Origini d’Europa/2 – Appartenenza

martedì, febbraio 17, 2015
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Appartenenza

L’appartenenza – continua Roberta De Monticelli nel suo libro “Sull’idea di rinnovamento” – è invece la socialità non come insieme di relazioni interpersonali, ma come partecipazione a una qualche comunità (di vita o di famiglia, professionale, di interessi, ideologica o semplicemente culturale-linguistica, nazionale ecc.). E’ caratterizzata non da un faccia a faccia, ma da un fianco a fianco, per così dire. Ha queste due peculiarità: può sussistere, per un membro di una data comunità, anche indipendentemente dalla sua volontà (ad esempio per nascita, per educazione ecc.) e può avere effetti sulla sua vita indipendentemente tanto dalla sua volontà quanto dalla sua cognizione o verifica (degli stati di cose e delle decisioni che pure lo riguardano). Dunque, a differenza del faccia a faccia, l’appartenenza “non” è caratterizzata dai principi di personalità e di cognizione/verifica. Questo modo della socialità umana è senza dubbio il più basilare (tipicamente, veniamo al mondo in una comunità di vita senza che nessuno ce lo chieda, e allo stesso modo apparteniamo, nella maggior parte dei casi, a una data comunità linguistica, culturale o nazionale, senza sapere per tutta la vita come funzioni la maggior parte delle istituzioni e degli artefatti che utilizziamo). […] non si può concepire un collettivo senza una qualche forma di appartenenza o identità sopraindividuale: di specie, di branco, di gruppo. Qui il principio basilare di organizzazione dell’equilibrio tra cooperazione e sviluppo è necessariamente una qualche distribuzione del potere, “ma non necessariamente fondata sul consenso”: a differenza che nelle situazione del faccia a faccia, dove se io ritengo che tu stia abusando del tuo potere te ne chiederò ragione oppure subirò, ma vivrò questo fatto come un “torto” di cui tu sei responsabile nei miei confronti. La violenza può prevalere nei nostri rapporti, ma nella misura in cui tu non hai saputo giustificarti, e questo fatto è accessibile alla ragione di ognuno, la logica e l’etica sono salve.

Invece, nella misura in cui un potere  può esercitarsi senza fondarsi su un consenso e neppure sulla sua richiesta, ciò che chiamiamo “politica” si dissocia dall’etica, e perfino dalla logica.

Una forma degradata di appartenenza è il modello dell’uomo in consorteria che esprime la mentalità dell’esecutore di posizioni prese altrove, che sia poi quella del complice, del servitore, o di quel mezzo tra i due che è il moderno servo dei potenti. (Letture da Discorso sulla servitù volontaria di Etienne De La Boetie):

“Costui che spadroneggia su di voi non ha che due occhi, due mani, un corpo e niente di più di quanto possiede l’ultimo abitante di tutte le vostre città. Ciò che ha in più è la libertà di mano che gli lasciate nel fare oppressione su di voi fino ad annientarvi. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? E i piedi coi quali calpesta le vostre città non sono forse i vostri? Come fa ad avere potere su di voi senza che voi stessi vi prestiate al gioco? E come oserebbe balzarvi addosso se non fosse già d’accordo con voi? Che male potrebbe farvi se non foste complici del brigante che vi deruba, dell’assassino che vi uccide, se insomma non foste traditori di voi stessi? Voi seminate i campi per farvi distruggere il raccolto; riempite di mobili e di vari oggetti le vostre case per lasciarveli derubare; allevate le vostre figlie per soddisfare le sue voglie e i vostri figli perché il meglio che loro possa capitare è di essere trascinati in guerra, condotti al macello, trasformati in servi dei suoi desideri e in esecutori delle sue vendette; vi ammazzate di fatica perché possa godersi le gioie della vita e darsi ai piaceri più turpi; vi indebolite per renderlo più forte e più duro nel tenervi corta la briglia. Eppure da tutte queste infamie che le bestie stesse non riuscirebbero ad apprendere e che comunque non sopporterebbero, potreste liberarvi se provaste, non dico a scuotervele di dosso, ma semplicemente a desiderare di farlo. Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi. Non voglio che scacciate il tiranno e lo buttiate giù dal trono; basta che non lo sosteniate più e lo vedrete crollare a terra per il peso e andare in frantumi come un colosso a cui sia stato tolto il basamento.”

“Sono sempre cinque o sei persone che lo mantengono al potere e gli tengono tutto il paese in schiavitù. E’ sempre stato così: questi cinque o sei hanno avuto la fiducia del tiranno e, sia perché si son fatti avanti da soli sia perché il tiranno stesso li ha chiamati, sono diventati complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi divertimenti, ruffiani dei suoi piaceri, soci nello spartirsi il frutto delle ruberie. Questi sei personaggi inoltre tengono vicino a sé seicento uomini che si comportano nei loro riguardi così come essi stessi fanno con il tiranno. I seicento a loro volta ne hanno seimila sotto di sé ai quali conferiscono onori e cariche, fanno assegnare loro il governo delle province oppure l’amministrazione del denaro pubblico così da ottenerne valido sostegno alla propria avarizia e crudeltà, una volta che costoro abbiano imparato a mettere in atto le varie malefatte al momento opportuno; d’altra parte facendone di ogni sorta questi seimila possono mantenersi solo sotto la protezione dei primi e sfuggire così alle leggi e alla forca.”

Ma per fortuna esiste la contro società degli onesti descritta nell’ Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti di Italo Calvino da Repubblica, 15 marzo 1980

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

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