Amore e odio: categorie del non politico

martedì, dicembre 29, 2009
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Approfittando dell’atmosfera natalizia di questi giorni e ricalcando sapientemente quel poco di calendario liturgico che è ancora di dominio pubblico, la politica italiana ha scoperto una nuova categoria: l’amore. Smascherato il violento “clima d’odio”, perdonando gli incapaci di non demonizzare l’avversario, si prospetta un nuovo orizzonte per il 2010: l’orizzonte dell’amore, perché c’è una parte del paese che ama. Una parte che vuole cambiare musica.

Amore e odio entrano pertanto prepotentemente nella scena pubblica, non più nella versione manichea delle campagne elettorali o delle lotte internazionali al terrorismo, ma in una versione più conciliante, più natalizia. Alcuni analisti politici hanno parlato a tal proposito di teologia politica. Vorrei affrontare qui due problemi intrecciati ma distinti: 1. cosa c’entra la teologia politica con tutto ciò; 2. cosa c’entra l’amore con la politica.

Il concetto di teologia politica manifesta una interna duplicità: può essere inteso come discorso teologico sulla politica e quindi essere parte di una teologia nel senso classico del termine, oppure può essere inteso come utilizzo politico di contenuti religiosi per la legittimazione politica: può essere teologia politica o politica teologizzante. Spesso i due discorsi hanno utilizzato i medesimi concetti in antitesi l’un con l’altro: si pensi alla polemica cristiana nei confronti della theologia civilis romana volta alla sacralizzazione dell’imperatore: Cristo venne acclamato Kyrios in contrapposizione a Cesare. Data l’apparente conformità concettuale, dovuta alla natura dialettica del discorso teologico-profetico sulla politica, vi furono nella storia numerosi tentativi di fare sintesi dell’antitesi, primo fra tutti Eusebio di Cesarea, il teologo di corte di Costantino, primo teocrate cristiano.

Grazie a Carl Schmitt il concetto di teologia politica ha svolto una parte non indifferente nella discussione novecentesca circa la secolarizzazione del diritto e della politica europea. Secolarizzazione che sarebbe avvenuta attraverso la decisione per una delle due possibili versioni di teologia politica: silete theologi in munere alieno! intimò Alberico Gentile nel 1588 ai teologi. Questa cesura ideale sancì a detta di Schmitt l’inizio dell’era moderna ovvero la fine della commistione tra teologia politica e politica teologizzante nella gestione della cosa pubblica. Fu lo stesso Schmitt a far notare come nel ‘900 questa separazione venne meno. Nella guerra ai presunti o reali totalitarismi non si potè fare a meno di appellarsi ad una certa forma di critica morale che, nel dramma esistenziale della guerra, non potè evitare di fare ricorso ai contenuti (e non più solo alle forme!) della teologia politica: per combattere i totalitarismi tornarono in campo guerre non più solo formalmente, ma anche materialmente giuste.

Il profondo e contraddittorio pensiero di Schmitt ha avuto una interessante rinascita nell’università italiana negli ultimi decenni, tanto che oggi esistono corsi che portano il titolo di teologia politica. È da notare però che spesso la duplicità del concetto non viene affatto tematizzata, ponendo così sullo stesso piano Platone, Paolo, Eusebio e Schmitt.

Cosa c’entra dunque questa tradizione con le miserie della politica di oggi?

Il problema della guerra giusta è tornato prepotentemente rilevante negli anni ’90, all’indomani della caduta dei blocchi: amici e nemici non erano più identificabili per mezzo di semplici (troppo semplici!) vessilli ideologici. Dal 2001 il mondo ha preso conoscenza dell’odio del terrorismo fondamentalista e della disordinata e troppo spesso tragicamente simmetrica risposta dell’impero ferito che si illuse di esser rimasto solo sul globo. Questa lotta è ancora tragicamente in corso, quotidianamente nei budelli delle periferie del mondo, a cadenze ricorrenti nelle nostre capitali o sui nostri aerei.

Nella politica nostrana la demonizzazione non si è limitata alla figura del terrorista ma, facendo leva sulle contraddizioni della repubblica italiana, si è orientata anche a quel quasi-nemico interno che fu il PCI. Ecco così il ritorno della retorica anticomunista nell’Italia senza comunismo degli anni ’90. I movimenti localistici cavalcarono poi l’immigrazione disordinata per costruire l’identità di comunità impaurite da chi di un’altra comunità (quella europea) non faceva parte. I concetti politici dell’amico e del nemico poterono così essere utilizzati, secondo la definizione di Schmitt, in modo puramente formale: deciso il nemico, è amico chi non è nemico. Il confine della comunità politica si delimita mediante l’extracomunitario. La decisione di chi sia il nemico però, a differenza di quanto ritenuto da Schmitt, non è arbitraria e assoluta, slegata cioè dal contesto, ma sempre (immediatamente o mediatamente) motivata: da interessi personali o collettivi, paure, bisogni o da prese di posizioni fondate (si pensi alla scelta di chi prende le armi contro un regime totalitario). La risposta della politica a queste contrapposizioni di natura non politica tarda ancora ad arrivare. I problemi reali che vengono cavalcati dalla politicizzazione delle paure si sono acuiti ed alimentano la stasi istituzionale. La mancata gestione dell’integrazione, le crisi economiche, i conflitti di interessi ed i veri terrorismi del capitalismo criminale alimentano quelle stesse paure che sempre più impediscono una meticolosa risoluzione dei conflitti da cui sorgono.

La novità di questo Natale è però il desiderio di uscire dal clima dell’odio politico che si è generato. Si parla di dialogo, di confronto, di riforme. Si parla di amore, di politica dell’amore e si mandano messaggi di auguri ai paradossali predicatori della civiltà dell’amore. Si promette la pace sociale e la difesa di quei valori religiosi che l’annuale visita al tempio rinfocola nei cuori dei non praticanti. La sincerità di questi messaggi sarà presto verificata: dopo il Natale arriva l’Epifania che non ha solo il triste compito di portar via le feste, ma anche la grazia di smascherare Erode e quanti come lui imbiancano la politica di religione e fan risuonare le proprie bestemmie negli antri ipocriti dei sepolcri incensati e incensatori.

Indipendentemente dal ricorso all’autorità religiosa, si può guarire l’odio con l’amore?

Entrambi, amore e odio si volgono al cuore ed alla pienezza della persona. Sono moti individuali dell’animo che svelano la crescita o la decrescita della datità di valore dell’amato o dell’odiato, come li definì Max Scheler. Al contempo esigono una passione, un impulso profondo all’inclusione od all’esclusione dell’amato o dell’odiato nella o dalla propria vita personale e comunitaria, come notò Edith Stein. Sono moti profondi e individuali che si rivolgono alla persona nella sua interezza, nella sua totalità: senza negarne la trascendenza, ma inseguendola, rincorrendola nell’amore; chiudendosi ad essa nell’odio.

È responsabile mettere al centro dell’agone politico, in un’epoca di stasi istituzionale, moti dell’animo necessariamente rivolti alla totalità della persona? Moti che richiedono un assenso o un dissenso spontaneo e gratuito, una gratuità immotivata eppur motivante?

Ritengo che l’amore e l’odio siano entrambi moti dell’animo essenzialmente non politici, impolitici o prepolitici. La politica è certamente fatta di passioni, si nutre di valori, di speranze, attese, paure e bisogni. Ma non può e non deve diventare il nucleo originariamente motivante dell’agire, pena la caduta in regimi totalizzanti che ledono l’autonomia della persona (come ha ricordato Lucia Annunziata, un Ministero dell’Amore è già stato pensato e raffigurato).

La politica, così come è stata istituzionalizzata nelle democrazie liberali, deve essere invece il luogo dell’agire motivato, capace di dare ragione del proprio agire. Capace di confrontarsi e discutere sui propri motivi e non di scontrarsi mossi dai propri amori e odi. Amore e odio sono categorie essenzialmente non politiche ma personali, perché la politica non può e non deve regolare l’intera vita della persona, ma solo la sua vita pubblica e pertanto deve essere capace del sentimento del rispetto: un sentimento che è strettamente imparentato con l’amore ma che amore non è. Il rispetto è infatti quell’ombra che l’amore sincero è in grado di proiettare su ogni persona facendo riconoscere in essa la possibilità della medesima trascendenza che l’amore sincero dischiude all’amante.

Il politico si deve fondare su questo rispetto, il non politico varca (lecitamente o illecitamente) questa soglia. La tragedia di chi non è capace di rispetto risiede nel dramma di chi, dimentico dell’amore sincero, è costretto alla ricerca di surrogati mercenari o mediatici. Questo dramma personale può essere forse guarito solo dall’amore sincero. Se diventa dramma politico rischia di diventar tragedia, dopo esser stato per troppo tempo tragicomica.

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