In ricordo di Giovanni Piana: Il canto del merlo

martedì, marzo 12, 2019
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Nell’ultimo suo corso universitario (1999), Giovanni Piana dedicò una lezione al canto del merlo, lezione che rielaborò lungamente, fino a pubblicarla, nel 2007. Essa affondava in un fatto biografico, aveva raccolto un piccolo merlo, lo aveva salvato, e gli aveva permesso di avviare percorsi di volo, fuori e dentro casa sua. Il fatto biografico, che Giovanni ricordò ironicamente a un divertitissimo Steven Feld, dicendo che lui aveva insegnato a volare ad un uccello, diede origine a un bellissimo saggio su suono e natura, che potete leggere, ed ascoltare, qui.

Nello scritto, molto condensato, si fa questione del modo in cui ascoltiamo i suoni della natura, in modo pregnante, ed unico:l’idea di fondo è non costituire una rottura netta nelle forme di ascolto o di pensiero attorno alla natura, ma cercare di focalizzarne la continuità, nel mutare delle situazioni Una posizione sul trascendentale? Basterebbe leggere il testo, per comprendere come seguire questa via porti poco lontano.
In realtà, Il saggio dialoga da vicino con uno splendido testo di Feld, Aesthetics as iconicity of Style (1987), che presto Sergio Bonanzinga pubblicherà in italiano, ma che Giovanni lesse con entusiasmo solo nel 2010. La riflessione sulla forma di ascolto è profonda, e si interseca magnificamente al discorso che Steven costruisce attorno all’espressione Kaluli Dulugu Ganalan

Aggiungo il momento in cui Giovanni fece la domanda, catturato dal pubblico: si divertì come un pazzo, a quel convegno, e volle tutte le foto dell’evento.

 

Da Il canto del merlo (1999 – 2007)

Se ci venisse chiesto che cosa abbiamo fatto fin qui, io risponderei semplicemente che abbiamo ascoltato attentamente un merlo come forse mai ci è accaduto di fare. Certo, abbiamo anche tentato di fare una sorta di analisi della struttura sonora come tale, un’analisi, vorrei quasi dire, alla cieca, dal momento che nulla io so degli usi e dei costumi degli uccelli, dei motivi di questi canti, e nemmeno so se sia giusto chiamarli canti.

Se adottassimo un punto di vista ornitologico presumibilmente saremmo interessati soprattutto ad identificare le condizioni biologiche, fisiologiche, ambientali e in senso lato sociologiche del canto, la sua integrazione nella vita e negli istinti elementari: per quanto riguarda la loro struttura ci basterebbe
probabilmente raccogliere quanto basta per una tipicizzazione delle circostanze relative ad un determinato verso, delle quali esso dunque segnala la presenza. Ma anche l’ornitologo, io penso, può essere tentato di soffermarsi sulla struttura così come essa è, mettendo provvisoriamente da parte altre possibili e interessanti domande, e quando ciò accade anch’egli si trova, come ci siamo trovati noi stessi, sul piano inclinato di una fenomenologia che scivola verso il
terreno della musica.

In realtà, questa inclinazione è già presente proprio nell’enfasi posta sull’ascolto, nell’attenzione tutta tesa a cogliere le differenze più sottili ed a mettere in luce somiglianze che istituiscono dei rapporti. A ben pensarci, una simile tensione dell’attenzione non è affatto simile a quella dell’escoltatore normale di un brano musicale, che giustamente si dispone in un’atteggiamento di serena ricezione degli eventi sonori che stanno per avvenire. Essa è invece forse più vicina alla modalità di ascolto del compositore che tende l’orecchio ai suoni che risuonano nell’ambiente circostante o ai suoni non sempre facilmente prevedibili manipolati con un sintetizzatore cercando di cogliere in essi valenze espressive e sensi musicali possibili. Certo, una volta forse non ci saremmo espressi così, essendo prevalente una concezione del compositore come un pensatore di suoni che può benissimo fare a meno delle orecchie, assolutamente obbligatorie invece per coloro a cui la musica è destinata – gli ascoltatori, per l’appunto.

 

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