Modelli per il rinnovamento. Invito alla lettura di Modelli e capi (Scheler: 2011)

martedì, gennaio 4, 2011
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Vi sono epoche di voraci cambiamenti, in cui, a causa dell’incertezza e della paura del nuovo, l’anelito per un capo dalla mano ferma prende il sopravvento. Ad esse corrispondono risacche di tempi stanchi, in cui il cattivo ripetersi dell’uguale pare chiudere l’orizzonte del futuro. Entrambe le fasi celano una comune incapacità di rinnovamento e pertanto il consenso a pratiche o il perpetuarsi di costumi che occultano le ragioni del proprio dover essere. Paradossalmente sono proprio i giorni apparentemente piú svogliati che abbondano del tempo necessario per raccogliersi e ritrovare le ragioni che mancano al presente. Cosí le epoche piú stanche possono covare disposizioni al rinnovamento che i giorni più veloci non sono in grado di assumere se queste disposizioni non si sono precedentemente rinforzate in convizioni e stili di vita abituali.

Una riflessione profonda sulle fonti delle ragioni per agire condusse Max Scheler (1874-1928) a mettere appunto in luce il ruolo cardine che i modelli personali svolgono nella formazione e nella conduzione delle convinzioni e degli atteggiamenti abituali che danno forma alla vita pratica. I modelli, vissuti e incarnati negli stili di vita individuali e plurali, tracciano il solco del sentire comune che permea la coscienza morale e svolgono quindi una guida più profonda, benché più nascosta, dei leader riconosciuti. I modelli inoltre, nella loro vita occulta, sembrano sfuggire al dominio della ragione pratica: le passioni che solo essi sono in grado di muovere paiono poco inclini a educazione e discernimento.

Eppure Scheler rifiuta lo scacco matto della ragione di fronte ai sentimenti più tumultuosi, non accetta né l’idolatria delle passioni forti mediante icone animalesche né la demonizzazione delle ragioni più profonde in personalizzazioni auto-immunizzanti. Imputare a un demone (a Dio, a un sistema sovrapersonale o, più infantilmente, ad altri) i motivi per agire che eppure incliniamo ad assecondare, ma le cui ragioni ci sfuggono o collidono con l’immagine di noi che ci è più cara, significa rinunciare alla responsabilità delle ragioni di cui siamo portatori. Significa disimpegnare il proprio cuore dalla sua costitutiva relazione ai valori ed alla ricerca di (perfettibile) verità. Assurgere la passione animalesca a icona del vivere pieno in contrapposizione all’astrazione intellettuale significa d’altro canto recidere definitivamente le radici della ragione umana e rinunciare alla possibilità dell’umanizzazione della vita. Riflettere invece sulle ragioni delle proprie inclinazioni, sui sentimenti che ci muovono all’agire, permette di divenire consapevoli del carico di normativitá di cui essi sono latori e di predisporsi quindi a quell’educazione sentimentale e affettiva che è necessaria per la risoluzione razionale di qualsiasi conflitto pratico di natura individuale o plurale.

Cercare modelli di vita autentica è l’unica risposta responsabile alle meschinitá di cui si è testimoni. Tale ricerca è contemporaneamente denuncia e speranza del proprio tempo. È un rifiuto spontaneo ad assentire al senso comune di cui si avvertono le mancanze, compiendo cosí il primo passo verso la ricerca personale di nuovi stili di vita attraverso esempi passati o presenti. L’assunzione dei loro punti di vista, l’attualizzazione del loro esempio nelle concretezze del presente puó divenire così motivo di speranza per il futuro, perché chi cerca modelli di vita piena, vivendoli si rinnova e rinnovandosi si fa a sua volta esempio per il proprio tempo.

Sulla base di tale consapevolezza Scheler sviluppò negli scampoli della Germania guglielmina che precedettero la prima guerra mondiale una tipologia dell’efficacia dei modelli nella formazione personale, affrontando le figure paradigmatiche del santo, del genio, dell’eroe, della mente dirigente e dell’artista del godimento. Negli anni ’20 Scheler introdusse la tipologia assiologica del proprio personalismo nel dibattito della sociologia del suo tempo, confrontandosi con le linee guida della sociologia di Max Weber e della filosofia della storia di Wilhelm Dilthey, gettando così le basi metodologiche per la fondazione della propria Sociologia del sapere. Consapevole dei pericoli insiti nella temperie sociale della Repubblica di Weimar, Scheler tentò così di offrire una prospettiva di riflessione storica di ampio respiro, indicando nei modelli e nella responsabilità personale la radice ultima dei problemi che l’affannata ricerca di capi autoritari rischia tragicamente di misconoscere.

Uno spaccato di questa riflessione è offerto da Max Scheler, Modelli e capi, FrancoAngeli 2011. La nuova traduzione di cui sono responsabile (vi invito a critiche e suggerimenti!) vuole favorire la fruizione consapevole di un testo intenso, carico di riferimenti celati e intuizioni poco più che abbozzate. Il titolo, Modelli e capi, viene da un ciclo di lezioni che Max Scheler tenne nel 1921 all’Università di Colonia. Seguendo la struttura di queste lezioni Maria Scheler redasse in un unico testo un gruppo di scritti (lezioni universitarie, dattiloscritti, appunti) risalenti agli anni 1912-1914 e al primo dopoguerra. La presente edizione critica nasce dal confronto tra il testo redatto da Maria Scheler e i testi originali. È corredata da un Saggio introduttivo di Guido Cusinato, da un’ampia Guida alla lettura e da un Apparato critico a mia cura.

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9 commenti a Modelli per il rinnovamento. Invito alla lettura di Modelli e capi (Scheler: 2011)

  1. martedì, gennaio 4, 2011 at 20:49

    Stavo pensando a come impostare la chiacchierata che devo fare domani alla radio (circa ore 10, ma non so se dovrò solo rispondre a domande) su La questione morale, e mi imbatto in questa presentazione. Ecco, uno dei punti che nel mio libretto non ho approfondito è proprio questo: come le ragioni di cui siamo portatori diventino INTUITIVE per tutti una volta riassunte in un modello. Ideale o reale-idealizzato. Questo mi fa capire anche perché le domande degli ascoltatori a quella trasmissione siano ossessivamente centrate sull’assenza di modelli disponibili sulla scena pubblica, cui ispirarsi. Ma è vero che non ci sono figure reali capaci oggi di esemplificare pur imperfettamente un modello di ethos degno di ammirazione? Cerco aiuto empirico, io qualcuna ne vedo… Altro punto – già ne parlavamo ai tempi dei primi incontri di Emanuele con Scheler: un modello, naturalmente, non è un oggetto idolatrico, altrimenti si deteriora scadendo all’immagine di un capo. La questione è: ci dà Scheler una risposta al perché i demagoghi facciano innamorare le masse nonostante, o forse addirittura proprio per, le loro mediocrità spesso rivoltanti?

  2. sabato, gennaio 8, 2011 at 21:58

    La questione è: come possono le masse innamorarsi dell’oscenità dei demagoghi?

    La domanda muove da un giudizio morale ed estetico netto, chiaro e (ahinoi) negativo sul basso continuo del senso comune che acconsente (innamorato, rimbecillito o forse semplicemente assopito e disinteressato) al degrado cui assistiamo. Alla domanda non ho risposta immediata. Preferisco tuttavia rispondere criticamente con un doppio interrogativo:

    1. Da dove giudichiamo noi? Non intendo fare il verso a chi nega il diritto e il dovere di prendere posizione. Chiedo invece a chiunque si pone seriamente quella domanda di valutare nella propria storia personale come è sorta la ragione di cui è portatore e che lo porta a tale giudizio.

    2. Ora chiedo: di cosa si nutre il senso comune? È ragione motivata e argomentata, parlata e discussa? È discernimento sulla base di dati, motivi, scienza, riflessione su testi e tradizione religiosa? O vive di simboli, immagini, icone? Per capire come il demagogo sa giocare con le masse è necessario comprendere le ragioni inespresse che si veicolano nelle immagini pervasive di oggi, anche nelle trasmissioni più frivole, che offrono tacitamente, modelli di vita, costumi, atteggiamenti e temi di discussioni (basti pensare ai discorsi da bar o da pendolari).

    Scheler offre una via per comprendere come sia possibile l’elevazione personale DAL senso comune. Credeva fermamente che un’elevazione DEL senso comune fosse possibile in primo luogo mediante un rinnovamente spirituale, religioso e morale. Si ricrebbe però presto sulle autoritá cui aveva riposto la propria fiducia.

    Riflettere sui modelli significa cambiare prospettiva e direzione: muovere lo sguardo dalle ragioni espresse ai segni e ai simboli.

  3. martedì, gennaio 18, 2011 at 18:15

    Rispetto alla domanda formulata da Roberta ed Emanuele, mi verrebbe da richiamare la vostra attenzione su un fatto antropologico che i politici di ogni specie, non necessariamente, diabolica, sembrano conoscere a menadito. Il fatto, cioè, che la maggioranza delle persone solidarizza non solo perché si sente accomunata da una visione “alta” del bene comune, ma perché si riconosce anche (e, forse, soprattutto) nei vizi. A qualcosa del genere deve avere pensato Luis Dürnwalder, il presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, quando, nell’intervista che ha rilasciato nell’ultimo numero di «Limes» (e ripresa sull’«Adige» il 30.12.2010), ha formulato questo interessante giudizio su Lorenzo Dellai, il suo dirimpettaio trentino: «Conoscendolo bene si vede che anche Dellai ama le tradizioni. È una persona molto semplice, nel senso buono del termine, e vicino alla gente, anche se ha delle difficoltà a relazionarsi con il cittadino medio. Insomma, non entra in un bar facendosi battere una pacca sulla spalla come capita a me che provengo da una famiglia contadina e faccio il sindaco dal 1973, quando avevo ventisei anni…». «Anche Dellai, in realtà, è diventato sindaco di Trento giovanissimo…», ribatte Maurilio Barozzi, l’intervistatore. «Certo, ma io in un paesino dove ci si conosce tutti. Poi il mio carattere è così, espansivo. Gioco alle carte, vado a caccia qui sulle montagne… Lui è vicino alla gente, ma per lui aprirsi non è cosa facile mentre per me è normale. Ho tutti i vizi della popolazione locale e se ne scoprissi uno che mi manca, allora cercherei di prendere anche quello». L’ultima considerazione mi è parsa fulminante: «Ho tutti i vizi della popolazione locale e se ne scoprissi uno che mi manca, allora cercherei di prendere anche quello». Come dobbiamo interpretare un’affermazione del genere? C’è ovviamente un’interpretazione, per così dire, «diabolica», che mette i brividi. C’è, però, anche un’interpretazione più bonaria che nasconde una verità a cui nessuno che voglia rimanere fedele agli ideali democratici può rimanere indifferente. La riassumerei così: in ogni concezione della politica che si rispetti deve esistere uno spazio (virtuoso?) anche per i vizi, non solo per le virtù.
    Mi rendo conto (ve lo assicuro, con autentico fastidio) che nei miei interventi mi sono ormai specializzato nell’abbassare drasticamente il tono del dibattito. Perdonatemi, ma ognuno finisce immancabilmente per ritagliarsi un ruolo nelle comunità dialogiche… :-)

  4. Claudio
    mercoledì, gennaio 19, 2011 at 12:20

    Stavo pensando se, oltre alle motivazioni di ordine storico-sociale, si potesse inserire anche un discorso di ordine caratteriologico e neurologico, nella discussione intorno alle degenerazioni del senso etico e civile che attanaglia i nostri tempi; per esempio, faccio riferimenti ai neuroni-specchio. E se la riproduzione dei comportamenti incidesse pure a livello etico?

    Forse avremmo un quadro migliore se inserissimo nella prospettiva storico-sociale anche quella di ordine caratteriologico-neurologico, elevando quest’ultimo dall’individuo al gruppo o ai gruppi.

  5. Roberta Guccinelli
    giovedì, gennaio 20, 2011 at 01:04

    Non ho ancora avuto il piacere di leggere la nuova traduzione di Vorbilder und Führer. Mi permetto tuttavia di “abbassare” ulteriormente il dibattito, indicando il ruolo attivo che, in questo contesto – «Scheler sviluppa solamente una tipologia dei valori positivi, mentre non accenna a una possibile tipologia dei valori negativi a essi corrispondenti» (Emanuele Caminada); «in ogni concezione della politica che si rispetti deve esistere uno spazio (virtuoso?) anche per i vizi, non solo per le virtù.» (Paolo Costa) – potrebbe avere un “attore” rimasto in ombra: quel vor così caro a Scheler (vor-fühlen, Vorgegebenheit dei valori… vor-bilden…)

    1) Vor non ha soltanto un senso locale (davanti a…, in presenza di …), ma anche un senso temporale (prima di…, avanti). Assumiamolo nella seconda accezione:
    Vor-bilden (dare un’istruzione-formazione preparatoria). Vorbild (alla lettera: pre-immagine): “anteriore all’immagine” e, potremmo dire, a quei valori che permettono di distinguere (riconoscere) gli oggetti in funzione dei nostri interessi (del loro uso e consumo – anche passivo – di certe forme d’idolatria, se l’immagine, o il suo portatore, diventa un’icona dei nostri tempi).
    Il vor di vor-bilden o di Vorbild (pre-immagine o modello) allude dunque a una sfera puramente assiologica, al contenuto di un’intuizione d’essenza che non è stato ancora strutturato in senso figurale e, in quanto tale, apre uno spazio (-tempo) di possibilità (valori che potrei incarnare o meno, che rientrano o meno nel campo degli orientamenti del mio ‘potere’ morale, vale a dire, delle mie virtù o dei mie vizi).

    Se un modello (Vorbild), però, deve avere un significato collettivo e deve incidere in maniera costruttiva nell’agire, nella realtà politica, sociale ecc., in funzione di una crescita-formazione (bilden) – cfr. le riflessioni di Guido Cusinato e Giacomo Pezzano – allora deve avere (preferibilmente) una valenza positiva (come un valore vitale negativo indica un declino del corpo “privato” – Nietzsche talvolta insegna anche a Scheler – così un valore culturale, politico ecc. negativo favorisce un impoverimento della vita culturale, politica ecc. collettiva). Questo non esclude che l’uso di determinati modelli possa essere negativo o positivo; che un modello (reale) possa essere ridotto a un’icona (un modello a un pessimo capo). E non esclude nemmeno che dai nostri vizi e dai vizi degli altri possiamo imparare qualcosa di virtuoso.

    2) Il Vorbild va inteso in senso dinamico – attivo e non passivo -: a) in senso temporale: il modello non appartiene esclusivamente al passato, magari alla tradizione, non è statico (come un’idea eterna) o cristallizzato, ma se è un autentico modello, appartiene anche al futuro, rinvia al futuro (a quello che potrei fare incarnando o “prendendo posizione” (ora) rispetto a determinati valori); b) nel senso della scoperta: scoperta di nuovi valori che esperisco in presenza di un modello (valori che magari non conoscevo), o ai valori che attualizzo nel momento in cui, non lo “imito”, ma lo “mimo” (cfr. J. Hersch) quando seguendolo, ad esempio, scopro qualcosa che nel modello non c’era, magari l’“effetto” che può avere su di me; scopro il suo potere performativo: mentre ne faccio qualcosa, lo assumo a guida, esso fa qualcosa di me, mi fa crescere, agire, in una direzione o in un’altra (l’orientamento è sempre aperto, o meglio, non so in anticipo quali cose particolari incontrerò di fatto in quella direzione, quali vizi o virtù, di fatto, incarnerò.

    3) “Sich vor-bilden” = pre-formarsi. vor-bilden è, insieme, sich (vor)-bilden: chiunque agisca come un modello, mi prepari o mi dia un’autentica formazione preparatoria, mi dà al tempo stesso la possibilità, di formarmi – a volte abbiamo l’impressione che certe “nozioni”, certi “saperi”, ci accompagnino da sempre, tanto sono ormai “strutturate in un’unità personale”…o tanto sono “del mondo” che abbiamo esperito e che permette di fare sempre nuove esperienze. L’autentico sapere di formazione è «quel timore reverenziale per la filigrana delle cose […], nel quale noi comprendiamo già per via emotiva che il mondo è molto più grande e misterioso della nostra coscienza.» (M. Scheler, Le forme del sapere e la formazione, in Id. a cura di G. Mancuso con un Saggio introduttivo di G. Cusinato, Formare l’uomo, Franco Angeli, Milano 2009, p. 75.

    4) Il significato culturale, politico ecc.: il modello ridotto a icona riduce le possibilità di formazione-crescita della coscienza politica, sociale, culturale collettiva. Favorisce il déjà vu e l’imitazione (molti si riconoscono “con la pancia”, negli istinti, in certe pulsioni, al massimo, a livello di comunità, di simboli “tribali”) e riduce la scoperta. E questo non dipende soltanto dalla passività di quelle che una volta si chiamavano “masse”; dipende anche (soprattutto) dalla ragioni inespresse e, prima ancora, dalla povertà dei contenuti assiologici accessibili, da certe scelte (selezioni) di certi capi, dalla difficoltà di accedere a più dignità, a più diritti, a più formazione, a più bellezza.

  6. Andrea Zhok
    giovedì, gennaio 20, 2011 at 12:54

    Sbaglierò, ma questa recente impennata dell’interesse del tema Scheleriano di Vorbilder und Führer è connesso con il fatto che più o meno tutti in questi giorni abbiamo visto un telegiornale… Ora, negli interessanti interventi di Paolo Costa e Roberta Guccinelli trovo un punto che mi convince poco, ovvero l’assunzione implicita che vi siano dei vizi o valori negativi nello stesso senso in cui esistono virtù o valori positivi. Proprio Scheler, ci mostra come il disvalore non abbia esistenza indipendente, ma solo privativa. Il che significa che i ‘disvalori’ non hanno alcuna esistenza autonoma, quasi fossero le suppellettili dell’inferno, laddove i valori sono quelle della sfera superurania. I disvalori (vizi) sono essi stessi valori, solo limitati, privi di comprensività, non universalizzabili, e proprio la loro limitatezza li rende istanze del male, quando tale limitatezza non è riconosciuta.

    Cosa significa questo per il nostro presidente di Provincia? Semplicemente che, per lui, implicitamente, quelli che vengono chiamati vizi, sono in verità solo ‘valori poco ambiziosi’, che solo la stantia morale dei moralisti chiama ‘vizi’. – “Certo, alzare il gomito è un vizio, va bene, ma, insomma, di uno che non beve dalle nostre parti non ci si fida.” – Ora, il problema è che ciò che rende vizio un vizio, non è la natura intrinseca dell’atto relativo, come molte forme di dogmatismo morale tendono a sostenere, bensì la collocazione dell’atto che incarna il vizio. Alzare il gomito in compagnia può essere divertente, l’alcoolista al volante lo è molto meno, un’intera classe sociale intossicata dal gin, come certi quartieri proletari di Manchester nell’800, lo è ancora meno. La differenza sta nella portata dell’atto, che non è tanto una questione di ‘quantità’, quanto di collocazione intersoggettiva e di inerenze causali. Chi condanna l’uso d’alcool in sé e per sé, come talune religioni o come le “confraternite della virtù” che portarono al proibizionismo in America, assume l’atto come equivalente al vizio, mentre è solo la sua collocazione intersoggettiva e causale a renderlo un vizio. La frase sui vizi del presidente di Provincia intende dire, anche se probabilmente non ne è consapevole, che non si vive sempre in una sola dimensione supposta nobile ed ottimale, ma che vi sono molte Lebensformen sub-ottimali, con cui il politico fa bene a sintonizzarsi. Ed ha perfettamente ragione. Il problema, tuttavia, è quando la natura sub-ottimale dell’atto che incarna il vizio è rimossa ed il vizio medesimo è rivendicato come modello, come virtù. Questo passaggio generalizza con un gesto morale qualcosa che per sua natura è parziale, non universalizzabile, ed in ciò stesso sta il suo male.

    Veniamo finalmente a ciò che tutti abbiamo in mente, ovvero il Bunga Bunga ed il troiaio a reti unificate cui siamo esposti.
    Che la gente talora menta è noto; chi non ha mentito qualche volta? Che i maschi siano sessualmente interessati alle femmine è cosa anch’essa piuttosto nota, senza bisogno di schizzatine d’occhio ed ammiccamenti da bar. Che nell’ordine delle fantasticherie, un maschio normale trovi del tutto normale concupire un bell’esemplare di femmina, e che, in assenza di elementi ostativi dovuti al principio di realtà, possa desiderare di intrattenervisi, è anch’esso un dato medio banale, che non ha bisogno di riferirsi a priapismi improbabili. In tutto ciò non c’è particolare traccia di vizio o peccato, e, di fronte all’ammissione da parte di qualcuno di aver occasionalmente detto una bugia, o desiderato carnalmente una femmina non di propria legittima e cristallina pertinenza, chi si impancasse a censore dei costumi sarebbe quantomeno fuori luogo. – Questa è la base intuitiva sottesa alla relativamente diffusa simpateticità verso i festini presidenziali.

    Ora, il problema è che questo non c’entra proprio nulla con la nausea morale che coglie un’altra, probabilmente maggioritaria, parte del paese di fronte ai recenti eventi. Si dice che la prostituzione è il mestiere più antico del mondo. Ciò è probabilmente vero: a lungo le attività necessarie al sostentamento erano fatte in forma autarchica, senza ricorso al baratto o all’acquisto, mentre ciò che caratterizza la prostituzione non è la concupiscenza, ma il mercimonio. La prostituzione è certo una delle prime cose ad essere passate nella forma della mercificazione. Il moralista dogmatico tende a credere che la meretrice sia peccaminosa in quanto concupiscente, ma il moralista consapevole sa che il peccato del meretricio sta tutto e solo nella finzione di concupiscenza mediata dal denaro. Se invece che avere una finzione di concupiscenza abbiamo una finzione mercenaria di sdegno per l’attacco mediatico o di tristezza per le sorti del povero Silvio, sempre di meretricio si tratta. Il problema, anche qui, non è di per sé la menzogna, ma la sua collocazione: le ragioni monetizzate che promuovono la menzogna, l’assenza di preoccupazione o vergogna di fronte agli altri o, magari, a Dio, per la pubblica menzogna, ecc.

    Ciò che sconvolge è l’asservimento al potere anonimo del denaro di una moltitudine di funzioni umane primarie: la compagnia, l’amicizia, l’amore, l’erotismo. E’ la finzionalizzazione del reale, la falsificazione dei rapporti, delle speranze, delle aspettative, la creazione di reti di relazioni finzionali a pagamento, cui si prestano strumentalmente schiere di individui, a trasformare degli impulsi comprensibili in un’incarnazione del male. Se ciò di cui si parla fosse stata un’orgia tra persone consenzienti, il suo grado di problematicità morale sarebbe drasticamente abbattuto. Il problema è che abbiamo davanti a noi, sia nella coreografia dei festini che, e direi soprattutto, nelle successive esibizioni di prostituzione intellettuale volte a camuffarne la natura, un quadro agghiacciante di compravendita umana integrale. C’è un vecchietto ricco da far schifo che coreografa a pagamento una sorta di correlativo oggettivo, con tanto di figuranti, del proprio onanismo. Come sempre nell’onanismo, non c’è relazione con l’altro, c’è diretto appagamento di desiderio, tuttavia in questo caso si usano come strumenti mediati ed immediati di piacere persone in carne ed ossa, ragazzine, lenoni, consiglieri, portaborse, scendiletto in vera pelle, e poi avvocati, parlamentari, sottosegretari, ed addirittura ministri: tutti legati a doppio filo al portafoglio (che è potere) di quel vecchio signore. Questa è la tragedia senza catarsi cui stiamo assistendo. Il denaro è un mediatore anonimo, che notoriamente può spostarsi in varie direzioni del tutto a prescindere da meriti o demeriti; quando il potere del denaro riesce ad asservire integralmente e capillarmente parti ampie di una società, quella società si dimostra fondata sul nulla. Il problema di fondo è che forme di vita sub-ottimali, comprensibili come momenti imperfetti in un mondo imperfetto, perdono la loro caratterizzazione circoscritta e marginale, e si impongono come modello della realtà. Ciò che può esistere come funzione circoscritta spesso non è tollerabile come funzione universalizzata. Il problema morale in senso stretto è dato dalla non-universalizzabilità di ciò che viene posto come modello: è ovvio che nessuna comunità umana può resistere ad una generalizzazione della menzogna o del mercimonio delle relazioni, degli affetti e delle lealtà. Non c’è alcun mondo possibile in cui tutti vendono finzioni a tutti. Ammettere o legittimare una tale modellistica morale significa dichiarare la fine di tutto ciò che ambisce ad essere intersoggettivamente valido e capace di durata (come il vertice assiologico di cui parla Scheler), a favore di una disgregazione ferina, effimera, inetta e meschina.

  7. giovedì, gennaio 20, 2011 at 16:47

    Se può interessare a qualcuno, sono d’accordo al 100% con Andrea. La cosa che personalmente mi fa inorridire non è il vizio in quanto tale – come se il nostro programma politico dovesse avere al primo punto il suo sradicamento dalla società – ma la totale assenza di scrupoli e la disgregazione morale (il mondo capovolto!) di cui essa è sintomo. Per come la vedo io, l’esemplarità dei “capi” (se così vogliamo chiamarli) andrebbe cercata anzitutto nella resistenza alle tentazioni del potere. È sconcertante e significativo il fatto che verso questo aspetto della faccenda la sensibilità di una parte consistente degli italiani non si stia dimostrando particolarmente acuta (tanto per sguazzare negli eufemismi…). In ciò sta sicuramente il genio politico del nostro Presidente del Consiglio, che sollecita l’indulgenza dei propri concittadini verso comportamenti nei confronti dei quali una sfera pubblica democratica non dovrebbe manifestare alcuna indulgenza, pena la sua stessa sopravvivenza. Qui sta l’enorme potenziale corruttivo di tutta la vicenda. Ma immagino che sarete d’accordo con me che la soluzione non può consistere nell’attesa di un pronunciamento morale da parte della Chiesa o di una qualche altra istanza morale superiore. Il problema è politico. Come ha scritto Andrea tra le righe del suo acuto intervento, molti dei nostri concittadini hanno bisogno di essere richiamati a un sano principio di realtà (che capisco possa difettare a una persona che può permettersi di spendere milioni di euro senza battere ciglio). Come al solito nella nostra storia nazionale, dobbiamo solo sperare che questo Reality Check sia il meno traumatico possibile.

    P.s. Una precisazione: quando ho scritto il mio post precedente, non avevo in mente tanto il nostro ineffabile Führer, ma i versi di una canzone molto celebre di Chico Buarque de Hollanda: “Oh, che sarà, che sarà, quel che non ha governo né mai ce l’avrà / quel che non ha vergogna né mai ce l’avrà / quel che non ha giudizio”. Quelle che Andrea ha efficacemente ed elegantemente descritto come delle Lebensformen sub-ottimali, secondo me possono essere interpretate anche come i confini, mi verrebbe da dire, “naturali” della politica.

  8. Roberta Guccinelli
    venerdì, gennaio 21, 2011 at 01:26

    Forse l’“effetto bunga bunga” rende più secche alcune prese di posizioni (assiologiche), ma trasformare valori e disvalori in “suppellettili della sfera superurania o dell’inferno” significherebbe – con Scheler – «schiaffeggiare i fatti dell’esperienza!». È la relatività e l’“assolutezza” dei valori, la loro superiorità e inferiorità – tenendo conto della collocazione dell’atto che incarna valori e disvalori ecc. – che sfuma nel mondo della «finzionalizzazione» (e good-bye funzionalismo!). Giudicare che qualcosa sia superiore – quando i fatti dicono “inferiore” – che qualcosa sia un modello di virtù, quando ha tutta l’aria di non esserlo, è in qualche modo forzare le cose, abusando del potere. La tentazione del potere, certo, favorisce il gioco di forze. Del resto, sono i «piaceri più bassi» a essere più «indulgenti», facilmente controllabili. Ma la sensibilità è così poco «acuta», solo perché così è la maggior parte degli italiani? E il fatto che valori non universalizzabili lo diventino (apparentemente), non limita fortemente la possibilità di cogliere nell’universale così inteso anche un bene individuale?
    Per il resto, molto d’accordo con le analisi “impietose” di Andrea Zhok e di Paolo Costa (canzone inclusa).
    A proposito, c’è un bel saggio di Jeanne Hersch (che di politica se ne intendeva) sulla natura del potere: La nature du pouvoir, in Le pouvoir, «Rencontres Internationales de Genève 1977», La Baconnière, Neuchâtel 1978, pp. 75-95.

  9. Roberta Guccinelli
    venerdì, gennaio 21, 2011 at 16:16

    … vedo solo ora che nel post precedente ho scritto, senza rendermene conto, funzionalismo al posto di “funzionalizzazione”! Vai a sapere perché…

    Ne approfitto per consigliare un’altra lettura herschiana (in un certo senso riguarda anche la «finzionalizzazione del reale»): Jeanne Hersch, Idéologies et réalité. Essai d’orientation politique, Librairie Plon, Paris 1956.

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