Università, ricerca, finanziamenti, classifiche, meritocrazia. La ricetta di Boeri e Perotti (da Repubblica)

mercoledì, 17 Marzo, 2021
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Riprendiamo l’articolo di Tito Boeri e Roberto Perotti, professori dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, uscito su Repubblica del 16 Marzo 2021 e dal titolo Basta finanziamenti a pioggia per le Università. Per far funzionare la ricerca bisogna concentrare i fondi pubblici sugli atenei migliori. Questo il posizionamento delle prime 34 università italiane in QS World University Rankings 2020. Con 34 università classificate, l’Italia è il settimo paese più rappresentato al mondo in questa edizione e il terzo dell’Unione Europea, dopo il Regno Unito (84) e la Germania (47) e prima di Francia (31) e Spagna (27). Nessuna è tra le prime 100. Il 40% però è tra le prime 1.000. Risultato che non hanno UK, Francia, Germania o USA. Qui il risultato del Gruppo di lavoro CRUI sui ranking internazionali: attività, risultati e prospettive 2017 – 2020. Qui un articolo controcorrente sull’argomento di Roars (Return on Academic Research). E uno sulla gestione delle risorse PRIN, che rimanda alla relazione a cura della Società Italiana degli Economisti (Sie) che ha segnalato anomalie rilevanti nelle procedure di revisione dei progetti PRIN 2015 per l’area ERC SH1 (Economia, finanza e management). Infine, un altro articolo controcorrente di Francesco Sylos Labini sul finanziamento pubblico delle università private.

Il 21 febbraio quattordici eminenti scienziati italiani hanno rivolto su questo giornale un appello a Mario Draghi, invitandolo a utilizzare il Pnrr per aumentare il finanziamento della ricerca. Gran parte della ricerca è fatta nelle università o da persone collegate all’università. Siamo tutti d’accordo che una buona università – così come delle buone scuole materne, elementari e secondarie – contribuisce allo sviluppo di un paese. Ma come far sì che questi maggiori finanziamenti migliorino effettivamente la qualità della ricerca? Di questo non si parla quasi mai, e l’appello dei quattordici scienziati non fa eccezione.

La ricerca è fatta da esseri umani, e per migliorarne la qualità in modo non casuale noi conosciamo un solo modo: premiare chi fa ricerca migliore. Una parte dei finanziamenti statali ad un dipartimento o ateneo deve essere basata sulla qualità della ricerca. Questo darà ai decisori nel dipartimento e ateneo l’incentivo ad assumere e promuovere chi fa la ricerca migliore, invece che l’amico o chi è sostenuto dal potentato locale. Non conosciamo altri modi per evitare i continui casi di “concorsopoli” che ogni volta sembrano cogliere ipocritamente di sorpresa la comunità accademica.

Ma dobbiamo accettare un dato di fatto: la ricerca ad alto livello non può essere distribuita uniformemente tra università; non tutti gli atenei possono essere “eccellenti”, e questo per due motivi. Primo, non c’è forse campo come la ricerca in cui contano le cosiddette economie di agglomerazione, in cui la concentrazione in una sede universitaria dei migliori ricercatori può portare a fare grandi passi avanti. Le idee migliori vengono e si sviluppano con il contatto personale, lavorando a fondo per mesi e mesi condividendo frustrazioni e trovando nelle interazioni soluzioni ai problemi più complicati. Il secondo motivo sono i costi fissi: soprattutto nelle scienze “dure”, il costo di laboratori e attrezzature all’avanguardia può essere sopportato solo dai centri più grandi. Meglio avere un’attrezzatura costosa ma all’avanguardia in un solo centro che un’attrezzatura più a buon mercato distribuita su due centri.

La conseguenza di tutto questo è duplice: una parte dei finanziamenti all’università devono premiare la ricerca migliore; e questa quota premiale, se assegnata seriamente, sarà necessariamente concentrata su alcuni poli di eccellenza.

Eppure il finanziamento pubblico alle università in Italia è sempre stato all’insegna del riequilibrio tra le diverse sedi. Fino al 2003 esisteva nel Fondo di Finanziamento Ordinario alle università una “quota di riequilibrio” che aveva proprio questa funzione. Solo nel 2008 si introdusse la “quota premiale” che avrebbe dovuto assegnare fino al 30 per cento dei fondi (ma siamo ancora ben lontani da questa percentuale) in base a indicatori di qualità. La maggior componente è la “Valutazione della Qualità della Ricerca” (VQR), essenzialmente un processo centralizzato di “peer review”, il “giudizio dei pari”, un metodo imperfetto ma utilizzato universalmente per valutare la qualità della ricerca.

Abbiamo calcolato gli indici di concentrazione di Gini della quota premiale e del VQR di 57 università pubbliche italiane per cui sono disponibili i dati (l’indice di Gini è 0 se ogni ateneo riceve lo stesso ammontare; è 1 se un solo ateneo riceve tutti i finanziamenti). Paradossalmente, l’indice di concentrazione della quota premiale è addirittura inferiore a quello delle altre due entrate – le rette studentesche e la quota base, che rispecchia i costi storici e le dimensioni dell’ateneo. Persino l’indice della quota VQR, che in teoria dovrebbe premiare espressamente la qualità della ricerca, è inferiore a quello delle rette e della quota base (si veda il nostro intervento su Lavoce.info)

Abbiamo poi condotto lo stesso esercizio sulle prime 57 università inglesi (tutte pubbliche, come in Italia). Il quadro che ne esce è esattamente l’opposto: la concentrazione dei finanziamenti basati sulla qualità della ricerca è tre volte quella delle rette universitarie, e cinque volte superiore a quella della VQR italiana.

Tutto questo non ha niente a che vedere con la “mercificazione della cultura”, con il diritto allo studio o con la “privatizzazione” della università. Pur essendo docenti di una università privata, siamo convinti sostenitori dell’università pubblica. Riteniamo fondamentale offrire più borse di studio per permettere agli studenti meno abbienti di accedere all’ università. Ma proprio per favorire e migliorare la qualità dell’università pubblica una parte dei finanziamenti deve essere distribuita secondo i migliori standard internazionali.

Gli atenei e i dipartimenti non d’eccellenza avranno sempre un ruolo importante, e continueranno ad attingere alle altre componenti (che rimangono la quota maggioritaria) del Fondo di Finanziamento Ordinario. Di tutto questo il Pnrr dovrebbe occuparsi, prima ancora che della quantità dei finanziamenti all’università.

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