Walter Siti, Platone e l’esperienza morale. Di Roberta De Monticelli

domenica, 11 Luglio, 2021
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Riprendiamo qui un articolo uscito su “Domani” del 10 luglio 2021 (ma lì, con un titolo più adatto a un sermone che a un ragionamento). In sostanza: un filosofo non dovrebbe sempre chiedersi cosa intende uno scrittore per “il Bene”, quando giustissimamente lo scrittore invita i colleghi a guardarsi dall’edificazione o dall’esortazione – “l’impegno” – in letteratura? E senza esperienza morale possono nascere opere grandi e vive? (E si può avere esperienza morale senza soffrire il discrimine, anche sottile, fra beni e mali?)

Ma cos’è il “Bene”, in letteratura?

Non ero mai riuscita a mettere a fuoco le ragioni per cui l’intera discussione pro e contro l’impegno in letteratura, occasionata dal libro di Walter Siti, Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli), mi lasciava tanto perplessa. Parendomi ovvio, come pare ai più, che si possano scrivere libri “impegnati”, sul fronte etico e quindi anche politico, eppure bellissimi anche come prove d’arte –  sul tipo di Se questo è un uomo di Primo Levi. Per non parlare dei veri e propri romanzi. Ne ricordo uno di un altro Levi, magistrale e struggente, nel suo salire l’onda di una speranza – immensa – in un riscatto morale e civile del nostro Paese, in una sua vera e compiuta nascita alla libertà, alla modernità, alla democrazia e all’età adulta.  E nel sentirla scivolare via, questa speranza, come l’acqua nella mano, guardandola rifluire ancora prima di infrangersi a riva, già riassorbita dalla sabbia molle, iridescente della Capitale. E’ L’orologio di Carlo Levi. Che è un libro in fondo misterioso al pari di Cristo si è fermato a Eboli, anche se riconoscete tutti i suoi protagonisti, perché sono gli uomini che hanno fatto quel po’ di Italia civile che resta: e mentre piangete di gratitudine per quello che hanno fatto e di rammarico per quello che non hanno potuto fare, capite che al fondo l’essenziale della vita resta certamente oltre tutto il bene che si può fare o che si può rimpiangere, in una zona della sensibilità e dell’immaginazione che la filosofia può appena evocare pudicamente (e tonnellate di libri sulle emozioni non cambiano una virgola a questo fatto).

Capite appunto che la poesia, in qualunque forma, ci arriva in virtù di cose che hanno più a che fare con la musica, il sapore, il fuoco e la grazia delle parole, o delle immagini, o della voce, con l’anima insomma, che con l’etica e le idee. Ma di solito allora capite anche che quell’oltre non si spalanca improvviso se non c’è l’idea che scolpisce il visibile, come il colle di Leopardi. Vita e destino – lo dice già il titolo –  va ben oltre l’idea della tragedia che fu il socialismo reale, ben oltre l’orrore della mente prigioniera, della menzogna come forma di vita, dell’ignavia, della complicità dei più che consente al potere di farsi totalitario. Tocca punte di estatica felicità che insegnano a chi neppure ha mai risolto un’equazione quale sia l’elemento divino della scienza, e “come si convenga/l’imago al cerchio”, il lampo della scoperta fisica al sollievo di un respiro che s’allarga nel riso umano e celeste della libertà. Ma neanche Vassilij Grossmann,  senza la forza e sofferenza del pensiero che vede il mondo come potrebbe essere e non è, senza lo sguardo capace di fotografare lo scintillio di luce anche nel fango nero della pozzanghera, no, neppure lui sarebbe stato capace di avvincerti così. E soprattutto, di sentire la lama di quell’imperioso e ineseguibile “devi cambiarti la vita” con cui i libri che ricorderemo – pochi – fendono la nostra. E se non ti fa provare questo, un libro o una poesia non arriverà mai a fare quello che la bellezza ti fa non appena tu le consenta di trafiggerti – una incomprensibile, mai avverata e tuttavia imperiosa promessa di felicità, e per di più di una felicità che con i nostri problemucci, psicologici esistenziali sociali e politici non c’entra nulla, e a ben vedere neppure con noi, quasi una felicità senza soggetto, spinoziana. Oppure c’entra con noi, come diceva Kafka, solo nel senso che spacca a martellate lo spesso strato di ghiaccio che avvolge cuore e cervello.

Ma chi contesterebbe l’ovvietà di quello che sto dicendo, che si possono scrivere bellissimi libri anche con la benzina del proprio impegno etico, politico, filosofico e perfino teologico (perché, Dante non era impegnato?) – e usarlo per arrivare in vetta: ma arrivati lì, spesso senza saperlo prima, dispiegare grandi ali a carburazione celeste, o piuttosto a volo di falco che plana. Mica vorrà negare questo, Walter Siti. Infatti non è di questo impegno e di ciò che lo trascende che parlano, né lui né la maggior pare dei suoi interlocutori, se ho ben capito. Ma di personaggi come Saviano o D’Avenia, ammirabilissimi, dotati di grande talento comunicativo impiegato per ottime cause, e di molti altri – per i quali comunque la questione del passaggio regime di volo angelico non mi pare si sia mai posto, né da loro stessi né dai loro lettori: e allora il problema qual è? Del resto, è perfettamente vero anche che ci sono i Céline e gli Houellebecq, cioè i cattivi maggiori e minori; ci sono addirittura quelli che non capisci se abbiano lo sguardo innocente e acutissimo di un bambino, che non distoglie mai gli occhioni neppure dai dettagli più disgustosi del reale, perché di tutto si meraviglia. O se siano invece dei cinici persi e gaudenti.  Avvincenti nonostante la loro perfetta indifferenza morale di sdoganatori del crimine, trattano l’efferatezza in bicchieri scintillanti, con uno spruzzo di selz e una fettina di limone. Dunque non parlo di Céline, ma di autori leggeri e popolari (forse già passati di moda?) come Emmanuel Carrère, di cui ricordo che lessi senza riuscire a staccarmene prima di finirla una biografia romanzata di Eduard Limonov, letteralmente nazista e stalinista, divenuto lui stesso una star mondiale seppure un po’ effimera.  Julian Barnes una volta,  con uno stizzoso colpo di genio,  paragonò questo Carrère proprio all’inventore ufficiale dell’engagement, Jean-Paul Sartre, che era invece (fra l’altro) l’autore di Santo Genet, commediante e martire, cioè il cantore di un altro scrittore cattivissimo e bravissimo, ladro e diarista di furti e galere negli anni Trenta, collaborazionista e amante di un ex SS francese negli anni Quaranta, autore di successo e ladro inveterato negli anni Cinquanta e Sessanta, sostenitore degli umiliati e offesi delle colonie e della Palestina negli anni Settanta. “L’intellettuale parigino odia tutto quello che l’intellettuale parigino rappresenta”, concludeva beffardamente Julian Barnes. Cioè, immagino, i Lumi, la Ragione, il Bene. Forse non succede solo a Parigi.

Ma neppure di questo poteva trattarsi nel dibattito sull’impegno – mi dicevo – perché a differenza dei filosofi morali, che sono solo incoerenti quando diventano filosofi immorali, eccome se ci sono i grandi scrittori accomodati sovranamente nei deserti morali dell’umanità.  E sono ben capaci ciò nondimeno, o forse per questo, di lasciarci nell’anima strascichi di nostalgia estatica che neppure Gloria Swanson in Sunset Boulevard:  sono ben noti a tutti e non son pochi, anche perché i deserti morali predominano nella storia umana. Chi penserebbe che occorra difendere Flaubert o Proust contro il politicamente corretto? Dunque, no, non sarà neppure di questo che si parlava in quel dibattito. Del resto si parlava del presente e del futuro, non del passato. Ma se ci sono stati, tanto i Levi e i Grossmann, quanto i Proust e i Flaubert, perché mai non dovrebbero nascerne ancora? Forse sono già in giro, respinti dagli editori. E di cosa si parlava, allora?

Poi finalmente ho capito quanto in superficie restava il mio dubbio. Mi ha aiutato Thomas Mann, che prima difese contro suo fratello Heinrich e i dolci Lumi il fondo oscuro e il rischio estremo di un cuore tedesco, e poi capì – non che Heinrich aveva ragione, ma, più in profondità, che ce l’aveva Platone. L’intelligenza quando è vera è buona, perché del bene – non fosse che chiarezza, attenzione, esattezza, e pietà – ha bisogno come gli occhi hanno bisogno del sole per vedere. Ecco quello che concluse Thomas Mann: “L’arte non minaccia la vita (…) perché essa è creata per dare alla vita la vita dello spirito. Essa è alleata del bene, e nel suo fondo (…) vicina all’amore. Volentieri essa induce gli uomini al riso, ma (…) non è mai una risata di scherno, bensì una letizia in cui l’odio e la stupidità si dissolvono. (…). Essa non è una forza, è soltanto una consolazione”. Ecco: questo mi par vero anche se lo scrittore ignora del tutto cosa sia il Bene: ma potrebbe ignorare anche l’esperienza morale?

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