La scienza triste (parte seconda). Degli equivoci sulla ricchezza delle nazioni

giovedì, ottobre 13, 2011
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Come anticipato, desidero sottoporre all’attenzione dei frequentatori del Phenomenology Lab qualche ulteriore perla di saggezza economica, trascelta tra quelle di recente comparse sui media più accreditati. Mi rifaccio perciò ad una frase, che è di per sé un piccolo classico, e che ho sentito esprimere in televisione qualche settimana fa, a distanza di un paio di giorni, prima dalla presidentessa Marcegaglia e poi dal ministro Sacconi (parola più, parola meno):

“È indispensabile aiutare le imprese di questo paese perché sono esse che producono ricchezza.”

Ovviamente questa frase non è un parto originale delle fervide menti dei nostri eroi, ma è uno di quegli assegni a vuoto con corso legale che funestano con frequenza le discussioni economico-politiche italofone e non. Di per sé, tale frase è sufficientemente confusa e retorica da suscitare una parvenza di buonsenso, pur essendo a tutti gli effetti puro travestimento ideologico di alcune tesi economiche estremiste, che assai raramente vengono esplicitate in pubblico, per evitare il ridicolo. Prima di addentrarci nel punto in questione vogliamo sgombrare il campo da un sospetto: chi scrive non ritiene affatto che aiutare le imprese in Italia sia in generale sbagliato. È vero che alcuni fattori nel sistema produttivo italiano sono effettivamente penalizzanti per le imprese, soprattutto per l’industria minore e l’artigianato, ed è vero che interventi, soprattutto sul piano degli adempimenti burocratici e delle garanzie della giustizia civile, sarebbero necessari ed utili ad un rilancio della produttività industriale. Questo però non ha proprio niente a che fare con l’idea furiosamente ideologica per cui in un paese la ricchezza è prodotta specificamente dalle imprese, cioè dal settore privato che ‘sta sul mercato’, come si dice. Questa è una tesi in perfetto “Chicago style” che è stata storicamente sempre ripetuta per giustificare operazioni di minimizzazione dello Stato.

Notiamo innanzitutto la natura sfuggente del termine ‘ricchezza’, che non è né PIL, né benessere sociale. Se qualcuno infatti dicesse che le imprese hanno il monopolio della creazione del PIL, saremmo di fronte ad un’ovvia falsità, visto che il PIL è calcolato, nella sostanza, sul monte complessivo dei redditi, a prescindere dalla loro origine. E d’altra parte se qualcuno dicesse che le imprese hanno il monopolio della produzione del benessere sociale (well-being), attirerebbe su di sé il ridicolo: sarebbe, in effetti, già un buon successo se al sistema delle imprese non si ascrivesse il monopolio del malessere sociale. Invece parlando vagamente di ‘ricchezza’ si tratteggia vagamente una virtuosità di un settore sociale senza doverlo sostanziare.

Ma dietro alla vaghezza del termine sta una tesi economica tonica ed agguerrita, quanto astratta ed odiosa; una di quelle classiche tesi che fanno parte dell’ortodossia economica, ma che, come detto, ci si guarda sempre dall’esplicitare troppo nel dibattito pubblico, per ragioni di autopreservazione.

Dietro all’idea che le imprese abbiano il monopolio della produzione di ricchezza o valore (economico) sta l’idea che soltanto ciò che è pervenuto a vendita in un contesto di mercato ha propriamente contribuito alla creazione di valore economico. (E ciò che non ha valore economico per l’economista ha valore solo in un senso moraleggiante, sterile ed irrazionale, di cui non val la pena parlare). La ratio di quest’idea è che fino a quando qualcosa non è uscito dal processo di produzione per sfociare nella vendita (consumo), esso non ha alcun valore, ma è soltanto un costo. Il valore economico è il prezzo che qualcosa ‘spunta’ sul mercato: in teoria tale prezzo rappresenterebbe la misura dell’apprezzamento soggettivo, che è l’unico parametro di valorizzazione razionalmente accettabile in una cornice utilitarista. Secondo questa idea, il valore economico attribuibile a tutti i contributi intermedi che conducono alla determinazione del prezzo cui il bene è venduto si scopre soltanto alla luce della vendita avvenuta, e poi a partire da questa avvenuta ‘valorizzazione’ si può procedere alla retribuzione dei contributi intermedi (es.: salari dei lavoratori). In altri termini, se vendo il prodotto a 1.000, posso procedere a distribuire questo 1.000 giù giù per li rami retroattivamente dal venditore al dettaglio, ai lavoratori, fornitori, dirigenti, prestatori di capitale, ecc. In questo quadro la teoria economica ortodossa ci dice che le rispettive retribuzioni idealmente seguono il contributo marginale di ciascuna componente intermedia alla determinazione del valore del bene. Ulteriormente la teoria dice che, in una condizione di mercato perfetto, il contributo marginale di ciascuna componente è calcolabile grazie all’equilibrio della contrattazione, che è anche ciò che rende il prezzo di tali contributi un giusto prezzo. Ciascuna componente intermedia del processo produttivo, se ritiene di non essere adeguatamente retribuita per il suo contributo può minacciare di sottrarlo alla produzione. All’altro capo, se il proprietario del prodotto prima della vendita (es.: il padrone della ditta) ritiene di perdere da questa sottrazione (come contributo ai ricavi) più di quanto esborsa retribuendo la componente intermedia, egli ha tutto l’interesse ad incrementare marginalmente la retribuzione. Il tutto procede idealmente fino all’ottenimento di un perfetto punto di equilibrio (il giusto prezzo in un’economia di mercato). La teoria economica ortodossa è consapevole del carattere idealizzato di questo modello, ma ritiene che si tratti di una buona approssimazione, e che dove non sia neanche una buona approssimazione dovremmo fare tutti gli sforzi perché lo diventi, avvicinandoci alla condizione di mercato perfetto.

Fin qui è Marcegaglia nel Paese delle Meraviglie.

Cos’è che sembra andare però sempre piuttosto storto rispetto a questo modellino? Si noti che nel modello di cui sopra ciascuna delle componenti che contribuiscono in qualunque misura alla determinazione del valore del prodotto deve essere nelle condizioni di ricontrattare in tempo reale e su base individuale la propria retribuzione. Su questo punto la teoria economica leva alti lai contro il destino cinico e baro che invece di collocarci in un mercato perfetto ci ha dato mercati alquanto imperfetti dove sussistono i maledetti “costi di transazione”: il mondo ha il dannato difetto da non attenersi ai nostri manuali. In altri termini, tutto andrebbe per l’appunto da manuale se non fosse che una situazione di possibile contrattazione individuale continua distrugge ogni produzione (“Ehi, stamattina qui al tornio mi sento particolarmente figo, voglio un aumento, se no incrocio le braccio” – “Sì, va bene Cipputi, ma se al pomeriggio ti vedo fiacco ne riparliamo….”).

Purtroppo il problema dei costi di transazione, pur immenso, è solo una piccola parte della questione. Il punto cruciale è un altro, considerato dalla teoria economica nelle note dedicate ai ‘dettagli fastidiosi’. Esso è dato dal fatto che a partecipare alla produzione di quel bene e alla determinazione del suo ‘valore’ non contribuiscono soltanto gli individui che ufficialmente appartengono alla catena produttiva (distributiva, di marketing, ecc.), ma tutti coloro i quali creano le condizioni di funzionamento per quell’attività produttiva. Dunque la nonna che tiene i figli a Cipputi mentre lavora; i gentili concittadini di Sacconi che si astengono dal dar fuoco al Parlamento, nonostante dentro ci sia Sacconi; la mamma di Cipputi che, diversamente da quella di Tarantini, gli ha insegnato che un lavoro onesto è una cosa da uomini; e poi, ovviamente la maestra che ha insegnato a Cipputi a leggere le istruzioni per l’uso del tornio; il carabiniere che dissuade quelli con l’educazione alla Tarantini dal prelevare la busta paga dalla tasca di Cipputi, ecc. ecc. Il punto, ovvio, ma di norma misconosciuto, è che il valore economico prodotto viene prodotto non solo dalla catena produttiva in senso stretto, ma dall’intero intorno sociale, rappresentato sia dall’opera dei salariati del settore pubblico, sia dalle attività (o provvidenziali astensioni da attività) di una miriade di agenti non salariati. È questa la ragione per cui un tassista di Nuova Delhi ed un tassista di New York, pur facendo proprio lo stesso lavoro, che richiede le medesime capacità e la medesima fatica (invero, probabilmente più fatica a Nuova Delhi) hanno un differenziale di reddito di uno a venti (compensato solo in piccola parte dal differente costo della vita locale). Il reddito non dipende se non in parte dalla propria attività, mentre dipende in modo massiccio dal contesto in cui l’attività è svolta. La risposta, usuale ed inutile delle teorizzazioni ortodosse è che ciò accade perché non siamo in un mercato perfetto e che bisogna fare ogni sforzo per raggiungerne i lidi luminosi. Infatti, in un mercato perfetto i costi di transazione sono per definizione minimi e così, non solo tutti ricontrattano tutto per tutto il tempo, ma il nostro tassista di Nuova Delhi si può muovere liberamente e raggiungere senza costi (per teletrasporto, immagino) ogni luogo del mondo dove pensi di essere retribuito meglio. In un mercato perfetto tutto può essere contrattato sul mercato ottenendo il suo giusto prezzo (NB: ciò vale anche per gli atti politici ed il lavoro del potere giudiziario: non si può negare che qualche passo nella direzione magnifica e progressiva del mercato perfetto in Italia si sia fatto!). In un mercato perfetto non c’è attività che contribuisca in qualunque modo alla produzione che non sia stata ‘internalizzata’ nel processo produttivo: dunque esiste un prezzo per la redenzione del peccatore ed un prezzo per la nonna che tiene i nipoti, un prezzo per la madre che educa i figli ed un prezzo per la sentenza del giudice.

Questo ci porta a vedere l’insensatezza di un’altra frase di smercio comune che suona più o meno: “io con i miei soldi, che mi sono guadagnato col mio lavoro, ci faccio quello che mi pare”. In termini più nobili questo tipo di rivendicazione assume che il diritto a quanto legalmente guadagnato è un diritto assoluto, il che è un aspetto della tesi generale della sacralità del diritto di proprietà. Ora, è utile comprendere come ciò che ciascuno di noi guadagna è ‘meritato’ in un senso sì reale, ma anche alquanto circoscritto. Il nostro ‘merito’ costa essenzialmente della nostra capacità e volontà di attenerci a regole e aspettative del sistema produttivo in cui siamo inseriti. Questo è certo un merito, dal punto di vista del sistema produttivo, e nella misura in cui i fini del sistema produttivo medesimo sono posti come giustificati. Tuttavia, da un lato tale merito non è assoluto, ma relativo al valore attribuito alle funzioni sociali della produzione; dall’altro lato non c’è alcuna specifica correlazione quantitativa tra la nostra retribuzione ed il nostro ‘merito’. Non esiste alcuna ragione scritta nella roccia o nel firmamento per cui insegnare ai bambini, sedere in un parlamento o gestire un’azienda dovrebbero avere un certo riconoscimento economico piuttosto che un altro. Nessuno sa quanto vale intrinsecamente ciò che fa, e questo non per personale insipienza, ma perché la sussistenza di un nesso logico tra la nostra attività e la nostra retribuzione è niente più che un’utile illusione. È utile, perché ha spesso una funzione incentivante, ma è anche totalmente illusoria, perché tra il nostro input produttivo e l’output del nostro reddito c’è in mezzo l’intero enigmatico marchingegno rappresentato dal sistema produttivo in cui nuotiamo (anche al di là dei limiti nazionali).

Questa considerazione ci mostra anche come vi sia un limite fondamentale inscritto nella disponibilità dei nostri averi, il cui godimento è convenzionalmente garantito (per ottimi motivi utilitaristi) nella misura in cui tale garanzia giova al buon funzionamento del sistema nel suo complesso. Che il godimento del frutto dei miei sforzi sia in generale garantito è una buona regola sociale, utile come incentivo a darsi da fare. Ma questa è appunto una regola utilitaria (nel senso del rule utilitarianism) finalizzata ad ottimizzare la produttività in un sistema di scambi: non proviene da un cespuglio fiammeggiante sul monte Sinai. Al leghista che strilla che lui dei propri soldi fa quello che gli pare si potrebbe obiettare (se alla prima subordinata non avesse già perso il filo) che i suoi soldi sono suoi non per diritto divino, ma perché e nei limiti in cui la tutela di ciò che è stato legalmente guadagnato giova al buon funzionamento del sistema sociale ed economico di cui anche egli, suo e nostro malgrado, fa parte. È questo il senso in cui, a prescindere dal fatto che la tassazione serve a pagare servizi (che ovviamente è vero), comunque i nostri soldi sono sempre nostri cum grano salis e possono essere legittimamente sottoposti a prelievo anche per motivi che nulla hanno a che fare con la fornitura di servizi (purché tali motivi stiano all’altezza dell’interesse comune). Certo, pensare che tale potere possa essere affidato di volta in volta alla nostra classe politica, e a quella ora arroccata in parlamento in particolare, è una visione per stomaci forti e nervi d’acciaio; ed è quest’idea che ci rende comprensibili (ma non giustificabili) gli spiriti animali del leghista. Questa però è proprio un’altra storia.

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