Fenomenologia dell’être-au-mont

giovedì, 21 Marzo, 2019
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Fenomenologia dell’être-au-mont

di Paolo Costa (Fondazione Bruno Kessler, Trento)

 

Tradizionalmente l’ambiente montano ha rappresentato una sfida per il pensiero e l’immaginazione umana. La grandezza, maestosità, verticalità, in qualche caso addirittura l’inaccessibilità delle vette, degli altipiani, delle foreste alpine, ha nutrito per secoli la convinzione che le montagne rappresentassero, se non l’antitesi, quantomeno il confine estremo, la frontiera, della civiltà.

Da questo punto di vista la modernità, e soprattutto la tecnologia moderna, hanno cambiato drasticamente le carte in tavola. In un breve, ma denso articolo, pubblicato in un anno memorabile della storia recente – il 1968 – è stato il grande alpinista sudtirolese Reinhold Messner a lanciare un grido di allarme esprimendo il timore che lo sviluppo tecnico, con l’eliminazione, anzi, per usare le sue stesse parole, con l’«assassinio» dell’impossibile, potesse incrinare irrimediabilmente qualsiasi rapporto autentico con la montagna. Quest’ultimo presuppone infatti la possibilità del fallimento, la rinuncia alla conquista o, detto altrimenti, un qualche senso del valore ultimo, del significato non strumentale, se non addirittura della «sacralità» delle vette.

Sebbene la preoccupazione di Messner non abbia perso la sua ragion d’essere, il rapporto delle persone con la montagna è rimasto nondimeno spiritualmente ricco e sfaccettato anche ai nostri giorni. Per molte persone, anzi, la montagna nelle sue varie forme ha finito per incarnare un’alternativa alla forma di vita moderna, con i suoi ritmi accelerati, la competizione sfrenata, la ricerca della distinzione a ogni costo, l’omologazione dei gusti. Pur senza idealizzarla, molti riconoscono cioè nella vita che sperimentano tra i monti le tracce di un’esistenza «risonante», che parla loro una lingua diversa da quella con cui hanno a che fare quotidianamente e che lascia intravedere potenzialità umane inesplorate.

In questo senso la montagna continua a essere ancora oggi una sfida per il pensiero e l’immaginazione. Di fronte a tale sfida la comunità dei fenomenologi può ritagliarsi un compito importante. Anche per chi si riconosce nello scenario disegnato sopra rimane infatti da spiegare che cosa ci sia di speciale nel modo in cui la mente e il corpo umani si adattano all’ambiente montano e nella risonanza di cui un numero significativo di persone fa esperienza in quei luoghi. Sfruttando una facile assonanza, si potrebbe dire che spetta ai fenomenologi chiarire quali siano le strutture dell’être-au-mont, dell’essere-al-monte: del muoversi, faticare, osservare, annusare, ascoltare, orientarsi, cooperare, isolarsi, radicarsi, inquietarsi, esaltarsi in un contesto naturale dominato dalla presenza di rocce, guglie, forre, vallate glaciali o pluviali, boschi, pascoli, torbe, declivi, torrenti, altipiani, pendenze dolci o marcate, frane e falde, scorci, alpeggi, fauna e flora selvatica, massi erratici, piccoli insediamenti abitativi, anziché, per fare un esempio ovvio, da distese infinite di acqua, terra o sabbia. Senza questo lavoro preliminare, ogni altra considerazione rischia di rimanere sospesa nel vuoto, comprese le sporadiche analisi socio-antropologiche che si sono focalizzate recentemente sui flebili segnali di un possibile ripopolamento delle aree alpine.

Negli anni a venire ho intenzione di investire molte energie in questo progetto di ricerca. Chi fosse interessato a collaborare (nei modi più vari) a un’indagine che si trova ancora nella sua fase embrionale può farsi un’idea delle sue coordinate leggendo i dialoghi che ho intrecciato con Paolo Cognetti e Folco Terzani, a cui fa da cornice una riflessione sulla «sacralità» delle montagne, anch’essa opera mia. Entrambi i contributi sono stati pubblicati sugli «Annali di Studi Religiosi», la rivista open-access del Centro presso cui lavoro, consultabile qui.

Per chi volesse contattarmi personalmente, il mio indirizzo email è: pacosta@fbk.eu.

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