Meditazione teologica sulle dimissioni del Papa (di Roberta De Monticelli)

martedì, febbraio 12, 2013
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Introibo ad altare Dei – ad Deum qui laetificat juventutem meam. M’è tornata alla mente in occasione dell’annuncio delle prossime dimissioni del Papa, questa bellissima frase con la quale un tempo il prete cominciava la messa – salendo, appunto, all’altare. Mi sono sempre chiesta perché non sia stato riammesso nella liturgia cattolica, dopo il Concilio, questo annuncio di tutta la fede. Perché non c’è dubbio che sia tale: un annuncio di cos’è la fede (oltre a una sua professione particolarmente “professionale”, sulla bocca del prete che si appresta a celebrare una messa). E non tanto della fede cattolica o di quella cristiana forse, ma di ogni fede in Dio, in ciò che ha o potrebbe avere di totalmente condivisibile da ogni abitatore del tempo e della terra. E’ addirittura una definizione di Dio, e una delle meno  impossibili, una anzi delle più semplici e vere: è ciò che ravviva la mia giovinezza, il divino. È ciò che ne accende l’essenziale letizia. E’ l’allegria della mente pronta a fiorire non appena il peso delle cure e della fatica si allenti, dovunque l’uomo abbia un momento d’agio per assaporare lo stupore d’esserci e la curiosità di saperne di più. E’ la grazia di tutto ciò che in quel momento d’agio – e per gli uomini quel momento è la giovinezza – ci si dona come avventura della percezione e possibilità imprevista d’azione, come scoperta o come enigma, come dolore anche, ingiustizia che grida vendetta al cielo, come sgomento o terrore. E come richiamo a ciò che io posso, a ciò che sono chiamato a fare o rifare del mondo, al bene magari infinitesimo ma nuovo che solo io posso portarvi. C’è una frase di Leibniz che lo dice con quasi onirica densità: c’è in noi “un nonsoché d’architettante e armonico, che appena liberato dal compito di dirimere idee, si volge a comporne”. C’è maggiore felicità di quella di un’idea che nasce? Qualunque età io abbia, Dio è il nuovo in me. E’ spirito di creazione e coraggio di iniziare, è aurora o primavera, è ciò di cui seppe, il grande Agostino, riconoscere in noi la debole ma incancellabile traccia: initium ut esset creatus est homo. Fu creato per essere un inizio, o perché si desse il nuovo. Perché si desse storia e innovazione, perché si desse rivoluzione anche: perché le leggi di natura scendessero giù, nel fondamento muto delle nostre vite, e in alto invece – al posto del cielo e delle stelle – fossero poste leggi fatte da noi, fatte per porre un limite a ciò che c’è in noi di violento e di rapace, “naturale” o “sociale” che sia. Fatte soprattutto perché giustizia cosmica non c’è, perché l’ordine del cosmo è per noi umani cosmica ingiustizia, perché è radicale ineguaglianza fra noi, inseparabile dal caso della nascita e della vita che ci tocca in sorte. E ogni volta che un bambino realizza che non c’è giustizia quando pure ci sia ordine, nel cosmo, questo è Dio in lui, e rinascita della civiltà in lui. L’equità è la rivoluzione umana, l’esigenza che il resto della natura ignora. L’esigenza divina. Infatti il più popolare nichilista d’Occidente, quel Nietzsche studiare il quale è oggi parte del curriculum obbligatorio di ogni prete e a maggior ragione di cardinali e papi,  proprio questo diceva: che “l’eguaglianza è la più gran bugia mai detta” – ma poi si corresse subito: non una bugia, ma un’idea, che ha nome e cognome. E’ la “dinamite cristiana” – perché è di fronte a Dio, cioè al cospetto dell’assoluto che noi siamo uguali (e solo per questa idea gli uomini di buona volontà tentano di fare in modo che questa eguaglianza ci sia garantita “davanti alla legge”). Ecco, in questo senso è vero forse anche alla lettera che ogni vera giovinezza, ogni vera fede in nuovi inizi e terre promesse è un rifiuto del nihil novi sub sole cui si rassegna la nobiltà del Limbo dantesco, la sapienza antica, greca latina e stoica. In questo senso è vero quasi alla lettera che il Dio che ravviva la mia giovinezza è un Dio che trascende infinitamente la natura. Perché hanno tolto quella confessione ammirevole da ogni liturgia cristiana?

Pensavo a questo nel giorno dell’annuncio, da parte del Papa, delle sue prossime dimissioni. Cosa dev’essere stato per un Papa accostarsi all’altare di Dio e sentire che non ravvivava più la sua giovinezza? Ieri su tutti i media del mondo la notizia è rimbalzata ed è stata commentata e discussa. Da noi ha già sfiorato la teologia, con la voce di Vito Mancuso. Che vi vede un evento epocale, che potrebbe dare il “colpo di grazia” alla chiesa come monarchia assoluta, realizzando infine il dettato del Concilio Vaticano II: grazia vera, dunque. Ma forse quanto alla teologia bisognerebbe andare più a fondo. E’ vero, quel che più colpisce nelle reazioni all’estero è il normale “saluto” dei capi di stato: da Angela Merkel a Obama, essi lo ringraziano per il “lavoro” fatto, con o senza di loro. Per loro, l’elemento di laicità di cui parla Vito Mancuso, introdotto dal gesto del papa con la distinzione fra la persona e la funzione (distinzione che appunto in realtà finisce per togliere sacralità a entrambe) – è cosa già ovvia, dunque. E’ vero, queste dimissioni danno speranza a coloro che vedono – come forse questo Papa ha visto – che il divino non può abitare una chiesa ridotta così (scandali finanziari, pedofilia, lotte di potere eccetera: ammesso però che la chiesa romana sia mai stata diversa, come non pare se si leggono le note dei suoi conoscitori dal Guicciardini in poi) – infatti all’estero è suonato forte anche il saluto di una comunità di persone ammirevoli, convinta che il divino ce lo si possa riportare, anche in quella istituzione, come Noi Siamo Chiesa. Ma forse per andare teologicamente più a fondo bisognerebbe riflettere su quel Dio che non risponde alla domanda del Papa – che è poi quella di ogni uomo maturo: Dio mio, che ne hai fatto, della mia giovinezza? Che cosa vorrà dire questo silenzio? Almeno per squarciare per un attimo quel velo di incoscienza o indifferenza che avvolge la mente e il cuore della maggior parte delle persone – forse dovremmo dire: di tutti noi? – e che si risolve, prima di diventare vero e proprio cinismo, nell’incapacità di prendere sul serio alcunché – ma in particolare l’esperienza morale, l’esperienza del bene e del male che ci circondano. Questa indifferenza conferisce un aspetto piuttosto banale alla maggior parte delle cose, compresa la  chiesa di Roma e il papato.

Il vuoto di letizia, la giovinezza che non si ravviva – è gravità, peso, depressione. Gravità  che sta di fronte al nulla, ma senza dargli parola e pensiero di ateismo. Ci mancherebbe: questo nulla non è del mondo, dove la vita continua ed è sempre nuova. Ecco perché è appropriato citare la conclusione del film di Moretti, Habemus papam. Che tutto era fuorché una normale, banale professione di ateismo. Questo silenzio si è incarnato proprio lì, nel vecchio Papa. E si è fatto parola, latina e solenne: “ingravescentem aetatem…”. Potrebbe davvero finire come nel film di Moretti. La giovinezza continua a scorrere per le strade del mondo, le strade di Roma, sotto gli occhi del protagonista che vi cerca scampo. Si accende negli occhi dell’improbabile psicanalista, Margherita Bui, con la sua piccola ossessione professionale e la sua vita sgangherata. Scorre nelle schermaglie dei due bambini, fratello e sorella, che il vecchio Papa ricorda. Balza nell’umile campionato di palla a volo  durante il quale i porporati, in attesa che lo Spirito riprenda in mano la regia, ritornano bambini.

Ma provate a entrare in San Pietro, alzate gli occhi quell’enorme trono vuoto e sospeso nel luogo del Supremo – sospeso eppure pesantissimo. Quando mai l’enorme trono ha ravvivato la giovinezza umana? Ci si è mai seduto sopra, Iddio?

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2 commenti a Meditazione teologica sulle dimissioni del Papa (di Roberta De Monticelli)

  1. Sergio Massironi
    giovedì, febbraio 28, 2013 at 22:36

    Cara professoressa, eccomi.
    Sono tornato diverse volte sulla sua meditazione, con calma, in questi giorni. Come mi chiedeva, ecco alcune risonanze.
    È davvero un peccato che la messa inizi altrimenti che con quella bella citazione del Salmo 43!
    Certo, la liturgia romana ha allo stesso tempo guadagnato molta “giovinezza” dalla semplificazione conciliare e così una rinnovata capacità di “generare giovinezza”: è quanto auspicato dall’intero movimento liturgico del Novecento. Render lieta la giovinezza, infatti, è azione propria di Dio: questo dice il salmo. Ora, dunque, sono molteplici le modalità con cui può iniziare l’Eucaristia: ma le diverse varianti hanno in comune un ritorno al battesimo, a quella giovinezza che viene costantemente dal rompere col peccato e dal disporsi alla grazia. Questione insieme etica ed ontologica.
    Eppure sì, quella frase un po’ manca! Essa, tuttavia, ritorna ancor oggi molto spesso, come altre simili per contenuto, nella liturgia delle ore, che il Concilio ha contribuito ad allargare a tutti i fedeli.

    Il tema della “giovinezza” è infatti prezioso e la sua meditazione ne disegna un profilo affascinante. Mi viene spontaneo accostarlo ad un tema ancora più forte, purtroppo di recente un po’ logorato dall’uso fondamentalista di certo protestantesimo americano, che è quello del rinascere. Sto pensando in modo particolare al testo di Gv 3, in cui Nicodemo chiede a Gesù: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».
    Ciò che distanzia profondamente, mi pare, la sua meditazione dal testo giovanneo, e così da la tradizione cristiana, è il carattere assolutamente realistico che il Nuovo Testamento riconosce all’opera divina come opera di un Altro in me, come opera che mi sopravviene – escatologica – e a cui do un consenso insieme libero e stupito.
    In questo senso Dio non può esser ricondotto (o ridotto) ad ogni tipo di nuovo cui io mi disponga; Dio non è qualsiasi idea cui voglia legare la mia unicità: ha, piuttosto, lineamenti non più indeterminati, quelli del Figlio, alla cui forma si può aderire o meno. In questo senso va mantenuta una decisiva differenza tra spirito e Spirito, tra libertà e spiritualità. Ciò di cui canta il Salmo 43 e di cui parla Gesù a Nicodemo non coincide con un qualsivoglia tipo di auto-generazione. Giovinezza è “nascere dall’Alto”, cioè – come ogni “nascere” – non da me. Qui credo occorra in qualche modo ricalibrare la splendida centralità che nella sua riflessione ha la novità di ognuno, con il dato fenomenologico che della mia novità sono sempre solo in seconda battuta autore; che anzi non sarò mai realmente “soggetto” se mi affermo ostinatamente come Primo. Ciò su cui opero, quando si tratta di me, è un “nuovo” che ricevo, con cui devo fare i conti sia in termini di stupore, sia di accettazione.
    “Giovinezza” che cos’è? Non è forse concedersi di poter uscire dall’infanzia forti perché accolti, leggeri perché voluti, autonomi perché figli, maturi grazie ad un’adeguata esperienza di eteronomia, di autorità? Quando l’infanzia è rubata, offesa, violata… ci sarà mai “giovinezza”? Quanti volti di giovani mi vengono in mente… Così, non mi è difficile ritenere che la “giovinezza” si rinnovi nelle successive stagioni – e sia dunque possibile nascere un’altra volta… molte volte – solo se rimane virtuosa a attiva la circolarità tra obbedienza e autonomia, autorità e libertà, legame e novità. Sì, anche per il soggetto adulto, libero, pensante. A me pare che solo in questo intreccio relazionale – la cui figura non è Narciso, ma nemmeno Prometeo, quanto il “Figlio” – in cui forte e grata è l’esperienza del credito ricevuto, rimanga definitivamente “giovane”, luminosa, graziosa, l’esperienza dell’ “Io posso”, e forse addirittura dell’ “Io devo”. Posso e devo che cosa? Su questo ci intendiamo, professoressa! Posso e devo essere “io”, ciò che nessun altro può e deve essere, ciò senza cui il mondo mancherà per sempre di… me.

    Venendo all’attualità, diverso è anche il mio giudizio sul pontificato e sulla rinuncia di Ratzinger. Senza perdermi qui nell’analisi del suo governo e del suo magistero, che non ritengo privi di difetti (cui per altro la declaratio fa marcatissimo riferimento), non mi pare corretto né sufficientemente giustificato lo slittamento – su cui è costruita la seconda parte della meditazione, e cui si scopre tendere la prima – dalla vecchiezza ultra-ottuagenaria, di cui la declaratio e le cose stesse parlano abbondantemente, alla presunta vecchiezza interiore. Qui devo confessarle, però, che accade di nuovo quel che più volte ho avvertito a lezione e nei suoi scritti recenti: che quando cioè si tratta della Chiesa “romana”, la riflessione filosofica cede il passo ad una potenza che con l’intensità propria delle viscere piega addirittura il rigore del pensiero. Non mi scandalizzo: credo che a questo possa portare la vita, purtroppo. Ma, per esempio: come si può dire, su quali basi, una frase di tanta indelicata (o forse incontrollata) presunzione:

    “Cosa dev’essere stato per un Papa accostarsi all’altare di Dio e sentire che non ravvivava più la sua giovinezza?”

    Dove c’è un qualche riferimento, in Joseph Ratzinger, ad una simile esperienza spirituale? Basterebbe osservare che l’opzione per una nuova stagione di vita, al servizio della Chiesa nel nascondimento orante – il che spalanca il mondo della vita contemplativa – tutto lascia immaginare meno che un venir meno della giovinezza spirituale. Quand’anche poi, per assurdo, avessimo avuto riscontri di un disagio “morettiano” o comunque interiore, che non risulta, come non fare i conti con le esperienze di notte oscura e dell’aridità dello spirito che da Giovanni della Croce a Teresa di Lisieux a Teresa di Calcutta, coronano la vita spirituale di molti credenti, per cui occorre mantenere che la fede autentica non si dia sempre al modo dell’agio avvertito o della giovinezza goduta?
    Io non posso infatti fingere di non vedere – pena la mia onestà intellettuale, come uomo prima che come credente – il carattere di estrema lucidità, di autentica giovinezza, di non pedissequa ripetizione del già visto, che ha configurato il gesto di Benedetto XVI come imponente atto di governo. Governo della propria persona; governo della “propria” Chiesa.
    “Nuovo”, basterebbe questo, rispetto alla via scelta da chi lo ha preceduto nel medesimo ufficio. La novità di ognuno? Nuovo, diceva Cacciari al TG3, rispetto al rapporto consueto con il potere.
    E’ però esplicito, nella sua meditazione, il dubbio -che molto spiega – che la giovinezza e lo spirito non possano darsi là dove vi sono troni… Più esplicitamente: non possa darsi nella Chiesa Cattolica. Ma questa è una sensibilità antica quanto il cristianesimo… e ad esso alternativa. Non solo nella Chiesa di Roma, ma nel gruppo dei Dodici pare che le lotte per il potere, la meschinità umana, il tradimento del valore… fossero presenti. Insieme al divino. Ma qui a giudizio è il “metodo” del Dio cristiano, che può condannarsi come incomprensibile e scandaloso, perché sul filo dell’ambiguità: Un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. La tentazione mi pare… gnostica, insomma.

    Per parte mia, posso solo raccontare, certo non convincere, che lo spazio della Chiesa Cattolica o “romana”, era ed è – per me e per milioni di altri – spazio di libertà e di giovinezza, di quell’educazione alla coscienza critica, in cui il lavoro su di sé e sulle cose del mondo domanda di essere lieto e ininterrotto. Il magistero e la testimonianza di Benedetto mi pare che a molti, credenti e non, abbia confermato la rilevanza di questo nuovo che è in ognuno, che è dono e responsabilità. Ecclesia semper reformanda, non ci piove. Mai chiaro che come nella predicazione e nella biografia di Ratzinger: reformanda a partire dalla riforma di me. Il che è più-che-libertà: è obbedienza. Ma questo è ciò che lei stessa definisce libertà come grazia, abbandono, giovinezza… obbedienza (?).

    Sono stato abbastanza franco, spero non ne abbia a male… Ma credo che per dialogare convenga fare così!

    Sergio

  2. venerdì, marzo 1, 2013 at 12:27

    Caro Sergio,
    non solo non mi dispiace la franchezza ma anzi gliene sono molto grata, e sennò uno perché parlerebbe.
    Vorrei solo tornare sulla parte in cui le nostre percezioni sono differenti, e cioè a partire da “Venendo all’attualità”. Visto che mi sono riferita anch’io al film di Moretti, e che ritengo però che questo film sia stato assurdamente frainteso, forse perfino dall’autore, nella sua dolce serietà, le mando anzitutto il pezzo in cui me ne occupai, perché lei veda messo forse meglio a fuoco un intento che tutto vuol essere tranne che beffardo, o odifreddesco.
    Andiamo al dunque: dicevo in quel pezzo, a proposito del miliardo di cattolici di cui si parla:

    “Ci sono quelli che se ne stanno a una sorta di più o meno ereditata devozione convenzionale, senza fremiti né sconcerti, placidamente ignara di dogmi e guerre teologiche, pazientemente disposta a subirsi la predica della domenica, concedendosi al più qualche dubbio superficiale e un’alzata di spalle (non ci sono apposta i preti per pensarci, a queste cose?). E poi ci sono quelli che irridono i primi: come si fa ad essere così infantili, creduloni, superstiziosi, oscurantisti, eccetera. Certo, poi ci sono anche gli spirituali che si distinguono da entrambe le categorie: ma fra quelli che hanno deciso che il divino non può abitare un’istituzione e quelli che tentano di portarcelo e farcelo stare, sono una piccola minoranza, anche sommati insieme.”

    Potrebbe andarle bene o è troppo diminutivo del suo ruolo di Sacerdote se la iscrivo nella terza categoria? Va bene, io accetterò provvisoriamente la targhetta di “gnostica” (eppure no, dovrebbe pensare al nostro Scheler con la sua tabella, per cui gli gnostici sono semmai gli Hegel o gli Heidegger, non quelli che considerano grazia, gratuità e cose divine “al di sopra” della motivazione razionale, come è della sfera ultima del valore): ma con questa premessa, come mai l’ha tanto ferita la mia domanda:

    “Cosa dev’essere stato per un Papa accostarsi all’altare di Dio e sentire che non ravvivava più la sua giovinezza?”

    Le assicuro che è così che spontaneamente mi si è presentata una sorta di “empatica” percezione, che è ben possibile che sia erronea, ma è semmai carica di simpatia, in ogni caso – come per molti laici – il punto massimo di simpatia provato nei confronti di questo papa: che invece, purtroppo, ha stravolto la tradizione liberale del cattolicesimo lombardo, ad esempio, imponendo l’attuale Cardinale arcivescovo di Milano e sconfessando così l’amore che l’intera città, credenti e no, aveva manifestato al Cardinal Martini e alla SUA tradizione; che ha sdoganato addirittura certo negazionismo, che ha avuto espressioni bizzarre rispetto alla religone islamica, che non ha fatto i gesti semplici e radicali che un papa avrebbe potuto fare rispetto a tutto: pedofilia, diffusione dell’aids, cose impossibili che accadono nelle banche, pesantissime compromissioni col mondo da parte di istituti e associazioni cattoliche….
    E allora, che c’è di male nell’ipotesi empatica che, personalmente innocente di molti di questi errori (non c’erano cattive intenzioni, c’era buona fede eccetera) abbia voluto comunque farsene carico e IN QUANTO pontefice sentito che quel Dio non sosteneva più la sua giovinezza, cioè la giovinezza del Capo di una chiesa che il papa stesso ha detto “deturpata” dalle cose che non vanno al suo interno?

    Del resto è anche più semplice. Io non distinguo la giovinezza spirituale in contemplativa e attiva. Per questo ne ho fatto una breve descrizione fenomenologica all’inizio: è proprio la speranza che non si disgiunge dall’audacia, è l’affidamento al divino che non si disgiunge dall’”io posso”, il sentimento in cui si ravviva la nostra giovinezza. O no? “Io posso”: prendere in mano lo staffile e fare ciò che Cristo fece nel Tempio, ad esempio…. perché no?

    E del resto, se anche questo “non essere ravvivato” fosse un momento di scoraggiamento: non è Martini che ci ha insegnato che il non credente è sempre anche nel credente? Non è a questo che si riferiscono anche le sue osservazioni su Giovanni della Croce e Teresa di Lisieux e Teresa di Calcutta, sulla loro esperienza dell’aridità? Che c’è di male nell’attribuire una simile esperienza anche a un papa?

    Ma siccome questo mi pare un dialogo che potrebbe, soprattutto per la sua franchezza, servire anche ad altri, vediamo se altre voci si aggiungono: lo spero. In Germania è ancora viva l’eco della commozione per l’addio del papa tedesco…

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