Sulla bellezza dell’agire per il bene. Spunti per un’etica della verticalità

lunedì, dicembre 12, 2011
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Ágnes Heller, nelle sue lettere sull’estetica morale, evidenzia come la bellezza della moralità, intesa come bellezza di una determinata azione, non risieda tanto, o soltanto, nel riconoscimento della bontà di un particolare atto, ma nel fatto che tale atto «è meritevole di lode per la sua bontà e, in più, anche per il modo con il quale (…) è compiuto» (corsivo nostro). La bellezza, di conseguenza, pur non costituendo condizione sufficiente alla moralità dell’azione, sembrerebbe così a essa in un certo qual modo necessaria. All’accrescimento del valore morale di un’azione, inoltre, contribuirebbe un altro tratto eminentemente estetico, intendendo il termine in senso lato: la sua visibilità, il suo carattere almeno in linea di principio pubblico; sempre che – naturalmente – il suo volto non venga sfigurato dal compiacimento, dall’ostentazione o dall’aperta e orgogliosa rivendicazione, che implica sempre un certo qual risentimento, più o meno consapevole, diretto a persone o circostanze vissute. Il profilo estetico di un’azione, infatti, è rinvenibile là dove l’atto «suscita nell’osservatore non solo apprezzamento, ma anche piacere, tratto che consente di valutare chi lo ha compiuto «non solo come persona buona, ma anche come anima bella». L’azione acquista o accresce il suo valore morale, quindi, se il gesto in cui s’incarna ha un volto visibile, riconoscibile e condivisibile secondo un certo tipo morale. In ciò consistono la bellezza necessaria della moralità e la moralità possibile della bellezza. In forza di questo rapporto, sebbene la moralità si fondi in un certo senso sulla bellezza, non vale il contrario. Nella bellezza, tuttavia, si racchiude sempre quantomeno una promessa, una nostalgia o una eco della moralità. Così come in essa si può sempre celare il possibile inganno o disinganno, che degradano (mito di Pandora, Mr. Wickham di Orgoglio e pregiudizio).

Da un maestro della verticalità, materiale e spirituale, come l’alpinista Walter Bonatti, recentemente scomparso, si può ricavare una bella immagine per questa sottile ma importante questione. Fu celebre, banché tacciata di passatismo, la battaglia di questo eccezionale scalatore, negli anni Cinquanta, contro l’impiego dei chiodi a espansione in parete, i cosiddetti spit, in grado di fare presa su qualunque rilievo, indipendentemente dal profilo naturale della roccia, ovvero dalle visibili possibilità di risalita che essa offre allo sguardo e all’immaginazione audace dell’alpinista. Qualunque via, con gli spit, diviene apribile. E viene meno la distinguibilità tra una via bella e una brutta o peggio banale. Ognuna, infatti, diviene equivalente a ogni altra, se intesa meramente come atta a conquistare la vetta. Vale la pena di leggere le sue parole, corsivi nostri. «Fare uso di quel chiodo, il cui impiego richiede la preliminare perforazione della roccia – il che è molto indicativo! – vuol dire avvalersi di uno strumento tecnico che, a differenza del chiodo normale, annulla l’impossibile. Quindi annulla l’avventura. Vuol dire passare con certezza, anche laddove non si sarebbe capaci. Vuol dire barare al gioco che spontaneamente ci si è scelti. Così facendo non si vincerà più l’impossibile, lo si eliminerà. Si distruggeranno le motivazioni ad affrontarlo e con esso a misurarsi. Non serviranno più l’introspezione, né la capacità di giudizio. (…) Con il chiodo a espansione (…) l’ignoto svanisce, l’intelligente ricerca di una via logica viene scavalcata, si perde il senso critico della difficoltà. Infine, non validi diventano i termini di paragone e di riferimento. Ne risulta un’arrampicata degenerata e sterile, poco più che un gesto atletico. Come tale magari è notevole e senz’altro conveniente quale facile mezzo per arrivare al successo. Un successo, però (…), ottenuto mediante la mistificazione, quindi con l’inganno di se stessi e della buona fede di chi ci segue, ci valuta e non sa» (Walter Bonatti, Montagne di una vita, Baldini Castoldi Dalai editore). L’impossibile va vinto, perché mantenga un senso, non va distrutto.

Sono a mio parere attinenti alcuni passi di Simone Weil, da L’ombra e la grazia (Bompiani), corsivi nostri. «Il desiderio racchiude in sé qualcosa dell’assoluto e se fallisce (una volta esaurita l’energia) l’assoluto si trasferisce su l’ostacolo. Stato d’animo dei vinti, degli oppressi. Afferrare (in ogni cosa) che c’è un limite e che non sarà possibile oltrepassarlo senza aiuto soprannaturale (o, altrimenti, di pochissimo) e pagandolo successivamente con un abbassamento terribile». Ma c’è un altro passo molto importante di Simone Weil evocato dalle parole di Bonatti, laddove ricorda il senso, decisivo nella vita non meno che nell’alpinismo, dell’avventura. Da La prima radice (Se): «Il rischio è un bisogno essenziale dell’anima. L’assenza di rischio suscita una specie di noia che paralizza in modo diverso da quanto faccia la paura, ma quasi altrettanto. E poi ci sono situazioni che, implicando un’angoscia diffusa senza rischio preciso, trasmettono contemporaneamente l’una e l’altra malattia. Il rischio è un pericolo che provoca una reazione riflessa; cioè non sorpassa le reazioni dell’anima al punto di schiacciarla sotto il peso della paura. In certi casi contiene una parte di gioco; in altri, quando un obbligo preciso costringe un uomo ad affrontarlo, è lo stimolo più alto che esista. La protezione degli uomini contro la paura e il terrore non implica la soppressione del rischio; implica invece la presenza permanente di una certa quantità di rischio in tutti gli aspetti della vita sociale; perché l’assenza di rischio indebolisce il coraggio al punto da lasciar l’anima, in caso di bisogno, senza la benché minima protezione interiore contro la paura. È necessario soltanto che il rischio si presenti in condizioni tali da non trasformarsi in un sentimento di fatalità». Ovvero d’irresponsabilità dinanzi agli esiti della scelta. Totale o scarsa consapevolezza. Cattiva coscienza.

La moralità, e la bellezza che le è propria, quindi, non sono meramente questioni di buone proporzioni, equilibrio, pesi e contrappesi. Essa contempla i propri tipi ideali, i propri caratteri: stili differenti con cui perviene a manifestazione. Riprendiamo Ágnes Heller. Per la filosofa ungherese l’armonia fra le parti dell’anima non è concepita come semplice capacità di autodisciplina razionale nel controllo degli istinti e delle passioni, capace, subordinandoli, di convertire il “disordine” in “ordine”, bensì come un accordo fra tutte le parti in virtù del quale ciascuna continua a svolgere il proprio ruolo contribuendo alla costituzione di tale armonia. «Certi caratteri – rileva la Heller – possono essere amabili anche se la loro vita emozionale non è bilanciata». In questo caso noi li amiamo per la loro aspirazione «all’assoluto, all’incondizionato, a qualcosa che è infinito», li amiamo «perché la loro bontà è sublime». Il senso del limite, delle possibilità razionali in gioco in vista dell’azione buona, qui può e dunque deve congiungersi con il senso dell’illimitato, come orizzonte imponderabile in cui, in definitiva, nella misura in cui nulla è garantito, tutto è possibile. L’azione buona (e dunque bella) non può reggersi meramente sul rispetto rigido della norma, perché ogni norma intende una generalità che deve prescindere dal reale contesto d’applicazione. Ma è in un tale contesto che si gioca il dissidio tra i valori. E ogni valore, quand’anche fosse in sé, può variamente confliggere con un altro, nel teatro effettivo dell’azione. È possibile, quindi, una bellezza morale retta su un felice disequilibrio il quale, proprio per questo, può dare nuovi frutti e persino nuovi tipi o varianti di tipi morali visibili, riconoscibili, condivisibili. È di nuovo Bonatti a offrirci immagini della dialettica che stringe, nel dilemma e talvolta nel dramma etico, reale, o probabile, possibile, imponderabile. «È l’ignoto di ciò che ci sta davanti a noi che spesso ci fa mollare, ci fa fallire ancor prima di trovarci in una reale impossibilità di agire. Noi alpinisti conosciamo bene questo genere di difficoltà. Sappiamo benissimo che chi non abbia assimilato la montagna in tutte le sue manifestazioni, in tutto il suo carattere, si può trovare di fronte alla probabilità di non riuscire a passare in certi luoghi, e spesso desiste ancor prima di trovarsi il passo realmente sbarrato. Questo succede se non si è dunque più che forti interiormente e consapevoli dei propri mezzi». E più oltre: «Però esiste l’imponderabile. Ma dove non esiste l’imponderabile? Allora, se tu davvero vuoi un qualche cosa in cui credi veramente, non puoi certo rinunciarvi per paura dell’imponderabile» (Walter Bonatti, Una vita così, Dalai editore). Bellezza e moralità dell’agire, quindi, nel gioco tra limite e illimite, reale e ideale, plausibile e imponderabile, credenza razionale, fiducioso confidare nel futuro o nel soprannaturale, si situano prima del sentimento irresponsabile – e, più o meno nascostamente, colpevole – di fatalità, ma oltre il rigido, volontaristico e intellettule rispetto della norma generale accettata sulla base delle credenze acquisite e delle aspettative di ricompensa su di esse basate, a partire dalla rassicurante e consolatoria gratificazione che deriva dal mero sentimento di aver assolto agli impegni assunti. Superficialità contro profondità. Inconsapevolezza contro consapevolezza. Doveri verso gli altri contro doveri verso sé. È lo spazio da nulla garantito della possibile fioritura personale. Ma anche della possibile e peggiore degradazione, dell’abbassamento di sé. Pesantezza contro luce, nobiltà contro bassezza, amore contro odio, rabbia, risentimento, brama di vendetta e infine, di nuovo, paura. (Weil). Di qui rattrappimento, angustia, aridità, meschinità, invidia, tendenza al chiacchiericcio malevolo, coltivato con falso senso di giustizia, o all’impulso improvviso – anche gratuito – alla maldicenza svalutante, noncurante e vile. E ancora: tormentata o smodata ambizione di potere o status, sfrontatezza, ipocrisia, vuoto e gesticolante amore per il giusto e il vero, privo quindi delle luci improvvise e benevole che tradiscono mitezza d’animo verso le proprie e altrui debolezze, lealtà nella contesa, magnanimità nella vittoria, umiltà nella sconfitta, onestà e serietà: responsabilità. «Tragedia di coloro che essendosi inoltrati per amor del bene in una via dove c’è da soffrire, giungono dopo un certo tempo ai propri confini: e si degradano» (L’ombra e la grazia, cit.).

Su questo tema leggi, su questo sito, la Recensione di Gustavo Zagrebelsky al libro La questione civile di Roberta de Monticelli, e i commenti che ne sono seguiti. Inoltre: La bellezza di Prometeo. Spunti per un’etica della verticalità (parte seconda) di Stefano Cardini.

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3 commenti a Sulla bellezza dell’agire per il bene. Spunti per un’etica della verticalità

  1. Francesco Pelillo
    martedì, dicembre 13, 2011 at 23:44

    Un articolo interessantissimo che mi fa azzardare un intervento avventuroso “senza chiodi a espansione” come piaceva a Bonatti. — Bellezza e moralità sono inscindibili anche viste da un’ottica neurobiologica — Se, come penso, la ricerca della bellezza è dettata dalla necessità di chiudere circuiti neuronali che non trovano il loro equilibrio biochimico a causa dell’incoerenza delle loro rappresentazioni estetiche rispetto ai canoni che li hanno assemblati, si può dire che il gesto morale scaturisce dalle stesse necessità. Anche assistere a quella che per educazione reputiamo un’ingiustizia, provoca una rottura degli equilibri neuronali raggiunti con l’assuefazione e, quindi, richiede un “gesto” riparatore che ristabilisca tale equilibrio. Gesto, che poi definiremo moralmente necessario, cioè morale. Il risultato di tutto questo è la percezione di una soddisfazione dettata dal ritrovato equilibrio a livello neuronale che prescinde dalle motivazioni. E così, giudicheremo indifferentemente la nostra azione come “moralmente estetica” o “esteticamente morale”.

  2. Andrea Zhok
    giovedì, dicembre 15, 2011 at 09:57

    La bellissima pagina di Stefano mostra in modo efficace in che senso moralità e bellezza possano essere visti come affini. Su tutto ciò non posso che concordare.

    Il dubbio che però ho ogni qual volta si solleva la tesi celebre ed antica (kalòs kai agathòs) di una essenziale comunanza tra il bene ed il bello è che quando si cala questa idea nella realtà dell’agire etico si può facilmente slittare in una direzione estetizzante che semplifica le asperità dell’agire etico. L’agire giusto in un mondo ingiusto non è quasi mai compatibile con l’armonia degli atti e degli atteggiamenti. Al contrario è spesso contornato e rinforzato necessariamente da atteggiamenti esteticamente manchevoli come lo sdegno, l’impegno, la fatica, il dubbio. E’ vero che l’azione etica nella sua forma più compiuta è un’azione che in un mondo ideale è anche azione bella. Ma in un mondo ingiusto e disarmonico il prezzo che spesso si paga per voler concepire l’eticità della propria vita come sovrapponibile alla sua bellezza è quello di crearsi una barriera invisibile rispetto alla realtà, una barriera che consente sì di agire con la winckelmanniana “nobile semplicità e quieta grandezza”, ma solo in una dimensione artificialmente purgata dalla pesantezza del reale.

  3. giovedì, dicembre 15, 2011 at 10:12

    «Superficialità contro profondità. Inconsapevolezza contro consapevolezza. Doveri verso gli altri contro doveri verso sé. È lo spazio da nulla garantito della possibile fioritura personale. Ma anche della possibile e peggiore degradazione, dell’abbassamento di sé. Pesantezza contro luce, nobiltà contro bassezza, amore contro odio, rabbia, risentimento, brama di vendetta e infine, di nuovo, paura. (Weil). Di qui rattrappimento, angustia, aridità, meschinità, invidia, tendenza al chiacchiericcio malevolo, coltivato con falso senso di giustizia, o all’impulso improvviso – anche gratuito – alla maldicenza svalutante, noncurante e vile; tormentata o smodata ambizione di potere o status, sfrontatezza, ipocrisia, vuoto e gesticolante amore per il giusto e il vero, privo quindi delle luci improvvise e benevole che tradiscono mitezza d’animo verso le proprie e altrui debolezze, lealtà nella contesa, magnanimità nella vittoria, umiltà nella sconfitta, onestà e serietà: responsabilità».

    Trovo queste parole di Stefano Cardini, che riassumono il suo ragionamento su bellezza e moralità, straordinariamente lucide ed esatte. Vorrei porre a tutti quelli che leggeranno questa nota una questione, e ciascuna risposta, soppesata con le altre e con le mie valutazioni, mi aiuterà a capire che cosa debbo fare. La dirigenza del San Raffaele è indagata per associazione a delinquere. L’università, è vero, non è minimamente coinvolta né dal punto di vista anmministrativo né – cosa che però il mondo di fuori non sa – negli eventuali vantaggi della rapina a danno delle risorse pubbliche effettuate dall’amministrazione della Fondazione: come sanno tutti i collaboratori del Lab, non una lira ci è mai venuta dall’Università per alcuna attività di ricerca o didattica.

    Tuttavia è un fatto che il Senato Accademico, che comprende i tre presidi delle facoltà (ma non gli altri docenti) ha confermato a) alla presidenza del nuovo cda dell’università, che è l’organo supremo che accentra praticamente in sè ogni potere di nomina, anche della parte docenza e ricerca, la direttrice generale amministrativa Raffaella Voltolini, ovvero forse la persona più vicina a don Verzé, moralmente se non penalmente implicata nelle attività di un gruppo indagato per associazione a delinquere; b) alla carica di rettore il Prof. Scala, che per lunghissimo tempo è stato semplice e passiva espressione delle disposizioni del rettore in carica, cioè don Verzé. (continua la lettura del commento di Roberta De Monticelli e della discussione che ne è seguita).

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