Esperienza della morte e identità della coscienza…

giovedì, ottobre 29, 2009
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Fra i motivi di sconcerto morale di cui giustamente parla Enzo Bianchi vorrei segnalare la perfetta indifferenza a interrogazioni, mozioni, appelli (vedi articolo di Rodotà sulla Repubblica di oggi, 29 ottobre) con cui prosegue l’iter parlamentare di un Disegno di Legge che, come quello nato dalla battaglia politica sul caso Englaro, semplicemente minaccia di imporre agli italiani l’abolizione di un aspetto essenziale dell’habeas corpus.

Mi è stato chiesto, al recente Convegno di bioetica tenuto presso il San Raffaele il 24 ottobre scorso (STATO VEGETATIVO PERMANENTE: PROBLEMI SCIENTIFICI E QUESTIONI TEORICHE), di relazionare sul tema “L’esperienza della morte e l’identità della coscienza”. Il mio contributo vorrebbe cooperare a una denuncia della grave ferita, non solo costituzionale, ma come cerco di argomentare, morale che l’attuale testo del DDL infligge alle persone che siano cittadini di questo paese. Questo è il testo.

L’esperienza della morte e l’identità della coscienza…

…. è il tema che mi è stato assegnato. E io mi devo scusare, ma prendendo sul serio la consegna, e convinta come sono che non si debba parlare dell’esperienza che non si ha, ma solo di quella che si ha o si è avuta, partirò precisamente dalle sole esperienze del morire che conosco.

Sono di due tipi. La prima è l’esperienza della morte altrui, in particolare di altri che sono cari, o amati.

La seconda è l’esperienza del morire proprio. Poiché sono qui a parlarvi e non sono ancora un fantasma, è evidente che non parlerò dell’esperienza vissuta del morire fisico. Quella ancora non l’ho avuta, e probabilmente non potrò raccontarla. Dunque parlerò dell’esperienza di un altro morire, che tuttavia mi pare profondamente pertinente al mio tema: l’identità della coscienza.

E quindi comincerò da quest’ultima esperienza.

In primo luogo preferirei parlare di identità della persona, piuttosto che della coscienza. Ciò che io sono – ciò che ciascuno è – ciascuno può lasciarlo impresso nell’opera della sua vita, o semplicemente nella memoria di chi l’ha conosciuto. L’identità di una persona – quello che una volta si chiamava l’anima, l’individialità essenziale, l’haecceitas, la personalità unica di ciascuno – trascende di gran lunga ciò che il soggetto ne sa, ciò che appare alla sua coscienza. A volte gli altri, o i posteri, avranno un’idea più chiara di chi veramente una persona fosse. Pensare a Franz Kafka.

Ciò detto, c’è un senso di “coscienza” in cui si può certamente dire che risieda per ciascuno di noi la vita della sua vita. Questo senso di coscienza coincide con quello di ethos o di ordo amoris: l’ordine di priorità delle cose che a ciascuno sono care, l’insieme ordinato di ciò che per ciascuno conta, di più o di meno. Qui, nell’ethos di ciascuno, risiede il cuore stesso dell’identità personale di ciascuno – la sua identità morale propria, ciò da cui scaturiscono le sue decisioni e le sue scelte, il suo stile di vita e di comportamento, la sua posizione di fronte alle cose ultime – diciamo pure a quelli che la tradizione cristiana chiama i novissimi.

Per quanto risulta dalla mia esperienza, morire è vedersi strozzato il respiro della propria vita di persona, la libertà di fiorire o di sacrificarsi per quello che si sente più vero e più importante, per ciò che sta maggiormente a cuore, per ciò che veramente si ama. Questa è la morte violenta che deve patire chi è vittima di un omicidio morale e spirituale, cioè di un personicidio. Come quello che il potere, all’interno di ogni comunità, e in particolare della comunità nazionale, perpetra sugli individui ogni volta che sopprime una delle libertà civili sancite dalle moderne costituzioni degli stati di diritto e liberali. Quelle libertà civili appunto che hanno come principio normativo la pari dignità di ogni persona, e quindi il diritto di ciascuna a vivere e morire in conformità del proprio ethos – ovviamente nei limiti in cui questo non lede l’identico diritto altrui.

Certo vi stupireste se pretendessi di aver veramente vissuto una simile esperienza, cioè una simile violenza personicida. Eppure io credo che chiunque fra noi si sia appassionato a qualche recente dibattito pubblico sappia di cosa parlo. Non occorre aver vissuto sulla propria pelle tutta la violenza personicida per sapere il male che fa, anzi propriamente quanto è mortifera, perché mortificante. Basta averne vissuto appena un’ombra, appena un inizio, appena un’analogia. E poi c’è questo: mentre l’uccisione fisica di un altro può essere anche peggio, ma non è la mia morte, il personicidio perpetrato impunemente anche su una sola persona è virtualmente la morte di ogni altra persona, perché è l’inizio della fine. Senza libertà di coscienza e di scelta non c’è infatti autonoma vita di persone, di agenti razionali e morali, capaci all’occorrenza di prendersi cura, anche fino al completo sacrificio di sé, di altri cui malattia o trauma abbiano sventuratamente troncato ogni personale fioritura. Certo, homo sapiens può sopravvivere anche a questo. Perdendo l’essenziale: la capacità di trascendere anche i propri interessi biologici, di riconoscere valori anche più alti di quelli della propria sopravvivenza.

Ma inoltre basta vivere in un clima – come è purtroppo quello del nostro Paese in questi anni – in cui a tutti i livelli della società civile, in tutte le comunità, striscia un male mortifero e mortificante. Questo male ci fa esperire quanto la mortificazione di uno sia mortale per tutti. Questo male è il male della servitù volontaria.

Un classico ha scritto che non c’è servitù se non volontaria. Vi chiederete, questo cosa c’entra con il nostro tema. C’entra, e molto. Quando accade veramente che qualche libertà civile sia in pericolo, in una comunità nazionale, è perché dentro molte delle comunità che costituiscono una comunità nazionale già passano impuniti gli attentati a qualcuna delle libertà, nel cui esercizio consiste la vita più personale delle persone, la manifestazione della loro identità. Ad esempio la manifestazione della propria identità sessuale, o la manifestazione della propria identità professionale, o la manifestazione della propria identità valoriale e morale, del proprio ethos. In tutte le comunità, a tutti i livelli, esistono pratiche di intimidazione, che minacciano queste libertà, ed esiste una servitù volontaria, che è il non chiedere ragione delle intimidazioni quando le si ritengano ingiuste, il semplice subirle in silenzio.

Il livello ufficiale, politico, giuridico, è l’ultimo a venire: la storia dimostra che dove qualche libertà civile è abolita a livello di legge, è perché la limitazione di questa libertà era già praticata senza resistenza, anche per opera della servitù volontaria di chi subisce, o guarda subire, in silenzio.

Dopo questa che era solo apparentemente una divagazione, torno al nostro tema. Di intimidazioni terribili, in relazione al tema degli stati vegetativi persistenti, ce ne sono state eccome. Ricordo giornali che titolavano a caratteri cubitali “Assassino”. Si trattava del signor Englaro. Ci fu in effetti una campagna televisiva di intimidazione violenta – ricordo la ripresa televisiva di gruppi simili a squadre d’assalto, che inveivano contro quello stesso cittadino mentre esercitava un suo diritto, garantito da una sentenza giuridica definitiva. In questa violenza io sentivo – soffrivo – il rischio fortissimo di un personicidio. Cioè di un’identità personale e morale negata, attraverso l’attentato a una libertà civile garantita. Come in quel titolo a caratteri cubitali, “Assassino”: là io esperìi un altro personicidio, un’altra identità negata, un’altra violenza mortifera.

Se parlo di tutto questo è in primo luogo perché lo stesso invito del nostro convegno ci invitava a riflettere su una questione che, come quella dei pazienti in stato vegetativo permanente, “è stata recentemente al centro dell’interesse dell’opinione pubblica”. Ma in secondo luogo, e soprattutto, è perché la battaglia che fu combattuta intorno al caso Englaro, e che continua intorno al disegno di legge sulle direttive anticipate attualmente al vaglio del Parlamento, è l’esempio per eccellenza di una distinzione che è il cuore stesso di quello che sto provando a dire: la distinzione fra il livello politico e quello pre-politico della discussione.

Qualcuno infatti potrebbe credere che io, qui, mi esprima prendendo posizione a un livello politico, in questo caso quindi inopportunamente, perché questa è una sede accademica, e quindi scientifica. Questo sarebbe un grande equivoco. Il livello a cui mi esprimo non è politico, è prepolitico. Io sto parlando delle condizioni sine qua non perché possa esserci libero confronto di idee, e quindi anche confronto, e perché no conflitto, politico. Ma entro i limiti, appunto, del confronto e del conflitto in uno stato di diritto, che riconosca cioè, come fa la nostra costituzione (art. 13) l’inviolabilità della libertà personale, e anche (così recita perfino il DDL in questione) “la dignità di ogni persona in via prioritaria rispetto all’interesse della società”.

Il principio personalistico, il principio dunque per il quale la vita della vita degli uomini, l’esercizio e la manifestazione della loro propria personalità e del loro ethos, vanno garantiti mediante la sfera costituzionale delle libertà civili, è una tesi prepolitica. L’intera prima parte della nostra costituzione è una norma prepolitica. Essa infatti si definisce precisamente come la legge fondativa dello Stato italiano, della polis e della sua vita.

E allora vengo al punto. Qualunque lesione, o inizio di lesione, di questa norma prepolitica che garantisce a ciascuno la libertà di essere e di divenire ciò che è, nei limiti in cui non è violata l’identica libertà degli altri, è virtuale personicidio, e ogni personicidio fatto accanto a me è una dolorosa esperienza di morte anche per me. Questo, almeno, dice la mia esperienza di che cosa sia il morire non fisico, ma, letteralmente, spirituale. Il respiro della propria vita strozzato. Questa si chiama, appunto, morte civile.

Ora, io credo che nell’attuale DDL sul testamento biologico ci sia almeno un punto, e io credo anche più d’uno, che equivale certamente a un personicidio, perché equivale a negare il principio di autodeterminazione della persona per quanto riguarda la sua propria relazione alla vita e alla morte, il proprio stile di vita e il proprio stile di morte, dove morire si debba.

Almeno un punto, ed è il punto a tutti noto, quello che viola l’articolo 32, vale a dire il diritto di rifiutare le cure. Ma in realtà più di un punto. E se avessimo tempo, dovremmo approfondire la questione anche rispetto a una proposta infinitamente migliore di bozza per un possibile progetto di legge, che è quella firmata da molti docenti italiani, che ha come estensori primi Carmelo Vigna, Stefano Semplici e Gianpaolo Azzoni, ed è firmata anche dai colleghi Reichlin e Mordacci. Anche in questa bozza resta un punto di ambiguità che si può esperire foriero di mortificazione estrema: e lo dico con una frase di Stefano Semplici, in un suo articolo apparso sul “Foglio” del 7 ottobre scorso:

“Il rischio è quello che dietro la forma dell’autodeterminazione si nasconda la realtà del dominio e della soggezione”.

Ma non è strano, invece di negare semplicemente il principio (cioè la tesi: “è giusto che sia il paziente a decidere cosa deve essergli fatto fra le alternative possibili che la medicina gli offre”), rigettare il principio perché potrebbe essere tradito? E’ giusto, o non è giusto, questo principio? Se lo è, allora occorre anzitutto ammetterlo, e poi predisporre tutte le garanzie perché sia applicato correttamente; se non lo è, allora questa è una ragione più che sufficiente per non accettarlo. Non diceva il Nazareno stesso “dite sì sì, no no -. Il resto è dal demonio”?

Questa paura dell’autodeterminazione in definitiva può giustificarsi solo se si oppongono come principi in conflitto “diritto alla vita” e “libertà”.

Ma – e questa è la tesi che propongo alla discussione – io non vedo che cosa possa essere la vita di una persona (che la sventura non abbia colpita al punto da toglierle questo sua possibilità essenziale) se non esercizio di libertà, e assunzione piena e radicale della responsabilità morale dei suoi atti. Sto parlando della vita di una persona, cioè di quella vita della vita di un uomo che è il suo ethos, in particolare quindi quei valori per cui una persona può essere disposta a rinunciare alla propria vita, cioè a sacrificarla, che significa renderla sacra. Tutti ammettiamo che sarebbe orribile che una persona si sentisse in diritto di sacrificare la vita di un altro, anche di un altro che nascerà domani, al proprio ethos. Ma nessuno osa dire apertamente che a una persona sia moralmente illecito sacrificare la propria vita fisica per qualcosa che, per quella persona, conti ancora di più. Dobbiamo a molti di questi sacrifici se abbiamo diritti civili e stato di diritto. In effetti, proprio questo è proprio di una persona umana: che la sua vita vera si afferma anche, a volte, proprio nella rinuncia volontaria alla propria vita biologica. Lo sapeva già il Catone di Dante.

E’ ovvio dunque che nessuno possa apertamente negare la liceità di un simile sacrificio, perché nella sua possibilità è l’essenza stessa di una vita personale, cioè di un’identità morale. Dunque la tesi che la vita PROPRIA sia indisponibile a una persona è semplicemente falsa, o contraddittoria con la nozione stessa di persona. E di conseguenza anche la tesi che ci sia un possibile conflitto, o un’opposizione da mediare, fra diritto alla vita e libertà. Una tesi che non solo attraversa tutto il DDL oggi in discussione, ma sopravvive anche nelle Quattro Premesse della proposta Vigna-Semplici-Azzoni

E non mi si dovrebbe obiettare che quello che io dico sul sacrificio della vita propria per qualcosa che ci sembra più importante di essa non ha niente a che vedere con la questione del testamento biologico, o degli stati vegetativi permanenti. Non lo si può obiettare, perché un uomo come Welby ha tranquillamente sacrificato la pace delle sue ultime ore, e la possibilità di attuare di nascosto quel sacrosanto rifiuto delle cure che era un suo diritto costituzionale – e invece ha voluto combattere per un’ideale di trasparenza, legalità, universalità del diritto. E lo stesso si deve dire del Signor Englaro, per quanto riguarda il rispetto della volontà di sua figlia. Eluana Englaro e Piergiorgio Welby infatti vivono ancora con noi, limpida e meravigliosa è la loro intatta identità morale, vivissima oltre la loro morte fisica.

Concludo allora rispetto all’esperienza del morire e all’identità della coscienza, il tema che mi era stato assegnato. Io credo che, magari da posizioni e credenze diverse, ciascuno abbia vissuto proprio come una questione di vita e di morte, sulla sua pelle, dibattiti come quello sul caso Englaro o sul caso Welby. Non si spiegherebbe altrimenti la passione che ha attraversato i nostri animi e a volte ancora li infiamma. E questo è in definitiva il succo della mia tesi pre-politica, che risponde alla domanda: perché le battaglie bioetiche appassionano tanto? La risposta:

Perché la questione in effetti tocca quanto c’è di più profondo e prezioso per ciò che ogni persona è, vale a dire che la posta in gioco è molto alta, ed è legata a quella che chiamerò la parte più personale dell’esperienza morale, quella propriamente legata all’identità morale di ciascuno; la vita della sua vita, la radice dei suoi amori e delle sue scelte. E ogni scelta, anche la più modesta, in questa prospettiva, è al fondo un’espressione di questa identità, è al fondo – dunque – una questione di vita o di morte.

Darci regole certe che garantiscano a ciascuno questa libertà, nei limiti in cui non ne è violata quella di ogni altro: questo è il nostro dovere etico, se etico è ciò che è dovuto da ciascuno a tutti. In questo senso anche a fondamento del diritto costituzionale c’è l’etica: e l’etica dice appunto, infine: non uccidere – la libertà di essere chi si è, di vivere e di morire di conseguenza. Non uccidere le persone.

Dovevo parlare anche dell’altra specie di esperienza del morire, che io ho come ciascuno di noi ha: quella della morte di un altro, amato.

Ma in questo sarò brevissima, perché troppo grande è l’orrore che provo di nuovo quando ricordo. Quando ricordo mio padre che moriva, e il medico che gli negava quello che oggi chiamano la terapia contro il dolore. Non gliela negava in quanto medico, ma in quanto ideologo. In quanto sacerdote del suo proprio ethos – già, del suo, non di quello di mio padre. Ma poteva esercitare su di lui questo indegno potere – perché era medico. Mi fermo qui.

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