Riformismo e moralismo

mercoledì, settembre 9, 2009
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C’è una cosa che stupisce molto nell’intervento di Angelo Panebianco su moralismo e riformismo (Corriere della Sera, 11/08). È la sicurezza con cui afferma che chiunque ponga al dibattito politico una questione morale si rende responsabile “di una immagine farsesca della politica, come luogo del confronto fra luce e tenebre”. Stupisce, perché filosoficamente la questione dei rapporti fra morale e politica è talmente aperta che non è veramente legittimo liquidarla con un paio di battute, mi perdoni Panebianco, tanto sbrigative quanto sprezzanti, neppure nello spazio di una polemica. Tanto più se è vero, come è vero, che è soltanto una fra le posizioni filosofiche in gioco anche la posizione dell’autore: un realismo politico apparentemente associato a un relativismo valoriale e morale, presumibilmente fondato su uno scetticismo radicale (l’ “ineliminabile ambiguità, anche morale” del mondo) in materia di oggettività dei giudizi di valore e/o di fondazione delle norme.
E’ solo una delle posizioni in gioco, anche se è stata quella largamente maggioritaria in Europa per tutto il secolo scorso: tanto maggioritaria da passare per il tritacarne della più spicciola filosofia della modernità insegnata ancora in tutte le scuole, con toni ora oracolari (Dio è morto, l’essenza del Nulla, il Destino dell’Occidente, la Tecnica come Volontà di Potenza), ora cinicamente teopolitici (che Dio ci sia o no, c’è la chiesa coi suoi valori forti e ben venga la sua potestas indirecta, il principio di laicità dello stato è cosa astrattamente illuministica), ora storditamente post-moderni (“Addio alla verità” è il titolo di uno dei libri più recenti in questa vena). Una filosofia condivisa purtroppo anche da molti intellettuali che votano a sinistra, o addirittura che sostengono sinceramente Italia dei valori. A tal punto lo scetticismo in materia di giudizio di valore è merce diffusa, che perfino molti fra coloro che si sdegnano per tutto quello per cui c’è (io credo) obiettivamente di che sdegnarsi oggi in Italia ritengono poi impossibile in linea di principio asserire che giudizi di valore come “questo è vergognoso” o “questo è ingiusto” possano essere veri, e come tali possano essere razionalmente argomentati, in modo che diventino anche universalmente (ri)conoscibili per veri fino a prova contraria. Anche persone che come tutti noi hanno occhi per vedere e cuore per dolersene parlano con incredibile noncuranza il linguaggio del nichilismo logico: e alla “tua verità” oppongono la “mia verità”, senza fremere un attimo per l’assurdo che la distruzione del concetto di verità comporta. Può sembrare strano e controproducente sottolineare la presenza di un fondamentale accordo a livello filosofico fra persone tanto disparate per orientamento politico e consistenza morale (intorno alla tesi che non c’è alcun fondamento obiettivo, cognitivamente accessibile in linea di principio ad ogni uomo che non rifiuti evidenza e ragione, ai giudizi di valore): e tuttavia mi pare che proprio la presunta evidenza di questa spicciola “filosofia della modernità” spieghi perché perfino un autore che come Panebianco non è solo un opinionista e un polemista, ma anche un uomo di scienza, non si senta in dovere di argomentare la tesi che sollevare nel dibattito politico questioni morali o di giustizia sia “moralismo”, o peloso o beota. Infatti che la politica abbia le sue proprie regole e i suoi propri meccanismi nessuno che io sappia lo mette in dubbio: ma da questo a dire che non possa essere etica la motivazione per le proprie prese di posizione, scelte e perfino proposte di riforme politiche, ce ne corre troppa, di distanza. Tanto più se, come fa Panebianco, stiamo parlando dei dibattiti di etica pubblica! Almeno i sostenitori di questa tesi ai tempi di Socrate – i vari Trasimaco e Callicle – Platone opponendoli al “moralista” Socrate li faceva argomentare, eccome. E allora proviamo a farlo anche noi, imitando come possiamo il maestro non dei filosofi soltanto, ma di tutti coloro che cercano giustificazione al loro dire e al loro fare. Prima tesi: c’è, di fatto e fino a prova contraria, qualcosa di vergognoso e ingiusto nella vita pubblica italiana di oggi. Ad esempio, è vergognoso che un ministro, svariati funzionari, e svariati parlamentari europei siano arrivate alle posizioni che occupano attraverso un metodo di reclutamento di cui tutti gli italiani hanno potuto osservare forma e sostanza, un metodo, diciamo, che non è basato sul tipo di meriti che si dovrebbero avere per occupare quelle posizioni, ma su altri. Ad esempio, è vergognoso che uomini di responsabilità istituzionale a qualunque livello non debbano assumersi – secondo le regole dell’etica pubblica in uno stato di diritto – la responsabilità delle loro menzogne quando vengono scoperte e diffuse. Ed è vergognoso anche che la libera informazione possa essere direttamente o indirettamente soffocata con mezzi politici, precisamente perché mancanza di trasparenza, menzogna, corruttela e connivenze criminose non vengano alla luce. Seconda tesi: una vita pubblica in cui questi comportamenti non sono sanzionati secondo chiare regole, e in cui nessuna parte politica combatte perché lo siano, conduce a una società senza Diritto, cioè basata sulla pura forza (quali che siano le forme che la rivestono). Ed ecco la ragione che quel pericoloso moralista di Immanuel Kant aveva di sostenere questa tesi : così come mentire, qualora diventi un costume generalizzato, equivale alla distruzione del linguaggio, così menzogna e assenza di trasparenza elevati a metodo di governo distruggono il fondamento di ogni societas politica, che è il rispetto di noi stessi come fonte – non certo della verità morale – ma delle regole, delle leggi e dei vincoli che ci diamo per non farne strazio.
Ma infine – a proposito dello scetticismo in materia di valori che ha attraversato l’intero secolo scorso. Furono così poche le voci che si levarono a difesa di una rifondazione razionale del pensiero pratico, cioè del giudizio di valore, in ciascuno dei suoi ambiti – etico, giuridico, politico. Fra queste, il più grande socratico del novecento, Edmund Husserl, di cui si festeggia quest’anno il centocinquantenario della nascita. Vorrei proporre agli “antimoralisti” di oggi un esperimento mentale. Se si fossero trovati a Friburgo nel 1934, quando Martin Heidegger, divenuto rettore dell’Università, approvò, con le prime misure antisemite, il ritiro della venia legendi al suo antico maestro, Husserl appunto. Se ci fosse stato un partito o un movimento che si opponevano a queste leggi, semplicemente perché vergognose e ingiuste: riterrebbero appropriato accusare i suoi seguaci di “moralismo?” E fin dove deve giungere la nefandezza dei decreti e della gestione del potere perché il giudizio morale possa permettersi di diventare motivazione politica?

Articolo uscito su Il Corriere della Sera il 13 agosto 2009

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