Una lettera a Remo Bodei dal fondo degli anni – Roberta De Monticelli

mercoledì, novembre 13, 2019
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Un ricordo di Remo Bodei
La grazia dell’intelligenza
(di Roberta De Monticelli)

Ci sono ricordi che restano lì, in quelli che Agostino chiamava i palazzi della memoria, ma che per alcuni di noi sono piuttosto sterpaglie e boschi strani, con improvvisi agglomerati di città e di stelle, di volti e frasi e luci, e lame che affondano nel cuore, spietate e repentine. Ci sono ricordi che fanno da segnavia in questo caos da cui ogni mattino rigermoglia il mondo, e stanno lì come a indicare il sentiero semicancellato della nostra vita, le sue svolte, le salite, i détours, i luoghi di sosta. È da uno di quelli che vorrei partire.

Fu ai piedi della scala che saliva al salone principale della Biblioteca della Normale, nel vasariano Palazzo della Carovana, che fa da sfondo a una delle più incantevoli piazze italiane, la Piazza dei Cavalieri a Pisa. Ai piedi della scala – tutta da salire, così severa e imponente, la grande scala che portava alla Biblioteca: certo un bel segnavia – ti ho incontrato la prima volta. Eri poco più che un ragazzo: dal bell’ovale morbido del tuo volto, e dagli occhi vivaci, mi veniva una sorta di attenzione placida e insieme acuta, un’attenzione viva e serena insieme, che cambiò il mio smarrimento di ragazzina stranita, appena ammessa a studiare nel tempio dei sapienti, in un moto di speranza e fiducia. Eri il primo professore che incontravo – un giovane assistente, forse avrai avuto neppure una quindicina d’anni più di noi studenti, e parevi così affabile che, con quella che per tutti i miei anni alla Normale continuai a considerare una gaffe inspiegabile e irrimediabile, ti diedi subito del tu, senza neppure chiedere il permesso, immediatamente poi avvampando di confusione e di una vergogna che il tuo sorriso impassibile e indulgente non riuscì a dissipare.

Avevi allora scritto forse solo tre o quattro dei trenta o quaranta libri che restano di te – e sono tutti libri di scrittore, oltre che di studioso e filosofo, avventure e viaggi, minori o maggiori, del pensiero, fatti con lo spirito del geografo, per portare indietro ordine e nuove mappe per tutti i viaggiatori, e non (come di solito accade ai saggisti prolifici) per variare in mille chiavi l’inno monotono dell’ego a se stesso. Il contrario di un Michel Leiris, per dire, e parlo di un uomo di sostanza ancorché non di coerenza, non di un qualunque retore e sofista di quelli che oggi, come sempre, hanno infinitamente più successo dei filosofi. No, tu, a dispetto di tutta la tua affabilità, eri una sorta di impassibile incarnazione del motto di Bacone e della filosofia: de nobis ipsis silemus – de re agitur. Non a caso era Spinoza forse il filosofo che più ammiravi, e sospetto che una ragione simile fosse alla base della serietà con cui leggevi Hegel, che per rappresentare il mondo in ogni suo decisivo dettaglio, dall’ascesa di Napoleone ai verdi di Giotto, senza però che se ne evincesse mai l’arbitrio del punto di vista, aveva dovuto inventarsi lo spirito del mondo e la coscienza assoluta, errore in cui però mi pare tu non l’abbia mai seguito…

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