Lettera a Roberta De Monticelli su Ipazia e dintorni (di Franco Cardini)

lunedì, aprile 26, 2010
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Firenze, 24 aprile 2010, festa di san Giorgio, martire e cavaliere, che magari non è mai esistito ma io spero di sì perché altrimenti sarebbe un peccato, a parte che mi sta simpatico anche il drago.

Cara Roberta, non avevo seguito il bel dibattito su Ipazia e Amenabar perché, come ti ho già scritto in un precedente messaggio, sono un semianalfabeta informatico. Ma una tua e-mail successiva si esprime in modi che mi obbligano a prendere posizione esplicita. E credo proprio che metterò queste due righe anche sul mio sito www.francocardini.net, non perché lo meritino, ma perché lo meritate tu, i problemi che sollevi e la figura di Ipazia: alla quale di recente don Gallo, un uomo che ammiro, ha detto durante un dibattito genovese cui anch’io partecipavo che si dovrebbe pensare come a “santa Ipazia”. Io credo sia vero nel senso tecnico del termine: la Chiesa ritiene siano santi tutti coloro che hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane, e io credo che Ipazia abbia esercitato – per quel poco che ne sappiamo – in grado eroico virtù che erano e che restano, nella forma e nella sostanza, virtù cristiane, per quanto non lo abbia fatto nel quadro di una teologia e di una filosofia cristiane. Inoltre, sono santi tutti coloro che si trovano in grazia di Dio, vivi o morti che siano: è questa la “comunione dei santi”, secondo la quale, nel Cristo, siamo tutti viventi e siamo tutti un corpo solo. Un corpo nel quale spero anche se ne dubito di trovarmi in questo momento anch’io, e nel quale non mi stupirei se non si trovassero alcuni che credono di esserci ben radicati mentre ne sarei tanto stupito quanto lieto di trovarci magari Adolf Hitler e Iozip Stalin, perché la giustizia e la misericordia di Dio sono tali che noi non possiamo nemmeno immaginare (ovviamente, se ci trovassi anche Winston Churchill o Gorge W.Bush junior me ne stupirei e me ne adombrerei, ma siccome non sono ebreo – non appartengo cioè all’unico popolo che secondo me, e questa è la prova definitiva della sua elezione, abbia il diritto di litigare con Dio – m’inchinerei al Suo sovrano volere).

Non starò a ricapitolare la questione generale: ma col tuo permesso esorterei tutti gli interessati a visitare il sito http://phenomenologylab.eu/index.php/2010/04/ipazia-agora-amenabar (ma questi indirizzi informatici, eccheccazzo, non li potrebbero far un pochino più semplici?…) in modo da prenderne attenta visione. Ne vale la pena.

Non avevo risposto direttamente e personalmente alle tue precedenti questioni, compresa la Lettera ai cristiani, per la semplice ragione che non mi ritenevo degno di fornirti una risposta personale e diretta: chi sono mai io, per presumere che problemi di tale portata si mutassero in domande indirizzate a me? Ma ora tu mi dici di essere (sic: Dio ti perdoni) addirittura una “mia ammiratrice”, e parli di me in modo tale che non solo l’affetto e la simpatia che ho per te, ma soprattutto uno dei miei difetti più gravi e che temo rischi di trascinarmi all’inferno, la Superbia/Vanità, mi obbligano a risponderti.

Tu mi chiedi se davvero penso, anzi credo, che il Divino possa risiedere in un’istituzione come la Chiesa cattolica (ma forse, in senso più ampio, in tutta la Cristianità, cioè nel complesso delle società e degli esseri umani che, da più o meno di duemila anni, hanno l’ardire di definirsi “cristiani”, cioè seguaci di Gesù di Nazareth).

Sarei tentato di risponderti col vecchio ritornello di una canzone sovversiva: “A Torquemada che mi domandava – se conoscessi il Cristo Redentore – dissi: Non lo conosco, – dissi: Non so chi sia, – io sono un socialista – non una spia”. Ma, se è vero che io sono socialista (e cattolico tradizionalista), tu non sei Torquemada (persona peraltro rispettabilissima: sia ben chiaro): e allora ti risponderò, molto sinceramente e semplicemente, in altro modo.

Gesù di Nazareth, lo conosco. O meglio, lo conosco nei Vangeli – che però leggo attraverso la mia tradizione cattolica, che m’impone di fondarmi sui quattro canonici, ma non senza chiedermi quanto di Lui abbia potuto filtrare anche attraverso molti apocrifi e attraverso il Corano – e ciò sarebbe tautologico, dal momento che, cattolico per educazione, il mio Gesù Cristo non può non essere quello della tradizione cattolica. Ma basta, tale tradizione? Non dico se e in che misura basta al Mondo e alla Storia: la mia domanda è più semplice e più angosciata, perché sto invecchiando: basta a me? No, non mi basta. Lui forse basterebbe: Lui forse è perfetto così. Ma sono imperfetto io; sono io che non Lo capisco, che non basto a comprenderLo. C’è un altro Cristo, che poi io mi sforzo di credere incrollabilmente sia lo stesso, ma quello Lo capisco, quello è mio. Ricordi Preghiera in gennaio di Fabrizio De André? “Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte – ai suicidi dirà, baciandoli alla fronte: – Venite in Paradiso, là dove vado anch’io – perché non c’è l’Inferno nel mondo del buon Dio”. E’ una canzone che mi è sempre piaciuta e che trovo di grande profondità teologica, magari al filo dell’eresia origenista: “L’Inferno esiste solo per chi ne ha paura”. Che poi, in fondo, è proprio così: esiste per chi ha la coscienza profonda di meritarselo e per nessun altro, perché per chi non lo merita sarà come se non esistesse: e chi crede di non averne paura perché si trincera dietro l’ignoranza o l’incredulità o l’ateismo sbaglia anche lui. Et voilà: così ti ho anche mostrato le radici profonde e nascoste di quel tanto d’ereticale che sta in quello che magari – parafrasando Vittoria Ronchey – potrei anche definire il mio “cattolicesimo immaginario”. Anni fa, ancora una volta parafrasando Vittoria Ronchey, mi sono descritto come un “fascista immaginario”. E anche quello era vero. Resta vero.

Ma “immaginario” perché, in che senso? Per risponderti, dovrei raccontarti la mia infanzia, il mondo in cui sono vissuto, il cattolicesimo forte e intenso di mia nonna, senza incertezze, senza crepe, senza esitazioni. Un cattolicesimo che c’era perché era lì, l’unica Verità sicura evidente e possibile, bello come il cielo, forte come il fuoco, puro come l’acqua. Un cattolicesimo magari “più praticante che credente”, se “credere” significa anche esser profondamente consapevole: ma esistenzialmente totale e rigoroso, fatto di cose da cui non si traligna, di verità che non si tradiscono, e nel quale la carità e l’amore del prossimo sono i fondamenti unici. “Chi non vuol bene alle bestie non vuol bene alla gente – diceva la nonna -, chi non vuol bene alla gente non vuol bene a Gesù, chi non vuol bene a Gesù è morto, i morti che hanno voluto bene a Gesù sono vivi come te e come me”. Questo mi diceva la nonna: e non l’ho mai dimenticato, e ora che sono vecchio so che sarà questo a sostenermi fino all’ultimo minuto. Quando penso a Charles de Foucauld, o a madre Teresa di Calcutta, o al mio Maestro Attilio Mordini, o ai miei amici Marco Tangheroni e Michele Piccirillo, penso a queste cose. Su queste cose, non si discute. Ci sono. Non nel senso “dell’Esserci”, ma nel senso dell’ “Essere”. Come disse una volta Massimo Cacciari a una gentile signora cattoingioiellata che gli aveva chiesto col più affascinante dei sorrisi: “Professore, ma Lei ci crede sul serio agli angeli?”: “Signora, gli angeli ci sono: non c’è nulla da credere o da non credere”.

Eppure, Gesù è incomprensibile. Di solito Lo si semplifica e questo Lo rende accessibile. Ma davvero Lo si capisce, il Gesù della maledizione al fico, del “lasciate che i morti seppelliscano i morti”, del “i poveri li avrete sempre con voi: me, non mi avrete sempre”, del “chi non ha una spada, venda il mantello e la compri”, del “ho sentito una forza uscire da me”, del “Signore, allontana da me questo calice”, del “Dio mio, perché mi hai abbandonato”? C’è un Gesù evitato, un Gesù emarginato dagli esegeti, un “Gesù negato”, anche nelle Chiesa storiche. Eppure chi crede, chi ci vive insieme da sempre o da pochi istanti perché Lo ha sentito e sente di non poter più levarselo dal suo “dentro più dentro” sa che è, che è lì accanto, che è reale. Che è lui.

Sono cattolico perché sono un fiorentino nato nel 1940 e battezzato nel giorno di San Lorenzo. Sono cattolico esattamente come civis Romanus sum. Il cattolicesimo è fatto di fede, di disciplina e di consapevolezza.

La fede è quella che ha detto Dante: “Fede è sustanza di cose sperate – ed argomento delle non parventi”. Nulla da aggiungere, nulla da togliere, nulla da cambiare.

La disciplina, quella cosa che collega la Chiesa all’impero romano e ne fa l’ultima e definitiva erede legittima, è consustanziale alla fede, che è anche fedeltà, fiducia e obbedienza. Quel che credo è che tra la mano del Signore, quel lontano giorno in Palestina, e la mano del povero cristo di vescovo magari pedofilo e maneggione che ha consacrato con un segno di croce fatto col pollice sulle mani del povero prete magari stupido e ignorante che mi somministra la particola consacrata o che quando gli racconto le mie miserie mi assolve nel Nome del padre, del Figlio e dello spirito Santo, corre il filo di una continuità più forte della morte. Non so se sia la Verità ultima e assoluta dall’universo, perché io sono solo un pover’uomo: ma questa è la mia consapevolezza che, nella mia finitezza, basta alla mia vita. Io sono quello: sono un povero legionario che ha avuto in consegna la sorveglianza di poche spanne di limes in questa estrema e lontana ridotta dell’impero ch’è il XXI secolo ateo, materialista, infame e preda di Satana. Ricordi quel che ha detto Nietzsche nel Così parlò Zarathustra ? “Ribellarsi: questa è la nobiltà dello schiavo. La vostra nobiltà sia l’obbedienza”. Io sono un povero vigliacco, ma sono un uomo libero perché civis Romanus e miles christianus: e, impaurito e infreddolito, resto al mio posto, scrutando le tenebre. E quando arrivano i barbari, lancio l’allarme. Oggi i barbari sono forti come non mai; e alle porte. Li vediamo e li sentiamo di continuo: dicono ormai di continuo Signore-Signore, ma nel loro cuore di tenebra sono peggio che atei perché il loro Dio è l’oscena trinità rovesciata che si chiama Danaro-Potere-Apparenza. Sono quelli che hanno fatto il deserto e l’hanno chiamato Libertà e Democrazia, quelli che aggrediscono e invadono paesi interi nel nome delle loro luride Guerre Giuste combattute nel nome di Dio e per conto della Multinazionali, quelli che hanno arsenali pieni di bombe nucleari ma vogliono impedire di usare l’energia nucleare sia pure per fini civili a chi non è nel loro libro-paga o a chi non è iscritto al loro lurido club, quelli che sono disposti a difendere la Vita fino all’Ultimo Embrione e all’ultimo respiro anche d’una povera creatura attaccata da anni a una macchina d’ospedale, ma che senza batter ciglio lasciano morire i bambini africani (una volta nati: “No all’aborto”, ovviamente!) di fame e di AIDS, quelli che dopo aver succhiato il sangue del mondo arricchendosi col petrolio e aver venduto il tempo (che appartiene a Dio) ai poveri attraverso l’usura generalizzata, ora si stanno organizzando per appropriarsi perfino dell’acqua e vendere ai poveri anche quella. Contro questi barbari, io veglio sul limes del XXI secolo; e starò di sentinella finché Dio vorrà. E se mi rinfacceranno che su questo limes mio compagno d’arme è Hugo Chavez, risponderò ch’è tanto meglio così. E se mi accuseranno di condividere questa battaglia con dei musulmani, degli ebrei, dei buddisti e degli atei (magari perfino, orrore, dei “comunisti”), risponderò che non sta a me, ma a Dio, riconoscere i Suoi. E condividerò con loro il pane e la battaglia.

La consapevolezza è la coscienza profonda dell’inadeguatezza e dell’imperfezione. La storia delle comunità cristiane storicamente istituite è una storia spregevole e infame, una storia di vergogne e di tradimenti. Giovanni Paolo II lo ha ricordato, invitando i cristiani alla “purificazione della memoria”. Era anche una sfida, come ho già scritto su “Panorama” del 16 aprile scorso. Se hai sete e sei su un cammino di montagna, bevi con fiducia all’acqua fresca di una fonte. Ma, se attingi l’acqua con un bicchiere sporco, la colpa dell’impurità non è dell’acqua: è tua. Ripulisci prima il bicchiere: e non dar ascolto a chi ti accusa di avere scelto un recipiente sbagliato: il recipiente è quello giusto, la colpa stava nella tua trascuratezza. Il Cristo è quell’acqua, la Chiesa è quel recipiente, le sue brutture sono le scorie della storia, il tuo atto igienico è la tua consapevolezza e la tua coscienza. Non devi né vergognarti, né nasconderti nel compierlo. Anzi, è alla luce del sole che va compiuto: che tutti vedano. E se cercheranno di approfittare del tuo gesto, peggio per loro.

Ecco. Questo è tutto. Saluti carissimi. Franco.

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9 commenti a Lettera a Roberta De Monticelli su Ipazia e dintorni (di Franco Cardini)

  1. Roberta De Monticelli
    lunedì, aprile 26, 2010 at 09:26

    Questa lettera che ricevo da Franco Cardini è veramente troppo bella, nel suo essere l’espressione di un sentire e di una forma di vita, nella sua corposità e sostanza umana e di pensiero, per non lasciare che faccia il suo effetto in ciascuno che voglia leggerla. Per non lasciare che da sé distingua in chi la leggerà, e forse per ciascuno diversamente, ciò che siamo, amiamo, speriamo, da “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Una lettera capace di avere questo effetto – ma bisogna ascoltarla e darle spazio e tempo – è più di una risposta, e molto più di una dottrina. Grazie.

  2. Corrada Cardini
    lunedì, aprile 26, 2010 at 21:05

    Le parole di Franco Cardini, pur ricche di suggestioni, mi lasciano perplessa. Tutto in me si ribella a questo compiacimento cattolico che è sempre pronto ad assumere atteggiamenti escatologici e insieme compromissori per non dire a-morali (sic) di fronte al “male” (ciò che loro decidono essere male) in nome di un imperialismo culturale che si arroga il diritto di condannare e perdonare… Delirio di onnipotenza e il peggio della tradizione patriarcale e paternalista che si incarna in un’Istituzione più terrifica che rassicurante, per chi vede oltre l’apparenza… Su certi temi vorrei che gli intellettuali italiani si scontrassero con più passione, vorrei assistere ad una dialettica accesa e onesta, e che idee e convinzioni si scontrassero con la durezza necessaria. Immagino che il Nostro si sia divertito anche a buttare qua e là affermazioni destinate a scandalizzare i lettori… Lo rassicuro, c’è riuscito, almeno con me. Naturalmente io sono un’ignota atea militante e laica convinta. Di fatto se sono solidale con Montale quando ci dà con quei versi la misura della sua crisi d’identità come uomo e poeta, e della sua difficoltà a confrontarsi coi tempi; credo che quando si parla di valutare la storia e le umane istituzioni che a partire dalle idee hanno agito nel mondo, si abbia il dovere in ogni momento di esercitare il rigore del pensiero critico. Strano che uno storico sia centrato con così forte compiacimento sul suo vissuto familiare e infantile da sorvolare sull’impatto tragico e violento portato nella vita degli uomini da coloro che hanno preteso di trasformare il pensiero di Cristo in un potere tendenzialmente privo di limiti, spietato e autoreferenziale, di alcuni contro tutti gli altri, imponendo inoltre un approccio dogmatico e antiscientifico ad ogni sorta di “conoscenza”. Un fascista immaginario… forse, se fascista significa bisognoso in modo morboso di certezze, di credere in qualcosa comunque e sempre, a costo di rinunciare all’uso di categorie critiche e razionali. Vigliacco, certo, se parliamo di farsi servo di un potere illiberale e autocratico contro altri poteri spregiudicati e distruttivi… che speranza accende per chi non vuole sentirsi suddito né parte di una ecclesia? Ideologia e dogmatismo teologico o teocratico contro l’ideologia del mercato… E in mezzo gli uomini e le donne “diversamente pensanti” destinati ad essere stritolati, che piaccia o no… gli infami, forse, sono dove meno te li aspetti… sono quelli che vedono ma fanno finta di non vedere, quelli che non vedono l’ipocrisia e “il male” che dove fa loro comodo.

    P.S. Ipazia non era cristiana, era libera e pensante. Orgogliosa e indomita… sono secoli che il cattolicesimo si “appropria” indebitamente di intellettuali e artisti. È indecente.

  3. lunedì, aprile 26, 2010 at 22:20

    “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” Corrada l’ha espresso con vigore. Dunque questa lettera ha avuto l’effetto di distinzione che mi pareva potesse avere, quando la sentivo in me fare circa lo stesso effetto. Però eviterei, di fronte a una confessione umana che non è un diktat, non è un pronunciamento cardinalizio e neppure intende convincere nessuno della giustezza dei suoi assunti – ma semplicemente descrive un sentire e così facendo spiega molte cose, anche dolorose – eviterei toni aggressivi. In fondo Franco Cardini non ha fatto che rispondere a una domanda che gli avevo posto. Non è una risposta che conforti, certo. Ma che aiuta a capire perché Sismondi aveva ragione sugli italiani – aveva ragione lui e non Manzoni, che difendeva il cattolicesimo dall’accusa di corrompere le coscienze. Aiuta forse anche a disincantarsi – se si continuava a sperare che ci siano altri modi di essere cattolici. E forse aiuta qualcuno che sia cattolico in altro modo a dirlo, a rispondere diversamente.

  4. Corrada Cardini
    martedì, maggio 4, 2010 at 22:57

    Chiedo perdono… forse questa mia carica polemica nasce dal fatto che ho spesso apprezzato il lavoro del Nostro come storico… e perché penso che quando si è uomini di cultura e “pubblici” si perda in un certo senso il diritto alle “attenuanti”. Non si era di fronte ad un diktat, ma certo di fronte ad una serie di argomentazioni e ad alcune considerazioni non facili da “digerire” come quella con cui si definisce il nostro sventurato secolo “ateo, materialista, infame e preda di satana”… Forte la tentazione di confutare… passo per passo molte di queste frasi, più nel metodo, direi, che nel merito… ma giustamente mi si fa notare come sia più “aequum et salutare” limitarsi a prendere atto… E così sia.

  5. domenica, maggio 9, 2010 at 23:17

    Discutendo di molti modi di dirsi cristiani… o cattolici.

    Confesso che la schietta lettera di Franco Cardini mi aveva lasciato un poco spiazzata. E mi aveva indotta a riflessioni forse un po’ oziose: può darsi che avesse ragione Kierkegaard, e che infine il peggior nemico dell’uomo religioso sia proprio l’uomo etico, che assolutamente non ce la fa a prescindere dalla distinzione del bene dal male apparenti, benché riconosca quanto inestricabilmente i due sono intrecciati nel mondo….
    Ma mentre meditavo ho anche scritto a Massimo Jevolella, grande amico ma anche grande studioso di cose spirituali e in particolare islamiche (classiche) – nel Medioevo come saprete il maomettano compariva nei dialoghi come “il filosofo”, e Massimo, che maomettano non è, filosofo lo è molto in un senso del termine…. Lui ha collaborato e collabora però con Franco Cardini, che ha scritto anche prefazioni a qualcuno dei suoi libri, che chiunque si interessi al nesso fra religioni, ideologia, fondamentalismi dovrebbe leggere, e che cito a caso: I sogni della storia (1991); Non nominare il nome di Allah invano (2004); Le radici islamiche dell’Europa (2005); Saladino, eroe dell’Islàm (2007); Rawà (2008) . Massimo Jevolella ha anche curato recentissimamente una bella edizione del classico trattato dell’amore, del teologo e poeta Ibn Hazm (XI secolo) Il collare della colomba, edizioni Urrà (Feltrinelli)….
    E Massimo mi ha scritto una lettera che con il suo permesso pubblico nel prossimo commento – lo faccio io perché la lettera era originariamente diretta a me. Ecco, se occorre di ogni cosa prima di tutto vedere il valore, e poi semmai il resto, questa lettera può interessare anche ad altri…. Leggete il prossimo commento.

  6. Massimo Jevolella
    domenica, maggio 9, 2010 at 23:18

    Riceviamo e volentieri pubblichiamo, per gentile concessione dell’Autore, la lettera di Massimo Jevolella a Roberta De Monticelli.

    Cara Roberta,
    per quel poco che ho potuto intuire dell’animo di Franco Cardini, non avendo io il privilegio di essere un suo intimo amico, mi son fatto di lui un’idea non dissimile dall’immagine di un antico cavaliere della Cerca del Graal, di un hidalgo dal cuore puro, perfettamente cosciente del suo stato di sogno. Lui stesso lo dice a chiare lettere, quando si riferisce alla categoria dell’”immaginario” (un fascista immaginario). Definirlo dunque un nobile idealista non sarebbe un’esagerazione retorica; gli stessi spagnoli ammettono, come ricordava Antonio Machado y Alvarez in un delizioso commento alle iperboli passionali dei “Cantes flamencos”, che: “exagerar non es mentir”.
    Allo stesso modo, non credo di errare supponendo che anche come uomo di fede egli sia, almeno al cinquanta per cento (e forse anche più) un cattolico puramente immaginario. L’impossibilità di essere realmente cristiani è un dato (per tutti, non solo per i vescovi). Nietzsche nell’”Anticristo”… Alcuni ci provano, oppure lo sono senza nemmeno saperlo: sono quelli che Cardini definisce “i santi”. Ma questa è una materia talmente imponderabile, che solo Dio avrebbe il diritto di occuparsene. Lui è l’unico che conosce in profondo i segreti dei nostri cuori. Allora noi possiamo propendere per l’ottimismo, e “immaginare”, appunto, che nel fondo della nostra carne mortale possa risplendere comunque la luce dello Spirito (anche nel caso di Hitler e di Stalin? Mistero tremendo, conati di vomito da vincere…). Scusa, Roberta, ma butto giù pensieri alla rinfusa. Mi viene in mente un verso bellissimo dell’inno ambrosiano “Deus creator omnium”, dove il mistico poeta invoca il sonno ristoratore, simbolo di un paradiso ritrovato, e chiede a Dio: “Dormire mentem ne sinas/ dormire culpa noverit…”. Impari a dormire la colpa! Forse è tutto qui il segreto… Dio mio se fosse vero…
    La Chiesa, allora, può essere ancora un veicolo di salvezza? Io non sono nulla per tentare una risposta a una simile domanda (giriamola ai teologi di professione). Nell’esperienza quotidiana (che nel mio caso è scarsissima, purtroppo, vivendo io come un recluso in aperta campagna, fuori dal mondo “produttivo”, solo con i miei pensieri) mi pare di vedere una girandola confusa di luci e di ombre. Luci che scaldano il cuore, ombre che lo atterriscono. Credo di avere perso definitivamente i grandi punti di riferimento storici e istituzionali. Viaggiando in nave per la Sicilia, due settimane fa, ho stretto amicizia con Yusuf, un marocchino di 53 anni, musulmano, che dopo 25 anni di lavoro in Italia è caduto nella disoccupazione, e ora rischia il rimpatrio dopo aver creato qui una famiglia, con sei figli. Abbiamo parlato di Dio, del Giudizio finale, del senso della nostra vita. In quel momento, bastavano le parole del Corano a rivelarci tutto, tutto il necessario per vivere e per morire. Non voglio cadere nel relativismo o nel sincretismo. Ma quando Cardini parla dell’acqua di sorgente e della purezza del bicchiere, non dice forse la stessa cosa?
    Ogni gestazione è rischiosa e dolorosa, e al tempo stesso meravigliosa e colma di gioia. Sta per nascere qualcosa di nuovo in questo mondo. Di questo ho certezza. Nel sogno può brillare la luce della profezia. Ciascuno può accoglierne una scintilla. Cardini ha la sua, e mi pare che sia una delle più preziose attualmente in circolazione. Ipazia riposi in pace.
    Ti abbraccio forte, a presto!
    Massimo

  7. Corrada Cardini
    venerdì, maggio 14, 2010 at 14:25

    Una riflessione amara sul senso di questo bel dibattito e di tanti come questo: di tutte le persone che ho incontrato in queste settimane, nessuna aveva la più pallida idea dell’argomento del film di cui parliamo e neppure sembrava sfiorata dall’idea di andare a vederlo. Penso ad Aristofane… che cosa resta della democrazia se il mondo dei pensatori, degli intellettuali per vocazione e per professione si chiude nei propri circoli, incapace di trovare strade adeguate per raggiungere l’uomo della strada?

  8. venerdì, maggio 14, 2010 at 16:46

    Ehi, ma noi ci proviamo in tutti i modi. Poi è un dato di fatto che nel nostro mondo è difficile produrre effetti significativi immediati senza usare fuochi d’artificio. E i fuochi d’artificio non sempre sono compatibili con la qualità del pensiero. Personalmente, punto tutte le mie carte sul lento lavorìo della proverbiale talpa (che non è la critica dei topi di marxiana memoria… :-) . Qualcosa rimarrà. Nelle vite umane la causalità opera secondo logiche complicate e sicuramente non secondo il modello delle palle da biliardo. Gli effetti spesso sono poco visibili, ma ci sono. Non vale la pena di abbattersi. E comunque i circoli dei filosofi non esistono, per cui non c’è modo di chiudervisi dentro. Siamo proprio in mezzo alla strada. In tutti i sensi…

  9. Stefano Cardini
    sabato, maggio 15, 2010 at 23:00

    «Se riusciva a essere utile alla gente o con un consiglio, o perché sapeva leggere e scrivere, o perché ricomponeva una lite, non vedeva la gratitudine di coloro per i quali l’aveva fatto, giacché se ne andava subito. E pian piano Dio cominciò a manifestarsi in lui». Questo passo è tratto dalle ultime pagine di una novella di Lev Tolstoj, Padre Sergij, scritta tra il 1890 e il 1898 e mai pubblicata dall’autore. È la storia di un nobile dapprima avviato a una brillante carriera militare, quindi fattosi monaco ed eremita, e infine viandante e “nulla”. Nietszche, ricorda Jevolella, scrisse ne L’Anticristo: «Già la parola “cristianesimo” è un equivoco – in fondo è esistito un solo cristiano, e questi morì sulla croce». M’è sempre parsa un’analisi onesta di come erano andate le cose. Un po’ troppo pessimistica, tuttavia. Gli uomini e le donne spirituali esistono. Sono sempre esistiti e certo non solamente nell’alveo del cristianesimo (qualunque cosa s’intenda con questo termine). E ha ragione Roberta De Monticelli quando, richiamando Kierkegaard, sospetta che le norme che paiono (ma paiono soltanto!) governare la loro vita non rispondano a un corpo di doveri cui ci si assoggetta in forza (e non in grazia) di un’esercitata autodisciplina. Non è quella la via che può liberare Padre Sergij (e quel grandissimo e sublime peccatore di Tolstoj) dalla hybris che lo divora (da monaco ed eremita più che da soldato). Ed è la hybris, per l’uomo spirituale, il solo peccato mortale. La via è un’altra. (Continua la lettura del commento di Stefano Cardini alla lettera di Franco Cardini a Roberta De Monticelli).

    P.S. Giacché non paia una disputa in famiglia, preme chiarire che Franco Cardini non è imparentato con gli altri Cardini che compaiono in questo blog. Pur essendo loro conterraneo.

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