Sull’Università San Raffaele e sulla Fondazione Marcus Vitruvius. Un memorandum dopo Report

martedì, aprile 10, 2012
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Dopo l’inchiesta di Report sull’Università Vita-Salute San Raffaele e la Fondazione Marcus Vitruvius: elementi di una risposta agli studenti presenti e futuri, e alla società civile. Ecco la pagina del Corriere.it dove si trova una sintetica esposizione dell’inchiesta che milioni di telespettatori hanno potuto seguire su Report domenica 1 aprile:

1. La necessità di una risposta

Tutto è ora alla luce del sole – qualunque sia la fondatezza delle ipotesi che si possono fare sull’esistenza e la natura della Charity oggetto dell’inchiesta. Non è dunque più rinviabile una riflessione che possa costituire almeno un primo inizio di quella risposta che la nostra università (la quale non era stata, in un primo momento, direttamente coinvolta nella crisi della Fondazione San Raffaele e tanto meno nell’inchiesta giudiziaria seguitane, perché amministrativamente indipendente e sana) deve ora a tutti i suoi studenti, al pubblico, alla società civile, alle istituzioni stesse cui appartiene, con le altre università e centri di ricerca italiani. Questa risposta è tanto più urgente in quanto dall’inchiesta di Report emerge (e meno male che emerge, perché niente ha più affinità con la giustizia che la luce e la trasparenza) una parte della realtà di questa nostra università. Una parte, o meglio un modo di operare, evidente e pesante eredità di un passato definitivamente chiuso il 31 dicembre scorso con la morte del Fondatore del San Raffaele. Possiamo chiamarla l’eredità passiva di un regime di dispotismo illuminato. Dove il dispotismo ha lasciato la sua inconfondibile traccia: l’abitudine degli esecutori a operare nell’assenza di trasparenza, delegando la responsabilità delle decisioni a una specie di superiore, invisibile provvidenza. Dove la luce, invece, ha coinciso con la perfetta libertà di ricerca, pensiero e insegnamento, e con la visione (sembrerebbe normale, ma nell’Italia accademica è ancora cosa da visionari) che la logica, magari anche spietata, dell’eccellenza scientifica fosse semplicemente l’altra faccia di questa libertà. Come altre volte ci è avvenuto di affermare anche pubblicamente, che non venga spenta questa visione e non siano distrutti i suoi frutti è possibile soltanto se distingueremo e separeremo per sempre la luce dal buio degli arcana imperii, e dai loro perduranti, rovinosi effetti. Credere nell’idea del San Raffaele, o meglio in quella parte di essa che è stata radice di eccellenza e libertà, non significa affatto avallare quel peggiore fra tutti i mali che è la mistura del bene e del male, non significa giustificare i mezzi col fine, ma significa il contrario: distruggere una volta per sempre quel male e quei mezzi, dopo averli sempre e apertamente contestati, ovunque si avesse certezza che erano mezzi impropri o addirittura ignobili.

Perché c’è un’altra parte, nella nostra università, un altro suo volto, che non comincia certamente a esistere ora! Ci sono gli uomini e le donne che hanno reso l’Università nel suo complesso una delle migliori – certamente almeno di questo Paese. Ci sono i molti fra loro che non hanno mai avallato un gesto servile o un silenzio colpevole. E ci sono tutti quelli ai quali si deve che, dal giorno stesso del suicidio di Cal, sia in atto all’interno del corpo docente una riflessione radicale, che ha portato oggi, finalmente, alla forte e concretissima speranza che saremo molto presto in grado di rispondere ai nostri studenti presenti e futuri, alla società civile e alle istituzioni. Di rispondere non solo con le parole e il pensiero, ma con un volto nobile e una figura mille miglia al di sopra di ogni possibile dubbio, una figura che incarni veramente il meglio di ciò che il San Raffaele è stato, e non solo nel suo prestigio scientifico ma anche nel valore di idealità e di innovazione che ha portato medici, psicologi e filosofi a lavorare insieme. Una figura di “rettore di transizione” cui sarà affidato il compito di guidare la nostra università fuori dal buio. Quello che chiediamo a questa figura è oggetto della terza e ultima parte di questa riflessione.

Il lettore interessato potrà ricostruire la storia di questa fase di transizione a partire da numerosi post e relativi dibattititi pubblicati su questo sito, solo alcuni dei quali sono segnalati nel seguito della riflessione che qui proponiamo. E perché abbia almeno un’idea della libertà con cui docenti, amministrativi, studenti e lettori qualunque hanno dibattuto, segnaliamo almeno uno di questi dibattiti, che a differenza di quelli indicati non commenta una tappa decisiva nello svolgersi degli eventi, ma pone una questione morale: cosa dovrebbe fare l’ipotetico intransigente che fosse rimasto solo a chiedere una svolta radicale? Dimettersi, o continuare la sua battaglia conservando lo stipendio erogato da un’istituzione che sembra in maggioranza sconfessare la sua posizione? (cfr. su questo sito Bellezza e moralità: il caso pratico del San Raffaele. Lo smarcamento dai “sigilli”. Una mera questione di forma?)

Grazie al cielo, l’ipotesi era destinata a restare accademica: quella posizione, lungi dall’essere isolata, si rivelò maggioritaria! Ma questo come numerosi altri luoghi di dibattito sul nostro sito è sufficiente a mostrare una cosa di cui a posteriori è doveroso testimoniare, e che è fonte di grandissima speranza sul nostro avvenire. La libertà, appunto. Il Centro di Ricerca in Fenomenologia e Scienze della Persona appartiene a tutti gli effetti alla nostra università. Da questo sito ufficiale, che fa parte dello spazio web dell’ateneo, si accede con un semplice clic al Phenomenology Lab, il “laboratorio” interattivo che è in libero accesso anche da fuori, in rete – e che raccoglie le riflessioni e discussioni quotidiane, su argomenti filosofici e più in generale di attualità, di una piccola ma sempre più estesa comunità – filosofica dapprima, ma poi aperta a tutti, molto frequentata anche da insegnanti medi e altri cultori dei vari argomenti discussi. È uno spazio che si può letteralmente definire una porta aperta fra la Facoltà di filosofia del San Raffaele e il mondo: porta il logo dell’università, e come tale potrebbe benissimo essere”cacciato via” dall’università stessa, alla quale invece si accede cliccando proprio sul quel logo: ha dunque anche un’appartenenza ufficiale. Ma nessuno lo ha mai cacciato via o chiuso, nonostante, da che esiste, alberghi interventi anche durissimamente critici nei confronti delle autorità interne, come pure dialoghi e discussioni senza altro limite che quello del rispetto e del decoro.

2. L’eredità negativa

Che gli sconcertanti risultati dell’inchiesta di Report puntino il dito sull’effetto rovinoso dell’eredità del passato è importantissimo capirlo, perché purtroppo una parte delle oscure transazioni con l’entità oggetto dell’inchiesta, la famosa Charity, è avvenuta in quel regime di transizione istituzionale che, preparatosi con la prima convocazione del corpo docente riunito in un Consiglio di Interfacoltà da parte dei tre presidi di facoltà (in seguito alle richieste di alcuni di noi, iniziate appunto immediatamente dopo il suicidio di Cal) si è definito prima della morte del Fondatore (che era anche il rettore in carica) con l’unanime richiesta, da parte del corpo docente, di una svolta radicale. Nell’Interfacoltà del 21.12.2011 demmo mandato ai tre presidi di istituire un tavolo di discussione con la direzione amministrativa e la fondazione proprietaria (Monte Tabor) dell’università, perché si arrivasse a una modifica dello statuto che segnasse una radicale rottura di continuità con la governance precedente, e i suoi metodi (pubblicammo su questo sito il documento a partire dal quale si era giunti a quella decisione.

Questa eredità è il dato doloroso, e sul quale va immediatamente fatta chiarezza: perché rischia ingiustamente di gettare un’ombra infamante proprio su quel movimento “virtuoso” che ha portato l’intero corpo docente, e di conseguenza i presidi, a richiedere con fermezza alla direzione dell’associazione proprietaria nonché alla presidenza del Consiglio di Amministrazione una vera e radicale rottura di continuità con il passato, con un mutamento netto di struttura e metodi della governance della nostra università. Può ancora avere conseguenze distruttive, infatti, che chi avrebbe dovuto soltanto rappresentare le richieste del corpo docente abbia tanto ciecamente, una volta ancora, mescolato il bene e il male. Abbia cioè intrecciato il mandato, ricevuto dalle facoltà, di operare per una svolta, anche contro la resistenza della vecchia amministrazione, all’arma opaca di un “potere”, di una risorsa finanziaria cui mai fu richiesto di svelare la propria identità e i propri fini. È il momento di affermare con chiarezza che fu un errore grave e non condiviso “gestire” la questione della Charity sotto l’egida, per così dire, del moto di rinnovamento in atto: rischiando così di gettare sull’intero corpo docente quel discredito che inevitabilmente doveva seguire nei confronti dei promotori di un’iniziativa tanto opaca, e offrendo alla vecchia amministrazione un pretesto plausibile per “soffocare” il rinnovamento in culla. D’altra parte bisogna dare atto al preside della facoltà di Medicina di aver in parte riconosciuto questo errore, ritirando l’improvvida autocandidatura “istituzionale” a rettore che i presidi avevano dapprima avanzato.

Che la relazione con la supposta Charity sia un’eredità della vecchia governance e dei suoi metodi terribilmente opachi non è dubbio: infatti l’inchiesta di Report ci ricorda che fu don Verzé ad annunciare, insieme con l’intenzione del Vaticano di salvare l’ospedale, l’interesse «di una primaria charity internazionale a partecipare al progetto promosso dalla Santa Sede, attraverso una significativa donazione all’università Vita Salute». Infatti nel mese di luglio alcuni rappresentanti di quella “cordata” (lo Ior e l’imprenditore Malacalza) entrarono nel CdA della Fondazione, e vi entrarono anche il Preside di Medicina, il Prof. Clementi, e il “rappresentante” della supposta Charity, che avrebbe dovuto avere il 20 per cento della futura Newco: Maurizio Pini, docente di economia aziendale all’Università Bocconi. Per il quale fu messa in atto una procedura di chiamata in ruolo presso la facoltà di Medicina della nostra università.

Che una parte della gestione di questo affare sia però proseguita durante la fase di transizione della nostra Università, dopo che si era delineata l’alienazione dell’Ospedale, è altrettanto indubbio.

Questa misteriosa entità benefica, infatti, fu presentata dal preside della Facoltà di Medicina al corpo docente dell’università riunito finalmente – era da luglio che alcuni di noi lo richiedevano – in un Consiglio di Interfacoltà ( 23/11/2011). Fu presentata alle tre facoltà riunite, come entità dedita al finanziamento della ricerca, che aveva – attraverso il Prof. Maurizio Pini – scelto proprio la nostra università per offrirle “fino a un massimo” di un miliardo di dollari in cinque anni (all’incirca, purtroppo nella lettera di intenti poi divulgata da Report non compare il minimo) per le attività connesse alla ricerca e alla didattica.

Che, infine, una parte consistente del corpo docente fosse consapevole dell’assoluta inopportunità, proprio nel momento in cui l’Ospedale era sotto inchiesta anche per questioni di fondi neri e altre malversazioni, di accettare a scatola chiusa, senza pretendere che venissero chiarite l’identità e le ragioni, una promessa di finanziamento, è altrettanto incontestabile. Ricordo almeno tre-quattro interventi in questo senso, con richieste di chiarimento che furono purtroppo ignorate, ma numerosi altri interventi critici continuarono a prodursi attraverso la discussione nelle singole facoltà o nella corrispondenza alla mailing list dei docenti.

Se nel successivo Interfacoltà (21/12/2011) si arrivò all’espressione unanime, da parte del corpo docente, del mandato relativo alla fase costituente della nuova università (vedi paragrafo seguente), è sorprendente che ancora nel mese di marzo 2012 si proponesse, a fronte della resistenza opposta dall’amministrazione (CdA e Monte Tabor), quella “candidatura istituzionale” di uno dei presidi al ruolo di rettore di transizione cui abbiamo già sopra accennato. E questo, nonostante da più parti si fosse levata contro questa ipotesi l’obiezione che colui che si faceva intermediario e garante dell’offerta della supposta (e ancora innominata) entità benefica, attraverso la costituzione di una Fondazione Marcus Vitruvius che questa offerta avrebbe dovuto gestire, non avrebbe avuto l’indipendenza necessaria nei confronti di eventuali richieste e comunque nella corretta gestione dei rapporti con l’entità in questione (nel caso che questa si materializzasse effettivamente).

3. L’altra faccia dell’università e l’attesa fase costituente

Il mandato unanime di preparare una fase costituente della nostra università, conferito ai presidi nell’Interfacoltà del 21/12/2011, consisteva di tre punti:

1- Modifica dello Statuto con particolare riferimento alle norme per l’elezione del Rettore, al rafforzamento del Senato Accademico ed alla rappresentanza adeguata del corpo docente;
2- Nomina di un nuovo CdA il cui Presidente sia una figura di alto valore professionale e deontologico;
3- Riformulazione dei meccanismi gestionali dell’Università.

Di questa vera e propria svolta nel processo di transizione abbiamo dato conto su questo sito, oltre che sulla stampa. Un’ulteriore riflessione sul ruolo e sulla figura auspicabile del rettore di transizione è sfociata, in occasione del successivo Interfacoltà del 15/02/2012, in una più precisa specificazione. Il candidato rettore di transizione avrebbe dovuto impegnarsi:

- A promuovere la riforma dello statuto, adoperandosi a che questa riforma fosse effettivamente approvata e messa in atto, coinvolgendo, nel caso di difficoltà, nuovamente il corpo docente, e, eventualmente, rimettendo il mandato.
- A dimettersi non appena ultimata questa riforma, in modo che si potesse procedere all’elezione di un Rettore secondo le nuove procedure.
- A non ricandidarsi per il mandato successivo.

Infine, l’ultimo Consiglio di Interfacoltà (04/04/2012) ha definito operativamente le modalità di elezione del candidato alla guida di questa fase costituente, aprendo anzitutto le candidature ai professori emeriti dell’università, fra i quali si trovano alcune personalità particolarmente adatte, per i loro requisiti di prestigio morale e scientifico, a ricoprire questo incarico.

Un’utilissima comunicazione ai docenti, che abbiamo riprodotto sul nostro Lab, resta a disposizione di chiunque voglia approfondire la natura e il senso delle modifiche che ci attendiamo. Questo documento contiene fra l’altro una sintetica descrizione degli statuti di alcune fra le principali università private italiane, che permette di vedere quanto ancora il nostro statuto, specie nella versione fatta approvare l’estate scorsa da don Verzé in previsione dell’alienazione dell’ospedale, sia lontano da quella sorta di garanzie costituzionali che permetterebbero di ridurre considerevolmente l’arbitrarietà e l’opacità delle scelte programmatiche, pur mantenendo la separazione fra la direzione scientifica e quella amministrativa, senza la minima intenzione, dunque, di esautorare l’Associazione Monte Tabor rispetto alle sue più specifiche competenze.

Di questo documento vogliamo almeno riportare l’inizio e la fine. Alla questione perché sia così importante modificare lo statuto di ateneo, Ruggero Pardi risponde:

“Lo statuto in un certo senso rappresenta la carta costituzionale dell’Ateneo. La modifica del nostro statuto si rende necessaria perché è indispensabile che sia oggi sancita la fine di una fase storica della nostra Istituzione, nella quale vigeva una sorta di monarchia assoluta o di “dispotismo illuminato” e promosso l’inizio di una nuova fase, più partecipativa, nella quale esistano figure istituzionali realmente rappresentative delle professionalità su cui si regge l’istituzione. A queste figure dev’essere data una maggiore possibilità di incidere sulle scelte strategiche e sui piani di sviluppo, in particolare quelli legati al fatto che il nostro Ateneo (come ogni altro Ateneo) deve soprattutto produrre e diffondere cultura, conoscenza e innovazione. È altresì auspicabile prevedere l’esistenza d’istituti di garanzia e di vigilanza che siano realmente tali e che verifichino in modo indipendente la congruità delle attività didattiche, di ricerca e di gestione con i piani di sviluppo dell’Ateneo. Questi cambiamenti sono secondo me ineludibili, sia perché il Fondatore e leader carismatico dell’Ateneo ci ha purtroppo lasciati – e non è in alcun modo sostituibile – sia perché quel modello di gestione, nel quale gli organi deliberanti e di garanzia erano poco indipendenti e poco o nulla coinvolti nel processo decisionale, si è dimostrato, alla prova dei fatti, fallimentare.”

E, dopo aver lungamente e in dettaglio esaminato le vie possibili, Pardi delinea una road map che il corpo docente ha voluto fare propria nell’ultimo Interfacoltà. Eccola:

“Il rettore pro-tempore, come stabilito all’unanimità, dovrà dimettersi al termine del suo mandato, che è quello di modificare lo statuto e quindi le procedure per la nomina del rettore stesso. La non ricandidatura del rettore è garanzia del suo agire al servizio della causa generale e lo mette al riparo da possibili conflitti d’interesse. Il rettore pro-tempore dovrà essere nominato dall’Associazione Monte Tabor, ma dovrebbe essere figura che esprime il gradimento della maggioranza dei docenti. Io suggerisco, come ho fatto in passato, che si arrivi a questo attraverso una consultazione su chi tra i docenti in servizio o non più in servizio sarebbe disposto a candidarsi, impegnandosi pubblicamente a rispettare il mandato ricevuto dai docenti. Si dovrebbe poi procedere a una votazione, preferibilmente a scrutinio segreto, che porti a convergere su una rosa di nomi da proporre all’Associazione Monte Tabor.”

Non resta dunque che sperare che a questa votazione si giunga il prima possibile. Agli studenti attuali e futuri della nostra università, al pubblico interessato, alla società civile tutta intera possiamo soltanto, fino ad oggi, giorno di Pasqua 2012, mostrare (come abbiamo provato a fare via via su questo sito) le tappe del moto di rinnovamento che da ormai dieci mesi impegna i docenti, e che l’improvvido prolungarsi di una logica completamente estranea a questo rinnovamento rischia ingiustamente di screditare agli occhi dell’intero Paese. Oggi possiamo dire che se il pensiero, la speranza, l’azione fioriti da questo moto di rinnovamento non dovessero essere accolti e fatti propri dagli organi amministrativi e direttivi ai quali spetta ora l’ultima parola (e in particolare la nomina effettiva del rettore pro-tempore) – allora tutta su di loro, e non certamente sui docenti, ricadrebbe la responsabilità della definitiva rinuncia a una nostra possibile rinascita come centro di formazione scientifica d’eccellenza. Ma questa rinuncia, io credo, non potrebbe che segnare la fine di un’istituzione che, come la nostra, non voleva essere soltanto un centro di ricerca e formazione scientifica – ma un centro di ricerca e formazione, anche, filosofica ed etica, all’avanguardia rispetto alle sfide del futuro. In breve, un centro di formazione per ricercatori del vero in tutti i suoi aspetti – ambizione questa che ha reso tanto incongrua e dolorosa l’eredità di opacità e reticenze di cui abbiamo dovuto ancora una volta scontare il peso.

Eppure mai come in questi lunghi mesi la vita della nostra università è stata segnata dagli incontri, dai confronti, dal libero spirito della conoscenza reciproca e della discussione sul vero e sul giusto. A fronte della tragedia del San Raffaele qualunque docente di questa università, e a maggior ragione se docente di filosofia, non ha potuto evitare di interrogarsi sul senso del suo insegnamento e sulla coerenza fra questo e la sua vita in questa istituzione. Vorrei concludere con la serenità di un invito che rivolgo alle persone – in maggioranza non docenti – alle quali spetteranno presto le decisioni ultime sul destino dell’università. Tutto si chiarisce, quando si prova davvero a vedere le cose dal punto di vista degli studenti. Degli studenti reali e virtuali, forse futuri, di questa università. Potrà ancora avere un senso, e quale, decidere di affidare la propria formazione umana e professionale, negli anni decisivi della propria vita, alla nostra università, proprio qui e proprio adesso? A quali condizioni, potrà ancora avere un senso?

Ho scritto questo articolo il giorno di Pasqua. Non è lecito accantonare la speranza che risuoni con forza in chi dovrà decidere la sola risposta possibile a questa domanda: avrà ancora un senso, solo a condizione che questa università passi per un rinnovamento radicale e vero, simile a una rinascita. Oggi lo crediamo possibile: un gesto di buona volontà verrà anche da coloro nelle cui mani avremo affidata questa speranza.

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2 commenti a Sull’Università San Raffaele e sulla Fondazione Marcus Vitruvius. Un memorandum dopo Report

  1. Stefano Cardini
    sabato, aprile 14, 2012 at 10:04

    La rete dei faccendieri vicini a Cl sul business delle cliniche private. Nell’inchiesta che ha portato a sei arresti, in manette anche Pierangelo Daccò e l’ex assessore Antonio Simone (Sanità). I due grandi lobbisti si sono spartiti negli anni oltre 30 milioni di euro. E i testimoni nominano anche il governatore: “Pago Daccò, è uomo di Formigoni”. Tra le finte superconsulenze spunta uno studio sulla vita su Marte.

  2. giovedì, aprile 19, 2012 at 05:26

    In un articolo uscito su “La Repubblica” di ieri, 18 aprile 2012, e intitolato “La perdita dell’olfatto”, Barbara Spinelli descrive il male endemico, mai curato, mai estirpato, di questo Paese lungo la sua storia, dalla fine del fascismo ad oggi. E’ l’incapacità di vere svolte, la prevalenza di quella tendenza alla rimozione (del male che fu fatto) e alla confusione (di chi vi si oppose e di chi non vi si oppose), la costante rinuncia a quell’aspirazione profonda e vera di riscatto e catarsi, dai quali soltanto può rigenerarsi il senso della vita delle persone, che in questa storia comune sono implicate.
    Tante volte abbiamo su queste pagine paragonato la nostra piccola storia alla grande storia, e quanto di malato esiste nel complesso del San Raffaele a una cellula di un grande organismo malato. Oggi però siamo di fronte a una chance vera e concreta di rottura col passato, distinzione di ciò che di esso è da salvare e di ciò che è da dichiarare inaccettabile e da eliminare davvero e per sempre. Ecco perché ogni giorno che passa nell’incertezza, nell’assenza di informazione sui tempi e i modi in cui si vogliono attuare le decisioni emerse dal Consiglio di Interfacoltà – e molti giorni sono già passati da quest’ultimo post – ci ricorda con angoscia questa terribile malattia che tutti ci minaccia, la perdita dell’olfatto. Eccone i sintomi, come evocati da Barbara Spinelli sulla base del “racconto che Moravia scrisse nel ’44: L’Epidemia. Una malattia strana affligge il villaggio: gli abitanti cominciano a puzzare orribilmente, ma in assenza di cura l’odorato si corrompe e il puzzo vien presentato come profumo. Quindici anni dopo, Ionesco proporrà lo stesso apologo nei Rinoceronti. La malattia svanisce non perché sanata, ma perché negata: “Possiamo additare una particolarità di quella nazione come un effetto indubbio della pandemia: gli individui di quella nazione, tutti senza distinzione, mancano di olfatto”. Non fanno più “differenza tra le immondizie e il resto””.

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