Storie emblematiche. Etica e proprietà, pubblico e privato. Dalla costruzione dell’Italisider al disastro dell’Ilva

martedì, settembre 11, 2018
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Sono serviti 6 anni per consentire il passaggio dell’Ilva, fino al 2012 in mano ai Riva, dai commissari di Stato al nuovo azionista Arcelor Mittal. E un anno di trattative con Mittal per chiudere l’accordo sindacale. Poche vertenze, anche relative a crisi industriali complesse, hanno avuto un tempo di gestione così lungo. Qui i dettagli dell’intesa tra Governo e parti sociali, conclusa nel solco della mediazione svolta dall’Esecutivo precedente. Di seguito, il racconto della tragica epopea industriale che l’ha preceduto. Un’epopea che difficilmente può ritenersi conclusa.

Per la cronaca, infine, si rammenta che Fabio Riva, l’ultimo proprietario dello stabilimento, lo scorso aprile è stato condannato in via definitiva a 6 anni e 3 mesi per associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato. La Cassazione ha confermato la sentenza d’appello, negando le attenuanti generiche per la gravità dei fatti commessi e l’intensità del dolo. I giudici hanno stabilito che il figlio dello scomparso proprietario dell’Ilva, Emilio Riva, aveva incamerato illecitamente circa 100 milioni di euro dal 2008 al 2013 come contributi per le imprese che esportano. Fabio Riva, ora scomparso, nel giugno del 2017 è stato invece assolto, con altri dirigenti dell’azienda, dall’accusa di avere provocato la morte di 28 lavoratori con l’esposizione all’amianto. L’imprenditore era stato condannato in Assise, nel maggio del 2014, con 27 tra ex amministratori ed ex dirigenti dell’Italsider-Ilva sia pubblica (Iri) che privata (Riva), per aver causato con l’esposizione all’amianto la morte di 28 lavoratori. La Corte d’Appello individuò responsabilità aziendali, invece, solo per cinque casi.

Quando si decise di costruire un altro stabilimento siderurgico nel Sud, dopo quello di Bagnoli, la scelta ricadde su Taranto in modo quasi naturale. C’era il porto, ovviamente. Ma soprattutto c’era già una città militar-industriale di 170mila abitanti sorta intorno alla base della Marina e all’Arsenale, e attraversata da una violenta crisi occupazionale. Il disfacimento della produzione bellica e il ridimensionamento dei cantieri navali avevano già segnato la città moderna sorta pochi decenni prima accanto alla città vecchia in cui per secoli la vita era stata racchiusa, proprio come in un’ostrica, in un dedalo di vicoli e in un gomitolo di case accatastate le une sulle altre.

Lo slogan «Taranto non vuole morire», che ciclicamente rispunta come un mantra a segnare la politica e le mobilitazioni cittadine fu coniato proprio allora, come scriverà Tommaso Fiore in quel grande affresco del Sud della metà degli anni cinquanta che è Il cafone all’inferno.

Per non morire, allora Taranto chiese in massa il Quarto centro siderurgico. Chiesero in massa la sua edificazione la città vecchia e quella nuova, gli operai e i pescatori, i proprietari dei terreni e i mediatori politici, una borghesia da sempre apatica e un Curia da sempre supplente di altri poteri. Chiesero tutti la manna dal cielo di decine di migliaia di «posti fissi» sotto le ciminiere. L’allora sindaco democristiano Angelo Monfredi l’ha spiegato in seguito meglio tutti, con il candore repentino che solo i politici dc di lungo corso sanno avere: «Lo avremmo costruito anche al centro della città».

Il centro siderurgico costò quasi quattrocento miliardi di lire. Finì con l’occupare prima 600 e poi 1500 ettari di superficie, per un’estensione pari al doppio dell’intera città. Da quel momento in poi fu la città a crescere e modellarsi intorno alla fabbrica. Furono i tempi e i ritmi della fabbrica a scandire i tempi e i ritmi del tessuto urbano. Il mito dell’industria – mentre il capoluogo mutava – si radicò e rafforzò ulteriormente. È stato così fino alla fine degli anni ottanta, quando il sistema della partecipazioni statali, che reggeva l’industrializzazione di Stato, ha iniziato a mostrare le sue crepe. La percezione del disastro ambientale, invece, è divenuta cosa comune solo in seguito. (prosegui la lettura dell’articolo Dalla costruzione dell’Italisider al disastro dell’Ilva: storia di Taranto, di Alessandro Leogrande, apparso su Pagina 99 nel gennaio 2016).

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