Urge la pedagogia. L’emergenza educativa esige la pedagogia della libertà, di Maurizio Baldino

lunedì, 8 Febbraio, 2021
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa autopresentazione di un libro recentemente uscito (Urge la pedagogia. L’emergenza educativa esige la pedagogia della libertà, Brenner, Cosenza, 2019) a firma di Maurizio Baldino, che è stato a lungo direttore didattico della scuola primaria e dell’infanzia, e successivamente anche delle scuole secondarie di primo e secondo grado. A noi sembrava che la “pedagogia”, intesa come disciplina specializzata che imperversa piovendo dai Ministeri e infarcendo i programmi d’esame dei concorsi per l’insegnamento di nozioni metadisciplinari invece che delle cose stesse da insegnare, fosse già fin troppo presente, anzi incombente. Ma questo scritto, oltre a prendere in considerazione anche questa deriva, e le alternative scuole pedagogiche di matrice filosofica, esprime una posizione critica soprattutto nei confronti delle concezioni educative di una parte del mondo cattolico. Speriamo possa suscitare qualche riflessione, anche in vista delle riforme e ricostruzioni che (anche questo speriamo) ci attendono.

Il saggio sviluppa delle riflessioni critiche sulla Chiesa Cattolica che, nel 2009, ha denunciato la situazione allarmante dell’educazione e lanciato la sfida e sull’eloquente silenzio del mondo accademico e professionale e quello irresponsabile della politica, che ne è seguito. Esso, nel mentre rompe questo silenzio dal basso, costituisce una voce critica, che diverge sull’analisi del fenomeno emergenziale per come definito nei documenti del mondo cattolico, esaminati dall’autore, e dai quali risulta la responsabilità di docenti e genitori. Il testo evidenzia l’ingenerosa attribuzione di responsabilità della grave situazione ai «nuovi pulpiti – scuole e università, giornali e televisione -, dai quali per anni si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto e piacere» (si veda l’Appello per un’educazione del popolo, disponibile qui, lanciato il 17 novembre 2005 in occasione dell’uscita nelle librerie della riedizione de Il rischio educativo di don Luigi Giussani fondatore del movimento cattolico Comunione e liberazione) e l’ingiusta responsabilità attribuita ai padri in un intervento, nel quale il Cardinale Caffarra definisce l’emergenza educativa «l’interruzione della narrazione che una generazione fa all’altra: è l’afasia della generazione dei padri…». L’autore contesta l’esclusività della responsabilità di scuola e famiglia nella convinzione che responsabilità sono da ricercare in un contesto sociale, che non solo non favorisce ma addirittura ostacola l’educazione, e nella politica che, oltre a trascurare la famiglia e i giovani, non ha mai stimato la classe docente e ha considerato la scuola una spesa improduttiva.

Il Cardinale Caffarra, inoltre, in perfetta sintonia con don Luigi Giussani e col Papa Benedetto XVI, definisce l’educazione come «tradizione che diventa presenza dentro alla testimonianza che i padri ne fanno ai figli. Queste tre categorie, tradizione-presenza-testimonianza, costituiscono l’atto educativo». L’autore, pur non negando che la mancanza di trasmissione dei valori da una generazione all’altra è problema che genera carenza educativa, afferma di non essere unica ed esclusiva causa, come unica ed esclusiva responsabilità non può essere addebitata a scuola e famiglia.

Il mondo cattolico, si chiede l’autore, può dirsi privo di una, benchè minima, responsabilità in relazione al fallimento educativo? Nel libro sono evidenziati, in modo anche dettagliato, i problemi morali, che affliggono la Chiesa, nonchè la rigidità dottrinale e l’inflessibilità interpretativa dei testi sacri, che costituiscono un serio ostacolo per l’educazione. Si tratta dei problemi della morale sessuale, come l’omosessualità, e di temi, quali il peccato, il senso di colpa, il perdono, le problematiche conseguenti all’emancipazione delle donne, il femminicidio e il fenomeno uguale e contrario del maschicidio, l’ambivalenza femminile amore-odio, la dottrina cattolica del matrimonio, il problema dell’assenza del padre e tanti altri che non si evidenziano da soli come problemi di rilevanza educativa e che, ad avviso dell’autore, vanno letti alla luce e nell’ottica della seguente affermazione del prof. Corallo, che in suo inedito  del 1975 scrive: «i fatti educativi, certamente sono lì: avvenimenti storici compiuti e irreversibili, ma non si evidenziano da se stessi come “educativi” senza l’intervento della ricerca che tende a rilevarli, appunto, come educativi. È allora chiaro che è possibile confondere i fatti educativi con altri fatti, oggetto di altre scienze, per esempio coi fatti sociali, politici, psicologici».

Nel terzo capitolo, dopo aver rilevato come nella cultura attuale l’emergenza educativa non va confusa con i preoccupanti atti, quali il bullismo e i comportamenti di delinquenza minorile, dapprima evidenzia come il fenomeno dell’emergenza fosse stato già colto nei primi anni ottanta del secolo scorso da Neil Postaman (La scomparsa dell’infanzia) e Marie Winn (Bambini senza infanzia), e che oggi esprime soprattutto un disagio generalizzato di natura culturale, determinato da analfabetismo emotivo (Galimberti), e coglie un’atmosfera il cui respiro ha cancellato l’apprendimento per osmosi (Pietropolli Charmet).

Il pluralismo pedagogico offre, oltre al modello cattolico, illustrato criticamente nel primo capitolo, il seguente panorama:

1) la pedagogia filosofica, intendendo con tale termine quel modello educativo, esistente prima dell’avvento del Positivismo, che si configurava come un discorso astratto, consistente nell’individuazione di consigli e norme da indicare agli educatori, finalità e obiettivi da perseguire e modelli di comportamenti e atteggiamenti che gli educandi dovevano far propri. Dopo il Positivismo tutte le scienze cercano un proprio statuto epistemologico per rivendicare l’autonomia;

2) per quanto concerne la pedagogia, però, la ricerca ha trovato notevoli insormontabili difficoltà nel fondare la pedagogia come scienza autonoma iuxta propria principia. Vi è, pertanto, chi è giunto al concetto di “identità negativa” della pedagogia, posizione ovviamente non condivisa e rifiutata;

3) vi è chi ritiene che l’educazione sia implicita in dottrine politiche e in teorie filosofiche definite, come il marxismo e l’idealismo gentiliano. Queste vengono rifiutate perché conformano il soggetto ai modelli socio-culturali propri di uno specifico gruppo etnico, di una data comunità o di una certa società, come pure conformativa è la pedagogia fondata sulle fedi religiose, e, proprio perché conformative vengono definite “pedagogie tribali”;

4) in contrapposizione alle pedagogie conformative è stato, alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, proposto (Visalberghi) il paradigma delle scienze dell’educazione come progetto culturale alternativo. Secondo tale modello “la scienza dell’educazione” si salda con le scienze “fonte” e che si costituiscono insieme, determinando di fatto una subalternità rispetto alle seconde, diventando di queste l’applicazione e senza delle quali non può stare.

L’autore dà convintamente ragione al prof. Mattei, per il quale «una certa forma di compiaciuta iper-riflessione epistemologica, intenta a descrivere i guasti nefasti delle ideologie pedagogiche, ha finito per produrre essa stessa macerie…» e al prof. Corallo, che nel citato inedito afferma: « …In altre parole, l’errore sta nella pretesa di occuparsi di pedagogia e di metodologia dell’educazione senza una filosofia dell’educazione, o, se si vuole, senza una teoria generale sul significato e i fini dell’educazione dell’uomo. Questi significati e questi fini vengono assunti da altri saperi, spesso senza ombra di sospetto critico, nell’ingenuo abbandono all’automatismo del “metodo”». Pertanto l’autore convintamente propone la pedagogia della libertà del prof. Corallo. Egli parte dalla constatazione che il bambino, dal momento della sua nascita, si trova in uno stato di “plurilaterale indigenza”, che impone all’adulto il dovere di aiutarlo e, quindi, di stabilire una relazione, che sia di causalità educativa, indispensabile alla sua crescita. Tale stato di indigenza conferisce al bambino una pretesa nei confronti dello Stato, che è riconosciuto come diritto inalienabile dalla nostra Costituzione (art. 3). L’educazione è, perciò, considerata come qualcosa che vale la pena di acquistare attraverso la relazione educativa, in quanto indispensabile per diventare uomo che «agisce moralmente e liberamente e religiosamente, per cui conosce e apprende, e vive da essere fisico, spirituale e sociale…» (Corallo). La libertà è la forma dell’educazione, perché per il Corallo «senza la libertà (e l’intellettualità che ne è supposta) non è tanto esatto dire che l’uomo si degraderebbe a un livello naturalistico, quanto piuttosto che esso non esisterebbe più». La libertà così intesa differisce dalla concezione cattolica, che la considera soltanto una facoltà di adesione o non adesione a una proposta, a qualcosa di interessante, a un fatto o ad una persona. Essa non può che essere intesa come deliberato del pensiero e conseguente autonomia dell’io. La morale, che si fonda sulla libertà, pertanto, è il punto di arrivo dell’educazione e non la strada per raggiungerla. Questa concezione corallina è attualissima, trovando conforto nel pensiero morale della Prof.ssa Roberta De Monticelli, contenuto nel suo interessante volume “La questione morale”, edito da Raffaello Cortina, Milano, 2010. La pedagogia è una e non può che essere questa ed è quella che urge.

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2 commenti a Urge la pedagogia. L’emergenza educativa esige la pedagogia della libertà, di Maurizio Baldino

  1. Stefania Migliorati in Noelli
    mercoledì, 10 Febbraio, 2021 at 04:04

    Il libro in questione offre degli spunti di spunti di riflessione ai quali siamo tutti chiamati a riflettere e ad interrogarci sia come genitori,sia come docenti.
    Sono una docente di ruolo di lingua inglese e il libro di Maurizio Baldino mi ha dato una chiave di lettura concreta su qulla ns realtà scolastica in quanto docente a volte mi sento disarmata di fronte alla gestione classe che è scaturita ed è stata determinata da elementi quali descritti dall’autore del libro.
    Ringrazio personalmente Maurizio Baldino che conosco da ben 40 anni di avermi dato una chiave di lettura su quello che stiamo vivendo a scuola.

  2. Stefano Cardini
    venerdì, 12 Febbraio, 2021 at 18:06

    Tema immenso. En passant, noterei come la scuola – e precisamente la necessità di prorogarla per recuperare il tempo che sarebbe stato perduto a causa della pandemia – sia il solo argomento lasciato filtrare dalla scatola nera che avvolge il prossimo programma di governo. Non credo sia un caso. Sul corpo della scuola, oltre che dell’università, in questi decenni (sic!) – lo dico da genitore – si è combattuta una battaglia culturale direttamente proporzionale alle risorse che le sono state sottratte o restituite in maniera largamente insufficiente negli innumerevoli progetti di riforma compiuti: Berlinguer, Moratti, Gelmini, Giannini (Buona scuola). Certo, i soldi non sono tutto. E tuttavia le riforme non hanno mai combinato le novità normative con incrementi significativi di risorse. Con tagli, invece, sì: ricordiamo soltanto gli 8 miliardi di euro in tre anni sciabolati dal Ministro del Tesoro Giulio Tremonti 2009-2011, alla vigilia della crisi politico-istituzionale che portò al governo di Mario Monti e aprì il decennio che ha preceduto la pandemia, durante il quale il “dibattito” si è polarizzato attorno allo scontro apparente “popolo vs élite” e “sovranismo vs europeismo” (l’atto costitutivo dell’associazione “MoVimento 5 Stelle” viene registrato il 18 dicembre 2012 in vista delle elezioni politiche nazionali del 2013). L’idea che il nostro problema sia principalmente un imprecisato “popolo” e dunque la sua “educazione”, insomma, si è rivelata via via come una chiave interpretativa generale e trasversale della involuzione della società e della politica italiana. E la tentazione conseguente di fare della scuola – e segnatamente della scuola pubblica – per non dire di chi ci lavora, il “capro espiatorio” di quasi tutto quello che nel Paese non va, è una tentazione ritengo piuttosto forte in molti settori culturali e politici, non di rado interessati a modelli alternativi. Vedremo. A ogni modo, a integrazione degli interessanti rilievi compiuti dal nostro Autore, offro un paio di contributi critici al succitato Appello, a opera di Marco Beccaria e Girolamo De Michele. Sono del 2005 e del 2010, ma credo ancora interessanti. Anche perché possono fornire uno sfondo storico a quello che nei prossimi mesi probabilmente accadrà.

    P.S. Come previsto, oggi sulla prima pagina di Repubblica, Tito Boeri e Roberto Perotti: “Premiare il merito, il voto agli insegnanti non è un tabù”. Per un primo inquadramento del problema che va oltre i confini nazionali, consiglio di leggere questa intervista del 2014, anche perché il rischio è che si riparta ogni volta da capo tra asfissianti luoghi comuni: Insegnanti e meritocrazia: come stanno le cose. Integro con un articolo dello scorso autunno di Giorgio Mascitelli, pubblicata su Roars: La questione meridionale e quella neoliberista, a scuola.

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