Che cosa ci resta del referendum: “Per imprese responsabili – a tutela dell’essere umano e dell’ambiente”?

lunedì, 1 Marzo, 2021
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Riceviamo da Marco Di Feo e pubblichiamo un breve articolo che sarà pubblicato nei prossimi giorni su Caritas Ticino, che ha suscitato ancor prima di uscire una certa “sollevazione” nel pur piccolo contesto. Si tratta di una rivista trimestrale, per cui l’Autore lavora, occupandosi dell’integrazione sociale per persone richiedenti asilo.

Si tratta di una piccola rivista, spiega Di Feo, ma che ha una sua cerchia di lettori interessati, appartenenti a vari settori della società civile e anche a diversi schieramenti politici, Lega e UDC a parte, forse queste ultime che sono l’espressione del conservatorismo piú radicalizzato e che sopportano con evidente fatica ogni forma di integrazione socio-culturale).

Per ragioni di spazio l’articolo è estremamente sintetico. Sebbene si tratti a prima vista di un tema che ha a che fare con un dibattito politico circoscritto alla Svizzera. In realtà, però, tocca una questione politicamente e assiologicamente universale. Da qui l’idea di condividerlo, come eventuale spunto di riflessione e/o condivisione.

Oggetto è il referendum del 29 novembre 2020 in cui la società civile svizzera sostenuta dalle ONG ha ottenuto che si votasse per imporre alle multinazionali elvetiche il rispetto della legalità che ordina la sfera del lavoro in Svizzera, anche all’estero, in particolare nei Paesi politicamente instabili, dove i diritti fondamentali della persona e il rispetto dell’ambiente non vengono garantiti. Il risultato ha visto prevalere il “si” cioè i favorevoli alla mozione per il 50.7 %, ma per le proporzioni tra i vari cantoni ha di fatto vinto il “no”. Pertanto, le multinazionali svizzere possono continuare ad operare indisturbate, L’esito e i numeri parlano da soli sul processo democratico in un Paese che a livello internazionale viene spesso indicato come esempio? Ma, siamo sicuri che altrove le cose vadano meglio? Nell’articolo, che ha suscitato come vi dicevo accese discussioni, anche in redazione, sono stato appositamente perentorio e in un certo qual modo provocatorio, proprio per provare a smuovere un po’ le acque. Se avete qualche minuto da dedicarci, ogni vostra riflessione, anche contraddittoria rispetto alle mie tesi, sarebbe credo utile e interessante per tutti.

Analizziamo il referendum del 29 novembre 2020 e il suo risultato finale dal punto dei valori in cui dovrebbe radicarsi la democrazia e le scelte della sua cittadinanza. In particolare sosteniamo come in esso vi siano: (i) un macroscopico paradosso identitario; (ii) una grave violazione politica; (iii) e una pericolosa incoerenza morale.

(i) Il paradosso identitario consiste nel fatto che in una democrazia moderna non dovrebbe esistere un referendum che metta a tema il rispetto dell’essere umano, qualunque sia il luogo in cui vive. Le democrazie in cui viviamo sono infatti diventate ciò che sono in contrapposizione ai crimini e alle violazioni che hanno devastato l’umanità nel corso della seconda guerra mondiale. Le nostre democrazie sono nella loro essenza più intima la risposta sociale e politica ad una esigenza universale (e non locale): il rispetto dell’inviolabile dignità dell’essere umano. Pertanto, gli Stati democratici moderni e i loro cittadini hanno una responsabilità sociale e politica verso ogni altra persona umana che non sono opzionali, ma rappresentano un dovere assoluto.

(ii) La grave violazione politica riguarda tutti i rappresentanti delle Istituzioni e dei partiti che non solo non hanno compreso il carattere paradossale di questo referendum, ma hanno addirittura appoggiato il “no”. Costoro dovrebbero prendere in seria considerazione la loro responsabilità metafisica (in quanto esseri umani, Karl Jaspers), politica (in quanto rappresentanti di uno Stato democratico moderno) ed etico-morale (in quanto persone chiamate ad agire nel mondo secondo un certo ordine di valori, Max Scheler), sapendo che questo “no” non è una scelta scevra di conseguenze. Ogni singola violazione che verrà perpetrata altrove ricadrà anzitutto su questi fautori del “no” e su coloro che hanno seguito le loro indicazioni. Inoltre, seppure in grado minore e in forma diversa, essa ricadrà anche su tutti noi che, pur avendo proposto e scelto il “si”, siamo e restiamo membri di una collettività che non ha saputo far prevalere le ragioni della giustizia. Ciò che le nostre multinazionali si sentiranno autorizzate a fare ai danni dell’ambiente e delle persone, sfruttando la permissività degli Stati ospitanti, ricadrà come una colpa (criminale, politica, morale e metafisica) su tutti noi che avremmo dovuto anteporre la giustizia agli interessi dell’economia. Colpevole non è solo chi compie l’azione, ma anche chi l’approva, o chi, pur disapprovandola, non la contrasta.

(iii) Infine la pericolosa incoerenza morale riguarda tutti coloro che, mentre predicano e osservano determinati valori in casa propria, si sentono autorizzati a contraddirsi se questi stessi valori vengono violati altrove. Un valore è un autentico fondamento della vita personale e sociale solo se è un riferimento innegoziabile, sempre e comunque rispettato, difeso e rivendicato. Il suo dover essere ci pone di fronte a un bivio: il rispetto integrale, o la violazione. Ci chiediamo allora a quale tipo di giustizia sociale fanno riferimento coloro che hanno scelto di votare “no”. In base a quale principio essi ritengono che le norme vigenti nel proprio Paese per garantire i diritti della persona e la salvaguardia dell’ambiente non debbano essere le stesse altrove. Dovremmo forse rassegnarci a una serie di pragmatiche contraddizioni, riducendo i valori (politici, morali ed etici) fondanti della nostra cultura (uguaglianza, legalità, solidarietà, dignità della persona, etc.) a mere opinioni contingenti? Su questa strada si annida un pericolo che ci riguarda tutti, quello di perdere la nostra coscienza collettiva e la nostra capacità di scegliere il bene (anche a casa nostra), proprio come il singolo individuo perde la sua anima e la sua identità quando mercifica i propri valori per una vita più agiata e libera da ingombranti questioni di coscienza.

Che cosa ci resta allora alla fine di questo referendum? Un’importante occasione di maturazione collettiva mancata e una sconfitta etico-politica ad ampio spettro. Prima di tutto ne escono sconfitte le Istituzioni che, incapaci di compiere scelte politiche sovrane, hanno dovuto attendere una mozione popolare per provare ad imporre (senza riuscirci) una stretta normativa alle grandi lobby economiche. In secondo luogo ne esce logorata la classe politica, che appare composta, per fortuna solo in parte, da persone che pensano e agiscono secondo parametri e interessi incompatibili con le fondamenta stesse della democrazia. Infine, ne esce sconfitta la cittadinanza, che appare come una collettività spezzata in due proprio su una questione di diritto che invece avrebbe dovuto unire tutti: il rispetto dell’essere umano, nessuno escluso, e dell’ambiente, patrimonio di tutta l’umanità.

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