Sistemi autopoietici e persone:… cosa manca all’impiegato di Dostoevskij?

lunedì, agosto 24, 2009
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La totalità incompiuta. Antropologia filosofica e ontologia della persona. Un libro e un invito al “viaggio”. Dall’antropologia filosofica di Max Scheler e la teoria dei sistemi, sfiorando il «metabolismo artistico di Michelangelo», oltre la Constitution Theory di Lynne Baker, il sentiero si snoda nell’ampia regione dell’ontologia della persona. Ricostruendone l’itinerario filosofico e offrendo, contestualmente, utili strumenti filologici, l’autore del volume, Guido Cusinato, mostra tutta l’attualità di Scheler. Rivive in queste pagine l’Allmensch che univa il rigore alla passione: la grande tradizione tedesca della Bildung e la biologia, la medicina e la sociologia. Concetti divenuti poi centrali nella cibernetica o nella psicologia contemporanea (ad esempio il concetto di retroazione o feedback) sono stati anticipati da Scheler.
L’antropologia filosofica, secondo Cusinato, si sottrae a ogni possibile forma di riduzionismo solo se si accompagna a un’ontologia in grado di descrivere i diversi livelli di realtà e le relazioni dinamiche tra gli enti fisici, gli organismi biopsichici e le persone. Rendere conto della specificità della persona non significa dimenticare che, in quanto vivente, essa è «posizionata» nella natura.
Cusinato definisce la persona una totalità incompiuta: un “sistema” «che metabolizza funzioni psichiche in atti grazie a una singolarizzazione operativa di tipo compartecipativo e non a una chiusura omeostatica». È il passaggio, in breve, dalla passività di un soggetto esposto alle sollecitazioni esterne e modellato da presunte sensazioni, quanto meno vincolato al principio autopoietico della chiusura operativa, alla “creatività” di individui in costante “formazione”. Si tratta di un divenire esperito nel compimento insieme, nella partecipazione, di un atto. Gli atti sarebbero le «“cellule” organizzative della persona». Una tesi forte.
Di grande efficacia le immagini letterarie che esemplificano il conflitto tra destino (natura, passato) e vocazione, o la “totalità incompiuta”, che permette alle persone di “evolvere”. Dal conflitto, derivano anche i possibili paradossi, le “ferite” nella libertà:
Stavrògin, il principe dei demoni: aspira a una libertà incondizionata, a una “totalità compiuta”, e nel delitto, in cui crede di scolpirla, offende anche se stesso, mancando l’atto di ri-creazione personale. L’impiegato delle Memorie del sottosuolo: incapace di andare oltre la propria diagnosi, di abbozzare un sorriso.
«Cosa manca all’impiegato di Dostoevskij?» Cosa gli impedisce di assumere un’identità? Perché non riesce a liberarsi da quella ragnatela d’interpretazioni critiche di se stesso che tesse costantemente? Né un volto né un nome. Dietro la maschera, solo un po’ d’infelicità. Un essere rancoroso, forse a caccia di un destino, di uno status sociale all’altezza di quel cervello “fino”, che il suo ambiente stenta a riconoscergli. Perché non scopre nulla di sé che già non sappia?
Perché gli manca quel soffio di “creatività” che fa di un interprete un grande attore, una sorta di co-autore del personaggio di cui veste i panni: è incapace di formarsi, quindi di trasformarsi; è un essere “autopoietico” e, come tale, non conosce la «compartecipazione». Nessuna “vocazione”: si limita a coltivare, in segreto, una supremazia morale su persone delle quali, una volta sottomesse, non saprebbe cosa fare. Patetico, eccessivo, rimane tuttavia una figurina sbiadita: «né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto.» È un essere spettrale, e ogni tentativo di scalfire l’apparenza, di assumere una consistenza ontologica, sia pure torturando, digrignando i denti, lo spinge di nuovo nel suo cantuccio, dietro il vetro, come una mosca che gira a vuoto. Così non afferra quel “sublime ed elevato” di cui si sente, a tratti, legittimo depositario, perché non lo sopporta incarnato (nel volto, nell’espressione di Liza), ma non afferra nemmeno i valori vitali, non li esperisce, perché lui stesso non ha corpo: “crede di avere mal di fegato …ma non lo cura per cattiveria”. Ma la cattiveria è solo un’etichetta, al massimo un sogno, e muore sulle sue labbra come la bontà, come il “sublime ed elevato” di cui va in cerca. E’ un essere ipercosciente che non esce dal grembo della natura, ma da una storta. Sì, è “l’uomo della storta”, un “topo ipercosciente”, “porta nell’anima il sottosuolo”: non ha segnato il proprio ambiente, ma ha scavato la sua tana e, come l’altra famosa creatura letteraria ossessionata dai predatori, non ha più “un’ora di calma perfetta”. Recita, ma non esprime il suo stile nella rappresentazione. Recita “per salvare le apparenze” che, in questo caso, hanno la consistenza dell’illusione. Rimane, in fondo, una “maschera dell’attore”. E si danna, si condanna da solo.

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Un commento a Sistemi autopoietici e persone:… cosa manca all’impiegato di Dostoevskij?

  1. domenica, dicembre 6, 2009 at 01:04

    Cercando altre cose, mi imbatto in questa recensione – meglio tardi che mai, e sono molto colpita per la sua vivacità e l’interesse dei temi messi in luce. In particolare mi colpisce l’idea di “un’ontologia in grado di descrivere i diversi livelli di realtà e le relazioni dinamiche tra gli enti fisici, gli organismi biopsichici e le persone.”

    Si tratta indubbiamente di uno sviluppo della teoria della stratificazione, avanzata da Scheler nel Formalismo, e ripresa da molti fenomenologi: Stein, Von Hildebrand… E fra gli ontolologi marcati dalla fenomenologia, certamente Hartmann. Già nella versione primo-scheleriana d’altronde si intravede una geniale applicazione della nozione husserliana di Fundierung, che sembra in definitiva il collante delle ontologie regionali (ad esempio la regione Natura e la regione Psiche possono molto bene in termini husserliani pensate come fondanti la regione Persona. Nel senso tecnico della relazione di fondazione, in particolare di fondazione unitaria, come è esplicata, sia pure in modo insufficiente dal punto di vista formale, nella Terza Ricerca Logica).

    Ma l’autore che più in dettaglio e profondità ha sviluppato l’idea che Cusinato menziona, è quasi certamente Roman Ingarden: un abbozzo della teoria delle relazioni dinamiche fra i sistemi di cui è costituita la persona umana viene sviluppata nella conferenza sulla responsabilità (Ingarden 1970, Trad. it. Sulla responsabilità, CSEO, Bologna 1982).I fondamenti e gli sviluppiu di questa teoria dovrebbero potersi portare alla luce dal fondo della gigantesca e temibile sua opera in tre volumi, Der Streit ueber die Existenz der Welt: prossima sfida di traduzione per la collana di Guido Cusinato? Certo, ci vorrebbe uno squadrone di ontologi e fenomenologi raffinati per farlo. Ma come spiega il funambolo Philippe Petit, se una cosa non è impossibile non ne vale la pena…

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