«Il capo del Governo si macchiò…». In rete, le parole di Elsa Morante

giovedì, febbraio 18, 2010
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«Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare.»

Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, che circola in rete da alcuni giorni, raccoglie e provocatoriamente rielabora uno scritto del 1945 che si riferisce a Mussolini.

Riportiamo di seguito l’originale, certo non meno interessante. Anzi:

Roma 1° maggio 1945

«Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia.

Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica di Sociale.

Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine. Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935), la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).

Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti.

Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti. Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).

Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.

Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.

In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.

Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo. Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti, i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.»

Pagina di diario, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988, poi in Opere, Meridiani Mondadori, Milano 1988, vol. I, pp. L-LII; e anche in Alfonso Berardinelli, Autoritratto italiano, Donzelli Editore 1998, pp. 29-31.

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22 commenti a «Il capo del Governo si macchiò…». In rete, le parole di Elsa Morante

  1. venerdì, febbraio 19, 2010 at 10:54

    Le analogie sono ovviamente impressionanti, ma non ci stupiscono più di tanto. Lo sconcerto di fronte alla inerzia della storia (pensiamo solo alla questione meridionale in Italia) è ormai un fatto quotidiano ed è tanto più impressionante se paragonato alla concezione moderna della storia, all’idea di progresso, all’esperienza dell’accelerazione degli eventi.
    La questione teorica che emerge in maniera prepotente, allora, è proprio quella della natura del cambiamento storico. La mia impressione è che sarà uno dei temi che ci appassionerà negli anni a venire. Ed è proprio pane per i filosofi…

  2. venerdì, febbraio 19, 2010 at 16:17

    Questo è un commento alla splendida pagina di Elsa Morante, che io stessa, trovatala sul Web, ho fatto rifluire al nostro sito. Prende avvio dal commento di Paolo Costa.
    Hai ragione caro Paolo per quanto riguarda il tema della natura del mutamento storico. Ma io penso che anche più fondamentale e più urgente sia una riflessione approfondita sull’inerzia del pensiero pratico, diciamola chiara, non solo in questi anni, ma – nonostante le apparenze – per tutto il secolo passato, con pochissime eccezioni. Intendo dire, sull’esiguità in numero dei (pur ancora oggi validissimi) tentativi di rifondazione razionale del pensiero pratico (etico, giuridico, politico)oltre i limiti del kantismo, che ancora oggi resiste (o piuttosto negozia e sopravvive, sola debole decenza della ragione) ad onta di debolezze (a mio parere) fondamentali. Come pensava Husserl: Aristotele e il mondo antico fondarono l’eidetica del vero – la logica – e con successo. Il mondo moderno aveva in eredità il compito di fondare l’eidetica del bene – l’etica. Nel senso lato, Husserliano del termine. Non c’è riuscito.
    Certo non si misura il disastro di una società civile con la debolezza del pensiero dei filosofi. E tuttavia, chi non vede quanto a lungo ha predominato in questo Paese (e, pur un po’ diversamente, anche per la maggiore solidità delle istituzioni accademiche e di ricerca) quella sorta di tronfio e autosoddisfatto postmodernismo dell’anything goes, foucaultismo del Potere come prosopopea occulta e totale, cinismo decisionistico e teopolitico versione tragico-apocalittica, versione schmitt-papalina, versione schmitt-sinistrorsa, hegelismo di ritorno tutto dialettico e e altrettanto cinico, tanto cosa contano gli individui e l’etica è roba da anime belle, il machiavellismo da due soldi accanto al guicciardinismo eterno (“vedi di voltare il mondo a benefizio tuo”) che fa comunque da sottofondo personale a quasi tutte le imprenditorie di questo Paese, siano esse intellettuali, accademiche o economiche. Per non parlare (ma debbo altrimenti come al solito mi fraintendono) del contraltare clericale di tutta questa bella laicità, che arriva oggi a punte di infamia inusitata, rimangiandosi con il principio di competenza morale ultima della coscienza personale adulta, e non dell’autorità, io non dico la lezione timida del Vaticano Secondo, ma i pilastri della filosofia e teologia morale cristiana da Agostino a Bonhoeffer. Sola consolazione: più questi nichilisti morali porporati imperversano, e più il buon Vito (Mancuso) vende, sola notizia refrigerante questa, qualunque sia il valore intrinseco (che io ritengo comunque notevole) dell’avventura intellettuale e teologica di Mancuso.
    Ma non convergono infine, questi due tronconi dell’anima pubblica italiana, a ribattere chiodo su chiodo, e comunque, e per ogni via, la più antica tabe di questo nostro popolo – purtroppo – di forti radici servili (“dagli atri muscosi, dai fori cadenti…”) quanto a coscienza civile, eternamente ignaro del fatto che non c’è servitù politica se non volontaria: la tabe delle consorterie, che va dal familismo alla mafiosità, e che è il primo e più classico (ovunque) segno del non evoluto sentimento della responsabilità personale, dell’estrema fragilità dell’individuazione personale e morale dei più, del trascinarsi della maggior parte degli individui (fino alla stanchezza esistenziale) nel sonnambulismo del “si fa così”, “si pensa così”, si guarda la televisione che c’è, si ammira la turpitudine che si autoproclama bella. Minimo segno di turpitudine assoluta, l’esistenza e la fioritura pubblica, cioè coccolata, sostenuta – un esempio infimo e minimo fra mille ben peggiori – di un uomo come Vittorio Sgarbi (sussulto di schifo). Ma appunto, lasciamo perdere tutte le altre ben peggiori esistenze pubbliche, ancora, gloriosamente sopravviventi nell’indifferenza.

    E torniamo a noi. Noi chi? I filosofi. Quanti tentativi, piccoli, ma tenaci,volonterosi, di suscitare il senso di dignità di una comunità che fosse vera comunità di cercatori del vero, vera comunità filosofica: e come può tacere di questi tempi una comunità filosofica che sia una comunità di cercatori del vero? Come può non darsi una voce, un’esistenza, un compito – infine, a che diavolo serviamo altrimenti? Modestissime le mie esperienze, enormi i miei limiti, ne convengo. Ma ogni volta che ho tentato di suscitare un poco di “comunità” – appunto, non di consorteria – attorno ai temi cruciali su cui il nostro Paese sta oggi affondando nella melma (della disgregazione delle strutture stesse di una società civile e di un Stato di diritto), di suscitare una voce COMUNE che proprio per questo potesse suonare anche un poco autorevole, i risultati sono stati davvero minimi. Non fra i colleghi insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, che hanno fra l’altro ricevuto notizia del nostro appello sui fondamenti pre-politici di uno Sato di diritto (Costituzione Prima Parte) indirettamente e con difficoltà; ma certamente fra “noi” accademci, “teoretici”, “morali” e di ogni altra categoria è invalso il minimalismo. Nonostante l’appello fosse solo un tentativo di lanciare altre iniziative, testi migliori, più competenti, più compatti….

    No, i filosofi “tacciono”. Ci vuole una giornalista, brava senz’altro, che sceglie voci a suo arbitrio e spara un libro intervista – che almeno affronta la questione del testamento biologico, sia pure sotto un titolo troppo privo di perplessità per essere convincente per un filosofo (io ho tentato di far aggiungere un punto interrogativo: “Che cosa vuol dire morire?” – ma niente da fare. Un interrogativo in più, diecimila copie in meno. Ma anche qui la dolorosa sensazione è che questi libri passino per la vanità anche se sono diretti alla verità (se lo sono).

    E se in pubblico preferiscano tacere, i filosofi veri, che almeno pensino, che almeno discutano. Quanto all’eidetica del bene, e alla rifondazione razionale di tutta la sfera del normativo: loro – i fenomenologi – ci hanno intensamente provato, e hanno seminato perle, quasi tutte andate perdute. Ma non per sempre. Anche per questo teniamo aperto il Focus: Husserl, Lezioni di etica. Un testo per ripartire. Concludo per Paolo: studiare la natura del mutamento storico è importante. Ma se non ci convinciamo prima che la storia la facciamo noi, non riusciremo mai a capire davvero anche che lo Stato siamo noi, il bene e il male lo facciamo noi. Ciascuno, singolarmente, in prima PERSONA.

  3. venerdì, febbraio 19, 2010 at 17:42

    Capisco e condivido la passione (e l’indignazione!) di Roberta. Non è certo il giudizio sui fatti che ci divide. Ma l’interrogativo (filosofico) che mi avvince è un altro e ha a che fare con qualcosa di simile all’idea di “moral luck” di Williams. Quando si nasce in un luogo (o in un tempo) sfortunato come va pensato il suo cambiamento? Come dobbiamo immaginarlo alla luce della densità (e la vischiosità) delle vite umane? Secondo me questo è un quesito che merita molto lavoro del pensiero.

  4. sabato, febbraio 20, 2010 at 01:23

    Dense, vischiose le vite umane, Paolo ha ragione. Ma chiamare sfortunato il nostro paese o il nostro tempo, non è come non riuscire proprio a credere che lo stiamo letteralmente facendo noi, tutti noi? E chi se no? Cosa? E’ per iniziare la riflessione suggerita da Paolo!

  5. Stefano Cardini
    domenica, febbraio 21, 2010 at 00:57

    «Il mondo va di male in peggio: ecco un lamento antico come la storia, antico anche come la poesia, più antica della storia, antico infine come la più antica delle leggende poetiche, la religione dei preti. (…) L’opinione eroica opposta, più moderna ma assai meno diffusa, ha trovato credito soltanto tra i filosofi e, oggi specialmente, tra i pedagogisti; essa sostiene che il mondo procede incessantemente in senso opposto, dal peggio al meglio (benché in modo appena percettibile), o almeno che è possibile rintracciare nella natura umana una disposizione a tale progresso (…) Ma poiché ci si potrebbe ingannare in queste due opinioni fondate su una presunta esperienza, sorge il problema se non vi sia una via di mezzo, cioè se non sia possibile che l’uomo, considerato nella sua specie, non sia né buono né cattivo, ma sia invece buono e cattivo al tempo stesso, cioè in parte buono e in parte cattivo.». Intervengo in questa discussione accesa dalle parole di Elsa Morante con questo passo di Kant, tratto da La Religione nei limiti della semplice ragione, laddove il filosofo si occupa Della compresenza del principio del male accanto a quello del bene o del male radicale della natura umana. Mi sembra riassuma, una volta tanto in modo limpido e sintetico, l’intreccio tra due questioni non sovrapponibili ma indissolubilmente legate, alle quali mi sembra alludano con differente accento Paolo e Roberta. La prima è una domanda della ragione storica, intesa come ragione teoretica che s’interroga sul punto di vista legittimo a partire dal quale interrogarsi in merito a come e perché il mondo va come va o, più modestamente di Kant, il proprio Paese (l’Italia, per esempio, a 150 anni dall’Unità), la propria città (Milano, alla vigilia delle elezioni regionali dopo due mandati di governo Formigoni), ma anche, e non di meno, il proprio quartiere, la propria famiglia, la propria vita. È una domanda che chiama in gioco un sé che si oggettiva nella narrazione, attraverso trame di racconti via via più fitte e più ampie, intessute di appartenenze e relazioni personali e sovrapersonali. Interroga una ragione chiamata a redigere bilanci, fare il punto, rendere ragione di quel che in tutta evidenza sembra richiederne una. Implica, quindi, anche una sorta di cesura, di conflitto nell’ordinario e piano incedere dell’esistenza, che non è necessario bollare à la Heidegger come colpevolmente inautentico perché lo si riconosca tranquillamente adagiato nel solco del si fa, si pensa, si dice: l’esperienza, l’abitudine, la consuetudine, la tradizione, il senso comune, il buon senso. La seconda è invece una domanda della ragione pratica, intesa come ragione teoretica che s’interroga su che cosa è bene, o quantomeno meglio, fare, affinché il mondo, le cose, vadano come preferiremmo sotto un qualche, anche modesto, rispetto: la soddisfazione sul lavoro, la serenità negli affetti, la coesione della comunità. Queste due forme della ragione dipendono l’una dall’altra. Ci si può trovare nella necessità pratica di rendere conto del come e perché le cose stanno come stanno, proprio in quanto le cose per una qualche ragione sembrano non andare come dovrebbero, ovvero, come ci aspetteremmo secondo quanto l’esperienza, l’abitudine, la consuetudine, la tradizione, il senso comune, il buon senso, anche eticamente intesi, ci hanno insegnato fin lì. D’altro canto, posto che le cose non stiano andando come dovrebbero, e come preferiremmo, indagare il perché è imprescindibile per capire se e come avremmo potuto agire, e forse ancora potremmo, per far sì che d’ora in poi comincino ad andare meglio. Ora, ipotizzando di voler giudicare da un punto di vista etico come e perché il mondo va come va, è quindi necessario avere criteri etici, norme ideali capaci, nei diversi contesti, di farci distinguere il bene (l’optimum nel contesto) dal male (il pessimum nel contesto) così da discernere il meglio. È l’etica dei valori, senza la quale nessuna ragione storica sarebbe in grado di pronunciare un giudizio fondato su come (più o meno bene) siano andate e vadano le cose. Per giudicare o eventualmente scegliere il meglio, tuttavia, l’etica dei valori non basta. Serve l’etica delle conseguenze. Sappiamo, per banalizzare, che l’optimum sarebbe salvare capra e cavoli: a questo servono anzitutto i valori e le assiologie. Non sempre, però, è certo o anche solo probabile ci si riesca. E allora bisogna valutare se puntare a salvare la capra o i cavoli, ipotizzando le conseguenze etiche del risolversi per l’una cosa o per l’altra. E non è detto che la faccenda sia razionalmente decidibile in modo assoluto, perché l’etica delle conseguenze è a sua volta condannata a rispondere sulla base dell’informazione incompleta della ragione storica, in tutto o in parte congetturale. Ora, quando Paolo chiede alla filosofia d’interrogarsi su come oggi si debba intendere il cambiamento, mi pare ponga l’accento sui problemi che l’etica delle conseguenze pone alla ragione storica, dal momento che quest’ultima ha visto entrare in crisi i suoi tradizionali modelli interpretativi del processo storico, tanto che ormai sempre più spesso c’è chi, come se niente fosse, e senza essere contraddetto, in merito a ben note controverse storiografiche, non si fa scrupolo di dichiarare che le fonti andrebbero lette anche alla luce della storia (ultraterrena) della salvezza (Giovanni Reale sull’archivio relativo a Pio XII). Roberta, da parte sua, nel suo esortare a farsi carico senza esitazioni del negativo del proprio tempo, mi sembra tesa soprattutto a preservare l’azione etica, qualunque cosa s’intenda per cambiamento storico, dalla tentazione insita nella ragione storica moderna di surrogare la ragion pratica – con la scusa d’illuminarne il percorso – fino a negarla nella sua autonomia. Del rapporto tra etica dei valori ed etica delle conseguenze, ragione storica e ragione pratica, bisogna discutere approfonditamente, però. Magari proprio a partire dalla Einleitung in die Ethik di Husserl. Perché se è vero che salvare la ragione storica dal diluvio delle grandi narrazioni 800 e 900esche significa restituire all’etica delle conseguenze un metodo condivisibile per sciogliere i conflitti tra valori, è non meno vero che oggi assistiamo a un tale fenomeno di dilagante pubblica rivendicazione dell’immoralità, risollevata al rango di nemesi, lavacro o levatrice della storia, in merito al quale anche la pura e semplice testimonianza del valore, nelle parole e nelle opere, torna a essere un’azione rivoluzionaria.

  6. Andrea Zhok
    domenica, febbraio 21, 2010 at 13:12

    A dei commenti così articolati e condivisibili, e su di un tema che mi sta a cuore come pochi, mi piacerebbe aver da dire qualcosa di nitido, intelligente, risolutivo. Invece, con particolare riferimento al problema del compito civile degli intellettuali, e dei filosofi in particolare, mi trovo in una spiacevole e frustrante condizione di stallo. Provenendo da un retroterra dove si discuteva di Marx e di marxismo dal caffelatte alla grappa serale, mi sono scontrato sul celebre tema del rapporto tra intellettuali e popolo, e sul ruolo sociale dell’intellettuale organico, un’infinità di volte. Come per molti, l’incontro con la fenomenologia husserliana, folgorante sul piano teoretico, metteva incidentalmente in dubbio la possibilità di un filosofare impegnato, nonostante esempi brillanti di un’apparente conciliazione tra fenomenologia ed impegno politico fossero ben presenti (Sartre docet). Non riporto, perché troppo noto a chi frequenta queste pagine, il cruciale ruolo storico della discussione sull’Epoché come potenziale latrice di un atteggiamento teoretico distaccato, ‘idealista’, elitario, incapace di impegno; ed infatti gran parte della conciliazione tra fenomenologia e marxismo in Italia (e non solo) passò attraverso la lettura di Heidegger piuttosto che di Husserl. Perché riesumo questo reliquario di storia delle idee? Perché di fronte a processi storici culturalmente umilianti ed umanamente deprimenti come quelli che stiamo vivendo in Italia, il senso di frustrazione dato dall’attuale ruolo di intellettuale e di persona pubblica (per quanto, nel mio caso, in sedicesimo) è tale da richiamare con prepotenza la necessità morale dell’impegno: qualcosa bisogna fare. Ma quando poi mi chiedo cosa questo qualcosa, razionalmente e personalmente, è e può essere, tutta la mia cattiva coscienza di ascendenza marxiana viene a galla suggerendomi appellativi poco lusinghieri per l’effettivo contributo ‘politico’ (pubblico) che riesco a fornire. Concretamente: cerco di far capire cose come l’idea di Epoché o di moral luck ai miei studenti, firmo appelli, talora promuovo petizioni, talaltra partecipo a gruppi di lavoro autoconvocati su iniziative legislative, soprattutto pubblico cose che spero interessanti, ma che so destinate a pochi; e mi pare sia tutto; e mi pare anche sicuro che niente di ciò sarebbe decisivo nell’arrestare né qui né altrove le pur resistibili ascese dei vari Felix Krull. Si può fare altro? Esistono spazi di azione collettiva che non ho visto o cui mi sono sottratto?
    C’è però qualcosa di più, che non mi consente di concedere piena autorità alla succitata cattiva coscienza: sono giunto alla conclusione, e proprio sulla base della lezione husserliana, che sperare nel levarsi di una voce politica comune degli intellettuali (dei filosofi a maggior ragione) è in certo senso improprio. Quantomeno mi pare improprio pensare che lo possano fare mentre esercitano realmente il loro ruolo di intellettuali o filosofi. Credo (temo) che il mestiere del filosofo sia costitutivamente solitario, persino individualista, in certo senso, e ciò per ragioni essenziali: ogni qualvolta ci si muove in gruppo, per svolgere una ricerca sperimentale, per giocare a pallone, per fare la guerra o per fare politica, si deve cedere una parte più o meno consistente dei propri dubbi e scrupoli, si devono condividere forzosamente numerose premesse e ridurre la propria criticità su altre, e si deve accettare di non ridiscuterne salvo casi estremi. Ciò è sano, giusto e necessario quando si aderisce ad un’azione collettiva, ma è un principio di cattivo filosofare (ed in generale cattivo esercizio del proprio ruolo intellettuale in quanto tale). Il filosofo si deve permettere il lusso di essere sempre disposto a seguire le tracce di un proprio dubbio, verso tesi altrui così come verso assunti propri; questa libertà di movimento ne fa un compagno di viaggio scostante e fors’anche sgradevole, finché non dismette il suo abito filosofico. Ciò ovviamente non toglie che ogni filosofo sia anche di norma altre cose: un impiegato dello stato, un cittadino, un lavoratore, e come tale può certo prendere posizioni politiche e dare il contributo che è in grado di dare. Ma quando lo fa, non lo può fare in quanto filosofo; e se si mette ad esprimere tesi positive su questi temi e a spingere altri ad assumere tali tesi, come se discendessero dalla propria autorità di filosofo, temo commetta un grave peccato di disonestà intellettuale. Che questo sia un peccato comune, va da sé: il mondo della cultura pubblica pullula di personaggi che si esprimono con particolare sicumera proprio sui campi di cui hanno meno esperienza, facendosi forza di un’autorevolezza raggiunta altrove. Siamo pieni di fisici delle particelle che discettano di Dio, di vescovi che sentenziano sulla famiglia, di panzoni pantofolai che disquisiscono di gesta sportive, di matematici che argomentano di materialismo e di imprenditori che pensano di essere grandi statisti. Di questa compagnia non voglio far parte. Ma l’alternativa temo sia di accettare razionalmente che il mio mestiere non ostacolerà mai l’ascesa dei Felix Krull, e ciò mi fa sentire gravemente a disagio.

  7. Andrea Zhok
    domenica, febbraio 21, 2010 at 14:42

    P.S.:
    Sì, lo so che con “resistibile ascesa” ci stava meglio “Arturo Ui”, ma è Felix Krull che diventa cavaliere…

  8. Stefano Cardini
    domenica, febbraio 21, 2010 at 20:26

    Andrea ha colto il punto. Nonostante tutto, e lui l’ha espresso davvero mirabilmente, il disagio resta. Nel tentativo di dargli una forma, allora, vorrei richiamare un passo di Arthur Schopenhauer, che nella sua vita (si veda la biografia di Ruediger Safranski, Arthur Schopenhauer e gli anni selvaggi della filosofia, Longanesi 2004) non partecipò certo granché alle passioni e ai furori politici del suo tempo. Dal Mondo, Libro quarto, seconda considerazione, da lui dedicato alla filosofia pratica; pratica, ma, appunto, solo per convenzione: « (…) la filosofia è sempre teoretica, in quanto è suo carattere essenziale, qualunque sia l’oggetto immediato della ricerca, di considerare, d’indagare, non di prescrivere. Applicarsi alla pratica, regolare la condotta, regolare il carattere, sono vecchie pretese a cui, dopo una riflessione matura, si dovrebbe ormai rinunziare (…) La virtù, come il genio, non s’insegna. Per la virtù, come per l’arte, il concetto è sterile e può appena servire da strumento. Aspettarsi che i nostri sistemi di morale formino i virtuosi, i nobili e i santi, o che le dottrine di estetica formino i poeti, gli scultori, i musicisti, sarebbe del pari una pazzia. La filosofia non può che interpretare e spiegare il dato e trasformare in chiara conoscenza razionale (astratta) quell’essenza del mondo che a ciascuno è intelligibile in concreto come sentimento». Naturalmente, dietro questa apparente rinuncia di principio alla possibilità di un’educazione sentimentale, che rifletta proprio sulle condizioni personali e sovrapersonali che favoriscano o quanto meno non ostacolino la fioritura e l’esercizio della libertà di ognuno, c’è la ripresa originale della dottrina kantiana del carattere intelligibile, tutt’altro che priva d’interesse anche oggi. Quel che mi preme mettere in luce, però, è come anche questo geniale filosofo, così orgoglioso e solitario, e che nella vita ha raramente cercato e solo tardivamente ottenuto il sodalizio umano e filosofico di pochissimi intelletti, abbia tuttavia, con la sua capacità di chiarificazione concettuale, sfoderato perle – se giungessero! – che oggi sarebbero balsamo per il nostro pubblico dibattito, non solo televisivo. Mi limito a segnalare la sua critica al concetto kantiano di dovere incondizionato: «È (…) una contraddizione palese: chiamare libera la volontà, e tuttavia prescriverle delle leggi, secondo cui debba volere; “dover volere”, come chi dicesse: ferro di legno!». E l’Appendice critica alla filosofia kantiana, dove discute il preteso carattere formale dell’imperativo categorico: «Un altro errore che è spesso biasimato (…) è la norma pedantesca che un’azione per essere veramente buona e meritevole debba essere compiuta unicamente e solo per rispetto alla legge riconosciuta e al concetto di dovere, e secondo una massima riconosciuta dalla ragione in asbtracto, e non invece per una qualche inclinazione, non per la benevolenza sentita verso altri, non per partecipazione tenera, compassione o per impulso del cuore (…) l’azione invece deve accadere controvoglia e in seguito ad autocostrizione. Si ricordi poi che su di essa non deve influire la speranza del compenso e si misuri la grande insensatezza di ciò che si esige. Ma, ciò che vuol dire ancora di più, questo è contrario addirittura allo spirito autentico della virtù; non l’azione, ma il farla volentieri, l’amore da cui procede e senza di cui è opera morta, costituisce ciò che in essa vi è di meritevole». Pensate se soltanto queste parole divenissero ancora una volta chiare davanti agli spettatori, se non ai protagonisti, delle odierne zuffe sul rapporto tra etica e politica, libertà e giustizia, lacità e professione di fede. Quel che intendo dire è che, al di là del suo eventuale impegno civile e politico, di per sé né più né meno indispensabile o utile di quello di ogni altro cittadino, un filosofo non può per essenza non avere a cuore la chiarezza concettuale, a maggior ragione quando attorno a sé vede abilmente incoraggiata la confusione. Scioglierla a pubblico beneficio, quindi, sforzandosi di creare l’occasione per farlo, è pertanto assolutamente implicito nella sua vocazione, se questa c’è. Io credo, quindi, che compito di chi oggi si sia concesso (e conquistato) il lusso di filosofare, sia di elaborare finalmente e definitivamente il lutto delle molte schiere trascorse di intellettuali che, soprattutto ma non solo in Italia, hanno costruito sulla propria hybris una pretesa di “contare” nella società e nella storia che non soltanto i loro mezzi talvolta modesti, ma la natura stessa della loro vocazione non consentiva. Affinché il rito sia compiutamente celebrato, tuttavia, credo si debba evitare anche l’errore (opposto) di sminuire la propria, di vocazione, misurandola proprio con il pessimo calibro di quel sogno (o incubo?) di vanagloria. Per non rischiare di rinunciarvi.

  9. Carla Poncina
    domenica, febbraio 21, 2010 at 22:13

    Vorrei partire dall’affermazione di Andrea Zhok: “credo che il mestiere del filosofo sia costitutivamente solitario”. Probabilmente è stato così in epoche recenti, e vale ancora per molti pensatori di professione, che Hannah Arendt definirebbe “inutilmente pensosi”, ma non corrisponde allo spirito originario della filosofia, che mi piace collocare all’aperto, nelle piazze, in spazi luminosi che profumano d’aria e di vita. Si pensa da soli per poter comunicare ad altri i propri pensieri e tornare poi ad approfondirli, in una dialettica tagliata sulla misura del nostro essere: individui tesi verso altri individui. Vorrei aggiungere che fino al secondo conflitto mondiale si poteva -forse- accettare l’idea della filosofia come disciplina essenzialmente teoretica. ma dopo che si era lasciato accadere l’impensabile nessuno, e tanto meno i filosofi, potevano tirarsi fuori dalla responsabilità dell’agire. Ed allora il programma di Husserl per la filosofia moderna -ricordato da Roberta- deve essere per necessità ripreso : fondare l’eidetica del bene, ridare priorità all’etica, che del resto non è affatto scissa dalla logica, almeno non quanto comunemente, anche in ambito filosofico, si ama credere. Ad una ripresa di interesse per l’etica ha forse contribuito il peso delle donne filosofe, escludendo da questa affermazione ogni suggestione femminista, per il semplice fatto che le donne, più degli uomini. sono portate a tenere insieme, nella vita di tutti i giorni, pensiero ed azione, oserei dire molti pensieri e molte azioni, seppur piccole. “L’intreccio di etica e logica, su cui si i filosofi si interrogano, da Platone a Husserl”, va sciolto nel senso che “l’etica è la logica dell’agire giusto, la logica è l’etica del pensare” (R: De Monticelli 2006). Il filosofo, come qualsiasi altro individuo, non può in alcun modo tirarsi fuori, né “pontificare” fuori campo, limitandosi a suggerire agli altri cosa è bene pensare o fare. Deve fare con onestà il proprio mestiere, cioè sollecitare a pensare veramente, criticamente, creativamente, “senza corrimano” (Arendt), aiutando il prossimo -se possibile- a non confondere i propri autonomi pensieri con idee, gusti, attitudini indotte dal di fuori.
    Ma veniamo al tema posto inizialmente da Roberta, a partire da una pagina di Elsa Morante scritta pensando al passato e incredibilmente aderente al presente. La constatazione dello “stato presente dei costumi degli italiani”, come direbbe Leopardi, non può che indurci ad un pessimismo sconsolato. Ed ogni giorno aggiunge un tassello al quadro di degradazione inarrestabile -sembra-del nostro paese. Il secondo posto a Sanremo di un qualcosa di indefinibilmente brutto, ipocrita, stupido, cantato dall’erede di una dinastia che nella figura di un così miserevole discendente paga forse il fio delle sue pesantissime colpe storiche, ci deprime ulteriormente.
    Ma io “devo” trovare consolazione e speranza, se non altro per le generazioni che solo ora si affacciano alla vita. Ho letto in questi giorni un libro di Norberto Bobbio del 1954 “Italia Civile”. Ripercorre correnti filosofiche e figure di Italiani che in modi diversi hanno contribuito alla rinascita dell’Italia dopo il buio del fascismo e la tragedia della guerra. Si può dire che sotto il gelo di quegli anni si era pur conservato il seme che sboccerà con la Resistenza. Forze morali integre si erano preparate ad aiutare la rinascita del Paese. Poco riconoscente va detto, vista che presto dimenticherà l’aiuto ricevuto, il sacrificio di molti. E siamo giunti ad un presente così nero. Ma i difficili tempi che ci attendono hanno bisogno delle forze di tutti gli uomini di buona volontà. Ed allora non ci resta che lavorare il campo, piccolo o grande, che ci è stato assegnato, preparandoci a dare una mano nel momento in cui questo castello di carta (uso un eufemismo) crollerà e ci sarà bisogno di ricostruire un tessuto civile, certo non alla maniera di Bertolaso!

  10. lunedì, febbraio 22, 2010 at 12:07

    Ho letto tutto d’un fiato le riflessioni che sono seguite al mio commento iniziale al testo della Morante, ma – per quanto interessanti – non ho trovato, non dico risposta, ma nemmeno una chiara eco al mio dubbio filosofico. Ve lo ripropongo perciò in maniera più articolata, per capire se sia una curiosità solo mia o non abbia invece una qualche sostanza che possiamo condividere.
    Anzitutto, non vorrei che il mio riferimento al cambiamento storico o alla sorte morale venisse interpretato in una chiave troppo pessimistica. La cosa che mi colpisce dei tempi moderni – Italia compresa, ben inteso – non è che le cose vadano sempre peggio, ma che i progressi e le lentezze, i cambiamenti e le inerzie, si mescolino secondo una proporzione che suscita spesso stupore (almeno negli intellettuali di sinistra!). Sto pensando a cose come la democrazia, l’emancipazione femminile, o la lotta per alleviare le sofferenze, che solo alcuni secoli fa sarebbero stati impensabili anche per le elite più illuminate. Questi a me sembrano cambiamenti storici straordinari e innegabili. Ma come si sono prodotti? E come mai quando ci si propone di produrli intenzionalmente o di pianificarne uno sviluppo ulteriore o una loro accelerazione, le cose non vanno mai come te l’aspetti?
    Il problema non è di certo sfuggito a nessuno dei grandi pensatori del passato (pensiamo solo a Kant o a Marx). E l’idea di una filosofia della Storia è stata sicuramente una risposta ad alto tasso di riflessività alla compresenza nella modernità di inerzia e accelerazione degli eventi. Ma il paradigma eurocentrico delle Grandi Narrazioni non ha retto alla prova dei fatti, e viene perciò spontaneo guardare alla realtà con uno sguardo nuovo, senza paraocchi o focalizzazioni eccessivamente selettive. Per me, per esempio, questo significa guardare con occhi diversi le nostre vite quotidiane, la loro densità e vischiosità, la loro opacità e riluttanza ai dettami della ragione e dei suoi progetti. Penso per esempio con stupore alla vita quotidiana di mio figlio, appena adottato e precipitato in una prima elementare nella periferia di Trento. Penso alla enorme quantità di parole, immagini e comportamenti che gli vengono offerti giornalmente dai suoi insegnanti, compagni, libri di testo, ecc., e come essi formino una rete incontrollabile in cui siamo tutti invischiati, a prescindere dalle migliori o peggiori intenzioni. (E qui, in effetti, confesso la mia simpatia per nozioni forse un po’ hegeliane come quella di carattere nazionale, di eticità, di mentalità, di sapere tacito, ecc.; in fondo, superato l’horror metaphysicae, si tratta solo di attribuire un potere causale sui generis a entità che non rientrano nell’ontologia dei fisici…).
    Rispetto a questa “robustezza” e sovrabbondanza della vita – mi domando – che cosa può fare la riflessività dei filosofi? Non farsi illusioni eccessive è sicuramente una prima, importante risposta. Ma attualmente il nostro principale nemico – secondo me – non è tanto l’entusiasmo, quanto il cinismo che si respira in molti angoli del nostro ambiente. C’è quello divertito, incarnato da Carlo Maria Cipolla nel suo saggio sulla stupidità umana, ma c’è anche quello, sempre più diffuso, che trasuda dalle diverse spiegazioni naturalistiche dell’impossibilità del cambiamento che ci vengono propinate amabilmente dai nostri vari colleghi: dallo psicologo che ti fa notare come in Italia da cinquant’anni la percentuale del pubblico colto non sia cambiata di una virgola, o dall’evoluzionista che ha una spiegazione ad hoc per ogni modulo della mente umana che sarebbe rimasto immutato dall’età della pietra sin qua. Sono spiegazioni irritanti, ma con cui bisogna pur fare i conti. E la responsabilità intellettuale del filosofo la vedo anche nell’urgenza di produrre una concezione del cambiamento storico che sia all’altezza della complessità delle nostre vite. A questa complessità bisogna pur rendere giustizia in qualche modo.
    Non dimentichiamoci, poi, che quando parliamo di ricostruzione del tessuto civile non è solo all’Italia che dobbiamo pensare, ma a paesi come Haiti, l’Iraq, la Serbia, la Russia, la Romania o l’Ucraina, la Colombia, il Sud Africa, la Cambogia o anche a certe aree deindustrializzate degli Stati Uniti. Sono realtà di questo tipo che avevo davanti agli occhi quando mi è venuto in mente il concetto di Moral Luck.

  11. Carla Poncina
    lunedì, febbraio 22, 2010 at 20:04

    Molto stimolante il concetto di Moral Luck, collocabile tanto nel dibattito filosofico quanto nella dimensione esistenziale. C’è una domanda che mi ponevo da bambina senza osare esternarla a chicchessia: “perché sono nata in questo luogo e tempo, in questa famiglia?” Insegnare filosofia offre dei bei vantaggi, perché nel clima intimo e impersonale insieme che si crea in classe, magari discutendo di necessità e casualità in stoici ed epicurei con i ragazzi, più di una volta ho sentito dar voce a questo stesso interrogativo da parte degli studenti. Come a dire da un lato che tra senso comune e filosofia esiste un nesso strutturale, dall’altro che si tratta di un problema centrale ieri come oggi. Esiste un modo per uscire dal pessimismo in cui le vicende pubbliche tutti i giorni ci trascinano, evitando derive ciniche e immobilismo? Le nostre azioni e scelte quotidiane ci dicono di si. Scegliere di diventare padre o madre adottando un bambino è certamente una testimonianza di generoso ottimismo. La posizione intellettuale di chi agisce così non può contraddire radicalmente la scelta pratica.
    Non si può negare che nella processualità storica si intravvedano spinte quasi necessitanti. Gli storici delle Annales parlano di una lunga sopravvivenza delle attitudini di fondo delle varie società, ed in questo senso la debolezza morale e il servilismo della classe dirigente italiana appaiono quasi immutate. La lettura de I Vicerè, romanzo scritto ed ambientato negli anni in cui nacque l’Italia unita, prefigura molto di quanto poi si è visto. Ciò non toglie che in un processo storico che ci ha visto cadere nel buco nero del fascismo, almeno dal secondo dopoguerra agli anni ’70, ingiustamente ricordati quasi solo per il fenomeno del terrorismo, l’Italia ha saputo darsi una serie di leggi che ci hanno avvicinato molto all’Europa: statuto dei lavoratori, divorzio, aborto, legge Basaglia e altro ancora. Tutte questo andava nel senso di accrescere l’autonomia dell’individuo. Dagli anni ’80 è iniziato il riflusso, ma si ritornerà a crescere nonostante Berlusconi e il berlusconismo, perché in ogni caso la quota di italiani che Paul Ginsborg definirebbe “ceto medio riflessivo” è assai cresciuta rispetto agli anni del fascismo.
    Sia per lo sviluppo storico che per i singoli individui esiste un crinale faticoso ma percorribile che consente di conciliare l’indubbio peso del determinismo con la possibile conquista della libertà. Compito dei filosofi elaborare concettualmente quello che i poeti hanno saputo esprimere con semplicità. Cito Natalia Ginzburg, nelle Piccole Virtù: “un’azione umana è sempre male o bene, verità o menzogna, carità o peccato”. Ai filosofi il difficile compito dell’argomentazione.

  12. Stefano Cardini
    martedì, febbraio 23, 2010 at 01:00

    Non so se condividere le speranze di Carla, anche se per carattere sarei incline a farlo. Il ceto medio riflessivo è cresciuto, sì, ma temo in misura proporzionale se non men che proporzionale a quello non riflessivo, almeno in Italia. E comunque resta lo sbigottimento, proprio ora, che ricorrono i 150 anni dell’Unità d’Italia, di fronte alle limpide parole della Morante circa il carattere nazionale degli italiani, muovendoci a sconforto. Detto questo, Paolo ha ragione, abbiamo detto tante cose. Ma ci siamo mossi solamente lungo la cornice della domanda da lui posta, senza neppure tentare una risposta. Per quel che mi riguarda, non è un caso. Che pensare, che fare, di fronte alla consapevolezza che, per quanto raffinati siano gli strumenti interpretativi che la ragione storica sinora ha messo in campo, le cose «non vanno mai come te l’aspetti», l’eterogenesi dei fini ovunque imperversa, al punto che l’idea stessa di azione, individuale e collettiva, sembra perdere di senso, al netto di fideiussoni ultraterrene. In gioco, prima del nostro futuro, è il passato, quindi la memoria, quindi l’identità, dei singoli e dei popoli. Si pensi alla vecchia massima in base alla quale “la storia non si fa con i se e con i ma”. Oggi non è necessario essere storici o pseudo-storici revisionisti per rinunciarvi. Non ha forse scritto, un valente e onesto intellettuale come Franco Cardini, un libro, Le radici perdute dell’Europa (Mondadori, 2007), in cui, esponendo i possibilia di un’unificazione europea sotto l’ala imperiale e cristiana di Carlo V, si vagheggia una storia controfattuale senza Stati nazionali e dunque senza guerre mondiali? In merito alla tua domanda, caro Paolo, salvo tentare di mettere l’azione al fragile riparo di un’etica liberata da ipoteche storiciste, la realtà è che non so dirti. Adottare un paradigma evoluzionista? E quale? Quello di Gould? Quello di Dawkins? Quello di Kauffman? E come, sulla brevissima, anzi infinitesima, scala temporale in cui le azioni personali, individuali e collettive, si compiono? So che questi dubbi sono anche tuoi. Ma so anche di avere, in merito, ben poco da dire, libri e idee da proporre, essendo arrivato a dubitare persino che qualcosa come una filosofia della Storia o anche delle storie (con la “s” minuscola) sia un compito che una riflessione rigorosa può assumersi. Servirebbe l’immaginazione visionaria dei grandi metafisici di un tempo, forse. Ma chi li prenderebbe sul serio? Neppure noi, temo. Oggi l’esercizio dell’immaginazione metafisica, ben più che ai tempi di Leibniz, Schopenhauer e persino Bergson e Teilhard de Chardin, è ammesso soltanto previa esibizione di solide credenziali da hard scientist… Concludo, per lasciare la palla a chi ha piedi migliori dei miei, con un dubbio che il solito Schopenhauer m’insinuò anni fa e che, pur con la dovuta tara al disincantato metafisico della volontà, non mi ha più lasciato. Sempre dal Mondo, Libro quarto: « (…) chi presume che l’essenza del mondo si possa conoscere storicamente, sia pure con il metodo più fine e larvato, è ancora agli antipodi della conoscenza filosofica. E questo è l’errore in cui si cade quando, considerando l’essenza in sé del mondo, s’introduce il concetto di un divenire, passato, presente o futuro; quando al prima e al poi si attribuisce una sia pur minima importanza; quando, palesemente o velatamente, s’indagano, del mondo, il punto di partenza, il punto d’arrivo e la via tra l’uno e l’altro; e quando, infine, l’individuo filosofante presume di fissare il suo proprio posto sulla detta via. Una simile filosofia storica mette capo il più delle volte a una cosmogonia, che può essere di molte specie, oppure a un sistema emanatistico, a una dottrina della caduta, o infine (ultimo rifugio, perduta la speranza di riuscire con gli altri tentativi) ad una teoria del continuo divenire, del nascere, del sorgere, del venire alla luce dalle tenebre, su dall’oscuro fondo, dal fondo ultimo, dal fondo senza fondo (…) ». Certo, foss’anche un errore fatale, o vi portasse, esso va ben indagato. Sono d’accordo con te.

  13. martedì, febbraio 23, 2010 at 11:34

    Il proposito di “conciliare il peso del determinismo con la conquista della libertà”, mi sembra un buon punto di partenza per riflettere sulla questione del cambiamento. Io, però, lavorerei di cesello sulle metafore nascoste in questa immagine potente. Anzitutto, rivaluterei la metafora del “peso”, nello stesso modo in cui Wittgenstein ci ha insegnato a rivalutare l’attrito. Nella nostra esperienza concreta e situata della libertà, la dimensione passiva dell’esistenza non è sempre e solo un freno, ma è anche una condizione per essere attivi e spontanei. È scontato, ma forse giova ribadirlo, che se non avessimo un corpo che spesso lavora intelligentemente per “noi”, non saremmo più liberi, saremmo paralizzati come l’asino di Buridano. Così la libertà (come la felicità, per altro) non è sempre e solo una conquista, ma anche un dono, qualcosa che riceviamo.
    Detto in due parole, mi sembra che se riuscissimo a guardare con un pizzico in più di realismo e di obiettività la nostra esperienza personale del cambiamento – il modo in cui siamo diventati le persone che siamo – avremmo una comprensione migliore anche del mutamento storico e sociale. Le storie che ci raccontiamo, in fondo, pur cogliendo il senso profondo delle nostre vite, non lo esauriscono mai completamente. Sappiamo tutti quanto sia selettivo il fascio di luce che proiettiamo sulla miriade di eventi di cui siamo la sintesi. (È una cosa che cerco sempre di ricordare, a dire il vero con scarso successo, ai miei amici evoluzionisti.) Eppure io terrei duro contro la fretta postmoderna a sbarazzarsi della dimensione del senso, della Bildung, persino del progresso nelle nostre vite. Esistono passi in avanti e passi indietro, guadagni e perdite, cose importanti e cose meno significative, ma – almeno nelle nostre vite – lo sfondo contro cui si stagliano non è un’entità sufficientemente definita perché possa essere messa a fuoco e maneggiata a piacere dagli individui. Su di esso possiamo solo avere un effetto indiretto. E di questa vischiosità delle nostre esistenze sanno facilmente approfittare i più scaltri tra noi: le persone prive di scrupoli, i veri nichilisti (spesso mascherati da moralisti) che si aggirano nelle nostre società.
    Poco male. I beni (e i mali) irriducibilmente comuni sono la nostra fortuna e la nostra condanna. Esistono, ma nessuno sa spiegarne pienamente la natura. E sono una fortuna e una condanna soprattutto per gli individui in carne e ossa, che pur non potendone fare a meno, hanno diritti (persino un diritto alla felicità o almeno alla “decenza”) che non di rado fanno a pugni con queste risorse o zavorre sì immateriali, ma causalmente molto potenti. Tutto ciò, giustamente, ci commuove o ci fa infuriare a seconda del temperamento. E ci spinge a escogitare le categorie più adatte per pensare, a dispetto di Schopenhauer, “l’essenza del mondo”. Un concetto a cui non possiamo rinunciare è certo quello dell’eterogenesi dei fini, ma personalmente lo sgraverei della sua pomposità e non lo applicherei solo agli eroi tragici delle rivoluzioni fallite, ma anche ai nostri patetici – e ammirevoli! – sforzi di genitori riflessivi (a corrente alternata).
    Questo non rende i fenomeni di cui siamo testimoni meno tragici, ma ci consente almeno di coglierne anche i risvolti comici. In fondo, l’Italia che ci fa piangere o digrignare i denti è anche l’Italia che – osservata con un po’ distacco – ci fa sbellicare dalle risate e che, nei suoi inaspettati pregi, suscita spesso lo stupore dei nostri più fortunati amici, scandinavi o americani che siano.
    Come vedete – al pari di Stefano e Carla – anch’io, nonostante tutto, ho un pregiudizio a favore, se non della speranza, quantomeno del buon umore. E – a proposito di storie! – questo è proprio un dono che devo alla mia nonna materna…
    :-)

  14. Carla Poncina
    martedì, febbraio 23, 2010 at 18:26

    Comunicarsi pensieri, anche fossero tristi, è di per sé una gioia. Per questo pur trovandomi in questo momento nel caos (solo fenomenico…), non rinuncio a suggerire un’ipotesi, sempre a proposito del rapporto determinismo/libertà, sia riguardo al mondo, che in relazione al soggetto.
    La fisica del ’900 ha superato, senza negarlo, il paradigma meccanicistico proposto in età moderna, e nonostante le iniziali difficoltà ad accettarne uno nuovo (“Dio non gioca a dadi”…), ha dimostrato l’esistenza di spazi di indeterminatezza e per ciò stesso di libertà, se ci riferiamo all’uomo. Non so se si possa parlare di dimostrazione scientifica dell’esistenza tanto di un universo dominato dalla causalità, quanto di ambiti aperti al caso o alla spontaneità. Non ho sufficienti conoscenze scientifiche per lavorarci adeguatamente. Ma forse altri potrebbero avere ali per volare.
    Sul piano esistenziale ci appartiene sia l’esperienza intima della nostra estrema, vincolante, limitatezza, sia -nei momenti di grazia- della nostra libertà.
    E a proposito di “grazia”, la ricollego alla dimensione del dono citata da Paolo, della gratuità di molto di ciò che abbiamo. Anche la consapevolezza di questo libera in qualche modo la nostra esistenza e la rende più leggera.
    Un’ultima cosa: il concetto di eterogenesi dei fini applicato alla storia ha avuto anche risvolti positivi.
    L’attacco della Lega all’unità d’Italia ha prodotto, dal ’94 almeno, una quantità di interventi spesso interessantissimi sul tema dell’identità italiana, approfondendone molto il concetto, al di là delle superficiali letture televisive o da bar (che è lo stesso).
    Allo stesso modo l’incessante e demolitrice critica alla nostra Costituzione Repubblicana ha rispolverati i vecchi, nobili difensori (Calamandrei, Bobbio, per indicarne solo due) e trovato moltissimi altri, appassionati, sostenitori.
    Ed ora torno al familiare caos.

  15. Andrea Zhok
    giovedì, febbraio 25, 2010 at 10:32

    Cara Carla,
    chiedo scusa in anticipo per l’intervento fastidiosamente saccente, ma, per rispetto, devo farti notare quanto segue: nonostante alcuni periodici tentativi di ricorrere all’indeterminismo quantistico per supportare l’idea di libertà è oramai idea consolidata (se ci sono idee consolidate in filosofia) che l’indeterminismo non c’entra proprio niente con la libertà: l’indeterminazione genererebbe una dimensione di accidentalità, in cui sarebbe comunque una forza estranea alla soggettività (l’indeterminazione di processi subatomici) a governare l’agente. Insomma, se i margini di libertà fossero definiti dall’indeterminazione di tipo quantistico, l’ideale dell’agire libero sarebbe un processo in cui ogni istante fosse logicamente e causalmente irrelato dal successivo, cioè il caos assoluto. Ovviamente questa non è una strada percorribile per definire il libero agire.

  16. giovedì, febbraio 25, 2010 at 14:08

    Temo proprio che Andrea abbia ragione. Se, come credo, nell’accanimento con cui ancora discutiamo del problema del libero arbitrio è l’interesse per la spontaneità (o l’autodeterminazione) a guidarci, l’indeterminismo fisico è un falso amico, che ci promette una mano e ci trascina in un guazzabuglio ancora peggiore. A mio modo di vedere, l’unico vantaggio filosofico della fisica quantistica è che sgrava il nostro immaginario cosmico da una comprensione della causalità e della identità troppo angusta. Detto ciò, la strada è ancora lunga per rendere davvero conto della totalità della nostra esperienza.

  17. Carla Poncina
    venerdì, febbraio 26, 2010 at 13:31

    Caro Andrea, devo dire che le tue critiche, e quelle di Paolo sono del tutto giustificate, ed hai individuato un non detto di cui consapevolmente riconosco l’ambiguità. Casualità o spontaneità o indeterminatezza in ambito fisico non equivalgono a ciò che si chiama libertà, riferita al soggetto. Mi capita di usare didatticamente il riferimento all’indeterminismo quantistico per mostrare, parlando di stoicismo ed epicureismo, come per certi aspetti, alla luce delle conoscenze successivamente acquisite, entrambe le posizioni trovino pezze d’appoggio.
    Certo il concetto di libertà come autodeterminazione soggettiva, che è maturato da Agostino a Kant e oltre, è qualcosa di ben diverso, e la casualità non è ancora libertà. Quello che mi piacerebbe approfondire, approfittando dei suggerimenti altrui, è se una volta incrinata la visione rigidamente deterministica della fisica classica, per passaggi successivi non si possa giungere ad aprire la via ad una causalità consapevole che procedendo oltre la casualità possa avvicinarci via via alla libertà. Partendo da un mio presupposto, che per l’uomo la libertà sia non una condizione oggettiva in cui costantemente ci si trova, ma una possibilità sulla cui consistenza reale si può esprimere una valutazione solo a fine vita.
    Detto questo mi rendo conto della fragilità delle mie argomentazioni, che potrei meglio definire come suggestioni, anche perché le mie conoscenze di matematica e fisica sono minime che -come ripeto spesso ai miei studenti- un Platone moderno mi escluderebbe certamente dalla sua scuola!

  18. Attilio Modugno
    sabato, febbraio 27, 2010 at 13:12

    Nel ringraziarvi della possibilità che offrite al popolo di Internet di leggere le parole di Elsa Morante su Mussolini, per il fatto stesso che sia stata una donna italiana a scriverle, come molti italiani hanno ben pensato, detto e scritto e, soprattutto fatto, nei confronti della codardia e della brutale violenza dei fascisti, vorrei dire che nel suo stesso sangue il popolo di questa nazione da sempre a metà tra il bene e il male, tra bieco conservazionismo e progresso, tra razzismo e solidarietà, abbia trovato le risposte adatte a cancellare i propri peccati. Ma non mi sento di farlo, perché, a distanza di 60 anni ormai, si continua a vedere una maggioranza robusta di italiani avallare ogni sorta di cialtroneria da parte dei propri governanti confluiti, dai vari partiti di destra, in un’unica grande e potentissima coalizione chiamata Partito della Libertà, nome che è esso stesso una beffa per tutti coloro che credono nella giustizia e nell’eguaglianza tra esseri umani e, cosa gravissima, non si osserva invece, come accadeva durante il fascismo con Matteotti, Gramsci, Pertini, Gobetti, i fratelli Rosselli, Di Vittorio e tantissimi altri, il farsi avanti di un alfiere, di un campione in grado di far convergere intorno a sé la parte migliore, antifascista, socialista e realmente, onestamente liberale degli italiani per combattere con efficacia la montante marea destrorsa, oscurantista e revisionista.

  19. giovedì, marzo 4, 2010 at 19:21

    Non si osserva, no, il farsi avanti di un alfiere – ha ragione Attilio Modugno – ma non si osserva soprattutto quella ribellione minima e locale in ogni giorno e in ogni punto della nostra quotidiana esistenza – la ribellione, dico, all’asservimento delle coscienze – che sommandosi crescerebbe a valanga, fino a dar voce alla sola esigenza assoluta, rimossa la quale nessuna scelta, nessuna differenza tra bene e male, nessuna fiducia nel prossimo e nessuna speranza per i figli, nessuna società umana e civile è più possibile. Questa è l’esigenza di verità, o meglio l’orrore per l’indifferenza alla verità o falsità di ciò che si afferma.

    Se mi chiedete che cosa voglio dire con questo, ecco: di fronte all’imposizione a tutto il servizio dell’informazione televisiva e radiofonica del divieto di libero dibattito delle idee per un intero mese precedente la scadenza elettorale, Rai Tre ha risposto mandando in onda la sola risposta possibile ed eloquente alla cancellazione del programma previsto per la serata: il capitolo de La Grande Storia intitolato DITTATURA. Nello spirito del passo di Elsa Morante da cui è partita questa discussione. Sapete però quale è stata la percentuale degli Italiani che non hanno voltato le spalle e chiuso gli occhi, passando altrove? L’8% – e basta.

    Oggi ho capito meglio perché questo accade, l’ho capito per mia esperienza personale. Volevo concludere un’intervista radiofonica che mi è stata fatta oggi a Fahreneit citando le stesse frasi di Jeanne Hersch che abbiamo messo in exergo alla pagina del Focus a lei dedicato. Sull’incancellabilità delle verità dei fatti, anche quelli passati. E sulla distruzione di tutto ciò che rende civile la nostra vita pur mortale, permettendoci di conservare memoria del passato e fede agli impegni, alle promesse, alle decisioni in cui la nostra vita personale consiste. Permettendoci l’esercizio della libertà, cioè.

    E le ho citate, quelle parole. Ma avrei voluto commentarle al modo stesso in cui le abbiamo commentate là sulla pagina dedicata a Jeanne Hersch: “Oggi, quando nel nostro Paese la verità dei fatti è tenuta in un disprezzo tale che un telegiornale del servizio pubblico può proclamare impunemente falsità fattuali, vorremmo ringraziarla per averci insegnato, con le parole e con l’azione, che niente è più indegno del distruggere con la menzogna il bene pubblico più prezioso, il linguaggio – se non forse il godere, ma allora con la complicità di ogni cittadino e dunque anche nostra, dell’impunità per questo crimine”.

    Ma mi sono trattenuta dal nominare quel fatto. Mi sono trattenuta dal dire la semplice verità particolare anche sull’oscuramento dittatoriale del libero dibattito, per un periodo così lungo. Ho detto il vero solo in generale, quando sono i fatti particolari che lo rendono vero.

    Perché l’ho fatto? Perché a più riprese ero stata pregata di non menzionare fatti e nomi dell’attualità politica, perché in forza di quel provvedimento avrei fatto correre il rischio di oscuramento o di gravi sanzioni perfino a quella trasmissione, ai suoi artefici, alla sua conduttrice, persona professionalmente e moralmente impeccabile.

    Ecco l’effetto diabolico dell’involuzione autoritario-populistica che la democrazia italiana sta vivendo: che PER LEALTA’ NEI CONFRONTI DELLE PERSONE PER BENE, per dare il proprio pur minimo contributo a ciò che resta del dibattito pubblico (e questo poco resta proprio per merito di quelle poche persone cui dunque DOBBIAMO LEALTA’) – si può essere indotti all’autocensura, almeno in qualche misura.

    Ogni esperienza anche minima è esemplare di un significato generale. Questa è, nella sua modestia, profondamente dolorosa. Il suo significato generale è che l’effetto perverso dei provvedimenti di questo tipo è addirittura di indurre perfino le persone che a) non rischierebbero niente ma b) tendono a porre comunque al primo posto in ciascuna determinata situazione il DOVERE MORALE che quella situazione comporta, ad agire nel senso voluto da una disposizione di legge che si ritiene profondamente ingiusta, ingiusta al di là della soglia tollerabile, e alla quale dunque è moralmente lecito non obbedire. E ad agire contro l’aspirazione più profonda della propria anima (dire la verità sui fatti vergognosi, dirla chiara, precisa, e dirla tutta).

    L’effetto diabolico delle disposizioni contrarie alla libertà di espressione è dunque questo: fare del dovere morale – dove ancora qualcuno lo senta – la leva stessa per agire nel senso voluto dal potere che ha imposto una disposizione ingiusta.

    Si parva licet – medium il dovere di lealtà e di rispetto degli accordi presi – l’effetto perverso è quello che sempre ha la legge quando è ingiusta: l’effetto cicuta. Socrate riconosce il principio della certezza del diritto,il cui venir meno giudica un male superiore a quello causato dalla sua personale morte, per quanto scandalosamente ingiusta. E per seguire l’eticamente dovuto – promuovere un male minore se è necessario per evitarne uno maggiore – fa il gioco dell’ingiusto che pure dispone dell’autorità per emettere una disposizione di legge.

    Non ridete, amici, di questo paragone apparentemente così incongruo. Nel minimo sempre può leggersi il massimo. Ci sono cicute enormi e tragiche e cicute così minime e poco rilevanti da indurre la nostra attenzione a passar oltre, con un’alzata di spalle. Eppure nell’essenza eccolo, il veleno di ogni degenerazione autoritaria, che fa di una democrazia rappresentiva la pura e semplice espressione della legge del più forte: volgere la legge morale contro se stessa, ottenerne il suicidio.

  20. Agaris
    mercoledì, marzo 17, 2010 at 15:49

    Sono entrato per caso in questo sito. Interessante. Non so se sono autorizzato ad intervenire: non sono un filosofo, nè accademico nè ruspante [e, dopo aver annaspato nella "densità e viscosità" degli interventi, non so se debba aggiungere - sfortunatamente - o - grazie a dio - qualcosa ;-) ]. Notevole il brano della sig.ra Morante e la rielaborazione della sig.ra De Monticelli, che mi sembra si riferiscano all’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri. Avrei una domanda: giorni fa ho letto un giudizio entusiastico sul sig. Berlusconi, tratto da un’intervista sul Corriere della Sera a Don Verzè, se non sbaglio Rettore dellUniversità presso la quale il laboratorio è situato. Detto giudizio entusiastico mi sembra abbastanza in contraddizione con quello della sig.ra Morante, che credo Loro condividano. Gradirei sapere se esiste una Loro presa di posizione su ciò.
    P.S.: È vero che nel 1933 il Rettore dell’Università di Friburgo, nella sua prolusione all’anno accademico, dette un giuduzio positivo sull’ideologia nazional-socialista (anche se interpretandola come un risveglio morale della Germania), ma è anche vero che nel 1934, probabilmente vedendo i risultati pratici dell’applicazione di detta ideologia, si dimise.

  21. venerdì, marzo 19, 2010 at 00:38

    Sono davvero felice che qui e in altri luoghi del nostro Lab il dibattito fiorisca. Vorrei rispondere al dubbio di Agaris. Il Phenomenology Lab è un libero sito interattivo. È nato anche – ma non solo – su iniziativa di alcuni componenti del Centro di Ricerca in Fenomenologia e scienze della persona, uno dei Centri di Ricerca della Facoltà di filosofia del San Raffaele, e un Centro che include nel suo Comitato Scientifico studiosi di tutte le provenienze accademiche e di cinque nazionalità. Ma fin dall’inizio il Phenomenology Lab si è proposto come la “casa comune dei fenomenologi” – oltre che di tutti gli studiosi interessati alle scienze cognitive e alla filosofia della mente. Fin dall’inizio, inoltre, accanto ad alcune sezioni adatte allo scambio di informazioni sulla ricerca e la produzione scientifica e editoriale in questi campi, ha voluto dotarsi di una serie di canali aperti, in particolare, ai contributi provenienti dal mondo della scuola (Paideia) e alla discussione a partire da spunti di attualità culturale, sociale e politica (Pensando a ciò che accade). Proprio per favorire la libera discussione anche al di fuori dell’area più specialistica della nostra ricerca ci siamo dati un dominio libero, benché “linkato”, attraverso i partecipanti, alle rispettive istituzioni di appartenenza. Convinti come siamo che “pensare il presente” sia un compito cui la filosofia non può sottrarsi, soprattutto nelle condizioni etiche e politiche in cui versa il nostro Paese.
    Ciò detto, è vero che chi scrive ora – e che è indubbiamente fra i primi promotori di questa casa comune – insegna e fa ricerca presso la Facoltà di Filosofia del San Raffaele, il cui logo compare anche sulla pagina del Phenomenology Lab. Ebbene, io credo che la libertà di pensiero e di civile espressione sia la condizione vitale non solo di una vita personale degna del nome, ma anche di una ricerca intellettuale e morale limpida e fruttuosa. Credo anche che una buona parte del disastro morale e civile che affligge oggi il nostro Paese dipenda dal fatto, vero sempre ma particolarmente vero dove la tradizione servile è antica e radicata come nella nostra storia, che non c’è servitù – politica e di ogni altro genere – se non volontaria. E finché dipenderà da noi, il pensiero anche su queste pagine resterà quello che è per natura. Il pensiero, infatti, non ha padrone.

  22. Sefora
    venerdì, aprile 23, 2010 at 13:55

    Leggo con vivo apprezzamento le considerazioni tristi e dignitose di validi intellettuali, concordi nell’attribuirsi il dovere morale di parlare “alto e forte” quanto più possibile in favore del pensiero libero e razionale (le due caratteristiche sono imprescindibili) e contro tutte le condizioni che di fatto ne limitano o impediscono l’esercizio. Naturalmente la presenza sul web è già ottima cosa, ma di scarsa risonanza…. Mi permetto perciò di esortare chiunque disponga di un minimo di notorietà e possa adire a qualunque medium, anche “poco qualificato”, di cogliere ogni occasione per far passare un messaggio appropriato. Se sarà raccolto anche da una persona per volta e contribuirà a far germogliare nella sua mente una piccola riflessione critica, il “filosofo” avrà svolto il ruolo pubblico che gli compete.

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