Universalismo e imperialismo. Un libro necessario.

mercoledì, 14 Ottobre, 2026
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Un gran bel libro si aggira per l’Europa da circa un anno. La recensione che riprendiamo qui è uscita su Alias de il manifesto l’11 ottobre 2026, col titolo Genealogia di un ideale immarcescibile.

 

Nell’Apocalisse, dopo l’apertura del sesto sigillo, il cielo si riavvolge su se stesso come il rotolo della Torah, e la terra resta senza cielo e senza legge.

Oggi paradossalmente necessario, esce su questa terra rimasta senza cielo e senza legge un libro sulla genesi e il destino dell’universalismo morale: Universalismus – Weltherrschaft und Menschenethos (Suhrkamp), cioè Universalismo – dominio del mondo e ethos dell’umanità. Già tradotto in spagnolo e auspicabilmente in corso di traduzione anche in italiano, questo libro gira da oltre un anno l’Europa insieme al suo autore, Hans Joas, filosofo e sociologo ben noto anche in Italia, che non ha ancora smesso di presentarlo nelle più prestigiose università. Novecento e rotte pagine sull’universalismo morale, vale a dire l’idea che abbiamo doveri verso tutti e non solo verso i membri della nostra comunità, piccola o grande che sia. L’idea che si oppone al delirio identitario dei nazionalismi, dei tribalismi, dei razzismi, dei suprematismi – e al dominio degli imperi d’Occidente, che lo chiamano “i nostri valori” e lo scrivono sulle loro bandiere, o sui musi dei loro bombardieri. Novecento pagine che si lasciano leggere con lo stesso agio con cui si passeggia per una cattedrale immensa, guardando a bocca spalancata l’ordine certo delle navate e delle colonne, delle volte e delle cupole, senza sapere se godere della chiarezza architettonica che si offre a uno sguardo d’insieme, o se perdersi nella curiosità e nella ricchezza senza fine dei dettagli. Sì, è proprio questo il paragone che meglio rende giustizia a quest’opera: è una specie di Sagrada Familia della storia delle idee, che di Gaudì potrebbe non avere la follia creativa, ma ha in compenso una divorante capacità di inglobare l’intero passato senza appesantire l’insieme. Anzi, alleggerendolo delle soluzioni che gli altri hanno dato, per conservarne solo le domande, o meglio i geniali ampliamenti di prospettive per cui vanno famosi: Hegel, Nietzsche, Jaspers, Weber, Troeltsch, Scheler. Non ci si dovrebbe spaventare – il pensiero tedesco funziona così. Non oppone la scholarship alla lama pura e nuda delle tesi e degli argomenti propri, ma si porta dietro tutta la sua memoria. Questo libro poi segue e completa una trilogia di cui solo il primo, uscito nel 2012, è tradotto in italiano (La sacralità della persona, a cura di A.M. Maccarini, Franco Angeli 2015), seguito in Germania da La potenza del sacro – Un’alternativa alla storia del disincanto (2017), Sotto l’incantesimo della libertà – La teoria della religione secondo Hegel e Nietzsche (2021). Al dunque, cosa contiene questo libro?

Il metodo

Se, scorrendo l’indice, tentaste la risposta più semplice – una storia dell’universalismo morale – Hans Joas vi correggerebbe immediatamente: non una storia, ma una genealogia affermativa di questo ideale. “Genealogia” è una parola introdotta in filosofia da Nietzsche, nel titolo della sua Genealogia della morale. E i valori di cui si indaga la genesi non ci fanno una bella figura: l’amore cristiano, ad esempio, sarebbe il prodotto quasi freudiano di una negazione e di una sublimazione del risentimento, che è una reazione emotiva piuttosto bassa e vile all’esperienza della propria inferiorità e debolezza. E’ così che la religione degli schiavi avrebbe trionfato sugli dei di una razza padrona. Ecco: qualcosa resta della genealogia di Nietzsche in quella di Joas – ma non l’essenziale: la decostruzione dei valori, il gesto che smaschera l’origine bassa e troppo umana del sublime, o più semplicemente degli ideali. Perciò la genealogia di Joas si vuole “affermativa”. Questo punto lo trovate anche in un altro libro (breve) che non fa parte della quadrilogia ma è tradotto in italiano: Come nascono i valori (a cura di M. Santarelli, Quodlibet 2021). Già, come nasce l’universalismo morale?

L’idea

Qui quel che resta di Nietzsche rivive in una zampata di cui però Joas riesce a invertire il senso. L’universalismo morale “nasce” proprio per negazione e sublimazione del dominio subito. Della sconfitta, dell’oppressione, della servitù, di una potenza che vuol regnare su questo mondo. Ma quella degli oppressi non è una strategia di auto-inganno, per salvare l’autostima individuale o collettiva. E’ una risposta creativa: la creazione di un altro regno. Immette nella storia la dimensione nuova dell’ideale, che prima non c’era (è come “nascono” i valori nuovi, la questione che interessa a Joas). L’universalismo morale è il dover essere, che sta di contro alla realtà, e l’interpella, e l’accusa. “Il mio regno non è di questo mondo”.

Ecco un arco rampante della cattedrale di Joas. L’altro regno non viene prima, ma dopo. Prima c’è questo: c’è il dominio assoluto degli imperi arcaici, che tende a occupare tutto lo spazio, geografico e sociale. Ed ecco l’altro arco rampante: l’altro regno si integra presto a questo, fornendogli una giustificazione ideologica. Ecco l’universalismo politico, il cui paradigma per noi più intuitivo è la cristianizzazione dell’Impero romano nell’epoca di Costantino. Certo la storia non finisce qui. La città di Dio si mescola con quella del diavolo – ovunque, anche nelle istituzioni che nascono per incarnare in questo mondo l’ideale, per srotolare sulla terra il cielo a mo’ di rotolo della legge. Anche nelle chiese cristiane. Anche  negli stati di diritto nati dalle rivoluzioni del XVIII secolo, che ben si guardano dal sopprimere schiavitù e tortura nei loro imperi coloniali. Anche nelle istituzioni globali nate per affermare l’universalismo contro gli “imperi fascisti”, e prima fra tutte l’Onu. Si paga un prezzo altissimo per rendere i valori efficaci in questo mondo. E qui torniamo all’apocalissi che riguarda noi.

Voto di vastità – contro l’eurocentrismo

Ma io ho percorso soltanto una navata della cattedrale di Joas – quella occidentale. Che non è neppure quella centrale, appunto. Perché ce ne sono almeno quattro, e forse cinque. Perché la terza e più affascinante invenzione architettonica di questo libro – e forse di tutto il pensiero di Joas – è la riscoperta e la valorizzazione dell’Achsenzeit, il periodo assiale secondo Jaspers, il tempo umano fra l’ottavo e il secondo secolo prima dell’era cristiana in cui dalla Cina all’india all’Asia occidentale alla Grecia, con Confucio e Budda , Gesù e Socrate, l’universalismo morale configura un ideale di umanità che l’umanità reale non ha mai raggiunto. E anche Maometto trova il suo posto in questa visione, mentre Gandhi esemplifica in modo più convincente di Roosvelt un modello anti-eurocentrico di efficacia dell’universalismo morale.

Resta, rivolta a noi, la domanda cruciale, “come si possa evitare che l’universalismo morale serva da ideologia imperiale”. (E resta, nell’ombra, il confine sottile fra il realismo di Joas e… ciò che resta di Nietzsche, il suo muto sorriso, forse la sua vendetta. Se i valori veramente “nascono” e non sono, allora possono anche morire). “O forse non lo si può evitare? (…) Può veramente esistere in forma durevole un universalismo senza imperialismo?”

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