La logica del fado. Riflessioni per il seminario sulle emozioni del prossimo semestre

martedì, gennaio 5, 2016
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Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi è diventato negli anni la prima guida degli italiani in visita a Lisbona, una specie di porta verso la capitale lusitana, complice anche il film che ne fu tratto, con Marcello Mastroianni nei panni dell’ex reporter di cronaca nera protagonista del romanzo. Il successo del libro, che è degli anni ’90, sembra attestare il fatto che c’è ancora un’esigenza di memoria e di storia, dunque di verità, diffusa fra le persone. E’ in effetti una sorta di diario di un lento risveglio alla coscienza morale e civile, nella Lisbona caduta già da alcuni anni nelle mani di Salazar, mentre infuria in Spagna la guerra civile e Bernanos, inizialmente favorevole ai franchisti, ne denuncia le atrocità (c’è una lettera intensa di Simone Weil a Bernanos, che gli confessa l’analogo suo sconcerto per la violenza che eccede la giustizia della parte repubblicana). La storia c’è, e ha una sua limpidezza, favorita anche dalla semplicità dei mezzi: eppure ciò che tiene insieme questo romanzo è l’amore per Lisbona, e per la lingua e la letteratura di questo paese. Qui si vede all’opera, per così dire, il ruolo “strutturante” e “unitivo” di questo sentimento, che non è affatto oggetto della storia. Perché forse la vera protagonista del romanzo è la saudade – questo stato o sentimento esistenziale di cui dicono sia intraducibile il nome, anche se in realtà sembra corrispondere al senso comune di “nostalgia”. E’ in effetti una “solitudine” come sospesa fra nostalgia e “desìo” (quello dantesco che “intenerisce il cuore”) di un bene perduto. Il fado (“destino”) è ovviamente la sua tonalità musicale, la voce di Amalia Rodriguez, o quella di Ana Moro oggi, la sua voce. La sua ora è il tramonto, ma forse anche l’alba. E’ ovviamente legata al ricordo, ma anche lo “volge al desìo”.

Ed è così che la saudade è protagonista di Sostiene Pereira, di un lento e forzoso passaggio dalla nostalgia del passato a quella del futuro. Si può azzardare addirittura, dal cattolicesimo fastosamente funebre del passato barocco al soffio ravvivante della brezza atlantica e del pensiero moderno. Le parole, i personaggi, gli eventi sono di ben modeste proporzioni in questo romanzo – tranne per l’episodio finale, di bestiale violenza, omicida, che conclude l’odissea minima di Pereira nel presente e nella storia e gli suggerisce la beffa eroica che chiude il romanzo: pubblicare con un sotterfugio una cronaca firmata dell’assassinio politico, sul giornale totalmente asservito al regime di cui Pereira curava la magra pagina culturale (e anche questa beffa, sostiene Tabucchi, è tipica di una cultura letteraria come quella portoghese, espressione dell’anima satirica, ironica e sarcastica che si riflette dalla posa di Pessoa al ghigno di Chiado, sulla piazza Chiado di Lisbona, appunto, di fronte al Café Brasileira, dove i due grandi poeti si fronteggiano, raggelati nelle loro effigi di bronzo). Ma la modestia delle proporzioni delle cose e degli uomini quasi sottende il non detto del libro, l’orizzonte infinito della città: la foce del Tago, che sfuma nell’oceano. Saudade, allora, è un modo di percepire l’orizzonte temporale e spaziale della vita umana.

E non sarebbe nulla, dunque, senza le parole della poesia, della storia, della memoria, senza la musica o il fado. Il sentimento non sarebbe nulla senza la cultura, insomma. Eppure è il sentimento che dà un centro e un senso allo smisurato orizzonte temporale e spaziale. Senza l’esperienza che si fa, di questa peculiare nostalgia, le parole sarebbero fuorviate, invece di restare conformi alla misura data, che rifiuta l’arbitrio, definisce il tono, suggerisce il lessico giusti. E solo così il risveglio del protagonista è anche per il lettore una piccola avventura di conoscenza.

La questione che vorrei rivolgere ai nostri lettori e prima di tutto ai miei studenti, allora, è questa. Oggi le teorie che non solo riconoscono il nesso innegabile fra il sentire e i valori, ma indicano anche nel sentire il modo di presenza diretta, per così dire il presentarsi di persona, dei valori (e disvalori) delle cose, non sono certamente più retaggio della sola fenomenologia. Oggi questo modo di illuminare l’esperienza emozionale e sentimentale è diventato quasi la standard view, dilagando fra i filosofi analitici ormai quasi in maggioranza suoi sostenitori. Sì, ma proviamo a leggerli, i loro articoli. Come faremo a non appiattire in quattro formule e otto dispute la logica dolente e complessa del fado, che contiene in una certa chiave le possibilità di senso di una vita intera? Come faremo a generalizzare la cognizione del valore? Perché l’intuizione teorica che nel sentire si rivela tutto il valore e il disvalore possibile della nostra vita porta un po’ di luce su di noi e sulle cose solo se, nonostante le nostre formule – riusciremo a tener conto di tutto questo. Questo di cui ho provato a dirvi.

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5 commenti a La logica del fado. Riflessioni per il seminario sulle emozioni del prossimo semestre

  1. Eustachio
    mercoledì, gennaio 6, 2016 at 11:05

    Mi chiedo: se un magistrato dovesse giudicare solo sul proprio “sentire” il diritto positivo che fine farebbe? L’analisi e la logica sono imprescindibili dalla studio fenomenologico degli eventi. Non si può scalare una vetta senza studiarne il percorso più adatto rendendolo palese e confutabile, così come pur potendo “sentire” di essere in vetta, non si può dire di averla scalata. Dipende da ciò che cerchiamo nella vita, se un percorso più immediato che potrebbe fare il paio con il vivere fugace e accorciato dal’apparente “tutto e subito”, o cercare di accorpare in categorie assimilabili le eidetiche evolutive (involutive) dell’uomo, dimostrandone così il nesso fenomenologico. La terra di mezzo fatta di storia, cultura e “saudade” verrebbe scavalcata resa inutile a favore di un pensiero apparentemente lungo (visionario), ma di fatto cortissimo che, indicherebbe la resa incondizionata dell’uomo vile al proprio “fado”. Fondamentalmente, un uomo incapace di amare. Una iattura totale che ci riporterebbe all’oscurantismo e al negazionismo. Non certamente roba da Filosofi.

  2. milli martinelli
    mercoledì, gennaio 6, 2016 at 12:35

    Ecco Roberta perchè non ho saputo dirti che cosa di questa città mi aveva lasciato un ricordo bellissimo. Non ho saputo citarti un solo luogo da visitare, mi pareva assurdamente di aver passato i miei felici, lontani giorni lisbonesi al bar Brasileira a conversare con Pessoa(immortalato nella piazza) e con Tabucchi che è la sua anima. Era stata proprio la lettura di “Sostiene Pereira” che mi aveva guidato a Lisbona. Ricordavo, della incantevole città, solo il clima culturale, denso di spiritualità, di dolcezza, di musica, di tensione (nostalgica, hai ragione) verso il passato e verso il futuro. Di attesa e di scoperta come suggerisci tu. Di “saudad” appunto. Ho ascoltato lì un’opera di Rossini che ho goduto immensamente come se fosse una perfetta emanazine di quel clima. Ma come avrei saputo esprimere tutto ciò che anche per me era più frutto del sentimento (o intuizione)che della ragione senza il contrbuto della filosofia?

  3. mercoledì, gennaio 6, 2016 at 19:50

    Grazie dei commenti, entrambi.Una nota al primo.
    Eustachio si chiede: “se un magistrato dovesse giudicare solo sul proprio “sentire” il diritto positivo che fine farebbe ?” – Ecco, a chi o a cosa, caro Eustachio, questa interessante domanda è un’obiezione? Perché certo a nessuno potrebbe venire in mente che le norme di un qualche sistema di diritto positivo, penale o civile, pubblico o privato, amministrativo o commerciale possano essere sostituite dal proprio sentire, solo perché la specifica qualità assiologica di un male, ad esempio di un torto, è esperibile, o perché l’esperienza che mi presenta un torto (come tale, e non come un semplice danno), è normalmente l’indignazione (che si prova del tutto a prescindere dal fatto di essere noi o altri a subirlo, il torto). E naturalmente, l’esperienza è sempre fallibile: un’indignazione può essere inappropriata quanto il prendere lucciole per lanterne. Ma certo l’innegabile base percettiva del giudizio di colore non sostituisce né il giudizio di colore né il suo lessico; né rende esperti, che so, nelle norme liturgiche sul colore dei paramenti. E chi potrebbe crederlo? Conveniamo dunque pacificamente con Eustachio che il sentire (come percezione di valori e disvalori) non è condizione sufficiente per il giudicare, e tanto più per quello tecnicamente tanto complesso del magistrato. Ma ora proviamo a chiederci: non ne è neppure condizione necessaria? Un cieco potrà scegliere il colore giusto dei paramenti di una data festività? Un magistrato completamente privo di ciò che chiamiamo senso di giustizia, o sensibilità, sarà un buon magistrato?
    L’altro punto interessante che Eustachio solleva è quello dell’immediatezza. La percezione è “immediata” nel senso che è un modo di presenza “diretto” di qualcosa: non certo nel senso che l’esplorazione percettiva, come approfondimento cognitivo, non esiga tempo. Non c’è quasi nulla di più lento dell’approfondimento in materia sensibile: e quasi nessuna expertise più difficile da acquisire a livelli professionali. Si può forse diventare musicisti dall’oggi al domani?
    Ma le perplessità di Eustachio sono interessanti, perché ci inducono a chiederci: come è avvenuto che la sottigliezza e distinzione nell’esercizio della sensibilità, per le quali altre epoche avevano trovato l’espressione “esprit de finesse”, siano quasi universalmente sloggiate dal linguaggio comune di oggi, che preferisce l’espressione “di pancia”?

  4. Eustachio
    giovedì, gennaio 7, 2016 at 12:31

    Professoressa,
    Io non lo so
    Non so perché siamo finiti così, in cui l’espressione “esprit de finesse” ha sloggiato dalla nostra società.
    Non lo so. Magari per un insieme di ragioni. Magari no. Magari per pigrizia, indolenza, negligenza. Magari potrei essere legittimato a pensare che siamo stati indotti in questa situazione. Potrei pensare che non siamo riusciti a formare una classe dirigente in grado minimamente di pensare al bene comune. Potrei pensare che l’equità non appartiene a questa società. Potrei pensare che l’esercizio della funzione giurisdizionale non è più percepito “uguale per tutti”. Potrei pensare che le divisioni nella società sono organiche al potere del più forte. Potrei pensare che dal ’48 ad oggi è andato diminuendo il senso critico e non abbiamo vigilato sulla democrazia. Potrei pensare anche che, nonostante tutto, questa società è la migliore possibile o che gli italiani hanno ciò che si meritano. Potrei pensare che soddisfare i bisogni primari sia stato un punto di approdo e non di partenza degli uomini. Potrei pensare che il dio mercato vada ad infoltire i monoteismi. Cos’altro potrei pensare. Che siamo stati semplicemente sfortunati che gli idioti rappresentano un’ampia realtà. Che il rapporto che lega in qualche modo rappresentati e rappresentanti è lo stesso che tiene in vita un malato e il possessore dell’antidoto. Che il feudalesimo non è mai terminato. Che il sistema dell’istruzione non è all’altezza delle funzioni assegnate dalla Costituzione. Che la cultura, intesa come evoluzione fenomenologica dell’uomo, non sia mai stata adeguatamente valorizzata. Che dalla storia non abbiamo imparato nulla, se continuiamo a commettere sempre gli stessi errori e che, provare a ripercorrerla adesso che siamo su un piano inclinato è un esercizio quantomeno arduo e dall’esito fortemente incerto. Che forse, l’assiologia, l’eidetica, la fenomenologia,le categorie, l’ontologia, possono risultare utili per la comprensione dei fenomeni, ma non per evitarli, perché agiscono su piani diversi. Che il progresso tecnologico non è per tutti. Che anche se c’è la ripresa, questa non è per tutti. Che manca completamente una visione organica dei fenomeni. Che il linguaggio ha assunto espressioni ridottissime, tanto per conformarsi al pensiero corto. Che non sappiamo minimamente il significato di beni comuni e nemmeno riusciamo ad immaginarlo; per questo non riusciamo neanche minimamente a sentirci parte di una comunità. Che non ci chiediamo più il perché di certi fenomeni, poichè il pensiero non va oltre la propria sfera di soddisfacimento degli immediati bisogni primari. Che forse, il pensiero gratuito e libero, non esiste più, ma è funzionale ad un risultato suscettibile di valutazione economica o economicamente rilevante. Che un magistrato non è tale se tra le condizioni necessarie ma non sufficienti all’esercizio delle funzioni, non possiede anche il “sentire” come “percezione di valori e disvalori. Che la gente non fa cose per le quali sarebbe portata naturalmente e che questa società non consente di esercitare la “sottigliezza distinzione delle sensibilità” individuali. Che forse, chi possiede la capacità di emozionarsi, non possiede la logica del “fado”, poiché ha in se gli anticorpi per tentare di essere ciò che si è, senza assoggettarsi a logiche feudatarie. Che forse bisognerebbe tornare un po’ bambini per accorgersi delle idiozie che compiono gli adulti.
    Ciò che penso è che i popoli si governano con l’esempio, l’onestà, la giustizia, il bene comune all’interno di un modello di sviluppo condiviso perché la democrazia non è per sempre. Ma tutto ciò non basta; serve la consapevolezza che un certo modello di sviluppo, venga considerato giusto.
    Forse è proprio ciò che è mancato in tutti questi anni. Magari qualcuno c’ha messo del suo. Magari no.

  5. Roberta Guccinelli
    giovedì, gennaio 7, 2016 at 13:50

    Caro Eustachio, le sue perplessità riguardo al “sentire” sono molto interessanti e ampiamente condivisibili. E troverebbero una giustificazione in più se non fosse disponibile dai primi del Novecento un classico di teoria delle emozioni (che immagino abbia letto), Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori di Max Scheler, che ha avuto il merito di chiarire il senso del termine in questione e dei “valori”, spazzando via energicamente (almeno negli intenti) gli ultimi pregiudizi che ancora tenevano in scacco la sfera emotiva. Rimango infatti perplessa a mia volta della diffidenza che ancora oggi incontrano l’esercizio del “sentire” e i “valori”, per quanto infinite bocche e pance si ostinino impunemente a nutrirsene (in ambito non solo filosofico), e delle innumerevoli discussioni in ogni ambito filosofico sul topic in questione che rivelano in linea di massima un’assoluta indifferenza (certo legittima) nei confronti di questo capolavoro di fenomenologia. Vorrei invitare chiunque fosse interessato all’argomento, cruciale per le nostre esistenze, ad avere quel po’ di coraggio che richiede la lettura del Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori perché questa opera non rimanga retaggio di una minoranza fenomenologica, ma diventi quello che merita di essere: un patrimonio dell’umanità – senza alcuna retorica. È questo il mio augurio per il 2016.

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