere tutti quelli che hanno gli occhi azzurri, la decisione è a maggioranza, ma non certo giusta, e neppure “democratica”».</p>
<p><strong>Insomma, il consenso non basta a garantire la democrazia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Sì, ad esempio, il nazismo è arrivato al potere sulla base di una pretesa maggioranza assoluta – con l’aiuto, poi, di qualche aggiustamento costituzionale fatto da Carl Schmitt, come dicevo prima».</p>
<p><strong>Ma noi cittadini cosa possiamo fare di fronte alle “deroghe alle forme”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Pensare a come valutiamo oggi i nostri antenati che con il loro silenzio, la loro indifferenza, il loro disgusto della politica hanno permesso l’avvento delle non-democrazie, impedendo a intere generazioni di fiorire. Loro siamo noi».</p>
<p><strong>È una questione di scelte di partito?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«È una questione pre-politica, di convivenza civile. Chiunque, in qualunque partito si riconosca, deve pretendere dai suoi rappresentanti il rispetto delle forme».<br />
<strong><br />
<em>Intervista di Elena Tebano (<a href="http://city.corriere.it/" target="_blank"><em>City<em></a>)</em></strong></p>
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		<title>La fenomenologia alla prova della vita emotiva. Pubblicato un nuovo &#8220;Quaderno&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 13:09:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lodovica Maria Zanet</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[03 Recensioni]]></category>

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		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>

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		<category><![CDATA[vita emotiva]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Esercitarsi nella comprensione dei sentimenti e nella decifrazione della vita emotiva&#8220;. Sintetizzerei così l’ultima fatica dell’equipe coordinata da Vanna Iori, dedicata ancora una volta al delicato e affascinante tema della vita emotiva.
Da pochi giorni è infatti in libreria un nuovo Quaderno della vita emotiva. Strumenti per il lavoro di cura, edito come i due precedenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img src="file:///Users/ferdinandozanet/Library/Caches/TemporaryItems/moz-screenshot.jpg" alt="" /><img src="file:///Users/ferdinandozanet/Library/Caches/TemporaryItems/moz-screenshot-1.jpg" alt="" /><img src="file:///2835424.jpg" alt="" /><img class="alignleft size-full wp-image-5566" title="qaderno-viemo" src="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/qaderno-viemo.jpg" alt="qaderno-viemo" width="148" height="220" />&#8220;<strong>Esercitarsi</strong> nella comprensione dei sentimenti e <strong>nella decifrazione della vita emotiva</strong>&#8220;. Sintetizzerei così l’ultima fatica dell’equipe coordinata da Vanna Iori, dedicata ancora una volta al delicato e affascinante tema della vita emotiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Da pochi giorni è infatti in libreria un nuovo <em><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=1930.2">Quaderno della vita emotiva. Strumenti per il lavoro di cura</a></em>, edito come i due precedenti dalla Franco Angeli, per la collana <em>Vita emotiva e formazione</em>. Dopo <a href="http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2009/06/il-sapere-dei-sentimenti-vanna-iori-e-daniele-bruzzone-riflettono-sullo-statuto-della-vita-emotiva/"><em>Il sapere dei sentimenti. Fenomenologia e senso dell’esperienza</em></a> e <a href="http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2009/12/guarire-con-la-fenomenologia-della-vita-emotiva/"><em>Guarire con la fenomenologia della vita emotiva</em></a>, è la volta di questo nuovo contributo, dedicato alla comprensione e alla gestione del proprio sentire quale prima ed efficace risorsa per curare il sentire altrui. Dunque niente teorie astratte, lontane dalla complessa ricchezza della quotidianità del vivere. Piuttosto una «<strong>fenomenologia in pratica</strong>», messa alla prova della prassi e sfidata dall’imprevedibilità con cui, spesso, emozioni e stati d’animo si impongono sia a chi li sperimenta in sé sia a chi li afferra negli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Per gli autori del libro non c’è dubbio: «La vita emotiva è la dimensione essenziale nel rapporto con noi stessi e con gli altri (…). E tuttavia non sempre abbiamo le parole per nominare i nostri stati d’animo, per designare le infinite tonalità emotive di cui è intessuta la nostra giornata, per accorgerci dell’indicibile, spesso nascosto dietro maschere o corazze che non lasciano trapelare i nostri vissuti». Chi insomma è «<strong>affettivamente analfabeta</strong>, e non sa nominare, ascoltare ed esprimere i propri sentimenti», risulta anche «<strong>affettivamente dislessico</strong>, incapace di leggere, dar voce e comunicare con i sentimenti altrui».</p>
<p style="text-align: justify;">Dei sentimenti insomma rischiamo di avere paura, soprattutto quando ci accorgiamo che oltre ai sentimenti qualificabili come “positivi” ci sono anche i sentimenti “negativi”. Eppure da questi sentimenti non si può prescindere: lungi dal rappresentare una sfera d’esperienza priva di logica, e dunque debitrice di un minimo di coerenza alla logica della ragione, la sfera del sentire e dei sentimenti ha le proprie leggi e le proprie norme, collocandosi più che mai nel delicato punto di intersezione tra l’<em>Erfahrung</em>, che è «il fare esperienza in senso oggettivo e razionale classico, l’esperienza dei fatti (accessibile) attraverso l’osservazione esterna» e l’<em>Erlebnis</em>, che «indica una “comprensione dall’interno” del vivo <em>experiri</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Un testo utile per acquisire alcuni strumenti metodologici della fenomenologia – l&#8217;<em>epoché</em> in primis – e per iniziare ad allenarli. Un Quaderno intessuto di esempi, esercizi, schede di riflessione e di approfondimento per mettere alla prova della prassi la teoria e per dare alla prassi espressione attraverso opportuni strumenti teorici. E un’innovativa proposta, pensata e scritta sia per i fenomenologi che vogliano iniziare ad applicare la  fenomenologia sia, prima di tutto, per i terapeuti che intendano curare la fitta trama della relazioni interpersonali.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio a loro, terapeuti e pedagogisti, il volume dedica alcune splendide pagine, non ultimo il capitolo sui «<strong>Guaritori feriti</strong>» firmato da Daniele Bruzzone. «Gli operatori sono fragili per professione». Ma «nonostante la necessaria complementarietà dei ruoli, si realizza nell’esperienza  della cura una comune appartenenza al “mondo della vita” e una compartecipazione sul piano dell’umanità». Riprendendo una celebre immagine  che la letteratura ha regalato alla filosofia, tra chi cura e chi è curato intercorre una vera e propria avventura di «destini incrociati».</p>
<p style="text-align: right;">(Lodovica M. Zanet)</p>
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		<title>Insegnare filosofia nella Scuola Primaria: ecco la nostra esperienza</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/03/insegnare-filosofia/</link>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 21:34:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[07 Fenomenologia e altri saperi]]></category>

		<category><![CDATA[08 Paideia]]></category>

		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>

		<category><![CDATA[Scuola Primaria]]></category>

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		<description><![CDATA[Al termine della prima lezione di filosofia di questo nuovo anno scolastico, ci interroghiamo, da insegnanti, sul senso della filosofia nella scuola primaria (ne aveva parlato a Chianciano Terme nel lontano 1999 l’allora ministro dell’Istruzione Giovanni Berlinguer) e lo facciamo partendo dall’ultimo intervento di un alunno. In classe il dibattito è stato acceso: una tesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_5554" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/filosofia-alla-scuola-primaria.jpg"><img src="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/filosofia-alla-scuola-primaria-300x225.jpg" alt="Lezione di filosofia, Scuola Primaria “L.BISSOLATI” di Cremona" title="filosofia-alla-scuola-primaria" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-5554" /></a><p class="wp-caption-text">Lezione di filosofia, Scuola Primaria “L.BISSOLATI” di Cremona</p></div>
<p style="text-align: justify; ">Al termine della prima lezione di filosofia di questo nuovo anno scolastico, ci interroghiamo, da insegnanti, sul senso della filosofia nella scuola primaria (ne aveva parlato a Chianciano Terme nel lontano 1999 l’allora ministro dell’Istruzione Giovanni Berlinguer) e lo facciamo partendo dall’ultimo intervento di un alunno. In classe il dibattito è stato acceso: una tesi si è contrapposta all’altra. </p>
<p style="text-align: justify; ">“Maestra, Davide è convinto di aver ragione! Maria Vittoria è convinta di aver ragione!  Tutti, quando dicono una cosa, sono convinti che è quella giusta, quella vera,… non c’è niente da fare: ognuno di noi quando parla è convinto di dire la cosa giusta, di avere ragione…”</p>
<p style="text-align: justify; ">Parole dette, con la semplicità e la serietà con cui parla un bambino filosofo, che la filosofia la ama proprio perchè non smette mai di pensare, neanche quando lo vedi colorare o disegnare non si sa che “NON SI PERDE UNA PAROLA”!</p>
<p style="text-align: justify; ">Ha individuato il nodo, il problema, che si ripresenta puntuale  ogni volta che il dibattito si arroventa, quando le tesi sostenute paiono ai bambini tra loro assolutamente contrapposte e inconciliabili e, pertanto, è loro convinzione che qualcuno per forza debba avere  ragione e qualcun altro debba avere torto. </p>
<p style="text-align: justify; ">È da un anno che facciamo filosofia,con due classi 3^ divenute 4^, abbiamo raccolto il tutto in una sorta di diario di bordo, compresa l’intervista al filosofo Raffaele Ariano, ci siamo “allenati” in quell’ “agorà” naturale che è la classe, ci siamo accesi e quietati sulla sponda di un’idea, eppure, quando nasce un dibattito, a molti dei miei alunni viene ancora spontaneo e naturale appoggiare una tesi o l’altra, pensare che una sia vera e l’altra sia sbagliata, che un  gruppo di bambini possieda la verità e l’altro no. </p>
<p>-	Cos’è la libertà?<br />
-	Cos’è l’amicizia<br />
-	Perché esiste la morte?<br />
-	Perché esiste la sofferenza?</p>
<p style="text-align: justify; ">Domande che i bambini si sono posti, sulle quali si sono espressi e confrontati, dibattiti interrotti dal suono della campana e che abbiamo dovuto riprendere in momenti di lezione diversi, perché il senso di divisione che creano tesi contrapposte non lascia tranquilli i bambini.</p>
<p style="text-align: justify; ">La loro voglia di capire, di sapere come stanno veramente le cose li riguarda così da vicino che hanno bisogno di ritrovare e di ricomporre quelle idee che si son fatti sulla vita e che accompagnano silenziose le loro azioni quotidiane. Sanno che solo continuando a parlarsi fra pari potranno sciogliere quei nodi concettuali perchè  l’insegnante non è lì ad appoggiare una tesi o l’altra, a dire che qualcuno ha ragione o torto, si limita a valorizzare tutti gli interventi e a porre, come i compagni, altre domande.</p>
<p style="text-align: justify; ">Intanto i bambini sperimentano tra loro rapporti significativi, perché discutono dei grandi temi della vita, consolidano legami, costruiscono relazioni nuove perché conoscono i compagni sotto aspetti inediti, ampliano il loro sentirsi persona in una comunità numerosa. In queste occasioni assistiamo a quella pluralità di vedute che non è conquista immediata di un facile equilibrio. I bambini ormai l’hanno intuito, hanno capito che solo esercitando la pazienza  giungeranno ad una visione più articolata e complessa dell’argomento, e, pertanto, della realtà; che non ci sarà chi ha ragione e chi non ce l’ha, ma la prossima tappa, l’equilibrio, per il momento raggiunto, sarà un pensiero complesso.</p>
<p style="text-align: justify; ">Nessuno alla fine avrà ragione o torto e ognuno farà i conti con se stesso, con quello che aveva pensato, senza aver visto dell’altro nel proprio pensiero. Tutto questo, ovviamente, fino alla tappa successiva… </p>
<p style="text-align: justify; ">Ed è durante questo percorso intenso, felice e doloroso, che ci soffermiamo, facciamo pausa, creiamo spazio, ci mettiamo in ascolto della voce e del pensiero di alcuni filosofi.</p>
<p style="text-align: justify; ">È proprio questo, a nostro parere, che contraddistingue un approccio filosofico con gli alunni di una scuola primaria: partire dalla loro realtà, farli riflettere sulle loro esperienze, portarli a contatto con il pensiero dei filosofi, per elaborare concetti e costruire significati. La filosofia nella scuola primaria parte dalla realtà dei bambini e li riporta alla loro realtà, più ricchi di prima.</p>
<p style="text-align: justify; ">Lo scorso anno scolastico abbiamo avuto la fortuna di incontrare un filosofo, è stata un bellissima esperienza: le mani alzate per rivolgere domande non si contavano. E a tutt’oggi ci stupiamo, da insegnanti, ripensando alla risposta, così semplice, così naturale che i bambini avevano dato alla domanda “Che cos’è la filosofia?”. Filosofia è far domande, ascoltare le risposte e fare ancora domande. </p>
<p style="text-align: justify; ">E allora, oggi, 17 settembre 2009, che pensare di questa prima lezione di filosofia? Non è maturata la capacità di affrontare le questioni, ascoltando le ragioni altrui? Dov’è l’ umiltà con la quale è necessario confrontarsi con chi la pensa in maniera opposta? Perché i nostri alunni non si lasciano prendere dal dubbio che l’altro possa aver ragione?</p>
<p style="text-align: justify; ">Ci penso preoccupata e faccio partecipe la mia collega di classe parallela ,con cui continuerò a condividere l’avventura della filosofia, poi mi rendo conto che in realtà non può andare che così, il percorso di maturazione non è un processo né lineare, né semplice, gli obiettivi che ci siamo poste introducendo la  filosofia sono tanto alti da ritenere che spesso nemmeno gli adulti, anche quelli più impegnati e consapevoli abbiano saputo raggiungerli. Sono però obiettivi educativi irrinunciabili.</p>
<p>Insegnanti <em>Mirella Ferrari </em>e <em>Maria Laura Parati </em><br />
Classi 4^A e 4^B<br />
Scuola Primaria “L.BISSOLATI” di Cremona</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pontifical University of the Holy Cross: Hildebrand Conference, Spring 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 07:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Caminada</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[02 Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[estetica]]></category>

		<category><![CDATA[etica]]></category>

		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

		<category><![CDATA[Dietrich von Hildebrand]]></category>

		<category><![CDATA[Pontifical University of the Holy Cross]]></category>

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		<description><![CDATA[The Christian Personalism of Dietrich von Hildebrand:
Exploring His Philosophy of Love
Convened by the Dietrich von Hildebrand Legacy Project
in collaboration with the the School of Philosophy of the
Pontifical University of the Holy Cross
Pontifical University of the Holy Cross
Rome, May 27-29, 2010
In recent years we have seen a renaissance of interest in the thought and personality of [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center; "><strong><em>The Christian Personalism of Dietrich von Hildebrand:</em></strong></p>
<p style="text-align: center; "><strong><em>Exploring His Philosophy of Love</em></strong></p>
<p style="text-align: center; "><em>Convened by the Dietrich von Hildebrand Legacy Project</em></p>
<p style="text-align: center; "><em>in collaboration with the the School of Philosophy of the</em></p>
<p style="text-align: center; "><em>Pontifical University of the Holy Cross</em></p>
<p style="text-align: center; "><strong><em>Pontifical University of the Holy Cross</em></strong></p>
<p style="text-align: center; "><strong>Rome, May 27-29, 2010</strong></p>
<p><div id="attachment_5538" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/conferenceposter1.jpg"><img src="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/conferenceposter1-194x300.jpg" alt="Hildebrand Conference 2010" title="Hildebrand Conference 2010" width="194" height="300" class="size-medium wp-image-5538" /></a><p class="wp-caption-text">Hildebrand Conference 2010</p></div>
<p style="text-align: justify; ">In recent years we have seen a renaissance of interest in the thought and personality of Dietrich von Hildebrand. This re-emergence of a great intellectual, cultural, and spiritual legacy is in part the fruit of The Dietrich von Hildebrand Legacy Project. Established in 2004, the Legacy Project exists not only to translate and publish the writings of von Hildebrand in English, but also to undertake initiatives that facilitate the wider reception of his many contributions.</p>
<p style="text-align: justify; ">The Dietrich von Hildebrand Legacy Project is now convening an international conference in Rome for the purpose of initiating the critical reception of Dietrich von Hildebrand&#8217;s great work, The Nature of Love, published in 2009 for the first time in English translation. </p>
<p style="text-align: justify; ">We entitle our conference, The Christian Personalism of Dietrich von Hildebrand: Exploring His Philosophy of Love, because we want our study of his treatise on love to stand in the service of what he once called “the struggle for the person.” We want our discussions about love to lead us back to questions about the dignity and destiny of the human person, and especially about the capacity of the human person to encounter the other by making a gift of self to the other. We are organizing the conference on the assumption that one cannot make sense of the human person apart from his or her capacity for loving and being loved.</p>
<p style="text-align: justify; ">Our conference will be interdisciplinary. Though von Hildebrand was in the first place a philosopher, he was also a man of faith, and so it is only natural for theologians to join the philosophers at our conference. As a gifted phenomenologist of the human spirit, von Hildebrand also has something important to say to those working in psychology and counseling. There are also powerful and suggestive themes in von Hildebrand for those rooted in the creative imagination, whether in literature and poetry or even in the performing arts. And persons who work to bring into the public square the truth about love and about man and woman will find in von Hildebrand’s work on love an invaluable resource.</p>
<p style="text-align: justify; ">Though we convene this conference in a spirit of profound respect and gratitude for the master, we in no way mean to offer an uncritical celebration of his ideas. Conference participants, hopefully representing various philosophical and theological positions, are invited to enter into a lively engagement and debate with von Hildebrand&#8217;s work. Without such debate our conference would not be fully philosophical and therefore would not be in the spirit of von Hildebrand himself. Our deliberations should be guided by the same quest for truth which is the golden thread of von Hildebrand&#8217;s thought and personality. (<a href="http://www.hildebrandlegacy.org/main.cfm?EID=142" target="_blank">continua</a>)</p>
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		</item>
		<item>
		<title>J. Hersch, da Rischiarare l&#8217;oscuro &#124; III - Le prime opere (BCD 2006)</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 00:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberta Guccinelli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[02 Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[08 Paideia]]></category>

		<category><![CDATA[12 Focus: il centenario di Jeanne Hersch]]></category>

		<category><![CDATA[Baldini Castoldi Dalai]]></category>

		<category><![CDATA[Jeanne Hersch]]></category>

		<category><![CDATA[Jeanne Hersch Centenary]]></category>

		<category><![CDATA[Rischiarare l'oscuro]]></category>

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		<description><![CDATA[«G.D.K. – Gli anni di formazione da lei evocati sono sfociati in un libro, L’illusion philosophique, pubblicato nel 1936. Il suo primo scritto filosofico risale però al 1931, è il suo mémoire de licence, dedicato, curiosamente, a Henri Bergson.
J.H. – Posso spiegarlo. Dovevo presentare per la licence un mémoire di letteratura francese. Cercai una via [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_5512" class="wp-caption alignleft" style="width: 217px"><a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/oscuro.jpg" target="_blank"><img src="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/oscuro-207x300.jpg" alt="Copertina di Rischiarare l&#039;Oscuro (BCD 2006)" title="oscuro" width="207" height="300" class="size-medium wp-image-5512" /></a><p class="wp-caption-text">Copertina di Rischiarare l'Oscuro (BCD 2006)</p></div>
<p style="text-align: justify; ">«G.D.K. – Gli anni di formazione da lei evocati sono sfociati in un libro, <em>L’illusion philosophique</em>, pubblicato nel 1936. Il suo primo scritto filosofico risale però al 1931, è il suo <em>mémoire de licence</em>, dedicato, curiosamente, a Henri Bergson.<br />
J.H. – Posso spiegarlo. Dovevo presentare per la licence un mémoire di letteratura francese. Cercai una via che mi permettesse di fare un mémoire di letteratura francese il più vicino possibile alla filosofia. Potrei fare, mi dissi, uno studio sullo stile di Bergson. Già allora ero convinta che la forma nella quale una filosofia si esprime sia molto importante – molto più tardi, nella mia tesi, scrissi: «Il fondo del fondo è la forma». Mi concentrai dunque sulla forma, anzi su un suo aspetto particolarmente afferrabile nell’opera di Bergson e scrissi un mémoire sul suo stile. Allo scopo di rendere la mia indagine ancora più stringente, fissai l’attenzione sulle immagini¬ nella sua opera. Le immagini non dovevano essere una forma espressiva accidentale, bensì il solo modo di esprimere l’essenziale di ciò che lui voleva dire. Feci una ricerca sistematica. Fissai, attraversando l’intera opera di Bergson, una lista di immagini, che poi classificai, e di cui esaminai l’evoluzione nelle opere successive. Il mio <em>mémoire</em> piacque molto a François Grandjean, che conosceva bene Bergson e gli mostrò il mio lavoro. Bergson, all’epoca, era molto anziano, malato, immobilizzato su una poltrona a causa di reumatismi molto dolorosi. Chiese però di vedermi. Mi ricordo che il giorno in cui mi recai a casa sua, in Avenue Beauséjour, ebbi l’impressione, io che venivo dalla provincia, con i miei vent’anni, di entrare nella mecca della filosofia. Nel mio mémoire avevo osservato che quasi tutte le immagini che, a livello cosciente e deliberato, esprimevano un movimento ascendente erano in realtà immagini di ricaduta. Avevo collegato tale caratteristica al movimento profondo della sua filosofia, il movimento nascosto nel discorso, sottostante al dire. Pensavo che quelle immagini riflettessero uno sforzo costante per superare un originario abbandono al pessimismo, ogni volta recuperato eroicamente da una volontà positiva.<br />
G.D.K. – Bergson era d’accordo con la sua interpretazione?<br />
J.H. – Mi disse subito: «Lei ha ragione, nel fondo c’è quel pessimismo, è il mio primo movimento, ma non quello buono». Proprio ciò che avevo mostrato. In Bergson c’è un fondo schopenhaueriano, costantemente sconfitto dalla volontà positiva di libertà.<br />
G.D.K. – Il bergsonismo è abbastanza estraneo al suo pensiero.<br />
J.H. – In seguito mi allontanai dalla filosofia bergsoniana, ma non totalmente. Il problema che rimane centrale in essa è il problema del tempo, che ha continuato a essere essenziale anche per me. La mia concezione del tempo si è però trasformata completamente, non condivido più l’idea bergsoniana del tempo. Al contrario, sono d’accordo con la critica di Bachelard, che ha rimproverato a Bergson di aver dissolto, in qualche modo, l’istante nel Trend, il flusso puro. In seguito mi sono avvicinata a Kierkegaard. (<a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/rischiarare-l-oscuro.pdf'>continua</a>) ».</p>
<p style="text-align: justify; "><em>Scarica in <strong>formato Pdf</strong> il capitolo III, <a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/rischiarare-l-oscuro.pdf'>Le prime opere</a>, del volume </em><strong>Rischiarare l&#8217;oscuro, Autoritratto a viva voce</strong>, Conversazioni con Gabrielle e Alfred Dufour<em> (Baldini Castoldi Dalai 2006)</em></p>
<p style="text-align: justify; "><strong><em>Il libro</em></strong> Nel 1986 viene pubblicato questo autoritratto a viva voce ed esce la traduzione francese, opera della stessa Hersch, delle quasi 1000 pagine di <em>Philosophie</em> (1932) di Karl Jaspers, il cui secondo volume è intitolato <em>Chiarificazione dell’esistenza</em>. Il titolo dato a queste conversazioni «mima» dunque quello jaspersiano, ricreandolo al tempo stesso in una tonalità più pittorica, con un deciso effetto di chiaro-scuro. Nel 1985 Jeanne Hersch era una filosofa autorevole, ma anche discussa e non facilmente collocabile, a causa di alcune prese di posizione, di cui questo libro reca traccia, ben poco allineate alle ideologie dominanti negli anni Sessanta e Settanta. Intellettuale per nulla entusiasta del nuovo, fieramente ostile all’<em>engagement</em>, preoccupata di affermare le lontane radici delle «rivoluzioni» pedagogiche, intimamente persuasa della validità della lezione ex cathedra, nonché dell’opportunità di mantenere certi simboli della scuola del tempo che fu, Jeanne Hersch si presenta con uno stile che intreccia esistenzialismo e realismo, buonsenso femminile e umorismo ebraico. Jeanne Hersch manifestò in molti modi la sua avversione nei confronti dell’autobiografia, ma non disse di no a chi le chiese uno sguardo d’insieme sulla sua attività. Solo rispondendo ad altri vide disegnarsi la linea del suo pensiero e della sua esperienza, rendendo unico il testo di queste conversazioni, che vanno ben oltre la ricostruzione biografica e forniscono elementi essenziali per la conoscenza e l’approfondimento della sua opera.</p>
<p style="text-align: justify; "><strong><em>Profilo dell&#8217;autrice</em> </strong>Jeanne Hersch (1910-2000), nata a Ginevra, cresciuta in una famiglia di intellettuali ebrei dell’Est europeo, precocissima, a soli vent’anni pubblicò Le immagini nell’opera di Bergson, che suscitò l’interesse del filosofo francese. Fu allieva di Karl Jaspers, a Heidelberg negli anni Trenta, e nel 1933 si recò a Friburgo ad ascoltare i corsi di Martin Heidegger. Dal 1956 al 1977 insegnò all’Università di Ginevra e per tutta la vita si dedicò con passione a elaborare una filosofia dei diritti umani. Diresse anche la divisione di Filosofia dell’Unesco (1966-1968) e realizzò il monumentale volume <em>Le droit d’être un homme</em> (1969). Tra le sue opere più importanti: <em>L’illusione della filosofia</em> (1936); Essere e forma (1946); <em>Idéologies et réalité</em> (1956). Per Baldini Castoldi Dalai editore è uscito nel 2005 <em>Primo amore</em> (<em>Temps alternés</em>) – da lei definito «Esercizio di composizione» – che pubblicò a trentadue anni.</p>
<p style="text-align: justify; "><em><strong>Quarta di copertina</strong></em>«Vorrei che la mia vita fosse un’unità, ma il mio sentimento profondo è che non posso conoscerla. A mio giudizio, essa ha avuto un’unità insufficiente. Ma è una dimensione di fronte alla quale ho assunto l’abitudine di aprire le mani, e di non fare i conti. Forse è questo ciò che ho acquisito nel corso dell’esistenza. A poco a poco la mia coscienza ha abdicato dal ruolo di ultima istanza. Essa non è l’ultima istanza. E allora, mi viene una certa frivolezza, forse più profonda della serietà, che mi fa dire: ebbene, basta, ho fatto come ho potuto e per il meglio nella vita che è stata la mia. Questa vita non mi soddisfa, ho probabilmente aiutato un po’ la gente – un po’, non molto: ho certamente fatto del male – sono stata davvero presente alla mia vita, mi sembra. Nell’orchestra del mondo, sono stata un piccolo strumento con il suo timbro particolare. Dopodiché, dico: è abbastanza! I miei conti non sono io che li faccio; mi rimetto…».</p>
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		<title>Lettera aperta al Direttore Generale della RAI, Mauro Masi</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 22:28:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberta De Monticelli</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[09 Pensando a ciò che accade...]]></category>

		<category><![CDATA[Mauro Masi]]></category>

		<category><![CDATA[par condicio]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel suo Preludio a una dichiarazione dei doveri nei confronti dell’essere umano (1943), che sono quei doveri che corrispondono a esigenze o “bisogni dell’anima” umana, Simone Weil definisce il bisogno di verità come “il più sacro di tutti”. Per verificare se si concorda con questa tesi si può provare a immaginare una società in cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; ">Nel suo <em>Preludio a una dichiarazione dei doveri nei confronti dell’essere umano</em> (1943), che sono quei doveri che corrispondono a esigenze o “bisogni dell’anima” umana, Simone Weil definisce il bisogno di verità come “il più sacro di tutti”. Per verificare se si concorda con questa tesi si può provare a immaginare una società in cui viga la più perfetta indifferenza alla questione se ciò che si afferma sia vero, oppure falso. Chi prova orrore per questa situazione condivide la tesi.</p>
<p style="text-align: justify; ">Oggi nel nostro Paese la differenza fra il vero e il falso è tenuta in un disprezzo tale che un telegiornale del servizio pubblico può proclamare impunemente falsità fattuali. Questo stesso fatto, di inaudita gravità, suscitava l’esigenza di un dibattito pubblico, che in effetti era cominciato. Ma nelle sedi più naturali perché questo dibattito raggiungesse la maggioranza degli Italiani, cioè i canali televisivi e radiofonici, questo dibattito è stato oscurato, come tutti gli altri dibattiti di idee che abbiano attinenza con lo scontro politico in atto.</p>
<p style="text-align: justify; ">Mi permetto di scrivere questa lettera aperta al Direttore Generale della RAI perché oggi, sperimentando personalmente l’effetto di questa disposizione da lui decisa, ho compreso meglio quale sia la sua ricaduta devastante sulla – già così fragile – coscienza morale e civile degli italiani, e vorrei sottoporre la mia esperienza alla sua attenzione.</p>
<p style="text-align: justify; ">Volevo concludere un’intervista radiofonica a <em>Fahrenheit</em>, programma di Radio 3, citando due testi di una grande pensatrice, di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita, Jeanne Hersch (Ginevra 1910-2000): “Nessuno – né un dio, né un demone, né un mago, né uno scienziato – potrà fare che il mare, là davanti a me, non abbia questa mattina scintillato sotto il sole”. E poi: “Nessuno parla come gli passa per la testa, perché non parlerebbe affatto. Parlare è piegarsi alle norme di senso della lingua in cui si parla… È questo che la menzogna era considerata da Kant la colpa per eccellenza. Perché essa distrugge il linguaggio”. Queste due tesi affermano da un lato l’incancellabilità delle verità di fatto, anche dei fatti passati. E dall’altro che cancellare il vero dalla coscienza equivale a distruggere tutto ciò che rende civile la nostra vita nel tempo: che ci consente di mantenere memoria del passato e fede agli impegni, alle promesse, alle decisioni in cui la nostra vita personale consiste. Ci permette l’esercizio della libertà, cioè.</p>
<p style="text-align: justify; ">E le ho citate, quelle parole. Ma avrei voluto commentarle proprio con riferimento al fatto accertabile di un’informazione falsa (più d’una, invero) data come vera dal servizio televisivo pubblico. Invece mi sono trattenuta dal nominare quel fatto. Mi sono trattenuta anche dal menzionare l’oscuramento del libero dibattito, per un periodo così lungo. Ho detto il vero solo in generale, quando sono i fatti particolari che lo rendono vero.</p>
<p style="text-align: justify; ">Perché l’ho fatto? Perché a più riprese ero stata pregata di non menzionare fatti e nomi dell’attualità politica: dato che, in forza di quel provvedimento, avrei fatto correre il rischio di oscuramento o di gravi sanzioni perfino a quella trasmissione così pacificamente culturale, ai suoi artefici, alla sua conduttrice, persona professionalmente e moralmente impeccabile.</p>
<p style="text-align: justify; ">Ecco l’effetto – perdoni - diabolico della Sua disposizione: che per lealtà nei confronti di chi onestamente e validamente svolge il suo compito, e tiene in piedi quel poco che resta di dibattito pubblico, dunque di persone alle quali indubbiamente dobbiamo lealtà e rispetto degli accordi presi - si può essere indotti all’autocensura, contro tutte le proprie convinzioni intellettuali e morali.</p>
<p style="text-align: justify; ">Ogni esperienza anche minima è esemplare di un significato generale. Questa è, nella sua modestia, profondamente dolorosa. Il suo significato generale è che l’effetto perverso dei provvedimenti di questo tipo è addirittura di indurre perfino le persone che a) non rischierebbero niente ma b) tendono a porre comunque al primo posto in ciascuna determinata situazione il dovere morale che quella situazione comporta, ad agire nel senso voluto da una disposizione di legge che si ritiene ingiusta, ingiusta al di là della soglia tollerabile, e alla quale dunque è moralmente lecito non obbedire. E ad agire contro l’aspirazione più profonda della propria anima (dire la verità sui fatti vergognosi, dirla chiara, precisa, e dirla tutta).</p>
<p style="text-align: justify; ">L’effetto devastante delle disposizioni contrarie alla libertà di espressione è dunque questo: fare del dovere morale - dove ancora qualcuno lo senta - la leva stessa per agire nel senso voluto dal potere che ha imposto una disposizione ingiusta.</p>
<p style="text-align: justify; ">Si parva licet - medium il dovere di lealtà e di rispetto degli accordi presi - l’effetto perverso è quello che sempre ha la legge quando è ingiusta: l’effetto cicuta. Socrate riconosce il principio della certezza del diritto, il cui venir meno egli giudica un male superiore a quello causato dalla sua personale morte, per quanto scandalosamente ingiusta. E per seguire l’eticamente dovuto - promuovere un male minore se è necessario per evitarne uno maggiore - fa il gioco dell’ingiusto (che pure dispone dell’autorità per emettere una disposizione di legge).</p>
<p style="text-align: justify; ">Non rida, la prego, di questo paragone apparentemente così incongruo, e tralasci l’irrilevanza relativa del fatto, e di chi glielo propone. Nel minimo sempre può leggersi il massimo. Ci sono cicute enormi e tragiche e cicute così minime e poco rilevanti da indurre la nostra attenzione a passar oltre, con un’alzata di spalle. Eppure nell’essenza eccolo, il veleno di ogni degenerazione autoritaria, che fa di una democrazia rappresentativa la pura e semplice espressione della legge del più forte: volgere la legge morale contro se stessa, ottenerne il suicidio.</p>
<p style="text-align: justify; "><strong><em>La lettera aperta di Roberta De Monticelli al Direttore della Rai, Mauro Masi, è stata inviata all&#8217;</em>Unità<em>, il 5 marzo 2010, per essere pubblicata il giorno seguente.</em></strong></p>
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		<title>Individuation and Individuality. Debates on Aristotle in the 13th Century</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 22:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Caminada</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[01 News]]></category>

		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[07 Fenomenologia e altri saperi]]></category>

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		<category><![CDATA[giuseppe girgenti]]></category>

		<category><![CDATA[Thomas Institut]]></category>

		<category><![CDATA[University of Cologne]]></category>

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		<description><![CDATA[Individuation and Individuality. Philosophical Debates on Aristotle in the 13th Century

Two classes for graduated and undergraduated students


 
by
Prof. Dr. Andreas Speer
director of the Thomas Institut of the University of Cologne
 
 
&#8212;
10 March 2010, 2-4  pm 
Introduction to the Philosophical Debates of the 13th Century 
chair Prof. Dr. Giuseppe Girgenti
 

11 March 2010, 9-12 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><strong>Individuation and Individuality. <span lang="EN-GB">Philosophical Debates on Aristotle in the 13<sup>th</sup> Century</span></strong></p>
<p><!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><em><span lang="EN-GB">Two classes for graduated and undergraduated students</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><em><span lang="EN-GB"><br />
</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-GB"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-GB">by</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><strong><span lang="EN-GB"><a href="http://www.thomasinstitut.uni-koeln.de/mitarbeiter/speer/"><span lang="IT">Prof. Dr. Andreas Speer</span></a></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-GB">director of the </span><span><a href="http://www.thomasinst.uni-koeln.de/"><span lang="EN-GB">Thomas Institut</span></a></span><span> <span lang="EN-GB">of the <a href="http://www.pressoffice.uni-koeln.de/">University of Cologne</a></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-GB"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-GB"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;">&#8212;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><strong><span lang="EN-GB">10</span></strong><span lang="EN-GB"> March 2010</span><span lang="EN-GB">, </span><strong><span lang="EN-GB">2-4  pm</span></strong><strong><span lang="EN-GB"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><strong><span lang="EN-GB">Introduction to the Philosophical Debates of the </span></strong><strong><span lang="EN-GB">13<sup>th</sup> Century<span> </span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-GB">chair <strong><a href="http://www.unisr.it/persona.asp?id=354">Prof. Dr. Giuseppe Girgenti</a></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><strong><span lang="EN-GB"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><strong><span lang="EN-GB">11</span></strong><span lang="EN-GB"> March 2010</span><span lang="EN-GB">, </span><strong><span lang="EN-GB">9-12  am</span></strong><span lang="EN-GB"><span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><strong><span lang="EN-GB">Workshop on selected textes </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="FR">chair </span><strong><span lang="EN-GB"><a href="http://www.unisr.it/persona.asp?id=348&amp;linguacv=english"><span lang="FR">Prof. Dr. Roberta De Monticelli</span></a></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;">&#8212;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-GB"><a href="http://http://www.unisr.it/view.asp?id=2397">University Vita-Salute San Raffaele</a><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-GB">Milano,</span><span lang="EN-GB"> via Olgettina, 58</span></p>
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		<item>
		<title>Donne e scrittura narrativa. Luisa Muraro a proposito di Jeanne Hersch</title>
		<link>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/03/luisa-muraro-jeanne-hersch/</link>
		<comments>http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/03/luisa-muraro-jeanne-hersch/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 15:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Vecchi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[02 Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[06 Temi di ricerca]]></category>

		<category><![CDATA[07 Fenomenologia e altri saperi]]></category>

		<category><![CDATA[12 Focus: il centenario di Jeanne Hersch]]></category>

		<category><![CDATA[estetica]]></category>

		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

		<category><![CDATA[Jeanne Hersch]]></category>

		<category><![CDATA[Jeanne Hersch Centenary]]></category>

		<category><![CDATA[Luisa Muraro]]></category>

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		<description><![CDATA[Gentilmente riceviamo e volentieri pubblichiamo l&#8217;intervento di Luisa Muraro su Jeanne Hersch presentato alla Giornata di studio su Jeanne Hersch che ha avuto luogo alla Facoltà di Filosofia dell&#8217;Università Vita-Salute San Raffaele il 19 giugno 2005.
Il titolo. Non parlerò delle idee sul narrare formulate da filosofe come Hannah Arendt o Iris Murdoch. Non parlerò nemmeno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; "><em>Gentilmente riceviamo e volentieri pubblichiamo l&#8217;intervento di <strong>Luisa Muraro</strong> su Jeanne Hersch presentato alla </em>Giornata di studio su Jeanne Hersch<em> che ha avuto luogo alla Facoltà di Filosofia dell&#8217;Università Vita-Salute San Raffaele il 19 giugno 2005.</em></p>
<p style="text-align: justify; ">Il titolo. Non parlerò delle idee sul narrare formulate da filosofe come Hannah Arendt o Iris Murdoch. Non parlerò nemmeno del passaggio dalla oralità alla scrittura mediato da donne, come le beghine scrittrici in lingua volgare o come le grandi narratrici-raccoglitrici di fiabe. Però sono cose che ho in mente, ho in mente anche il mito della nascita di Eros che Diotima racconta a Socrate nel Simposio e quella figura dei fratelli Grimm seduti ai piedi della vecchia anonima narratrice di fiabe.</p>
<p style="text-align: justify; ">Parlerò della narrazione come parte di una strategia del pensiero messa in atto da donne. Ne parlerò con l’intento che accompagna tutta la mia ricerca, rendere liberamente significativo il fatto che sono una donna e comunicarlo ad altre donne. Da anni mi rivolgo alle grandi scrittrici, filosofe e non, con la domanda di una mediazione fedele della mia esperienza: che sia rispondente, per quanto possibile, al mio bisogno di esistenza simbolica e al mio desiderio di libertà.  </p>
<p style="text-align: justify; ">Ci sono donne che usano la narrazione per riuscire a pensare e a dire quello che altrimenti resterebbe in un “groppo”, non potrebbe distendersi in parole e formare un testo. Fra queste ho messo Jeanne Hersch (1910-2000) da quando ho letto <em>La nascita di Eva</em>, descrizione e racconto della disobbedienza di Eva come atto che dà inizio al tempo e alla storia. Anche uomini ricorrono all’espediente narrativo (<em>expedio</em>, <em>ire</em>: sciogliere, slegare…). Sì, ma il mio interesse va alle difficoltà che incontrano le donne con il pensiero e alle loro risposte; se il risultato fosse che tutto quello che ho capito delle une può estendersi anche agli altri, tanto meglio. </p>
<p style="text-align: justify; ">Per un semplice esempio di ciò che più m’interessa, cito Iris Murdoch (1919-1999), romanziera e filosofa di lingua inglese. Come ho detto, lei avanza alcune tesi sul valore del narrare. Più interessante, per me, è interrogare il doppio versante della sua scrittura, filosofia e fiction. Ma non solo. Mi interessano anche gli inserti narrativi nei saggi di filosofia. Sono generalmente brevi ed hanno forma dichiarata di esempi, che è la cosa più frequente tra gli scrittori di filosofia. Notevole, in lei, è questo, che, con gli inserti narrativi, riesce a correggere gli effetti di cancellazione dell’umanità femminile dovuti all’uso della parola man (uomo) e del neutro-maschile per riferirsi agli esseri umani, che siano donne o uomini, uso che lei ha ereditato dalla tradizione. Infatti, alcuni dei suoi esempi mettono in scena figure di donne e situazioni più tipicamente femminili, come quello, ormai famoso tra gli studiosi di IM, in <em>The Sovereignity of Good Over Other Concepts</em>, della madre (M) che trovava antipatica la nuora (D: daughter-in-law) e che cambia il suo atteggiamento non con una decisione ma con una pratica verbale.</p>
<p style="text-align: justify; ">Jeanne Hersch ha in comune con IM l’alternanza di scrittura ragionante e di fiction. Esse hanno in comune anche un’idea molto precisa al riguardo, e cioè che un romanzo, per usare parole della prima, è capace di “esprimere ciò che nessuna opera filosofica può neppure suggerire: la ricchezza disperante e meravigliosa del mondo in cui viviamo” (“Perché scrive?” Eva, p. 57). Non è un’idea ovvia. A rincalzo di questa idea, IM afferma questo principio, in forma di definizione: “Essere umani significa sapere più di quello che si è in grado di dimostrare” (<em>The Darkness of Practical Reason</em>). Questa disparità tra il sapere filosofico e il sapere che si ha dal vivo della condizione umana, si può capire meglio riferendola all’esperienza dell’umanità di sesso femminile, più o meno in questi termini: noi donne sappiamo più cose di quelle che riusciamo a dimostrare. Il che collima con una classica “diceria” sulle donne, che le interessate non hanno respinto, mi pare: di noi si dice che siamo più intuitive che razionali. Io accetto questa diceria, s’intende come un modo di dire… dire che cosa? Che c’è un sapere che eccede le forme del discorso dimostrativo e che questo sapere appartiene più alle donne che agli uomini, per ragioni che in parte si sanno e in parte ci sfuggono. I testi della teologia in lingua materna sono una testimonianza di ciò. Si ripresenta così l’idea di un sapere che aggira la propria indimostrabilità con la narrazione. Sappiamo che il <em>narus</em> si chiamava quello che era informato, sapeva (al contrario dell’ignaro) e che il narrare non trascende la dimensione spaziotemporale.</p>
<p style="text-align: justify; ">La narrazione si può intendere, dunque, come un modo per dire qualcosa di vero senza poter dimostrare che lo sia, se non in forza della testimonianza personale. La narrazione entra a questo titolo nella filosofia. Si può intenderla anche nel senso contrario, che sia un modo per districarsi, come la Eva di Autun di J.H., non però dalle “alghe eterne” ma dal groviglio dei discorsi in cui la filosofia è finita. Suggerisco di pensare che in questo rapporto stiano i due testi di Jeanne Hersch appena tr. in it., <em>L’illusione della filosofia</em>, del 1936, seguito da <em>Temps alternés-Primo amore</em>, che è del 1942.) Dopo vi tornerò. </p>
<p style="text-align: justify; ">L’operazione, che sia per inserirsi o per sottrarsi, è sempre di natura sviante rispetto alla cosa in questione. Parlando di Iris Murdoch, ho introdotto una parola, “schivata”, la stessa che dà il titolo a un recente film, <em>L’esquive</em> (di Abdellatif Bechiche). Lei ragiona sulla libertà ricorrendo alla scrittura letteraria e facendo della creazione dei personaggi, da parte dello scrittore, il paradigma stesso del nostro diventare liberi.  </p>
<p style="text-align: justify; ">È di tipo narrativo o, meglio teatrale, anche l’espediente trovato da IM per sottrarsi all’autorità della filosofia analitica, prevalente ad Oxford dove si è formata e insegna, ed è la figura dell’<em>objector</em>, che la ancora giovane filosofa introduce nel corso di una conferenza. Man mano che lei stessa passa in rassegna alcuni capisaldi della filosofia analitica, the objector fa sentire la sua voce, che non è neanche un argomento, poco più di un punto di domanda, fino al termine. Cito il passo della prima volta in cui <em>the objector</em> entra in scena: “Possiamo parlare di fatti senza parlare di esperienza. Ma chi non è d’accordo (<em>the objector</em>) potrebbe opporre (<em>may argue</em>), possiamo davvero (<em>can we really</em>)?” (<em>Nostalgia for the Particolar</em>, 1952). Dietro la maschera dell’<em>objector</em>, io riconosco una donna che esprime la sua incredulità davanti all’idea che si possa parlare della realtà senza parlare di esperienza. Quella donna potrei benissimo essere io, ma ne conosco tantissime altre che condividono la mia “incredulità”. L’incredulità si applica normalmente a cose raccontate, qui si applica a cose teorizzate. </p>
<p style="text-align: justify; ">Nei saggi e racconti di <em>La nascita di Eva</em>, J.H. ricorre continuamente ad inserti narrativi nel testo filosofico, più o meno lunghi, alcuni brevissimi. Per me questo fatto prende uno speciale risalto sullo sfondo di una sua dichiarazione del 1958. Interrogata sul perché scrive, dice di non aver saputo istallarsi, parole sue, in alcun genere di scrittura (Eva, p. 55). Perciò, spiega lei, nel mio lavoro alterno la traduzione dei filosofi (“lunghe ore di lavoro intenso”) con la ricerca filosofica (“ore di concentrazione cieca e sorda”) e, avrebbe voluto, con la scrittura di un romanzo vero e proprio, che lei associa ad una grandiosa evasione e ad uno spreco autorizzato del tempo (Eva, pp. 56-57). Non sta parlando di <em>Temps alternés</em>, che per lei non era veramente un romanzo (vi tornerò), si tratta di una fantasia mai realizzata, con le caratteristiche di un sogno edenico, quello, direi, di sottrarsi all’etica del lavoro e dell’impegno. </p>
<p style="text-align: justify; ">Dunque, lei non stava comoda nella lingua dei filosofi e forse i passaggi narrativi fanno parte del linguaggio che la fa emergere da quella concentrazione cieca e sorda, emergere e respirare. Prendiamo <em>Dall’esilio all’addio</em> (Eva, p. 59 sgg.) che espone (racconta? descrive?) l’esistenza come una separazione - “che ci sia separazione nell’essere è condizione dell’esistenza delle creature” (p. 59). L’incipit è in forma di racconto, sia pure di un tipo speciale: “Quando Dio creò il mondo…”, un quando che tale non è, intemporale inizio del tempo, così come la Eva di Autun sorge da nessun luogo. (Così come una Margherita Porete ha scritto: quando sarò quella che ero quando non c’ero…) Il linguaggio si popola presto di figure metafisiche, l’albero, gli uomini… Poi diventa narrativo: “Un uomo era venuto qui da molto lontano, dopo un lungo e difficile viaggio, per sedersi sotto un albero”. Un uomo, un albero, qui… Comincia una storia che porta l’uomo esiliato due volte, nell’essere e sulla Terra, a capire, con un sentimento germinale di gioia, la consistenza del suo qui e ora. Poi il racconto viene meno e la riflessione torna alla forma ragionante, punteggiata però da inserti narrativi brevissimi, fulminei, come questo: “Separazione contro presenza: basta una porta chiusa”. Lei sa di che cosa parla; la capisce chi si è trovata davanti ad una porta chiusa. Voglio dire che il pensiero di Jeanne procede senza il lavoro del concetto, senza concetti. È come se l’autrice lo leggesse in un testo che le scorre dentro, fatto di parole e figure. Oppure: è come se la conclusione, ignota a lei come a noi, ma in lei già presente e forse anche in noi, chiamasse a sé il pensiero, animandolo a trovare parole e figure per avanzare. La gioia contingente di esistere che l’uomo prova ogni tanto nell’esilio secondario, quello che gli lascia la possibilità di sperare di tornare in patria (Dante!), coincide con la gioia di esistere, in assoluto. “La nostra vera patria, anche se viviamo nell’esilio, è quella, letterale, delle cose e degli esseri mortali che abbiamo intorno…” (p. 65), con il completamento dell’incipit del capoverso seguente: “Qui, nel dono di sé ad esseri caduchi…”. </p>
<p style="text-align: justify; ">Questo dono di sé ad esseri caduchi e quel “basta una porta chiusa” parlano di esperienza femminile. Ma anche un uomo può fermarsi davanti a una porta chiusa senza tentare di sfondarla… Certo che può, dopo che lei è riuscita ad esporre questa idea: basta una porta chiusa. (Di Diotima, la maestra di Socrate nel Simposio, si ritiene che sia una invenzione di Platone: non è evidente, c’è qualche motivo per pensare invece che sia esistita, al pari di Socrate.)</p>
<p style="text-align: justify; "><em>Temps alternés</em>/<em>Primo amore</em> (1942) risponde ad una diversa impostazione. In effetti, questo testo costituisce una tappa precedente rispetto ai testi raccolti nella Nascita di Eva, e non solo in senso cronologico. Come si legge nella risposta del 1958, si tratterebbe di un esercizio di composizione (p. 55). Nella prefazione postuma del 1976, parla anche di tessitura e l’autrice diventa la tessitrice (così come la Eva di Autun è la nuotatrice). Il racconto è la composizione del reale disperso nello spazio tempo in un tessuto unitario, il che si avvicina ad una definizione del racconto, in generale. Il suo doveva essere, spiega lei stessa a posteriori, una sorta di esperimento poetico: se fossi riuscita a creare, col diverso e col contradditorio, qualcosa che fosse uno… l’unità, malgrado tutto, esiste. (p. 11). </p>
<p style="text-align: justify; ">Il racconto era forse il modo per uscire dal vicolo cieco in cui la filosofia si è venuta a trovare per la perdita della sua illusione fondamentale? Al racconto lei si sarebbe affidata per realizzare magicamente (la parola è sua) l’impresa della metafisica antica, da Parmenide ad Aristotele (“salvare i fenomeni”) passando per Platone, che è di affermare l’unità dell’essere contro la dispersione del divenire e del molteplice. Perciò non lo ha mai considerato un romanzo. </p>
<p style="text-align: justify; ">Questa ipotesi dà un significato preciso all’episodio, altrimenti enigmatico, del padre, che, dopo aver letto il testo del 1942, dice: “strano, nessun pensiero filosofico…” e lei: “proprio quello che ci voleva” (p.11). “Ci voleva” che non vi fosse apparenza di filosofia per realizzare l’impresa filosofica preclusa dalla perdita dell’illusione fondamentale. </p>
<p style="text-align: justify; ">Ora (nel 1976) lei non crede più in quella magia, ora ha capito che “ l’unità cui aspirava la tessitrice esiste soltanto nella pienezza gratuita del presente…”. Si direbbe quasi che ora la risposta provenga da un’esperienza estatica del reale che si fa pura presenza. Non è così se consideriamo le poche righe seguenti: “… quando non si vive il presente come uno strumento del futuro”. La distensione del tempo non è azzerata,  l’unica condizione è che il presente non sia subordinato al non presente (futuro o, possiamo presumere, passato).</p>
<p style="text-align: justify; ">Che cosa “racconta” Primo amore? Che cosa racconta, intendo, non il romanzo ma l’esercizio di composizione. Nell’introduzione postuma l’autrice riassume il significato del libro con un motto: “vivere, ricordare, sopportare”. Il “sopportare” sta al posto di un ovvio “raccontare” e si riferisce implicitamente (ma vivamente, la parola è espressiva, plastica) alla donna gravida, la donna cioè che conserva dentro di sé un vissuto-vivente. Della protagonista si dice che “intuisce tutto, ma non sa niente”, vale a dire che è ignara, a conferma della sostituzione di “raccontare” con “sopportare”. Da una parte, c’è dunque il sapere tutto che si ottiene con “l’abbandono di sé” e si paga con l’ignoranza, all’altro estremo c’è l’illusione filosofica, di mezzo il sapere affidato alla narrazione.</p>
<p style="text-align: justify; ">Come in molti romanzi veri e propri (fra i quali io metto anche i romanzi rosa), il motore della storia è un amore nell’esperienza di una donna, e questo somiglia molto all’espediente che adotta Iris Murdoch per sottrarsi al neutromaschile del linguaggio filosofico con i suoi esempi. </p>
<p style="text-align: justify; ">Va detto che la vicenda di Primo amore rispecchia una realtà storica molto precisa. Chi conosce la vicenda della poetessa Antonia Pozzi (1912-1938), così come la racconta Graziella Bernabò in <em>Per troppa vita che ho nel sangue</em> (Milano 2004), avrà notato le somiglianze. Anche questo confronto attira la nostra attenzione sul “sopportare”, perchè la giovane, geniale poetessa milanese non potè sopportare. Ma Primo amore non è certo un romanzo sociologico, anzi non è nemmeno un romanzo. Qui, lo abbiamo visto, il “sopportare” ha una funzione metafisica: è proprio questo sopportare che ri-assume il compito della salvezza del reale disperso e frammentato (“salvare” è la parola di Aristotele, non di JH). </p>
<p style="text-align: justify; ">Si tratta, abbiamo visto, di un tentativo che non ha seguito. Lascia tuttavia una traccia notevole nella ricerca filosofica successiva. Ricordiamo <em>Dall’esilio all’addio</em>, l’uomo del racconto che vive due volte esiliato e scopre che la salvezza sta nella pienezza gratuita del presente, scoperta che è a sua volta un accadimento possibile nella contingenza del nostro stare al mondo.     </p>
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		<title>Un modello d&#8217;Università: partecipa al sondaggio dei Ricercatori della Statale</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 21:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Zhok</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Com&#8217;è noto l&#8217;università italiana sta per essere sottoposta all&#8217;ennesima riforma, questa volta con l&#8217;esplicito proposito, non si sa se più promettente o più inquietante, di addivenire ad una trasformazione radicale dell&#8217;intero sistema (dalla governance al sistema concorsuale). In attesa del prossimo licenziamento del DDL 1905 da parte del parlamento, un Gruppo di Lavoro dei Ricercatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; ">Com&#8217;è noto l&#8217;università italiana sta per essere sottoposta all&#8217;ennesima riforma, questa volta con l&#8217;esplicito proposito, non si sa se più promettente o più inquietante, di addivenire ad una trasformazione radicale dell&#8217;intero sistema (dalla <em>governance</em> al sistema concorsuale). In attesa del prossimo licenziamento del <a href="http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Ddliter/testi/34595_testi.htm" target="_blank"><strong>DDL 1905</strong></a> da parte del parlamento, un <a href="http://www.gdl.unimi.it:80"><strong>Gruppo di Lavoro dei Ricercatori</strong></a> (GdL) dell&#8217;<strong>Università degli Studi di Milano</strong> (Statale), formatosi alla fine del 2008, ha messo a punto il seguente <a href="http://www.questionari.unimi.it/gdlUnimi/surveyCompile.aspx?sessionId=1396&#038;surveyId=357"><strong>sondaggio</strong></a>:</p>
<p style="text-align: justify; "><a href="http://www.questionari.unimi.it/gdlUnimi/surveyCompile.aspx?sessionId=1396&#038;surveyId=357" target="_blank">http://www.questionari.unimi.it/gdlUnimi/surveyCompile.aspx?sessionId=1396&#038;surveyId=357</a></p>
<p style="text-align: justify; ">Chiediamo a tutti i <strong>docenti</strong>, <strong>ricercatori</strong>, incardinati e precari, <strong>dottorandi</strong>, <strong>assegnisti</strong> e appartenenti al <strong>personale tecnico-amministrativo</strong> di spendere dieci minuti del loro tempo nella sua compilazione. Le risposte (anonime), si riveleranno preziose per capire cosa pensano del DDL quanti lavorano nell&#8217;università; inoltre gli esiti statistici del sondaggio, che verranno resi pubblici, rappresenteranno una piattaforma per chiedere eventuali correzioni di rotta alle camere ed al ministero.</p>
<p>Ringraziamo in anticipo tutti i partecipanti per il loro contributo.</p>
<p><em><strong>GDL_UNIMI</strong></em></p>
<p>P.S. Chi voglia sapere di più sul GDL può accedere direttamente al sito relativo:</p>
<p><a href="http://www.gdl.unimi.it:80"><strong>http//www.gdl.unimi.it:80</strong></a></p>
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		<title>J. Hersch, da Tempo e musica &#124; Una miniatura d’eternità (BCD 2009)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 21:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
		
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(Prefazione di Roberta De Monticelli a Jeanne Hersch, Tempo e musica, traduzione italiana di Roberta Guccinelli, Baldini Castoldi Dalai, 2009)
Le pagine di Jeanne Hersch hanno questo di inconfondibile: senza sprecare una sola parola ci riconducono all’essenziale. La sua prosa tagliente e vivida fa di ciascuna sua pagina un taglio di luce sulla nostra esistenza, riassumendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/jeanne-hersch-tempo-e-musica2.jpg" target="_blank"><img src="http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/jeanne-hersch-tempo-e-musica2-207x300.jpg" alt="jeanne-hersch-tempo-e-musica2" title="jeanne-hersch-tempo-e-musica2" width="207" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-5480" /></a>
<p style="text-align: center; "><em>(Prefazione di Roberta De Monticelli a Jeanne Hersch, <a href="http://www.ibs.it/code/9788860736574/hersch-jeanne/tempo-musica.html" target="_blank"><em>Tempo e musica</em></a>, traduzione italiana di Roberta Guccinelli, Baldini Castoldi Dalai, 2009)</em></p>
<p style="text-align: justify; ">Le pagine di Jeanne Hersch hanno questo di inconfondibile: senza sprecare una sola parola ci riconducono all’essenziale. La sua prosa tagliente e vivida fa di ciascuna sua pagina un taglio di luce sulla nostra esistenza, riassumendo in una proposizione di cristallo il tema della meditazione  che annuncia. E che conoscerà sviluppi e variazioni e sempre nuovi approfondimenti, fino alla ripresa finale e alla chiusura, secondo una forma non dissimile da quella di una sonata. Valga l’esempio di questo libro, inaugurato da una frase che ha la folgorante evidenza di un motto classico: </p>
<p style="text-align: center; "><em>“Il presente è la sola dimensione del tempo che ci dia un appuntamento reale col mondo”  </em></p>
<p style="text-align: justify; "><em>Tempo e musica</em> (un titolo già agostiniano) si conclude sulla dominante di questa meditazione:  l’eternità. Cioè sulla  miniatura d’eternità, versione herschiana dell’eterno di Agostino. Che  non è tempo senza fine, ma <em>nunc stans</em>, presente che non passa, <em>interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio</em>, “l’avere tutta insieme nella sua pienezza una vita infinita”, secondo la glossa di Severino Boezio. Di questa eternità noi conosciamo una “miniatura”, che il presente della musica – del suo ascolto -  esemplifica nella sua pregnanza:</p>
<p style="text-align: center; "><em>“… questa “piccola durata” che unisce e separa il passato dall’avvenire, che non scorre perché permette il pensiero e la melodia, che si sfilaccia soltanto alle sue estremità in passato e futuro, ricordo e progetto, e che io ho chiamato, poiché non passa, miniatura d’eternità”.</em></p>
<p style="text-align: justify; ">Comincia, questa meditazione, con quell’appuntamento così spesso mancato che abbiamo con la realtà, dunque nella tonalità un po’angosciosa dell’azione e delle sue inadeguatezze – come di quelle  della decisione e della scelta, o anche soltanto dell’attenzione e della presenza di spirito e di sentimento; e si conclude nella tonalità profondamente serena della contemplazione, di cui l’ascolto musicale è paradigma, con il suo tempo sospeso, sottratto alla cura, all’interesse, al piccolo io, ai suoi trascorsi e ai suoi progetti, dove si sosta “sulla soglia di una simultaneità senza durata… come la promessa di un accordo impossibile della pienezza e del desiderio” . </p>
<p style="text-align: justify; ">Nel mezzo, come sempre, i temi fondamentali del pensiero di Jeanne Hersch, questa fenomenologia dei paradossi costitutivi della condizione umana, nello specchio di quello, che, forse, li riassume tutti: il tempo che scorrendo erode l’opera e il senso della nostra vita, e l’eternità che, se da promessa fosse realizzata, “muterebbe l’uomo in una statua di noia”.</p>
<p style="text-align: center; "><em>“Noi non possiamo vivere né con il tempo, né senza, né contro di esso. </em></p>
<p style="text-align: justify; ">Il saggio di Roberta Guccinelli insegue il pensiero di Jeanne Hersch in tutte le sue potenzialità, immergendolo nell’attualità del dibattito contemporaneo, non soltanto di ontologia analitica ma anche di estetica, là dove il filo delle conversazioni con Ernest Ansermet su libertà e necessità in musica tocca la questione di fondo: che cos’è la musica? Lasciamo al lettore il piacere di scoprire, anche con l’aiuto della curatrice, il nesso profondo di questa questione con l’altra: che cos’è il tempo? </p>
<p style="text-align: justify; ">Ne emerge fra l’altro una posizione inusuale fra i filosofi europei del Novecento: il netto rifiuto, come cosa “ripugnante”, dell’idea che il passato sia funzione degli interessi del presente o di ciò che il presente ritiene vero, idea cara alla filosofia ermeneutica e già difesa da Heidegger (secondo il quale non era vero che la forza di attrazione è proporzionale alla massa dei pianeti prima che Newton lo scoprisse). Se fosse falso che Bruto ha ucciso Cesare, se anche nessuno lo scoprisse mai, Bruto non sarebbe colpevole di quella morte. In tempi come i nostri, in cui ci sono filosofi che dicono <em>Addio alla verità</em>, e in particolare a quella storica (se non serve alla causa che si difende), non è vano ammirare la serena resistenza di questa mente limpida: “nessuno – né un dio, né un demone, né un mago, né uno scienziato – potrà fare che il mare, là davanti a me, non abbia questa mattina scintillato sotto il sole”.</p>
<p style="text-align: justify; ">Congedando questa edizione italiana, ultima nel tempo di una serie cui Roberta Guccinelli ha dato un contributo fondamentale, curando fra l’altro la splendida traduzione del solo romanzo della pensatrice ginevrina, <em>Temps alternés</em>, pubblicata per questi stessi tipi con il titolo <em>Primo amore</em>, e del capolavoro filosofico della prima maturità, <em>L’être et la forme</em> ci avviene di pensare che per una volta almeno non avremo mancato l’appuntamento con la realtà. A Ginevra, il pensiero in carne ed ossa era lei, questa donna vigorosa e un po’ imperiosa anche nei suoi tardi anni, che pareva radicata in terra con solidi piedi, e per nulla incurvata. Anche se nuove e vecchie baronìe accademiche – e i provincialismi di cui neppure la cosmopolita città romanda andava esente – la confinavano nel passato, quel pensiero era il più vivo e il più presente al tempo: non solo al presente, ma come oggi possiamo vedere anche al futuro. E questo ci fu subito chiaro, fin dal primo incontro. E forse – per usare quel futuro anteriore che le era caro –  questo impulso dato all’edizione delle sue opere nella nostra lingua sarà stata la sola cosa assolutamente giusta e buona che potremo vantare fra quelle fatte, se mai qualcuno ce ne chiederà ragione. Ora il lettore italiano (e poiché il bene è <em>diffusivum sui</em>, presto anche quello di lingua spagnola) dispone di una cospicua selezione delle opere di Jeanne Hersch. Ecco, per il lettore che incontrasse questo nome per la prima volta, qualche cenno per aiutarlo a orientarsi in questa bibliografia. Ma chi vi si accosta per la prima volta, e anche chi vi ritorna incuriosito o interessato, non dovrebbe perdersi la rifioritura del Novecento intero, nella figura e nelle parole di alcuni dei suoi più grandi protagonisti,  che attraversa le pagine di <em>Eclairer l’obscur</em>, ora disponibile in edizione italiana a cura di Laura Boella e Francesca De Vecchi per queste stesse edizioni: <em>Rischiarare l’oscuro – Autoritratto a viva voce</em>. Una straordinaria biografia intellettuale e morale che si dovrebbe leggere insieme con il capolavoro saggistico del suo grande amico – e premio Nobel – Czeslaw Milosz, <em>La mente prigioniera</em> - un libro sugli effetti devastanti delle ideologie totali, che a Jeanne Hersch deve moltissimo.</p>
<p style="text-align: justify; ">Era nata a Ginevra nel 1910 da una famiglia di origine polacca, per parte di madre, e lituana, per parte di padre. La sua tesi di laurea su <em>Le immagini nell&#8217;opera di Bergson</em> (1931) – disponibile in italiano  -  colpì profondamente il filosofo, già anziano e malato: lei aveva vent&#8217;anni e riceveva così il primo prestigioso riconoscimento internazionale. L&#8217;incontro con Bergson resta all&#8217;origine di uno dei grandi temi del pensiero di Jeanne Hersch: il problema del tempo, appunto, che la filosofa concepirà tuttavia in una maniera profondamente critica nei confronti del bergsonismo. Ma l&#8217;incontro intellettualmente determinante è quello con Karl Jaspers, che divenne il suo vero maestro: Jeanne Hersch è sua allieva, come Hannah Arendt, a Heidelberg negli anni &#8216;30. Non esita nel 1933 a recarsi a Friburgo per ascoltare i corsi di Heidegger, nonostante la legge promulgata in quello stesso anno, che proibiva l&#8217;iscrizione alle università tedesche agli studenti di origine ebraica. Del suo insegnamento, Jeanne Hersch ha scritto: &#8220;Le idee che sviluppava davanti a noi, non le sottometteva al nostro libero giudizio, secondo l&#8217;atteggiamento liberale che dovrebbe essere proprio del filosofo: le imponeva. C&#8217;è nella sua filosofia un aspetto incantatorio, come una formula di magia, che fa salire gli spiriti tellurici e vi chiede di accoglierli&#8230; [la sua filosofia] comporta un elemento patetico, più o meno magico, che è un fattore di irresponsabilità&#8220;. Ciascuno dovrebbe leggere la penetrante diagnosi del rapporto fra il pensiero di Heidegger e il suo elogio del nazismo, anch’essa disponibile per il lettore italiano (Il dibattito su Heidegger: la posta in gioco, a cura di Stefania Tarantino, in R. Ascarelli (a c. di), <em>Oltre la persecuzione. Donne, memoria, ebraismo</em>, Carocci, Bologna, 2004).</p>
<p style="text-align: justify; ">Colpisce il paragone con Jaspers: per questi, invece, &#8220;ogni vera attività filosofica è radicata in un atteggiamento etico&#8230; Nella comunicazione la tua propria libertà conta su quella dell&#8217;altro&#8221;. La libertà, la sua natura costitutiva della nostra esistenza, le sue condizioni, i suoi limiti, i modi del suo esercizio quotidiano, etico, politico e intellettuale: è questo l&#8217;altro grande tema del pensiero della Hersch. Che potrebbe definirsi una filosofia della condizione umana come condizione paradossale, in cui si scontrano drammaticamente, più che conciliarsi, la nostra sottomissione alle leggi della natura e la nostra radicale responsabilità verso il presente, questo solo luogo d&#8217;appuntamento con la realtà sempre singolare, con le sue esigenze sempre nuove. Noi viviamo più sovente di memoria e speranza che di attenzione, volentieri dimoriamo nelle dimensioni immaginarie del passato e del futuro piuttosto che in quella “petite durée” che è il presente, il breve spazio del nostro esercizio di libertà. Una condizione paradossale, la nostra, alla quale il pensiero filosofico non solo non sfugge, ma che è sua vocazione illuminare e riflettere. E&#8217; una illusione credere che la contemplazione filosofica sia altro che la quintessenza del paradosso di esistere, ma illuminato, portato alla luce del pensiero nei suoi innumerevoli aspetti. <em>L&#8217;illusione filosofica</em> è appunto il titolo della prima opera di grande respiro di Jeanne Hersch, (1936), tradotta in italiano da Einaudi già nel 1942, ma che abbiamo fatto ripubblicare con la prefazione ancora palpitante di meraviglia, eppure lucidissima, che Jaspers scrisse per l&#8217;edizione tedesca dell&#8217;opera (1956) . L&#8217;illusione consiste nel credere che il pensiero filosofico possa farsi verità scientifica, oppure che possa prescindere dalle verità scientifiche. E la storia della filosofia moderna è una continua oscillazione fra questi due aspetti dell&#8217;illusione. Ma &#8220;la verità filosofica non è una verità oggettiva, benché non possa fare a meno dell&#8217;oggettività. La verità filosofica riflette la natura della libertà, che non può, neppure lei, fare a meno dell&#8217;oggettività, ma che, nella sua quintessenza, ne è il contrario, perché è ciò che strappa se stessa all&#8217;oggettività&#8220;. Questa la tesi fondamentale di quel primo libro, al quale il secondo, <em>L&#8217;être et la forme</em> (1946), di cui abbiamo già ricordato l’edizione italiana, aggiunge l&#8217;aspetto costruttivo, anzi creativo di questa libertà che strappa se stessa all&#8217;oggettività per dar forma, cioè essere alla condizione umana e in qualche modo strapparla alla mortalità, senza mai riuscirci interamente.</p>
<p style="text-align: justify; ">L&#8217;azione, la conoscenza, l&#8217;arte: in questi tre piani fondamentali della realizzazione umana della forma c&#8217;è un fare, un fabbricare, un maneggiare la materia, un artigianato, un lavoro: e in questa altra categoria dell&#8217;esistenza - il &#8220;lavoro&#8221; - il lettore italiano riconoscerà forse l&#8217;ultima e più segreta radice di questa pensatrice, accanto a quelle della sua ebraica laicità e della grande tradizione filosofica europea che ha nutrito la sua giovinezza. L&#8217;impronta di Ginevra, la città di Calvino. Il lavoro di questa donna, che amava considerarsi una &#8220;presenza al suo tempo&#8221; più che l&#8217;autrice di un&#8217;opera, è stato imponente e profondamente efficace. Jeanne Hersch ha formato molte generazioni non solo di filosofi né solo di intellettuali, ma di uomini attivi in tutti i rami della vita materiale e civile di questa città della pace. All&#8217;Università, dove ha insegnato dal &#8216;47 al &#8216;77, i suoi corsi erano diventati un luogo di incontro di studenti e studiosi di ogni Facoltà: era convinta - e oggi questa ci pare un&#8217;intuizione fondamentale, in anticipo sui tempi - che l&#8217;avvenire della filosofia è nel bisogno che hanno di essa tutte le professioni, e non solo quelle intellettuali. &#8220;Essa sola può fornire gli strumenti necessari a illuminare i problemi che si pongono oggi ai medici, ai giuristi, ai biologi, e a formare i giudizi morali il cui bisogno si impone prima che esista un consenso in proposito&#8221; .</p>
<p style="text-align: justify; ">Nello stesso spirito Jeanne Hersch non ha mai cessato di interessarsi alle scienze e alle tecnologie contemporanee, di sondarne le conseguenze sulla nostra esistenza, i suoi paradossi, il rapporto con il tempo e la libertà. Eminentemente etica, ma anche civile e politica, la sua riflessione tocca ancora il nodo del secolo tragico, i totalirsmi. Occorre ancora ricordare almeno <em>Idéologies et réalités</em> (Plon, Paris 1956), ancora non tradotto, e che si dovrebbe mettere a confronto con l’opera di Hannah Arendt, e una monumentale commemorazione dei vent&#8217;anni dalla dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo, progettata su incarico dell&#8217;Unesco e realizzata per mezzo di un&#8217;interessantissima architettura polifonica, in cui si intrecciano le voci di pensatori, poeti e scrittori di tutto il mondo (<em>Le droit d&#8217;être un homme</em>, Unesco, Paris e Payot, Lausanne 1968). La riflessione, oggi attualissima, sulla natura e il fondamento dei diritti umani è anch’essa oggi disponibile in italiano col titolo <em>I diritti umani dal punto di vista filosofico</em>.  </p>
<p style="text-align: justify; ">Jeanne Hersch è stata una scrittrice, oltre che una filosofa. Lo è stata in due sensi distinti: per la funzionalità soberrima della sua prosa filosofica pura, e per il vigore poetico di quella letteraria, narrativa e saggistica. Jeanne non amava troppo coloro che si provano a fare due cose alla volta, e il suo giudizio sul &#8220;pensiero poetante&#8221; è piuttosto severo. Lei di cose ne ha fatte una alla volta. A trentadue anni pubblicò il romanzo che abbiamo già menzionato, giunto alla sua terza edizione - che si imprime vivido nella memoria con le linee ampie e la luce di questo paese di lago e di montagne, il <em>doux pays romand</em>. Il romanzo,  tradotto in italiano per queste stesse edizioni è, come suggerisce il sottotitolo, un <em>Esercizio di composizione</em>. Di composizione-conciliazione di due figure della condizione umana - e femminile, in particolare - che sono anche due età della vita e due prospettive dell&#8217;assoluto, quali le due grandiose dimensioni di questo paesaggio di montagne e di lago le rendono visibili e compresenti: l&#8217;alto e il largo. Molto caro all&#8217;autrice era poi un piccolo libro di cui abbiamo una bella traduzione italiana, con prefazione di Jean Starobinski, intitolato <em>La nascita di Eva - Saggi e racconti</em>, e particolarmente affezionata era al saggio che dà il titolo alla versione italiana, <em>Eve ou la naissance éternelle du temps</em>, una meditazione sul celebre bassorilievo di Autun (XII secolo).  </p>
<p style="text-align: justify; ">Nessuno potrebbe intuire la concretezza e il rigore di questo pensiero a partire dall’unico testo che era pubblicato in italiano prima di questa serie: <em>L’étonnement philosophique</em> (1981), ovvero <em>Storia della filosofia come stupore</em> che pure è un piccolo best-seller della storia della filosofia, dove Jeanne Hersch eccelle nell&#8217;arte che le fu propria di &#8220;mimare&#8221; - l&#8217;espressione è sua - il &#8220;gesto fondamentale della libertà&#8221; che rivive in cuore a ogni opera di pensiero. Da Socrate a Jaspers, i due poli di questo libro sulla meraviglia filosofica, che ha il suo baricentro in un magistrale capitolo su Kant: veramente accessibile a chiunque, senza che alcun mistero filosofico vada appiattito, perduto o dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify; "><em>Scarica in <strong>formato Pdf</strong> la <a href='http://www.phenomenologylab.eu/public/uploads/2010/03/demonticelli-tempo-e-musica.pdf'>Prefazione</a> di Roberta De Monticelli a Jeanne Hersch, </em><strong>Tempo e musica</strong><em>, traduzione italiana di Roberta Guccinelli, Baldini Castoldi Dalai, 2009.</em></p>
<p style="text-align: justify; "><strong><em>Il libro</em> </strong><em>Tempo e musica</em> raccoglie una serie di interventi scritti da Jeanne Hersch tra il 1981 e il 1990. Non si tratta solo di saggi, ma di intuizioni, spunti, brevi frammenti sul tempo e sulla musica, e sul legame che instaurano con la sfera delle emozioni. Come possiamo definire il tempo della musica? Come è possibile «sentire» a così tanti anni di distanza dalla sua composizione il Don Giovanni di Mozart, o una sinfonia? Immaginiamo di essere a un concerto. Ci limitiamo ad ascoltare, senza agire, ma non per questo siamo passivi, anzi, diveniamo ricettivi e la musica suscita in noi una vita emotiva autonoma. Nel presente – che è il tempo dell’ascolto – viviamo ciò che in essa non passa, poiché la musica suonata e ascoltata non può dissolversi nel passato, ma agisce nel presente. Il suo tempo è un «presente eterno» che unisce l’essere e il non-essere del tempo: trascende il tempo di chi ascolta, come se quell’attimo in un certo senso si conservasse per sempre. La Hersch ci regala una straordinaria analisi sul tempo che è anche una riflessione sulla realtà che viviamo. Un’opera che getta una luce sul senso di un possibile incontro tra musica e filosofia.</p>
<p style="text-align: justify; "><strong><em>Profilo dell&#8217;autrice</em></strong> Jeanne Hersch (1910-2000), pensatrice di origine polacca, cresciuta a Ginevra in una famiglia di intellettuali ebrei, fu allieva di Karl Jaspers e fine interprete del pensiero di Henri Bergson. Studiò solfeggio e pianoforte, e vinse diversi premi al Conservatorio di Ginevra. Fu amica di Ernest Ansermet, fondatore dell’Orchestra della Svizzera romanda, e discusse con lui diversi passi dei Fondamenti della musica nella coscienza dell’uomo. Per tutta la vita si dedicò a una filosofia dei diritti umani, dirigendo la divisione di Filosofia dell’Unesco e realizzando il monumentale volume Le droit d’être un homme (1968). BCDe ha pubblicato </em>Primo amore<em> (2005) e </em>Rischiarare l’oscuro <em>(2006).</em></p>
<p style="text-align: justify; "><strong><em>Quarta di copertina</em></strong> «La musica suonata e ascoltata non potrà mai essere cancellata dal passato, qualunque cosa accada. Niente potrà cancellare questo fatto: la musica è stata suonata, voi l’avete ascoltata. Se un giorno la terra congelasse, oppure si riscaldasse eccessivamente, se gli uomini sparissero, anche allora, il tempo della musica vissuta si conserverebbe nel passato. Se sparisse, senza lasciare alcuna traccia, lo stesso tempo continuerebbe, misteriosamente, ad arricchire l’universo d’umanità.»<br />
</em></p>
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