Alfredo Civita: tra filosofia e psicologia – Venerdì 16 Marzo (ore 10.30)

giovedì, marzo 15, 2018
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UNA MATTINATA DI DIALOGO, RIFLESSIONE E RICORDO

A CURA DI AURELIO MOLARO

Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Psicologia

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Lettera ad Alfredo Civita

(da parte di Roberta De Monticelli)

Questa sera ho preso dagli scaffali, per sfogliarli un po’, i libri tuoi che ho potuto trovare. I più dalla sezione di filosofia della psicologia e della psichiatria, naturalmente. Ricerche filosofiche sulla psichiatria (1990). Introduzione alla storia e all’epistemologia della psichiatria (1996). Psicopatologia – Un’introduzione storica (1999). L’inconscio (2011). Ma sono certa che ce n’era uno nella sezione di filosofia della mente e neuroscienze cognitive – quello non l’ho trovato, eppure me lo ricordo bene, c’era un argomento anti-riduzionistico  breve e limpidissimo, basato sulla distinzione fra condizioni necessarie e condizioni necessarie e sufficienti di qualcosa, che tacitava con sveltezza e grazia le ondate ideologiche dello scientismo quotidiano… come si intitolava quel libro? Avevo tanto ammirato il coraggio in cui ti eri immerso per anni in studi neuroscientifici veri e seri, come se quella vecchia idea di Jaspers – secondo cui guai a confondere lo studio empirico dei fatti con il lavoro per comprendere se stessi e gli altri – ti fosse rimasta attaccata addosso, e non ti permettessi neanche per un minuto di filosofare sulla scienza senza conoscerla. Un altro dei tuoi libri l’ho ritrovato nella sezione Estetica: era il tuo bellissimo saggio sulle Teorie del comico, che mi aveva fatto scoprire il saggio di Bergson sul riso – una delle poche cose, forse, che alla fine resteranno di lui, e illuminato lo spaesante di Freud di una luce nuova … quel libro lo avevo proprio amato, a Ginevra ci avevo costruito sopra un corso, uno di quelli che avevano avuto più successo! Un altro, infine, l’ho ritrovato a mezza strada fra Wittgenstein e Schopenhauer, era forse uno dei primi, ti eri permesso trecento e rotte pagine di fila: La volontà e l’inconscio. Mi sono messa a cercare traccia del libro tuo perduto su internet, sulla tua pagina docenti: macché, te lo eri dimenticato anche tu insieme a tutti gli altri di cui ho detto, e di cui lì non c’è traccia. In compenso, lì ho scoperto che lungo i pochi anni in cui ti sei forse degnato di aggiornarla hai scritto ancora altrettanti libri, che hai probabilmente regalato agli studenti in forma di dispense – molti altri al tuo posto si sarebbero sobbarcati la fatica di cercare un editore oltre la porta dell’ufficio, ma a te non dev’esser neppure passato per la testa. E me lo conferma l’Indice, che ho appena ricevuto, di una scelta di scritti tuoi che per fortuna qualcuno sta ora con giustizia, con cura, con attenzione di cui tutti dobbiamo essergli grati, cercando di far uscire dalla clandestinità. Perché i tuoi libri sono sempre stati utili e ben fatti come il pane, e sarebbe un vero peccato che, solo per la tua distrazione, non arrivassero a nuove generazioni di studenti e studiosi. Anzi no: di uomini vivi, interessati a tutto ciò che in noi vive sotto la soglia del logos – e guai, se di tanto in tanto non gli prestiamo ascolto.

Quanti libri hai scritto caro Alfredo. Sfogliandoli, rivedevo i volti  dei maestri della psichiatria fenomenologica italiana che anche io avevo ammirato – grandi ombre paterne, ormai, circondati da un’aura di sapienza e un po’ anche di magia, con la loro aura da gran signori dell’anima, capaci di incantamenti ma anche di balsami e rimedi per le sue ferite, con le loro bianche chiome appena mosse ormai dalla brezza dei Campi Elisi. Non riesco a capacitarmi che tu li raggiunga lì, con la tua faccia che somiglia di più a uno strano miscuglio dell’ironia di Socrate e della malinconia di Eraclito, con un tocco di brace negli occhi – insomma, che somiglia alla faccia di un filosofo non acquetato, molto più che a quella di un sapiente incantatore.

Mi consola un po’ pensare al soffio di vento impertinente che porterai nei Campi Elisi. Sbatterà qualche porta, fra qualche lampo di magnesio e un’impercettibile traccia di zolfo. Ma subito ti vedo mentre passeggi, riprendendo una conversazione interrotta, con quello fra i nostri maestri fenomenologi dell’anima con cui ci aravamo a volte intrattenuti – e anche io con voi, io che da tanto tempo di cose dell’anima non sapevo più quasi nulla. Mi ricordo ancora dell’ultima volta che ci siamo visti, lo scorso mese di maggio: eravamo in un giardino milanese già molto simile ai Campi Elisi, a salutare proprio lui, che di là se ne era andato, il fondatore di Comprendre e il poeta della visione eidetica, Lorenzo Calvi….

Quanti libri hai scritto caro Alfredo!   Tanti che non soltanto a gente come noi, del Novecento, sarebbero più che avanzati per guadagnarsi una di quelle cattedre maestose e tranquille che ancora si usavano nell’altro secolo, circondate da stuoli di scrivani dediti alla raccolta delle parole del Maestro, e dall’affettuosa solerzia delle segretarie. Ma sarebbero bastati e avanzati anche in questo secolo prolisso e statistico, dove i libri si chiamano senza pudore “prodotti” perfino sui siti del Ministero, come fossero salsicce o pezzi di carrozzeria, e nonostante la pletora di titoli, i cv nascondono il più delle volte una desolante assenza d’avventure. Cognitive. Morali. Infere. Superne. Sperimentali. O speculative. Sarebbero bastati e avanzati, i tuoi “prodotti”,  a beccarsi una cattedra. Ma a te, caro Alfredo, a quanto pare questo importava come a me di diventare una cavallerizza.

Avevi l’altro tuo mestiere, a proposito di cura d’anime (ma Lorenzo Calvi preferiva definirsi un meccanico sempre occupato al reparto riparazioni, anche quella era una bella sprezzatura per un visionario medico delle menti smarrite, e credo che in questo vi somigliaste) – forse quello fu l’avventura più profonda che ti ha consumato – ma come fa il fuoco, non come fanno gli anni che sono troppo pochi. Però anche “fuoco” mi stona sotto le dita che corrono su questa tastiera,  se ti rivedo, seduto con la testa un po’ inclinata, con quella traccia di brace sulfurea negli occhi. Mi tornano piuttosto alla mente i versi del poeta:

Questa che a notte balugina/nella calotta del mio cervello/ traccia madreperlacea di lumaca/ o smeriglio di vetro calpestato,/non è lume di chiesa o di officina,/che alimenti /chierico rosso, o nero. /Solo quest’iride posso/lasciarti a testimonianza/d’una fede che fu combattuta,/d’una speranza che bruciò più lenta/ di un duro ceppo nel focolare.

Ecco caro Alfredo, potrei salutarti così, con questi versi montaliani, viatico che furono di noi ragazzi del Novecento. Ma voglio dire un’ultima cosa, invece.

Oggi. Proprio oggi, e ogni giorno. Mi imbatto in operette e operine di una folla di “produttori” – ormai l’abito è piuttosto diffuso – che pur d’essere oggetto costante e continuo di presentazioni e recensioni e televisioni sono capaci di sparar fuori tre volte all’anno una diversa confezione copincollata delle loro pensate, con gli inconfondibili brand dei loro titoli, che dicono invariabilmente: ehi, sono qui, sono IO, fermati e guardami. Magari tendiamo tutti a far così, potendo: ma poi perché tutti questi titoli che ti ingombrano ogni mattina la casella postale invece di aprirti l’anima alla più grata curiosità l’opprimono? Non so: forse perché i loro titoli (ma devo dire: i nostri?) non riescono mai a nascondere sotto il loro abile marketing il grido affannoso dell’Io che ce li manda: guardami! Conoscimi! Riconoscimi!

Ma da dove viene invece, questa strana pace? Questa gratitudine che ho provato in compagnia dei tuoi libri, questa serenità accorata eppure a tratti allegra, quest’allegria della mente, che da tanto tempo non provavo più sfogliando pagine? Guardo ancora una volta la tua faccia, quel cenno di sorriso come nascosto dalla perplessità della tua mano, e ancora interrogo il senso di quella traccia di brace negli occhi. E finalmente, credo di averlo compreso, caro Alfredo. E’ un bellissimo regalo in cui a me sembra di riconoscere il segno, la traccia, l’eredità di altri nostri maestri fenomenologi – quello che fu il tuo, chissà se lui stesso se ne è accorto? Che l’hai tenuta viva, l’arte della sprezzatura. Se ne sarà accorto Giovanni Piana?

Si può vivere così, dimenticandosi di aggiornare la propria pagina web, dimenticandosi perfino i titoli dei propri libri, dimenticandosi magari anche di farli stampare. Si può sfuggire con distrazione, con grazia e nonchalance, a una delle più diffuse fonti di afflizione propria e altrui, la lotta per esistere agli occhi degli altri, e non è poco. Ma soprattutto, si può vivere per conoscere, e non per essere conosciuti. E conoscenza – questo è un regalo che resta. Felicemente, a tutti gli altri.

Grazie Alfredo di aver dimostrato che si può.

 

Roberta De Monticelli

 

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