La sentenza (precauzionale) della Corte dell’Aja. Interpretazioni e valutazioni

martedì, 30 Gennaio, 2024
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Riprendiamo qui due articoli sul significato della sentenza del 26 gennaio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sulle misure cautelari imposte a Israele in applicazione della Convenzione sul genocidio. Il primo fornisce un’analisi molto precisa e una valutazione di due tipi di interpretazioni contrapposte; il secondo individua nella sentenza l’esplicita negazione di un nesso fra l’unicità della Shoah e l’impunibilità di Israele, e contesta l’appropriazione identaria di testi dal significato etico universale

Corte dell’Aja, le due interpretazioni della sua pronuncia 

di Giacomo Costa, Affaritaliani.it 29 gennaio 2024

La pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia con sede all’Aia sulla denuncia che il Sudafrica le ha presentato dello Stato di Israele è, comunque se ne pensi sul merito, un evento memorabile. Come dice Macaela Frulli, docente di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, “E’ la prima volta che Israele è davvero messo davanti all’obbligo di rispettare alcuni principi del diritto internazionale”.

Accettando di essere stata invocata a proposito (cioè di “avere giurisdizione”: cosa che i rappresentanti legali israeliani negavano) e dichiarando la plausibilità dell’evento temuto (che l’esercito israeliano e più in generale la politica militare israeliana stiano dando luogo al genocidio dei palestinesi) la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso quattro importanti ordinanze, che sono altrettante ingiunzioni allo Stato israeliano: astensione da atti genocidari, maggior ingresso di aiuti ai gazawi, punizione degli incitamenti al genocidio, obbligo di presentare entro un mese un rapporto su come lo Stato di Israele abbia attuato queste ordinanze.

Due aspetti di questa pronuncia hanno colpito positivamente gli osservatori internazionali: la celerità con cui è stata emessa, a conferma dell’urgenza di un intervento di arresto o freno delle azioni militari in atto, e la quasi unanimità con cui le ordinanze sono state adottate. Continua a leggere qui

La sentenza e la memoria

di Roberta De Monticelli, Manifesto 28 gennaio 2024: ne riprendiamo qui una versione lievemente più completa.

Raramente è dato assistere ai “momenti che definiscono” la storia. I quarantacinque minuti di lettura delle determinazioni della Corte Internazionale dell’Aja sull’accusa di genocidio portata dal Sudafrica nei confronti di Israele (26 dicembre) sono sicuramente uno di questi momenti. Sotto gli occhi dell’umanità intera, in diretta, la Corte del mondo ha ridefinito, riaffermandolo, il senso del “mai più” da cui era nata. La sentenza ha spezzato per la prima volta il nesso fra l’unicità della Shoah e l’eccezionalismo di Israele, quale finora si era manifestato: come scudo contro l’imputabilità di tutte le violazioni legate all’occupazione dei territori palestinesi, e come immunità e impunità rispetto alle norme del Diritto Internazionale. Edward Said aveva spesso parlato della difficoltà che abbiamo a riconoscere l’esistenza di “vittime delle Vittime” – per antonomasia. Raz Segal, docente di Studi sull’olocausto e il genocidio, aveva affermato che proprio questo nesso assicurava a Israele una sorta di “impunità nativa”. Questo nesso è spezzato. Possiamo riconoscere l’unicità di quel genocidio, senza dover ammettere che lo stato ebraico di Israele non sia imputabile di crimini contro l’umanità, incluso quello di genocidio. Questo tabù è tolto.

Perché qualunque sia l’efficacia degli obblighi imposti oggi dalla Corte a Israele, restano due fatti che nessuno al mondo potrà più negare: che la Corte ha rigettato esplicitamente la richiesta israeliana di archiviazione dell’accusa di genocidio nei confronti dei palestinesi (e implicitamente refutato il Dipartimento di Stato americano che aveva dichiarato infondata l’accusa sudafricana). E che l’accusa è stata dichiarata non infondata, ovvero “plausibile”. Cioè, Israele si trova in effetti a processo di fronte all’umanità per difendersi dall’accusa di genocidio, qualunque possa essere poi la sentenza definitiva.

Può stupire o no che Netanyhau abbia messo sullo stesso piano la Corte e Hamas, con la sua frase “Nessuno ci fermerà, né l’Aja né l’asse del male”. Che risponde a una lunga tradizione di pronunciamenti ostili a qualunque vincolo giuridico posto sulla sovranità israeliana: fu ad esempio già Ben Gurion ad affermare che i confini dello stato di Israele non sarebbe stato l’Onu a deciderli, nel momento stesso in cui parve accettare la partizione. Questa volta però le cose sono molto diverse: non si tratta di eventi politici, come le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu o una raccomandazione dell’Assemblea generale. Si tratta dell’ordinanza vincolante del massimo tribunale con giurisdizione sulle controversie internazionali. Per la prima volta cioè gli obblighi cui il diritto internazionale assoggetta Israele sono vincolanti. Naturalmente non è la Corte che può renderli anche efficaci. Ma la Corte impegna tutti gli stati che ne riconoscono la giurisdizione, cioè tutti noi,  ad operare perché lo siano, oppure a disconoscere davanti al mondo i vincoli che noi stessi ci siamo dati nelle nostre Carte. Sopprimendo così di fatto la supremazia del diritto internazionale sull’arbitrio degli stati nazionali, e tornando ad accettare in pieno la selva geopolitica e la barbarie delle sue guerre. In questo senso, sì, “di questa sentenza ci si ricorderà per generazioni”, come Netanyhau ha anche affermato. Non però perché sia “vergognosa”, ma perché ha sancito la responsabilità che tutti noi avremo se lasceremo che gli obblighi siano disattesi.

Anche se con notevole audacia Israele risponde che sta già ottemperando a quegli obblighi. Questo è falso, ma equivale alla confessione che sono tutto fuorché vergognosi. E – ultima svolta storica: i suoi ministri hanno ora un bel gridare all’antisemitismo della Corte dell’Aja. Questa enormità smonta una volta per tutte il ricatto dell’accusa di antisemitismo formalizzata addirittura nella definizione della International Holocaust Remebrance Alliance, che ne fa una folgore contro ogni obiezione alle politiche israeliane. Perché l’obiezione della Corte politica non è, per definizione.

Infine, si può sentire o no come dolorosa la spettacolare quasi-coincidenza temporale fra la sentenza e il Giorno della Memoria. Eppure non ha ragione di dolersi chi vede in questo accidente della storia la liberazione da un tabù che – come tutti i tabù – gettava un’ombra buia, arcaica,  “politica” nel senso peggiore di identitaria, “o con noi o contro di noi”,  sulla purezza, universalità e sacralità della memoria dello sterminio dell’umanità tutta, che nel corpo degli ebrei fu compiuta. Memoria e monito per tutti, come le parole di Primo Levi, che tanto stranamente qualcuno ha voluto appropriare a una “parte” soltanto (“cercatevi citazioni altrove”: Noemi Di Segni). Eccole: “Se comprendere è impossibile conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

 

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