La centralità della questione morale nell’ultimo libro di Roberta De Monticelli (di Vito Mancuso)

domenica, dicembre 12, 2010
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«La questione morale è la questione, argomenta Roberta De Monticelli, filosofa di statura europea con anni di insegnamento a Ginevra e ora a Milano al San Raffaele, nel suo nuovo libro (La questione morale, Raffaello Cortina). Sostenendo che la morale non è un’applicazione secondaria ma il punto da cui tutto dipende, l’ autrice si pone in pieno contrasto col pensiero dominante in Italia, che concepisce la morale come traduzione pratica di un primato assegnato ad altro, a una dimensione vuoi politica, religiosa, economica, scientifica, teoretica. Chi assegna il primato alla morale può stare sicuro oggi in Italia di ricevere l’ antipatica etichetta di «moralista», sinonimo nel linguaggio comune di persona noiosa e pedante, incapace di fare i conti con la vita concreta. Contro questo cinismo che conosce solo la logica del potere, De Monticelli scrive pagine di vera passione intellettuale attaccando il potere politico («l’ interesse affaristico che si fa partito e prostituisce il nome di libertà»), mediatico («facce patibolari»), ecclesiastico («nichilismo morale»), intellettuale («disprezzo ardente per tutto ciò che è comune»). (…) (continua) »

Leggi l’articolo La centralità della questione morale di Vito Mancuso, pubblicato su Repubblica l’11 dicembre 2011.

Sullo stesso argomento, leggi la recensione di Marcello Veneziani al libro di Roberta De Monticelli, La questione morale, con i commenti seguiti, e la replica di Roberta De Monticelli L’equivoco dei nostri giorni «C’è un diffuso equivoco, insieme profondo e interessato, insieme filosofico e morale, di cui è un esempio l’editoriale di Marcello Veneziani, Se chi vota è trattato da criminale (“Il Giornale” 25/11/2010), che ringrazio per aver dedicato al mio saggio su La questione morale una cospicua riserva delle sue batterie d’assalto, mettendomi fra l’altro nella più che onorevole compagnia di Barbara Spinelli. È la confusione, o l’interessata identificazione, di radicalità etica e radicalismo politico. (…) (continua) ».

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5 commenti a La centralità della questione morale nell’ultimo libro di Roberta De Monticelli (di Vito Mancuso)

  1. Roberta De Monticelli
    domenica, dicembre 12, 2010 at 23:27

    Caro Vito, il mio grazie per l’attenzione che hai voluto dedicare a La questione morale si esprime in un complemento alla tua riflessione, che spero possa interessare i lettori di Repubblica. Ma con la quale vorrei anche tradurre in atto lo spirito di libertà, di ricerca e di critica che spero continuerà ad animare la nostra Università: anche con la tua presenza e il tuo aiuto. Ecco, in breve. Il mio saggio cerca di identificare le radici dello scetticismo pratico che divora la vita civile del nostro Paese. Lo scetticismo, cioè, che corrode non solo l’etica pubblica, ma ha invaso tutte le sfere dove il nostro agire è guidato dai nostri giudizi di valore, e soprattutto blocca ogni tentativo di ricostruire quella che ho chiamato l’unità della ragione pratica, vale a dire una fondazione nuova, e se possibile feconda di nuove scoperte, dei nessi fra etica, diritto e politica – intese fra l’altro tutte come sfere aperte anche alla ricerca di conoscenza, cioè in ultima analisi di verità. So di trovarti su questo ultimo punto in sintonia con il mio tentativo. Ma vorrei che si aprisse una discussione su quello che a me sembra continui a gravare, possibile irrisolto equivoco, su questo tipo di ricerca. Perché da una parte le viene detto: l’etica è l’etica, la politica è la politica, e cercare il nesso fra le due già significa “criminalizzare l’avversario”, preparare lo Stato etico, Robespierre, la virtù e il terrore (interpreto così, magari nobilitandole un po’, le recenti obiezioni di Marcello Veneziani, “Il giornale”, 27/11 e 4/12). In altre parole, non c’è possibile radicalità etica, ma solo radicalismo politico, tanto più pericoloso in quanto giustizialista e moralista. Ma dall’altra parte le viene detto: c’è un enigma del male, cui è la politica che è chiamata a far fronte, e a volerlo combattere risvegliando le coscienze alla serietà dell’esperienza morale “si entra in monastero, non nel Parlamento italiano”. Tu dici giusto: ma “serietà” è in primo luogo una proprietà che si riconosce all’esperienza morale, se la si considera vera esperienza del bene e del male, capace di nutrire vera conoscenza: e se non ricominciamo da qui, se non la prendiamo sul serio neppure noi filosofi, chi mai potrà farlo? A lasciar la mano ai cosiddetti realisti politici non si sta finendo per dire, ancora una volta, che nelle Città e nelle Istituzioni – tutte, comprese quelle del sapere e della ricerca, le nostre Università ferite ma anche colpevoli – che la ricerca di ragione e giustificazione là dove impera la forza è cosa da “anime belle”? Ma non è così che nel secolo scorso i filosofi hanno tradito il loro compito, e lasciato la civiltà in mano ai demagoghi?
    Io ho cercato di individuare le cause del persistente scetticismo pratico che oggi ancora domina, dopo aver attraversato le sofistiche del 900 – soggettivismi, superomismi, volontarismi, decisionismi, nichilismi, relativismi – non soltanto, per quello che ci riguarda, nella tenace tradizione di minorità morale e civile che si radica nella nostra storia, nella modernità respinta dalla Chiesa, nel risorgimento incompiuto e nel passaggio mai compiutamente avvenuto dalla “libertà dei sudditi” alle difficili virtù della cittadinanza. Ma anche, appunto, nella tradizione di pensiero europeo che abbiamo alle spalle, ma che sembra non voler passare. Quale è la fonte delle norme di una nostra convivenza giusta, come possiamo rispondere a chi ci chiede “perché?” quando gli indichiamo un dovere, una regola, una legge? Ecco: nell’insegnarci a chiedere “perché?” a noi stessi e agli altri, in ogni punto e in ogni momento del nostro dire, ma anche del nostro fare, è il cuore sempre pulsante della ragione e della filosofia. Socrate insegna a Eutifrone che non la tradizione, la religione o il mito sono risorsa normativa, ma risorsa di norme è che vediamo il male. Questa è una grande parte dell’equivoco, caro Vito: non hanno rimproverato anche a te una sorta di intellettualismo, di ignoranza del male di cui siamo capaci, contro il quale appunto nascono etica, diritto, politica? Come se Socrate, come se la filosofia o la ragione ignorassero il dato, il dato stesso che le risveglia: il male, appunto, di cui siamo capaci. Torti, ineguaglianze, illibertà, ingiustizie e altre cose che gridano vendetta. Perché li ha visti, e non perché li ignora, la nostra ragione è in grado di spiegare a ciascuno il perché di una norma che questi torti impedisce, o limita. Anche – e sarà la scoperta troppe volte tradita della modernità – quando si tratti di spiegare a ciascuno che non c’è peggior idolatria che parlare e legiferare nel nome di Dio o dell’assoluto, dato che a farlo sono uomini e istituzioni umane, e che proprio nel riconoscere che Dio e l’assoluto non si possono possedere sta il massimo onore reso a Dio. Io ho cercato di fare un altro passo. Oggi la nostra ragione deve poter dire a ciascuno, qualunque sia l’Iddio in cui crede, e anche se non c’è alcun dio in cima alla sua scala di priorità, che non è vero che obbedienze a scale di valori differenti debbano portare necessariamente alla guerra, e dunque non è vero che la politica debba essere infine una qualche forma di prosecuzione della guerra con altri mezzi. Non è vero, perché non c’è iddio degno del nome che possa opporsi a questo dovere “assoluto”, capace di attraversare tutte le sfere dell’agire umano: che ciascuno riconosca ad ogni essere umano la stessa dignità e gli stessi diritti che esige siano riconosciuti a se stesso. È strano come non si veda quanto contenuto discende da questo dovere: che è anzitutto la tutela di un “vuoto”, di uno spazio che ciascuna persona potrà riempire della sua libertà e del suo ethos. La novità di quella che Bobbio chiamava “l’età dei diritti” è quella di vedere nell’ordinamento giuridico delle moderne democrazie non soltanto un mezzo di tutela degli interessi costituiti e nemmeno soltanto un mezzo di tutela di ciò che alle persone è già dovuto (e da noi, invece, a cominciare dall’habeas corpus o dal diritto di rifiutare le cure mediche, sempre rimesso in questione). Ma di vedervi un mezzo di discussione e scoperta del giusto, dove il fronte è mobile: perché proprio la moltiplicazione degli orientamenti valoriali e la competizione fanno emergere sempre nuovi aspetti del dovuto, prima trascurati. Nuovi soggetti rivendicano l’accesso alla pari dignità, nuove minacce a limitate risorse suscitano nuovi doveri di protezione, nuovi poteri aumentano la nostra libertà e ci chiedono di regolarla.
    Lungo la via di Socrate è cresciuto, nell’anima d’Europa, quasi tutto ciò per cui vale la pena di vivere: la libera ricerca nelle scienze e nelle arti. Ma per molto tempo ancora l’etica, il diritto e la politica sono rimasti fuor da questa via. Non sarebbe ora di riprenderla, tutti insieme?

  2. Fortunato Aprile
    martedì, dicembre 28, 2010 at 09:28

    Mi ero predisposto ad intervenire sulla questione morale, dopo aver letto tutto il libro della prof De Monticelli. Lettura che procede a spizzico, non necessariamente nell’ordine delle pagine. Un vizio che molti abbiamo, prima di affrontare una lettura organica di un’opera. Talvolta capita anche che questa impresa resti sospesa. Non sarà comunque questo il caso. È che il libro si presta, forse più di molti altri, a sospendere la sequenza delle parti per riflettere su singoli passaggi. Ciascuno di questi passaggi meriterebbe messe in rilievo, meditazioni che danno, nel farle, senso al nostro modo di essere nel mondo. Ma appare, a me, ora, troppo urgente cogliere l’occasione insita nella parte finale della risposta a Vito Mancuso della prof. De Monticelli. Vale a dire, si postula la ripresa della via di Socrate, reimmettendovi l’etica – oltre al diritto e alla politica – rimasta fuori, come ospite indesiderata. Qual è l’origine di questa emarginazione? Certamente la gestione avventuristica del potere ha modificato gradualmente i modi di pensare, nell’ottundimento delle coscienze, trasformando lentamente cittadini in plebe, affetti da enantiodromia, di sospensione della coscienza vigile e civile. Questa sindrome non ha risparmiato nemmeno la classe docente a cui sarebbe toccato, più che ad altri, l’azione di contenimento del massacro delle idee, non fosse altro perché inscritta, la missione, nelle finalità formative che costituiscono vincolo professionale. Se vogliamo avere il coraggio di vedere tra le ragioni che hanno fatto disperdere la via di Socrate, la dimensione etica dell’agire umano, bisogna prendere atto che vi è stato un tradimento della funzione docente, ad ogni livello. I docenti della scuola di base hanno ritenuto che essere un po’ di sinistra bastasse ad essere impegnati, quelli dell’università, agendo per macro problemi o per micro dimensioni, hanno disperso il senso della via di mezzo: quella della formazione di intellettuali adulti che si fanno, a loro volta formatori.Insomma, si vuole dire che l’etica è posta come condizione per ogni attività formativa; posta però come indicazione – come deve essere – viene considerata erroneamente come non vincolante e, perciò, da mettere fuori le mura, perchè, dentro, crea solo problemi di difficile soluzione. Se vogliamo sortirne tutti insieme, che è cosa politica, come diceva Lorenzo Milani, bisogna porsi il cruciale problema di come tentare di realizzare le dimensioni etiche presenti nelle finaltà delle istituzioni formative. Su tali questioni non vi è stato mai nemmeno un convegno o seminario, né vi sarà mai. E così nell’indifferenza per quello che dovrebbe essere un <>, ci si avvia lungo la discesa del nessun luogo, spinti dai vari cinismi ormai imperanti. Per tentare di uscirne tutti insieme occorre una rottura di paradigma, inserire un cuneo disturbante nelle prassi ripetitive vigenti. Libri come quelli della prof De Monticelli e del prof. Mancuso sono già efficaci cunei. Ma come raggiungere l’esercito di operatori della formazione se non per vie istituzionalmente previste? E chi si deve far carico di questa titanica impresa? E qui trovo il senso della petizione finale della prof De Monticelli. Esistere, insomma, è veramente una cosa seria e <>.

  3. Federico Bancheri
    lunedì, aprile 4, 2011 at 16:32

    Natale MMX
    (a Roberta de Monticelli)

    oggi come ieri si nasce
    nella vuota indifferenza:
    quale monotono miracolo rappresenta
    un bocciolo, un cucciolo, un bebè
    - una cellula?
    suvvia siamo nell’era della navigazione on line
    oggi ci stupisce la bizzarria del tempo
    il denaro liquefatto in piratesche operazioni
    o un pozzo petrolifero che mangia nostre coste balneari

    i popoli per definizione non sono
    consapevoli del loro tempo
    e le persone appaiono
    adolescenti cresciuti:
    morale impegno responsabilità
    calpestati dal nichilismo di maniera
    cantato da giocosi sofisti:
    buddha socrate gesù
    sono vecchie cianfrusaglie
    suppellettili
    per arredare stanze vuote e desolate
    (o armare nostalgici romantici)

    rimettersi in cammino
    seguire l’eterna cometa:
    (che potrà cambiare costellazione
    ma sarà sempre sé stessa!)
    per stupirsi al quotidiano natale

  4. Fortunato Aprile
    lunedì, aprile 11, 2011 at 05:49

    Ancora sulla questione morale, perché di permanente validità. Sono riuscito solo dopo qualche giorno a riprendermi dall’indignazione che mi ha colpito poche sere fa, assistendo ad Exit, sulla 7, mercoledì 6 aprile.
    E’ stata l’ottusità di un giornalista che, smesso di svolgere il ruolo critico per funzione prevalente della propria professione, si è ridotto all’umiliante funzione di difensore d’ufficio non ricordo più di quali imperiali nefandezze. Talmente si è fatto quotidiano e replicante questo fenomeno, che coinvolge ormai eserciti di cavalli bendati. Certo, non bisogna smettere di indignarsi e, talvolta, di pensare che bisognerebbe sfidare a duello chi offende le persone. Come non bisogna smettere, pur mostrando talvolta la disperazione per tanta inettitudine a cui bisogna far fronte, di tentare di gettare qualche spiraglio di ragionevolezza in contesti ispiratori di discordia più che di ricerca di qualche filo di minimo senso. E’ quello che ha tentato di fare l’altra sera la prof. De Monticelli. Compito immane, perché l’effetto plebe cresce a dismisura: Non vi sono speranze a breve termine. E se non si pone avvio ad una riconsiderazione del problema formativo, non vi saranno nemmeno a lungo termine. Chiedersi quale sia il ruolo che l’etica debba svolgere nei processi formativi ed attivare prassi consecutive è la vera rivoluzione culturale da compiere, come diceva Francisco Varela, pur riferendosi al lavoro generale della ricerca. Ma si sa che la rivoluzione comporta una immane fatica e, quasi sempre, distrugge che la fa. Chi volete che si sprechi per questa impopolare e povera rivoluzione?! Intanto, è già molto se c’è chi tiene desta l’attenzione per la questione morale.
    Fortunato Aprile

  5. mercoledì, aprile 4, 2012 at 13:37

    Leggiamo questo interessantissimo articolo dell’Avvocato De Lalla in relazione al difensore d’ufficio a spese dello stato.

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