Su tre luoghi comuni della politica corrente (di Giacomo Costa)

martedì, febbraio 4, 2014
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Un breve testo pubblicato come Nota nella sua pagina facebook da Giacomo Costa Domenica 9 settembre 2012 alle ore 22: 14.

1) Esiste in Italia, a diversità da ogni altro paese europeo, uno “scontro politica-magistratura”

Forse questo slogan vuole suggerire che politici e magistrati costituiscono due caste, ciascuna gelosa dei suoi privilegi, e l’una contro l’altra armata. Ma perché? Perché non fanno come tutte le altre caste, vivono e lasciano vivere, o, ancora meglio, si accordano per spartirsi il bottino? I politici e i magistrati sono i principali attori dei poteri esecutivo e legislativo i primi, giudiziario i secondi. Ora dei conflitti tra poteri, o organi di articolazioni dello Stato, sono certo possibili. Basti pensare all’intensa, anche se poco nota, conflittualità tra regioni e governo, o ai conflitti tra governo e tribunali quando sono in gioco questioni di costituzionalità di leggi fatte approvare dal governo alla sua maggioranza. Tuttociò è, entro certi limiti, fisiologico. Esistono specifiche istanze giudiziarie dove tali conflitti sono sciolti. Nei casi estremi, la Corte Costituzionale.

E però… qualcosa di anomalo c’è. Vediamo il caso della Parmalat. Prima che intervenisse la magistratura, centinaia, forse migliaia di istanze di controllo bancarie, societarie, ecc., erano saltate. O il caso dell’Ilva. In cui sin dall’origine dell’acciaieria, nessun organo politico, comunale, provinciale, regionale, nazionale, aveva visto niente e fatto niente. E quando è intervenuta la Procura di Taranto, numerosi politici, soprattutto ex socialisti (come il supposto ministro dell’ambiente Clini), e persino lo stesso governo Monti, si sono lamentati di un’invasione di campo, rivendicando alla politica il compito di perseguire in modo equilibrato gli interessi della popolazione di Taranto: ossia di continuare a non fare nulla! Avevo al riguardo messo sulla mia pagina fb l’osservazione che il governo poteva fare una cosa molto semplice: convincere la sua maggioranza parlamentare ad abrogare l’articolo del codice penale che vieta le emissioni nocive. (Un paio di giorni dopo in articolo sul Fatto, l’ex magistrato Bruno Tinti scrisse la stessa cosa.) In Italia le leggi non mancano. Ma la società attribuisce loro un valore esclusivamente decorativo. Non ama essere governata dalle leggi. Preferisce gli accordi trasversali tra pochi. Questo comporta una estrema fragilità delle istituzioni, con cui nessuno si identifica. Le istituzioni non sono in grado di difendersi. Per riscontro, si ricordi l’episodio di Watergate, che portò alle dimissioni del Presidente Nixon. Nixon cadde per la reazione apartitica di auto-tutela di IRS (l’agenzia federale delle imposte) , che alcuni sostenitori di Nixon avevano cercato di infiltrare per raccogliere dati riservati su avversari politici del Presidente. In Italia invece, tutti i controlli interni sono in stato di permanente disattivazione. Il grado di auto-controllo sociale è bassissimo. Dall’esterno, restano a tentare di impedire i peggiori disastri solo le procure. Il vero conflitto non è tra politica e magistratura, ma tra società e Stato di diritto.

2) “I ‘fatti’ non esistono.” Le notizie sono sempre ispirate a dei fini politici. La faziosità è inevitabile. L’unica vera decisione è con chi stare.

Si potrebbe anche andare oltre. Che cos’è un “fatto”? Durante la sua gestione di RAI 1, il “direttorissimo” Minzolini diede degli esempi interessanti di “fatti” forse veri, ma sconcertantemente irrilevanti: ad esempio, se non ricordo male, che in Australia due canguri si erano presi a calci. (L’Australia affascinava molto Minzolini: poco di quanto vi avveniva tra animali e animaletti gli sfuggiva.) Però poi Minzolini annunciò che Berlusconi era stato assolto in un processo in cui era invece stato ritenuto colpevole ma impunibile perché (in base ad una legge fatta votare da Berlusconi) era scattata la prescrizione.

Molti protestarono, a conferma della circostanza che i fatti non sono del tutto inesistenti. Sono inesistenti per quelli a cui non piacciono.

3) Lo Stato italiano tratta con chiunque (ad es. con terroristi internazionali, con bande di rapitori di belle volontarie (“le due Simone”)). Perché allora scandalizzarsi se avesse trattato con la Mafia? Perché preoccuparsi di questo falso problema? Non sono queste cose che è meglio non sapere?

Lo Stato non trattò con le Brigate Rosse per Moro. Vi fu invece una trattativa di alcuni leaders democristiani per la liberazione del loro collega Ciro Cirillo, rapito dalla Camorra, condotta usurpando mezzi e personale dello Stato, con sfacciate violazioni di leggi. Si può discutere sulla opportunità di certe trattative. Si può discutere su come siano condotte. Ad esempio, l´ex Ministro della Giustizia Conso ha dichiarato di essersi convinto che il pericolo di nuovi sanguinosi attentati fosse così serio, che gli parve opportuno, se non necessario, ammorbidire il regime carcerario di centinaia di mafiosi e camorristi. Cedette a una minaccia, si lasciò intimidire. E’ molto dubbio che mostrarsi deboli con la Mafia serva a qualcosa. Ma, se questo era parte di una “trattativa”, è stato condotto da un Ministro nell’esercizio delle sue funzioni. Un Ministro che era responsabile del suo operato al Parlamento. Il problema è se non vi sia stato un altro mega-caso Cirillo. Se “la trattativa con la Mafia” sia stata condotta al di fuori di qualsiasi procedura istituzionale, da soggetti che si siano auto-investiti di compiti pubblici che nessun organo dello Stato aveva legittimamente deliberato di assegnargli. Credo che questi momenti di black-out della sovranità dello Stato dovrebbero preoccupare qualsiasi cittadino.

6 commenti a Su tre luoghi comuni della politica corrente (di Giacomo Costa)

  1. mercoledì, febbraio 5, 2014 at 19:56

    Questo è quello che chiamo pensare in modo limpido, e se questo commento appaia inappropriato, pazienza. Ognuno ha i propri favoritismi, anche se invece avviene che su altre questioni il Prof. Costa non sia riuscito a convincermi. Ma il senso di questo commento è: ce ne è una, di questione, che non ha il bruciante sapore dell’attualità se non per vie indirette (alcune possibile conseguenze sulla posizione da prendere rispetto alle elezioni europee). Una questione sulla quale sarebbe disperatamente utile a tutti noi il commento di un economista (non solo o non necessariamente questo). La questione aveva già impegnato alcuni di noi qualche tempo fa. Io la riassumerei così: ma vi pare che nel paese dei Mastrapasqua (quello dev’essere uno fra centinaia, forse migliaia), con i 60 miliardi o quanti sono che costa la corruzione, e le sunnominate mafie di ogni obbedienza, abbia ancora senso ricondurre ogni nefandezza alla “finanziarizzazione dell’economia”, al “capitalismo finanziario” e addirittura al “pensiero unico” del “neoliberismo”? Non sono tutti questi slogan vuoti e simillimi (oltretutto spesso concomitanti) a quello sulla “tecnica” che da destino dell’Occidente è diventato quello della politica per colpa dei cattivi di Bruxelles e poi di Monti etc. etc.? (Non che Monti mi stia simpatico, né che io lo trovi coerente, e del resto s’è ridotto a un politiconzolo qualunque). Ma se fosse così, quali buoni e convincenti argomenti possiamo usare per disingannare i tanti e tanti (fra cui i pochi giovani che un po’ alla vita pubblica si interessano) che pensano così? Grazie di una risposta….

  2. Stefano Cardini
    mercoledì, febbraio 5, 2014 at 22:20

    Mi limito a dare un contributo informativo all’eventuale discussione. Benché i temi economici siano destinati, per ovvie ragioni, a essere al centro della prossima campagna elettorale europea, mi pare che questioni come la cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”, il “capitalismo finanziario”, ecc siano, in Italia, al centro del lessico in primo luogo dell’iniziativa politica di Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Paolo Flores D’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli e Guido Viale in favore di una Lista per Tsipras italiana, lista che nel caso per esempio di Barbara Spinelli, nel nome di una nuova idea di Europa, più politica e meno economica, guarda oltre Sel addirittura all’eurocritico M5S [«Nel suo ultimo libro, Luciano Gallino dà un nome alla nuova Costituzione cui tanti tendono: la chiama costituzione di Davos. Il termine lo coniò in una riunione a Davos Renato Ruggiero, ex direttore dell’Organizzazione mondiale per il commercio: "Noi non stiamo più scrivendo le regole dell’interazione tra economie nazionali separate. Noi stiamo scrivendo la costituzione di una singola economia globale". Un obiettivo non riprovevole in sé (anche Kant l’immaginò), se lo scopo non fosse quello di "proteggere un’unica categoria di cittadini, l’investitore societario globale. Gli interessi di altre parti in causa — lavoratori, comunità, società civile e altri i cui diritti duramente conquistati vennero finalmente istituzionalizzati nelle società democratiche — sono stati esclusi" (da Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi 2013). Non stupisce che 5 Stelle (o altri movimenti alternativi) disturbino i semplificatori. Sia pure caoticamente, la società civile — quella vera — s’interessa alla politica perché vede minacciati non interessi di parte ma il pubblico bene, come definito da Machiavelli: proprio il bene ignorato dalla costituzione di Davos»]. C’è poi un eterogeneo fronte non semplicemente eurocritico ma esplicitamente antieuro, che concorda con Syriza (e dunque con la lista per Tsipras) nel merito delle critiche a questa Europa a trazione economica neoliberista, ma ritiene non esista soluzione che non passi attraverso l’uscita dall’Euro e l’abbattimento della cosidetta Eurocrazia di Bruxelles. Potrei citare lo storico contemporaneo Aldo Giannuli, non antipatizzante per il M5S. Ma cose non dissimili le ha scritte anche Diego Fusaro, proprio criticando la Lista per Tsipras. Non sono a conoscenza di economisti a sostegno di queste tesi. C’è poi, naturalmente, la Lega, da sempre euroscettica, che è ormai collocata tra gli antipatizzanti da destra dell’Unione Europea tout court, da Marie Le Pen ad Alba Dorata. Quindi c’è il M5S, in una posizione difficile da decifrare, oscillante tra eurocritici e antieuro, tanto da guadagnarsi l’attenzione di Barbara Spinelli. Tutti gli altri, almeno in Italia, non mi pare che affrontino il binomio crisi economica ed Europa mettendo al centro il tema della finanziarizzazione dell’economia, del neoliberismo, ecc. La discussione, come s’è visto anche dal discorso fatto ieri al Parlamento europeo da Napolitano, verte piuttosto sulle possibili strategie europee per uscire dalla crisi, con una Germania che cresce al 2% ma esporta il 40% delle sue merci in Paesi europei, dalla Grecia all’Italia, alla Spagna, al Portogallo, che le attuali politiche di austerità dell’Unione Europea sembrano penalizzare oltre ogni ragionevolezza. È la discussione sui vincoli di Maastricht ecc. Qui non è difficile trovare un fronte di economisti, italiani e stranieri, generalmente macroeconomisti di orientamento keynesiano, che prestano argomenti. Anche qui termini come “finanziarizzazione dell’economia” o “neoliberismo” intervengono, ma mi pare con un senso tecnicamente più definito e meno ideologicamente onnicomprensivo. Più vicino, per esempio, a questo: Come è cambiato il mercato delle merci, da Lavoce.info. L’unica cosa che mi sento di aggiungere è che personalmente non trovo una necessaria contraddizione nel sollevare ad un tempo il problema della “finanziarizzazione dell’economia” e, per esempio, il “conflitto di interessi”, essendo non di rado i due problemi, per ragioni studiate, connessi. Un libro non specialistico che tratta, tra le altre cose, di questo, è il recente Banchieri del corrispondente da New York di Repubblica Federico Rampini (Mondadori), che mette a confronto le misure anticrisi adottate da Obama negli Stati Uniti con quelle europee, spezzando una lancia in favore delle prime, ma senza tacere gli invalicabili conflitti d’interesse che, a suo dire anche negli Stati Uniti, impedirebbero un vero esercizio della responsabilità sociale e del controllo di legalità delle grandi concentrazioni finanziarie. Al riguardo Rampini usa l’espressione “banditismo globale”. Spero siano spunti utili.

  3. Giacomo Costa
    sabato, febbraio 8, 2014 at 23:00

    Nessuno dei due commentatori si sofferma ahimé sul mio scritto. Che non sembra aver interessato a nessuno! Roberta si dichiara d’accordo con le mie analisi, e propone un nuovo campo dove abbonderebbero dei luoghi comuni, l´economia mondiale, europea, italiana: alla quale ultima male si adatterebbero spaventapasseri ideologici quali il neo-liberismo, la finanziarizzazione, la globalizzazione, ecc. Sono a mia volta d´accordo con lei. Due miei lavori del 2012 trattano questi atteggiamenti. Il primo è una recensione a L´Economia giusta di Edmondo Berselli, pubblicata su Affaritaliani. Il link è http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/recensione-di-edmondo-berselli-l-economia-giusta. Il secondo è un breve saggio intitolato “Che cosa la filosofia possa apportare sul tema della crisi economica”, inizialmente un contributo all´incontro su “La filosofia e la crisi” che si tenne a Milano) Domenica 7 Ottobre 2012; incontro organizzato congiuntamente dal gruppo La Filosofia sui Navigli e da Affaritaliani. I testi degli interventi furono immediatamente raccolti e pubblicati a cura di Virginia Perini nell´e-book Cafè Philo: come uscire dalla crisi con filosofia, edito naturalmente da Affaritaliani. Pubblicato anche nell´Archivio “Giuliano Marini” della Facoltà di Scienze Politiche dell´Università di Pisa il 21 Novembre 2013. Sono disposto a inviarvi questi due brevi scritti. Stefano pensa che i concetti che servono per comprendere la realtà italiana, pur nella sua specificità, non siano diversi da quelli che sono impiegati nella critica filosofico-ideologica al neo-liberismo, ecc., e offre come esempio quello di conflitto di interessi. Esso secondo lui sarebbe al centro dell´analisi delle cause della crisi statunitense e mondiale. Ma, se stiamo parlando non di discorsi ideologici (che del resto non distinguono molto bene tra conflitti e contrasti di interesse: ammesso che abbiano nozione del primo…) ma di analisi economica, non è cosi. È piuttosto il concetto di compatibilità degli incentivi che ha un ruolo centrale. Si possono vedere al riguardo i libri di Krugman, o Porter (entrambi da me recensiti, con recensioni disponibili sulla mia pagina del Dipartimento di Scienze Economiche dell´Università di Pisa) o di Stiglitz, o di Rajan. Io credo davvero che la realtà italiana abbia delle forti specificità… negative. Ad esempio, Mastrapasqua è possibile solo da noi. Leggevo sul Fatto che ha dovuto in base alla legge superare il vaglio di una Commissione parlamentare alla Camera e una al Senato. È passato a gonfie vele, in una delle due addirittura all’unanimità. Ebbene, il parere di queste commissioni è in Italia consultivo, mentre negli Stati Uniti è ostativo. Inoltre, i candidati a qualche posizione pubblica che si presentano a tali hearings sono vagliati in modo scrupoloso e totale. Con speciale attenzione, naturalmente, ai conflitti di interesse, anche solo potenziali. A volte vengono fatti a pezzi, e quando si presentano sanno di rischiare la loro reputazione.

  4. Stefano Cardini
    domenica, febbraio 9, 2014 at 01:20

    In effetti, il mio era solo un contributo all’eventuale discussione proposta da Roberta, non un commento al post. In ogni caso: 1) non ho scritto, perché non lo penso, che il caso Mastrapasqua discenda da qualcosa come il “neoliberismo”, “la finanziarizzazione dell’economia”, espressioni che d’altronde neppure fanno parte del mio abituale lessico; 2) mi sono limitato a indicare le forze politiche che oggi ricorrono in misura significativa a queste nozioni o a nozioni ad esse affini – è il caso, per esempio, di molti intellettuali che in Italia hanno lanciato la Lista per Tsipras o del M5S – perché spesso sono proprio queste forze a investire politicamente sullo sdegno nei confronti del degrado del costume pubblico; 3) infine, ho indicato un paio di esempi d’uso (uno specialistico, uno non specialistico) di quel tipo di concettualizzazione, che mostrano come essa sia passibile anche di un uso meno ideologico e comunque non incompatibile, di nuovo, con la denuncia di questioni d’etica pubblica, anzi. Che le “cattive” regole fanno (o selezionano) gli uomini “cattivi” vale non meno del viceversa.

  5. Massimo Serrecchia
    venerdì, febbraio 28, 2014 at 18:49

    Egregio sig. Costa, prendo atto dei tre “luoghi comuni” e della loro infondatezza. La informo però che i “luoghi comuni” non erano così scontati prima che Lei li descrivesse, dato che non ne ho mai letto e/o sentito parlare prima, almeno negli stessi termini. Più in dettaglio:
    1) a mio parere, per aversi “scontro” ci vogliono due o più contendenti che reciprocamente si colpiscono, e, per quel che ne so dell’Italia, non mi pare di vedere alcuno scontro tra “politica” (immagino i politici imputati/condannati in procedimenti penali) e “magistratura” nel suo complesso, e nemmeno un “conflitto” non meglio identificato tra “società” (immagino i cittadini) e “Stato di diritto”, sempre ammesso che le due entità collettive di tipo statuale con pensiero unico da Lei implicitamente ipotizzate esistano, cosa che farebbe dubitare della democraticità del sistema istituzionale;
    2) premesso che non ho alcuna simpatia per le persone da Lei criticate, in generale la conoscenza dei fatti è la base di ogni scelta consapevole, e perciò mi sembrano inappropriati sia la loro distorsione, più o meno volontaria, che il loro utilizzo alla stregua di un mazzo di carte da gioco, allo scopo di costruire castelli/edifici di mera fantasia;
    3) non conosco nessuno che si è scandalizzato perché lo “Stato italiano” (scusi ma chi dei vari milioni di funzionari a libro paga?) ha ipoteticamente “trattato con la Mafia”, e quindi consiglio di specificare maggiormente il contenuto del terzo “luogo comune”.
    Osservo, infine, che in luogo di “Mafia” sarebbe più logico parlare di “mafie”, e precisare opportunamente la provenienza geografica di ciascuna di esse, perché purtroppo ormai le organizzazioni criminali con attività sul patrio suolo sono parecchie. Queste spiacevoli attività sono imputabili al “black-out della sovranità”, o a persone delle istituzioni pubbliche che non fanno bene il loro lavoro? Pure afflitto da simile dubbio amletico, Le porgo comunque i miei più cordiali saluti.

  6. Giacomo Costa
    sabato, marzo 1, 2014 at 16:59

    Risposta a Massimo Serrecchia
    L´esordio di Massimo Serrecchia parrebbe esprimere un certo accordo con le mie tesi: egli “prende atto dei tre ´luoghi comuni´ e della loro infondatezza”. Essi “non erano cosi’ scontati prima che Lei li descrivesse”, dice, e questo parrebbe indicare che riconosce una certa percettivita’ alla mia breve nota. Non sono sicuro che le osservazioni che dedica a ciascuno dei tre luoghi comuni da me identificati confermino questa prima impressione. Complessivamente, parrebbe piuttosto che Massimo neghi l´esistenza dei tre luoghi comuni, e forse anche le basi fattuali su cui si reggono. Faro` anch´io dei brevi commenti, mantenendo la sua numerazione.
    1) Massimo nega che esista uno conflitto politica-magistratura. Cio’ non toglie che molta gente, tra cui il Presidente della Repubblica, lo affermi tranquillamente e ripetutamente, alcuni da anni, altri da decenni. Che la giustizia penale sia l´unico strumento di controllo sociale attivo nel nostro paese e’ un fatto impressionante e singolare che pensavo fosse riconoscibile da tutti, e che proponevo (e propongo) come spiegazione del formarsi della credenza del “conflitto politica-magistratura”. Ma se Massimo non lo conosce, vedro´ di documentarlo nella mia prossima nota!
    2) Sono d´accordo che “la conoscenza dei fatti e’ la base di ogni scelta consapevole”. Tuttavia molta gente ritiene che tale conoscenza sia impossibile, e che l´unica scelta sia di quale padrone servire.
    3) Il presupposto del luogo comune 3) e’ una generica avversione morale a concludere accordi con dei delinquenti, in particolare, con quella forma sanguinaria di delinquenza professionale che e’ la mafia. Se si ignora, o nega, questo presupposto pare difficile riconoscere l´esistenza del luogo comune 3). Esso e’ un´applicazione di realismo politico. Che manca nel segno, sostengo io.

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