Lettera a una professoressa. “Buongiorno Prof! Come sta? In questo giorno buio penso a lei…”

giovedì, dicembre 16, 2010
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera (privata) di una ex alunna di liceo alla propria professoressa di filosofia, gentilmente inviataci. Uno stato d’animo.

Buongiorno Prof!

Come sta? In questo giorno buio penso a lei, e ai tanti come lei che si stanno leccando le ferite, sempre più delusi.

Penso alle nostre discussioni, ai nostri “noi” a sedici anni, quando il voto non c’era, ma c’erano le discussioni, le litigate, e la piazza ad accogliere i nostri sfoghi.

Sono partita due anni fa. Il dodici dicembre duemilaotto mi sono presa quel centodieci e lode come fosse l’ultimo regalo che il mio paese poteva farmi e il ventidue dicembre prendevo un aereo che mi avrebbe portata altrove. Non sono più tornata. Ho viaggiato, ho visto pezzi di mondo, Australia, India, Medio Oriente. Ho scelto il mio piccolo giardino felice, qui, in Svizzera. Dove vivere una vita onesta sembra così magnificamente normale, banale addirittura. Finalmente.

Vivo qui, dove passeggiare con l’uomo che amo, che porta scritto sulla pelle un natale lontano, in un paese caldo e povero, non mi rende più suscettibile agli sguardi.

Vivo qui, dove ho un lavoro rispettabile e molto ben pagato, ottenuto alla presentazione di me stessa e di un curriculum, il mio personale sudario.

Vivo qui, dove i miei figli, mezzisangue, andranno a scuola con altri mezzisangue, testimoni e frutti di storie diverse dalle loro e dalle quali avranno tanto da imparare.

Vivo qui, dove chi mi circonda non sa pronunciare il mio nome, ma mi rispetta.

Vivo qui. Ma ieri ho pianto. E ho pianto perché sì, vivo qui, ma sono italiana. E fiera di esserlo. Non mi nascondo come tanti connazionali, che per evitare sorrisetti, prese per i fondelli o battute scontate, si dicono Ticinesi. E come biasimarli? Sarebbe tanto più facile. Io non sono ticinese, sono Italiana. Punto.

Ma non permetto a colleghi o conoscenti di offendermi in quanto tale, io sono, come qualcuno ha detto degli italiani “una nana, seduta sulla groppa di un gigante”. Sono la figlia dei diritti conquistati col sangue, sono la figlia di Dante e di Leonardo. Sono la figlia di Cavour, dei partigiani, di Falcone e la sua scorta. Ieri piangevo per loro, per il sangue versato, per cosa poi? per questo niente? Ho assistito ai discorsi alle Camere, hanno violentato un luogo per me sacro, un luogo dove dovrebbero sedere i migliori. E invece… Invece siede in niente, il nulla. Non solo persone prive di qualsiasi pensiero strutturato, privi di valori per cui valga la pensa spendersi, ma anche, mi scusi, dei “morti di fame” (e lo dico con il più grande rispetto per chi di fame ci muore davvero). Persone così disperate da poter appoggiare chi estingue loro il mutuo? Dire, “vendersi per il mutuo”, sarebbe addirittura un complimento, considerato che per vendersi, per vendere un ideale, un’idea, bisognerebbe almeno averla. e crederci.

E mi arrabbio e ancora mi indigno. Ma non posso stupirmene: quella gente non l’ha votata nessuno, l’ha “nominata”,  nominata!, il partito. Come si nominano chessò, i senatori a vita (tra l’altro, perché nessuno si indigna al loro assenteismo in un giorno del genere, quando qualche testa sarebbe servita?). Un nominato da qualche unto dal signore, nominato in nome di chissà quale pacchetto di voti (o peggio forse?), perché poi non dovrebbe rispondere al padrone o, trovandone uno di più conveniente, tradirlo?

Di che mi stupisco? Non mi stupisco dei parlamentari, non nutrivo nessuna aspettativa. Mi stupisco dell’uomo. In quanto tale. Mi stupisco del come amici e conoscenti postino commenti aberranti su facebook in questi giorni, tipo “ah ah, vi sta bene!”, o peggio “alla faccia di chi voleva che cadesse. Lui non cade mai”. Mi stupisco di me, come loro, trasformata in tifosa della politica, che vorrebbe vederli marcire di precarietà. Mi arrabbio per aver trasformato quello zon politikon che ero, in ultrà. Mi arrabbio nel vedermi appesa alla speranza di un Vendola qualunque, cosciente che un uomo di quel calibro non è altro che un altro Berlusconi. Vorrei poter credere alle idee e non agli uomini. Vorrei poter immaginare un’Italia diversa. Vorrei poter immaginare di voler tornare, un giorno.

Ma le idee viaggiano sopra agli uomini. E allora troviamoli! Ne conosco una manciata, che hanno provato come me a fare politica, ad entrare in un partito, a dar voce alle loro idee. Ma i partiti non vogliono idee, vogliono voti, vogliono appalti, vogliono altro.

Mi rattrista sentire mio fratello che, pensando di consolarmi, dice “paola, ma non starci male. Ci state più male voi all’estero che tutti noi qui”, e quando dice “noi”, intende lui e i suoi amici, che fino a ieri manifestavano contro il ddl. Gelmini.

Bene.

Mio fratello partirà. Anche lui. Gli altri si allontaneranno dai partiti e dalla politica. Che ne sarà del paese del rinascimento? Quando rinascerà di nuovo?

La piazza non serve.

Il voto è una legittimazione di decisioni prese altrove.

I partiti non ci vogliono o ci vogliono per usarci.

La violenza non mi interessa.

Ai ventenni che mi chiedono, come mi chiedo io, cosa fare per cambiare le cose?, rispondo con una non risposta: andatevene! La risposta che loro chiedono a me non la conosco.

Chiudo con la mail che mio padre, mi ha mandato ieri, a conta chiusa : “Ecco come si governa! B. insegna. Povero parlamento e povera Italia mia.”

La abbraccio,
paola

17 commenti a Lettera a una professoressa. “Buongiorno Prof! Come sta? In questo giorno buio penso a lei…”

  1. Andrea Zhok
    giovedì, dicembre 16, 2010 at 12:54

    Bella lettera, cara Paola, mi permetto solo di osservare che:

    1) I senatori a vita, poveretti, si sarebbero trovati lievemente in esubero se presenti ad una votazione della Camera.
    2) Al buon Vendola, che avrà pure il difetto di parlare come gatto silvestro, mi pare che, per equanimità, bisognerebbe dare qualche occasione di fare almeno una piccola parte delle abiezioni ascrivibili a Mr. B., prima di metterlo nella stessa categoria.
    3) La piazza può non piacere, ma serve, e persino dosi moderate di violenza servono; certo, servono solo se vengono utilizzate bene come supporto alle proprie ragioni da chi ha voce in parlamento. Ed è qui che oggi non siamo ben messi.
    4) E’ umanamente comprensibile andarsene. Ma ovviamente se tutti coloro i quali hanno pulizia interiore e capacità di fare se ne vanno, o, se pur rimandendo, comunque non alzano mai la testa, beh, avremo l’Italia che ci meritiamo. Gli anglosassoni dicono che ‘si vota anche con i piedi’, andandosene da dove le istituzioni non funzionano. Ma non bisogna dimenticare mai che ‘votare con i piedi’ è una semplice strategia di ‘exit’, come nel libero mercato: non aiuta a modificare i prodotti, al massimo fa fallire la ditta.

  2. Stefano Cardini
    giovedì, dicembre 16, 2010 at 19:03

    La lettera di Paola, piena di spunti condivisibili, mi porta tuttavia a qualche riflessione non del tutto conciliante. Paola ha, mi par di capire, tra i 25 e i 35 anni o giù di lì. Io ne ho 43. E ho due figli di 13 e 10. Spero, naturalmente, fra dieci anni, abbiano le opportunità che lei hai avuto e s’è costruita. Non posso però scommetterci, come molti. Posso soltanto fare tutto quello che è in mio potere per metterli in condizione di averle, incluso curarmi in qualche modo della cosa pubblica italiana affinché non sia loro d’ostacolo ma anzi di stimolo e aiuto. Qui nel nostro Paese, l’unico che ho. A questo proposito, per quanto come Paola mi dolga della situazione (talvolta, vero, disperante) in cui versano la politica e le istituzioni italiane, mi sforzo in tutti i modi di non trasmettere mai, ma mai, ai miei figli un messaggio cupo, disperato o addirittura rinunciatario. Credo di doverlo a loro, ma anche ai ragazzi come Paola, che pure hanno finito le scuole da tempo. È un fatto vitale questo, che va tenuto ben presente. E un dovere etico. È certo un obbligo sdegnarsi e biasimare; e si deve contestare anche con durezza, anche in piazza, purché si evitino effetti controproducenti. Ma non abbandonarsi a letture troppo oscillanti tra attese di palingenesi (se Berlusconi perde la maggioranza, si volta pagina!) e cocenti e proporzionali delusioni. Non soltanto perché questo, alla fine, ha effetti perniciosi sulle cose e sulle nostre aspettative. Ma soprattutto perché rischia di farci velo rispetto alla realtà. Personalmente, appartengo a una generazione che, benché relativamente giovane, si ricorda esattamente dove fosse quando hanno rapito Moro, quando il Parlamento ritagliava decreti su misura per le televisioni di Berlusconi, quando a Milano i Feltri e i Bossi, prima di arruolarsi nel partito antimagistrati, aizzavano la folla bava alla bocca contro i politici. Proprio per questo, non mi sento, sinceramente, di avere motivi sufficienti per deprimermi troppo di fronte a questo passaggio; né per permettermi di ridurre a ininteressanti “frange violente” i ragazzi che in questi giorni, di fronte a una crisi che morde e una speranza che viene meno, si ribellano fino allo scontro fisico; né per liquidare Vendola come un piccolo Berlusconi di sinistra (e non sono vendoliano). L’Italia ha attraversato e superato frangenti ben più difficili e angosciosi di questo grottesco governicchio Scilipoti. Ancora una volta c’è molta commedia in questa tragedia all’italiana che ha puntellato il grande leader Berlusconi con i voticchi di senatori peraltro diligentemente selezionati dall’opposizione. È preoccupante sintomo nevrotico che ogni settimana, da destra a sinistra, l’Italia viva la sindrome dello scontro finale che finale (di conseguenza) non è e non sarà mai. E come sempre con i sintomi nevrotici, l’unico modo per curarli è riconoscerli e andare a cercarne le ragioni patogene, magari più prossime che remote. E allora non possiamo ignorare il fatto che i bulletti del parlamentino Berlusconi e Bossi fanno nel Paese un 30% più un 10% di elettori, molti dei quali ormai ben poco convinti di loro. E che la loro forza, al di là delle condizioni deprecabili dei media e dei guasti di una delirante legge elettorale, che in nome di una patacca di governabilità (invocata anche a sinistra) ha consegnato loro (ex) maggioranze bulgare alle Camere, è tutta (ma tutta!) nella incapacità dell’avversario – tralasciamo Fini e dintorni – di essere credibile sul piano della lettura della realtà, della proposta politica e della capacità di poterla condurre. Mi spiace dirlo, perché credo di avere una forma di avversione per l’accoppiata Berlusconi e Bossi da Guinnes dei Primati (anche in senso zoologico), ma credo faccia parte del problema anche concentrarsi ossessivamente sulla caduta, dai contorni sempre miracolosi o traumatici, e dunque molto “berlusconiani”, del Capo. Non è grande, è piccolo. Lo rendiamo grande, ossessionati dall’idea che vada sempre e comunque combattuto con truppe speciali. I famosi Scilipoti, immagino.

  3. giovedì, dicembre 16, 2010 at 22:19

    Amici miei, vi confesso che sono rimasta esterrefatta da questi vostri commenti. Che posso dire? Forse avete visto aspetti che io non ho visto nella lettera di Paola, una lettera scritta alla sua professoressa di filosofia, a Vicenza, con tutta la lucidità e il calore, insieme, che lo sdegno quando è lucido, quando è giusto, quando è nobile, può suscitare in noi, come fuoco che depura: dalla nullità che abbiamo visto trionfare dentro e fuori dal parlamento italiano, in questi anni. Una nullità che, però, come sempre la banalità del male, è peggio del nulla: perché è volgarità di piccolissime voglie turpemente soddisfatte, perché è disgustosa violenza nei confronti del vero, oltre che della sintassi e della grammatica (Scilipoti?!); perché è sintesi e concentrato di tutto lo squallore del mondo, amici, fatto di troie elevate a ministre e di abusi di potere impuniti finché ci saranno servi che chinano la schiena e alzano il deretano. E perdonate se abbasso il linguaggio, a confronto di quello infine profondamente sereno nel suo rimpianto – e nel suo infinito amore – per l’Italia che c’è e che tutti amiamo. Del linguaggio di Paola, che ha la tonalità inusitata, la nota difficile e sobria della nobiltà – nobiltà dello spirito. A mio figlio, ai miei nipoti, io questa lettera la farei leggere perché capiscano che vale la pena ancora e nonostante tutto di essere italiani: ma in quel modo profondo del capire che prima ti depura dall’ovvio, dal rassicurante, dal falso noi, dalla patina di rassegnazione, indifferenza o… consorteria. Sì, non mi vergogno affatto a dire che leggendola, mentre sentivo che questa lettera “salva” alla mia speranza moltissimo che temevo perso, non trattenevo una lacrima di gratitudine: lettere così ci dicono che ancora ci sono insegnanti, nelle nostre scuole, che sanno cos’è la nobiltà dello spirito, e sanno come custodirla e farla crescere nelle anime ben nate – invece di orrendamente dissiparla. È per questo che l’ho proposta io stessa al nostro Lab, come l’ho proposta al Corriere della sera che la pubblicherà domani. E per la stessa ragione di tutto cuore ringrazio Paola, ma con tutta l’anima e tutta la mente, con tutta la speranza che ancora resta alla mia generazione ringrazio anche Carla.

  4. Stefano Cardini
    venerdì, dicembre 17, 2010 at 00:23

    Mi dispiace che il mio intervento sia apparso critico o sminuente della bella lettera di Paola tanto da evocare una replica così severa. Non lo era, però, così io penso, né nello spirito né nella lettera. Provo a spiegarmi meglio. In tutta sincerità, ai ragazzi, a Paola come a quelli, più giovani ancora, che manifestano in piazza o anche che in piazza non vanno, nella stessa misura in cui accogliamo il loro scoramento, non dobbiamo concedere (come non concediamo a noi) attenuanti per una resa o per una fuga. Anzitutto perché non è cosa che tutti si possano permettere; e quando la disoccupazione giovanile va al 25 per cento, a chi non può andarsene resta solo la disperazione, di cui in questi giorni si vedono i primi segni in tutta Europa. In secondo luogo, mi spiace dover ribadire il mio pensiero, sono certo che per educare alla responsabilità anzitutto bisogna dimostrarsi responsabili; il che significa anche consolare, rassicurare, esortare, e in certe situazioni misurare lo sdegno e calibrare e articolare il giudizio, la parola e l’azione. Sono reduce da una puntata allucinante di Annozero. S’è discusso, si fa per dire, degli scontri tra studenti e polizia a Piazza del Popolo. Il copione era lo stesso di vent’anni fa. «Ragazzi, condannate o non condannate le violenze? Sì o no, poche ciance…» (da che pulpito!) E sdegno, e poi riprovazione e poi ancora sacri e contrapposti furori, messe all’indice, accuse e controaccuse. Non sono un fesso: non metto tutti sullo stesso piano (c’era il picchiatore La Russa, non so se mi spiego). A ben pochi, però, ed è esperienza quotidiana nel dibattito pubblico e non di questo Paese, premeva ardentemente capire le ragioni del senso di espropriazione dell’economia, della società e della politica che sta crescendo in questa generazione, che per la prima volta dagli anni ’70, ma direi da prima, non sente più le istituzioni parlamentari come bene, pur con le sue manchevolezze, proprio. Noi non diciamo la verità ai ragazzi se diciamo loro che Berlusconi e Bossi, sintomi che certo aggravano la malattia, sono la malattia stessa. Noi abbiamo il dovere di esortarli e aiutarli a guardare più in profondità la realtà italiana e quella di questa crisi globale, rispetto a quanto il gioco di delegittimazione fra le parti fa scorgere. Noi abbiamo il dovere di non dichiarare la bancarotta di tutto tranne che dei nostri sentimenti feriti di giustizia. E abbiamo il dovere di fargli sapere che ci sono stati altri momenti, davvero tanti, in cui molto sembrava perduto, quasi tutto. E non lo è stato.

  5. Giuseppe Cibelli
    venerdì, dicembre 17, 2010 at 08:51

    Nella lettera di Paola c’è molto più De Amicis che nel libro Cuore! Pensando al mio professore di filosofia, un gesuita, non avrei mai potuto trarre una simile ispirazione. Forse perchè l’unica domanda cui non seppi dare una risposta argomentata fu: “qual è la fonte del diritto”. Ancor oggi cerco una risposta a quella domanda.

  6. Andrea Zhok
    venerdì, dicembre 17, 2010 at 09:34

    Credo che la perplessità di Roberta De Monticelli nei confronti dei commenti seguiti sia dovuta ad un equivoco di fondo.

    La lettera, mi par ora di capire, voleva essere solo una lettera privata, ed ovviamente, in quanto tale, era destinata ad essere apprezzata dal destinatario per ciò che di buono ed interessante poteva comunicare, e non chiedeva di essere sottoposta ad una disamina critica.

    Tuttavia, nel momento stesso in cui la lettera è stata proposta ad un pubblico, essa si è fatta, magari involontariamente, manifesto di alcune idee, e come manifesto può ed anzi deve essere oggetto di valutazione critica, nei punti in cui si ritiene sia criticabile. L’atteggiamento ‘caritatevole’ (in senso davidsoniano) che era appropriato nella lettura privata, diviene scarsa criticità (ipo-crisia) quando trasposto sul piano del dibattito pubblico.

  7. Paola
    venerdì, dicembre 17, 2010 at 12:03

    Caro Andrea, Caro Stefano,

    quando mi hanno chiesto di poter pubblicare questa lettera privata, tra me e la mia professoressa di liceo, ho acconsentito per stima e rispetto verso chi me lo stava chiedendo e nella speranza che potesse servire a qualcosa.

    Le vostre risposte dimostrano che ne valeva la pena.

    Caro Andrea, accetto le critiche e cerco di chiarirmi:

    1) Ho nominato i senatori a vita perché, come lei sai, anche al Senato e non sono alla Camera dei deputati si è votato per la fiducia. E i sei illustri non erano presenti. La mia era una provocazione: se non presentano il loro pensiero in momenti così fragili della nostra democrazia, a che servono? Il loro voto non avrebbe modificato l’esito al Senato, ma mi sarebbe piaciuto sentire le impressioni di Rita Levi Montalcini, di Ciampi, di coloro i quali siedono nella Camera “dei vecchi” in quanto saggi del nostro presente.
    2) Vendola. Quando dico “un altro Berlusconi”, non intendo ascrivere a lui reati commessi dall’altro, non intendo, come lei dice “metterlo nella stessa categoria”, di cosa poi? di criminale? di pidduista? di puttaniere? Volevo semplicemente esprimere, facendo un nome illustre, il rischio del, come l’ha chiamato proprio Berlusconi nel discorso al Senato (e poi nel copia-incolla alla Camera), “personalismo”. Il rischio, che si corre anche a sinistra, di fidarci dell’uomo del momento: Di Pietro, Vendola, o chissà chi altro. Siamo il popolo dell’uomo del momento, siamo quelli che, come diceva Montanelli, non vogliono pensare, vogliono qualcuno che pensi per loro. E allora se troviamo un bel pensatore, o un bel comunicatore, o un bel furbastro che vorremmo emulare, allora ci identifichiamo e lo votiamo. Lo votiamo perché lo amiamo. Perché siamo degli eterni ragazzini, con i poster appesi in camera. Quello che tentavo di dire è che vorrei che la politica fosse un’altra cosa, vorrei che non avessimo bisogno degli uomini del momento (Mussolini, Craxi, Berlusconi). Vorrei che si sviluppasse quella coscienza civile e politica che non necessita di delegare ad altri il pensiero, ma solo la gestione del potere.
    3) Io amo la piazza. Ho partecipato a tantissime manifestazioni, sono stata “girotondina” con Moretti; sono stata “pacifista” il 13 febbraio 2003, sempre a Piazza del Popolo (poco prima dei bombardamenti americani su Bagdad); sono stata una “studentessa facinorosa” contro le riforme devastatrici dell’istruzione pubblica; sono stata, tante volte, “antiamericana” (senza esserlo) a Vicenza, per chiedere che non si trasformasse la mia città una grande base di guerra e di morte; sono stata “viola” il dicembre scorso. Se dico che la piazza non serve è perché mi sentivo felice, con i miei colori e i miei striscioni in piazza, vivevo il sogno del “people have the power”, ma il giorno dopo rimaneva solo l’amaro in bocca, la triste sensazione che, sì, mi ero divertita e sfogata, ma non avevo cambiato niente. Né nei palazzi, né nelle coscienze di chi la pensava in maniera diversa dalla mia. La violenza no, mi dispiace. Qui trova un muro da parte mia. Sono figlia (vera stavolta) di chi è scappato dalle botte di Roma negli anni ’70. E sono convinta che la violenza a nulla possa servire. Non posso essere contro la democrazia bombardata in Afganistan o in Iraq e poi sostenere chi con bombe di altro tipo vuole forzare il palazzo, il potere, cercando di affermare la sua verità (?).
    4) Come dicevo nella lettera, andare via non è la risposta. Ma non ne ho altre. Vorrei che ci fosse un altro modo. Mi dica lei cosa intende con quell’alzare la testa. Io ho la schiena dritta, qui ora come lì, allora. In uno degli elenchi di “Faziano” (anche lì, uomo del momento) o non so dove altro, una ragazza diceva “ Me ne vado. Perché amo l’Italia. Non ricambiata.”

    Caro Stefano:
    Di anni ne ho 26 e non 35 (la femmina ferita ci teneva a precisarlo) e come lei dice a più riprese ho avuto una grande opportunità, che non tutti hanno avuto. Ho due genitori che non mi hanno comprato le scarpe firmate che volevo, che mi hanno insegnato a non chiedere 50 euro il fine settimana, da spendere in alcol e discoteche; che mi aiutavano a fare i compiti quando ero piccola; che mi sorreggevano quando non sapevo cosa indossare ai diciottesimi delle amiche più ricche; che mi hanno fatto accettare la mia piccola centoventisei come prima automobile; mi hanno anche premiata, ogni tanto, sacrificandosi per un motorino o per regalarmi un viaggio. L’opportunità che io ho avuto, e che i miei genitori hanno saputo dare a me e a mio fratello, è l’educazione. Abbiamo potuto studiare musica e andare all’università, abbiamo sempre avuto i soldi per comprare i libri nuovi. Ma quando i miei coetanei andavano in pizzeria il sabato sera, io pure ci andavo, per fare la cameriera. Per non chiedere ai miei genitori di soddisfare quei piccoli sfizi che anche io volevo togliermi, ogni tanto. I miei genitori hanno permesso studi universitari a entrambi, con i vestiti che non si sono più comprati, con le settimane bianche che non abbiamo più avuto “voglia” di fare, con colazioni pranzi e cene fatti sempre in casa “perché mamma cucina meglio”. La mia opportunità sono stati loro.
    Tornando alla lettera, e agli spunti critici (sicuramente più interessanti della mia biografia) ho una memoria storica piuttosto limitata, ma il sapere che l’Italia ha passato momenti peggiori di questo non mi fa accettare di miglior grado la situazione attuale. La commedia che vede lei, non la vedo. Non mi fanno ridere le scenate isteriche di chi non sa cosa sia la retorica, ma nemmeno l’etica e la misura.
    Sono d’accordo con lei quando dice che questo scontro finale non verrà mai, probabilmente. Perché siamo ancora e inesorabilmente quelli di Tommasi di Lampedusa, che quando leggevo a sedici anni mi sembrava così anacronistico, eppure aveva ragione, “perché tutto rimanga com’ è, bisogna che tutto cambi”. Gli scrittori, i poeti, gli artisti come sempre riescono ad anticipare i tempi: ha mai ascoltato “Povera Patria” di Battiato? La ascoltavo proprio mercoledì, convinta fosse stata composta nella notte. Invece data del 1991.
    Lei dice poi che non si può imputare tutto il male possibile a Berlusconi e, mi creda, qui sfonda una porta aperta, ma quando dice che dobbiamo guardare anche all’”incapacità dell’avversario”, mi sorge uno spontaneo “quale avversario?” . Volevo allontanarmi appunto da questa logica calcistica di noi e gli avversari.
    Per quanto riguarda Annozero, non l’ho visto. Purtroppo prendo solo Rai Uno, quindi il mio televisore è diventato una scatola muta, fino a quando mi deciderò a buttarlo.

    Buona giornata a tutti voi e grazie per gli spunti di riflessione.

  8. Stefano Cardini
    venerdì, dicembre 17, 2010 at 15:10

    Cara Paola,

    credo anche io tu abbia fatto bene a lasciare pubblicare la tua bella (ribadisco) lettera (qui e sul Corriere della sera, benché mi dicano un po’ tagliata). E mi fa piacere apprendere che hai 26 anni (a dire il vero, però, non te ne avevo attribuiti 35 ma tra i 25 e i 35 ;-) . Ho tre nipoti della tua età. Sarà per questo, forse, che mi sono sentito chiamato in causa come genitore. Hai fatto bene a puntualizzare meglio i passaggi, peraltro succinti e destinati a condividere uno stato d’animo e non certo a svolgere una tesi politica. Ma non vorrei perdessimo il punto. E il punto dei miei commenti non era rivolto principalmente a te ma a me stesso, alla mia generazione e a quella che l’ha preceduta. Nel tuo profondo scoramento, infatti, ho letto anzitutto le nostre manchevolezze. Che cosa abbiamo fatto (o che cosa non abbiamo fatto) per evitare che una generazione intera sentisse il proprio futuro in balìa di un manipolo di Scilipoti? Che cosa possiamo fare (o non fare) ancora? Ho cercato di offrire qualche spunto critico perché autocritico. Richiamare altri passaggi della nostra storia non aveva un intento consolatorio. Ma insinuare il dubbio che si riesca davvero, noi tutti, a mettere correttamente in prospettiva quel che ci accade, in questo caleidoscopio isterico che è la comunicazione e la discussione poltica italiana, e in cui talvolta ho l’impressione che si cada vittime dei nostri fantasmi perdendo di vista i veri problemi. Un tuo coetaneo, che non conosco personalmente, ma che so essere un brillante studente di matematica all’estero, all’indomani del voto alla Camera ha pubblicato su Facebook il seguente (per me surreale) post: “Abbiamo vinto!” corredato da video della canzone “Meno male che Silvio c’è”. I freschi dati di Confindustria e dell’Ocse inquadrano meglio la “vittoria”. Non rassegniamoci all’idea che su questi dati, così pregiudizievoli per il vostro futuro, voi ragazzi vi dividiate in una lotta fratricida; ognuno sordo alle ragioni dell’altro in un risentito esilio estero. Scorgere la commedia nella tragedia ci fa capire di più. Anche gli altri.

  9. Andrea Zhok
    venerdì, dicembre 17, 2010 at 16:30

    Cara Paola,

    ti ringrazio per le tue puntualizzazioni, che chiariscono alcuni punti che potevano risultare ambigui. L’intelligenza della tua replica accentua in me il rammarico per aver regalato agli amici svizzeri risorse umane ed intellettuali di cui il nostro povero paese ha acuto bisogno (senza peraltro rendersene conto).

    Replico in breve alle tue contro-osservazioni.

    Credo che il termine ‘assenteista’ per i senatori a vita fosse improprio, perché avevano annunciato con largo anticipo e di comune accordo la loro assenza, per poter mantenere la neutralità (al senato l’astensione non è neutrale, ma vale come voto contrario). Se poi la neutralità sia una posizione giusta, beh, si può discutere, ma allora parlerei di ignavia, non di assenteismo.

    Sulla questione dell’accostamento di Vendola a Berlusconi, ti sei spiegata benissimo, e mi trovi d’accordo, anche se contestare il personalismo non ci deve portare a negare (né credo che tu lo faccia) che nei processi storici singole personalità, con le loro qualità e difetti personali, di volta in volta contano. E come singole personalità, da Vendola comprerei un’auto usata, da Berlusconi neppure una nuova.

    Sulla questione dell’uso della violenza, a scanso di equivoci, parlando di ‘moderate dosi di violenza’ mi riferivo a quegli innumerevoli atti di lieve forzatura che talvolta consentono una visibilità altrimenti inaccessibile: per intenderci, cose come calare uno striscione dalla torre di Pisa, a dispetto delle proteste degli inservienti; non certo bombardare di sanpietrini la polizia.

    Quanto a cosa significa alzare la testa, beh significa mille piccole cose, più o meno quotidiane: non solo e non tanto partecipare a manifestazioni e sottoscrivere appelli, ma cose come: fare quel poco di fatica che consente di seguire e capire cosa accade in un parlamento, almeno su alcuni temi; esprimere sempre il proprio dissenso, quando si ritiene che vi siano buone ragioni per dissentire; contestare la negligenza di colleghi di lavoro, quando c’è (anche se poi devi viverci assieme); cercare di conservare uno standard nel proprio lavoro, qualunque esso sia, ed anche se ciò non ha ‘ricadute spendibili’; cercar di incarnare in comportamenti coerenti tutto ciò la cui mancanza si è propensi a criticare negli altri; e forse soprattutto fare quotidianamente una cosa così infantilmente semplice come supportare i buoni e prendere le distanze senza compromessi dai cattivi (ed è immensamente importante consentirsi di distinguere tra ‘buoni’ e ‘cattivi’).

  10. Maurizio Pane
    venerdì, dicembre 17, 2010 at 17:42

    Ci provo anch’io. Ho la stessa età della professoressa e credo che la lettera di Paola sia un documento di sincera e vera umanità, prima che un documento politico. Ho letto recentemente un articolo di un sociologo che sostiene che la mia generazione lottava e ha lottato per un futuro mentre i giovani di adesso pare non ne abbiano. Credo che questo sia il vero problema politico di adesso. Noi persone civili, moralmente ed eticamente corrette, siamo in grado di proporre un’alternativa a questo mondo fatto di sopraffazione e furberia? So benissimo che questo discorso può sembrare retorico ma mi chiedo: è proprio vero che l’unico mezzo di misurazione del benessere sia il denaro, la ricchezza e l’apparenza? Riusciamo a far capire che è “conveniente” per una civiltà l’approssimarsi il più possibile alla felicità e all’armonia? Ieri ho partecipato a un dibattito in un circolo PD e la cosa che mi ha colpito di più è stata che quando ho detto che per fare una politica “giusta ed equa” ci vuole pazienza e tempi lunghi nessuno è stato in grado di darmi una risposta. Vendola o Bersani diventano una questione di persone nel momento in cui anche noi, quando diciamo delle cose non facciamo ragionamenti, ma parliamo per slogan. Guardate quante volte B. ripete sempre la stessa frase ossessivamente. Un saluto a Roberta

  11. Carla Poncina
    venerdì, dicembre 17, 2010 at 22:46

    Non credo Paola abbia preso spunto da De Amicis, ma piuttosto –forse- dall’ultimo discorso di Giacomo Matteotti alla Camera, che gli costò la vita (e del rischio era ben consapevole), quando tra i lazzi e gli insulti dei fascisti, con amarezza, quasi con disperazione si chiese come fosse possibile che solo gli italiani tra i grandi paesi europei amassero dipendere da un capo, servirlo, rinunciare alla dignità del pensiero. Credo abbia preso sul serio, non in modo retorico ma con profonda “persuasione” il lucido ragionare del Leopardi della “Ginestra”, o l’invito alla responsabilità morale di Kant. E mi fermo qui perché quello che intendo dire è che a questo serve la scuola, a metterci in contatto con quei classici cui fa riferimento Paola (siamo nani sulle spalle di giganti…) che, come dice George Steiner, sono tali non perché rispondono a nostre inquietudini, ma perché le provocano, suscitando in noi le domande essenziali.
    L’abbandono appassionato in un momento di profonda delusione non può essere confuso con un banale sfogo condito di retorica.
    Quanto all’andarsene dall’Italia, considerato da qualcuno alla stregua di una poco coraggiosa fuga, ricordo quando Paola a chi parlava di fuggire dall’Italia rispondeva che no, lei voleva fortemente restare “perché era italiana”. E lo diceva con uno spirito quasi risorgimentale che inteneriva in una giovane, perché se non si coltivano anche con ingenuità certi valori a vent’anni, quando mai lo si farà?
    Poi c’è stato lo scontro con la realtà, nel suo caso soprattutto l’impossibilità per il suo ragazzo, matematico se ben ricordo, di essere altro che un extra-comunitario guardato dall’alto in basso da una moltitudine di stupidi italiani. Questo, insieme ad altri motivi facilmente intuibili e legati al lavoro, le hanno fatto –credo- cambiare idea.
    Ovvio che non tutti i giovani se ne possono andare, sarebbe terribile per l’Italia, ma la classe dirigente di questo paese, e non mi riferisco solo ai politici, dovrebbe riflettere sul fatto che la scelta di andarsene, da parte dei migliori, diventa sempre più comune. Un paese che si concede il lusso di far andar via i ragazzi meglio formati, che prospettive ha per il futuro?
    Vorrei concludere (retoricamente?) con le parole di un giovane che aveva frequentato lo stesso liceo di Paola, molti anni prima:
    “Miei genitori, parto. Parto perché non posso non partire, non posso non obbedire alle esigenze della mia coscienza, che chiama con insistenza, che mi sospinge. […] Non voglio disimpegnarmi perché altri non si impegna, fossero questi anche il padre e la madre.”
    Continua così, per sei pagine, con una prosa che può oggi apparirci ingenua e/o retorica, da libro “Cuore”. Se non fosse che Giorgio, così si chiamava, dopo neanche un mese è morto nel tentativo di raggiungere gli alleati per combattere il nazifascismo e restituire uno straccio di dignità ad un Paese che in larga parte non lo meritava.
    Oggi grazie a dio non siamo di fronte a scelte così tragiche, e tuttavia in una lezione sulla Resistenza mi è parso giusto partire di qui, far sentire la voce di un coetaneo a studenti che assistono oggi allo spettacolo di un potere spesso terribilmente meschino e volgare. Un ministro della Repubblica ne ha dato spettacolo giusto ieri sera, ad Anno Zero, in aggiunta a quanto visto i giorni scorsi nel Parlamento e dintorni.
    Quando Roberta lamenta il cinismo di larga parte della società italiana, dice qualcosa che purtroppo sembra quasi inestirpabile, ma contro cui lo sfogo appassionato di Paola può costituire un antidoto.

  12. Stefano Cardini
    sabato, dicembre 18, 2010 at 09:02

    Volevo segnalare che la Lettera di Paola è stata ripresa anche da Sky.it. I temi sollevati da Paola sono stati altre volte discussi su questo blog, in particolare, nei commenti seguiti a L’Italia non è un Paese per giovani? Lettera aperta ai docenti italiani di Roberta De Monticelli.

  13. sabato, dicembre 18, 2010 at 20:14

    Avevo scritto due parole a Paola, giacchè sul Corsera era riportata la sua mail. Lei poi mi ha fatto sapere di questa discussione. La ringrazio anche perchè così ho scoperto quest’altro sito, che mi sembra a prima vista un luogo occasione di riflessioni importanti, appena avrò tempo ci navigherò meglio.
    Ho letto anche la discussione sulla lettera.
    Mi sembra che i problemi di fondo posti da Paola siano al momento senza risposta. Non solo nei commenti, ovviamente, ma soprattutto nella società e nella cultura italiana.
    Sono d’accordo con chi sottolinea la necessità di guardare avanti e con speranza, senza smettere di “lottare”, cioè di fare al meglio, e più del meglio, il proprio dovere personale e sociale.
    Però questo ai ragazzi non può bastare.
    Molte famiglie italiane in questi anni hanno vissuto secondo le linee accennate da Paola con riferimento alla sua famiglia. Anche la mia, per esempio. Io ho superato i 60 e i miei due figli sono più grandi di Paola. Il grande, dopo brillante laurea in fisica qui a Lecce (con la elezione a membro del senato accademico e partecipazione quindi alla vita universitaria) e dopo master in economia prima a Napoli e poi a Tolosa, ha trovato da solo un lavoro a Roma, lavoro che sembra per ora soddisfarlo. Ma ha maturato prestissimo uno schifo profondo e quindi un rifiuto per come si sviluppava la politica italiana. Non riesce a sopportare, come Paola, quei politicanti privi di parole e di pensiero, a destra ma ahimè anche a sinistra. Il piccolo si è laureato da poco, lontano da qui, anche lui in prima linea nella politica universitaria, ha fatto il suo bravo master e ancora pensa di poter cambiare il mondo, beato lui: ong, cooperazione, microcredito, ecc. Intanto deve trovare qualche introito, non solo per il suo futuro, ma anche perchè non è giusto che noi genitori si continui a fare sacrifici…
    Ma hanno tutti e due la consapevolezza di poter fare poco o niente per la comunità politica italiana.
    Io ho sempre seguito la politica, facendo quello che sapevo fare: associazioni locali, partiti della sinistra, stampa locale.
    Negli ultimi dieci anni sono stato collaboratore di un parlamentare, di cui ero anzitutto amico. L’ho seguito anche a Roma, quando lui era sottosegretario, e ho visto quindi da vicino le debolezze culturali e anche ideali “nostre”, davvero spaventose. Tante ottime persone che per motivi vari non riuscivano ad essere ascoltate seguite apprezzate da chi “comanda”. Con risultato che anche il comando, come tutti sappiamo, evaporava nel nulla… Perchè non esistevano pensieri-guida.
    Sembrava che il partito democratico…. e io ero un entusiasta della prima ora, ma adesso me ne sono allontanato.
    Da un anno ho mollato il mio amico, son tornato a dare più spazio ai libri e al mio lavoro di impiegato, anche se ci ho rimesso qualcosa in denaro. Forse così sono più utile a me stesso e alla “causa”. Certo sono più in linea con la mia visione del mondo, della vita, della società.
    Mi ero stancato, stancato del nulla, dell’infinito girare a vuoto, del totale predominio degli interessi personali, più o meno nobili, della totale assenza di pensiero. Solo tattiche, al massimo.
    Come vedete, Berlusconi non c’entra niente. O forse sì, ma come “berlusconismo”, virus diffusissimo e distruttivo.
    Nel frattempo è venuto fuori Vendola.
    Se c’è qualcosa che mi fa rabbia adesso è sentir dire che Vendola è come Berlusconi: i primi a dirlo sono stati i capi del partito democratico, i suoi compagni.
    Qui da noi Vendola ha vinto, due volte, perchè alle persone trasmetteva emozioni, sì, parlava alla pancia, ma trasmetteva anche pensieri. Pensieri!
    L’altra sera ho partecipato da “estraneo” ad un incontro promosso dal partito di Vendola su una questione locale (pensate: qualcuno vuole creare la regione Salento!). Il discorso si è allargato, e ho sentito chiare e disinvolte critiche ad alcune idee di Vendola. Nessuno lo considera dio e uomo della provvidenza.
    Inoltre Vendola esprime pensieri, è vero, ma ha avuto qui in Puglia un altro merito: ha dato spazio notevole ad alcuni assessori che hanno lavorato benissimo, nel settore urbanistico, sociale, culturale, giovanile…
    Alla mia età, dopo averne viste tante e tanti, è difficile credere ai miti, entusiasmarsi per qualcuno, pensare che un solo uomo possa risolvere i problemi che questa nostra società si porta dentro da anni ed anni. Vendola è solo una possibilità: non solo per l’Italia, per tutti coloro che, volendo continuare a credere in certi ideali, desiderano anche dare il loro contributo concreto per rendere un poco più luminosa la nostra Italia e il futuro dei nostri figli e nipoti. Spetta come sempre a tutti noi, senza perdere mai il senso di fondo della nostra vita…

  14. Emanuele Caminada
    mercoledì, dicembre 22, 2010 at 00:09

    Cara Paola,

    ho la tua età, vivo anch’io all’estero come te, ormai da un paio di anni; come tanti che per fortuna e capacità trovano più occasioni di studio e lavoro lontano dall’Italia.

    Ho assistito anche io attonito ai misfatti delle ultime settimane.
    Provo la stessa rabbia e la stessa incomprensione annichilente.

    Non sopporto più le pacche sulle spalle dei miei amici non italiani che, increduli, provano a consolarmi per quel che accade laggiù, al di là delle alpi, che sono ancora un confine.

    Eppure sono ostinato. Non accetto, non voglio accettare supinamente che non ci sia possibilità di cambiamento. Non accetto e non posso tollerare che si propini come unica soluzione la fuga.

    Perdonami, ma non ammetto che si dica che tutti sono uguali, che tutti i politici e i partiti sono apparati di potere incapaci di servizio per una causa che abbia valore.

    Certo, sono apparati umani, umani sono i mezzi, i fini (con la f minuscola…) e i valori che difendono o disprezzano e i disvalori che troppo spesso incarnanano. umane sono le incapacità, le rivalità e le divisioni di chi si dovrebbe opporre a tutto ciò.

    Eppure ci sono differenze!

    Cara paola, forse contro ogni ragione – pensarai tu – ma io ho fiducia che ci sia possibilità di cambiamento, che ci siano persone per bene che, pur con i loro difetti, assumono la propria responsabilità nelle funzioni pubbliche che ricoprono, e anche nel discredito generale della politica lavorano per un’altra italia.

    Ho fiducia che ci possa essere un’alternativa e che il nostro paese abbia i mezzi culturali, spirituali e politici per risvegliarsi.

    Ho fiducia nella nostra generazione, la prima piena generazione “Erasmus”, che saprà (e dovrà!) ridare voce e dignità al nostro paese in europa, nel solco dei grandi europei italiani che, come Mazzini, Spinelli, De Gasperi, e non ultimi Padoa Schioppa e Prodi, per l’europa hanno sognato un destino differente dalle tragedie del suo passato e dagli egoismi del suo presente.

    Se anche noi ci diamo per vinti e non opponiamo allo sdegno del presente i contorni ideali di un futuro più giusto, la nostra generazione rischia di abbandonare il nostro paese all’ignavia di chi ci ha preceduto.

    Con affetto e stima.

  15. Federico Bancheri
    mercoledì, aprile 6, 2011 at 20:44

    Cara Paola la tua bellissima e straziante lettera, mi ha squarciato il cuore già gonfio di malinconia. Non credo che nulla potrà salvare il nostro Paese vilipeso da una minoranza rozza e volgare (e cattiva!) che sovente sembra maggioranza. Proprio i nostri “Giganti su cui sediamo”, a questo proposito non nutrivano molte speranze: Petrarca, Tasso, Alfieri, Foscolo e naturalmente Leopardi (simbolicamente bastano questi pochi Maestri) hanno versato un fiume di lacrime e di stupendi versi su questa terra maledetta. Tutto inutile dunque?
    A cosa servono libri come quelli della de Monticelli se questo Stivale non è in grado di alzarsi e camminare? A resistere per lottare con le soli armi che ci sono date: la bellezza e la retorica (la retorica bellezza? …). Questo è il punto, i Maestri e noi che ci specchiamo in loro, rappresentiamo l’antibiotico della libertà e dell’impegno, sul virus della schiavitu’ e dei soprusi. Mi rendo conto che come medicinale è poco potente e a volte sembra addirittura soccombere al virus, eppure se la sua sola presenza spaventa ancora (a tal proposito basta leggere le vergognose parole che l’Elefantino ed il Veneziani hanno riservato alla professoressa) vuol dire che non dobbiamo disperare, ma caparbiamente lottare (in qualunque modo, anche con una seria educazione ai propri figli). Sempre. Senza perdere la speranza di vedere un’Italia migliore.
    Ti auguro ogni bene.

  16. Sandra
    giovedì, giugno 16, 2011 at 16:53

    Cara Paola,
    deduco che abbiamo più o meno la stessa età: anche io all’estero, giacchè ho scelto di vivere lontano dall’abbrutimento del mio amato paese. Bella lettera la tua, vera e densa, scritta con l’inchiostro dello stesso dolore e rimpianto che albergano in me. Io non ci spero più nemmeno nel futuro; l’Italia per me è il paese dove andare in vacanza. Purtroppo Foscolo, Montale, Dante e Petrarca sono morti, morti come la nobiltà e l’onestà dei nostri governanti, di destra e di sinistra, sono d’accrdo con te. Essi non hanno bisogno di onestà, facce nuove e idee, hai ragione, hanno bisogno di gente che sia inquadrata nel partito, che faccia quello che gli si dice, ma noi menti libere non possiamo fare questo. Con molto rimpianto, un caro saluto. Sandra

  17. mercoledì, novembre 2, 2016 at 00:31

    Grazie Paola, per la Bellezza di te (mi riferisco all’Anima), di quello che esprimi e come lo fai… mi ha bagnato gli occhi…
    Faccio ‘propaganda’ per la crescita in Consapevolezza e mi sono auto-definito “Promotore di Consapevolezza” e, nel farlo quotidianamente per la strada con le persone con cui scambio, anche senza conoscerle, scrivendo articoli, che non trovano la strada nel bosco del giornalismo, Post su Facebook… lo faccio anche qui.
    Nel tuo finale e nei commenti ricevuti, trovo rassegnazione, lamentele, senso di impotenza… che, certo non avviano un cambiamento e dichiarano, implicitamente, dell’essere ancora in uno stato di Dipendenza, nell’aspettarsi passivamente dall’Esterno un intervento riparatore e gratificante.
    Tempo fa, su “D la Repubblica”, Galimberti citava Hölderlin che scriveva: “più non son gli dei fuggiti, e ancor non sono i venienti”, notando come non sia più possibile nemmeno la Rivoluzione, perché la controparte non è più il signore/padrone, ma il mercato. “E come fai a prendertela con il mercato? Il mercato non è nessuno, anche se tutti sappiamo che dietro a quel nessuno, c’è l’1% che detiene o governa i soldi di tutti” e, nel mercato, c’è “un unico dio: il denaro, generatore simbolico di tutti i valori” e, noi poverini, “non abbiamo più neppure un dio, né da invocare né da maledire”.
    E, nella mia visione, la Rivoluzione è, invece, ancora e sempre possibile. Solo che va fatta con modalità e strumenti diversi.
    C’è proprio da fare quel che sembra impossibile, finché non viene fatto. Inventare, anche a fatica e tra lo sconforto, nuovi dei, si può. Già nel 2002, con la profonda sensibilità di una donna, Thubten Chodron scriveva: “sono convinta che la continuità di una specie non sia assicurata dalla sopravvivenza dei più forti, ma dalla sopravvivenza dei consapevoli”.
    E, infatti, l’Occidente si sta suicidando inseguendo lo Sviluppo che non può essere infinito, in un Sistema finito, qual è la Terra, e credo si possa fare sia la Rivoluzione, contro il mercato, sia il Progresso (tutt’altra cosa rispetto allo Sviluppo), la crescita che, questa volta, non è economica e di PIL, ovvero Esterna agli individui, ma Interna agli stessi. Si tratta di iniziare a centrare il nostro benessere sull’Interno, sulla Consapevolezza, invece che sull’Esterno, il possesso. Sullo “Essere” e non sullo “Avere”, come ha scritto Fromm.
    La Nuova Rivoluzione non va immaginata, come per il passato, affidata ad un Capo-popolo, ma è compito e responsabilità di ognuno di noi che cresce in Consapevolezza ed inizia a pensare con la propria testa, in piena autonomia, senza andare più a cercare qualcuno/a cui affidarsi. Certamente il Sistema non vede di buon occhio questa crescita che renderebbe l’ovile vuoto.
    Il problema principe dell’Umanità è, dunque ed a mio parere, quello di riuscire a crescere. Nel 1700 Kant osservava che “L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso” e, alla fine del XX secolo, l’altro ieri, Alice Miller ha scritto che “la maggior parte delle persone… vivono nella propria situazione infantile, irrisolta o rimossa” e nulla è cambiato, per quanto riguarda l’Umanità nella sua crescita, in ben 300 anni di post-Illuminismo. La maggior parte degli adulti, lo sono solo per età anagrafica, senza la corrispondente maturità spirituale. Si continua a rimanere nella Dipendenza, come i bambini, appunto. Non abbiamo da incolpare che noi stessi, per non prenderci ed esserci presi la respons-abilità di crescere. Purtroppo, non abbiamo intellettuali e filosofi all’altezza di Cartesio, Kant, Husserl, Jasper… che facciano Movimento per un Nuovo Illuminismo prossimo venturo non più alla luce della sola Ragione, che ha fatto lo Sviluppo scientifico e tecnologico dello stare bene materiale, ma anche alla luce della Consapevolezza per portare in conto anche l’elemento umano con le sue problematiche, perché lo Sviluppo sia anche Progresso – nei suoi aspetti di cultura, relazioni sociali, modi di vita e consapevolezza – che consenta un sentirsi bene, o perlomeno meglio.
    Per concludere, smettiamola di lamentarci e colpevolizzare. Se una Situazione non piace si passa automaticamente alla ricerca del colpevole, senza mai farsi la domanda preliminare: “In questa Situazione che non mi piace, io quanto ho contribuito a che si determinasse? Quali responsabilità non mi sono preso?”

    Buona Vita a tutti per una crescita in Consapevolezza che, sola, può realizzare il passaggio dalla “fatica di vivere” alla “gioia di vivere”…

    Mario Tancredi

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