Postphenomenology blog-notes

domenica, novembre 22, 2009
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Individui. Perché ero arrivato a pensare, ormai quasi rassegnato, che quelle entità o concetti indicati da termini come Mente, Coscienza, Io, Volontà, Stato Italiano, l’Università di Oxford ecc. dovessero infine essere eliminati e dissolti, come nebbie o fantasmi, e tradotti in enunciati su operazioni, comportamenti, capacità, prestazioni, strutture fisiche o neurali, processi cognitivi, documenti scritti ecc. Ad esempio, mi stavo ormai convincendo che tutto quello che c’era di interessante da sapere sul fenomeno dell’unità della nostra coscienza non poteva essere altro che la dominanza dell’emisfero sinistro su quello destro. Ma questi antichi fantasmi, forse vuoti universali metafisici, continuavano a perseguitarmi come i fantasmi dei personaggi di Shakespeare. Mi pareva che nemmeno la somma totale di questi presunti enunciati, riformulazioni, traduzioni o riduzioni, avrebbe mai potuto sostituire, all’interno della mia esperienza, il ruolo giocato da quei fantasmi con i loro bellissimi nomi, se non al prezzo di una sorta di mutilazione. Perché? Il linguaggio ordinario portato di ere di evoluzione biologica e millenni di affinamenti poteva ingannarmi fino a quel punto? O ben di più forse potevano farlo le analisi metalinguistiche di un gruppo di recenti filosofi austro-britannici? Come poteva il linguaggio girare così a vuoto? Avevo in realtà già intravisto una possibile soluzione, l’avevo anche scritta da qualche parte, ma poi me n’ero completamente dimenticato.

Dove risiede dunque il fraintendimento? Nel non riconoscere l’attendibilità della nostra esperienza e del linguaggio. L’illusorietà metafisica non risiede nell’esperienza vissuta che sembrerebbe evocare questi fantasmi, ma al contrario nella traduzione-riduzione che cerca di eliminarli. Perché la traduzione pensa illusoriamente di poter rendere “reale” e sostanziale ciò che non lo è e non può esserlo. Reificare è una mossa tipica delle procedure metafisiche. Trasformare in “entità reale” ciò che non è mai stato un’entità “reale”. Che cosa sono dunque queste entità? L’Io, la Mente, ma anche l’Università di Oxford, non sono “entità reali” ma contenuti fenomenici, vissuti radicati nella nostra esperienza. Tuttavia, disponendo di caratteri fenomenologici unificanti, hanno la proprietà essenziale di manifestarsi e comportarsi tipicamente come degli individui dotati di intenzionalità, individui fenomenici, apparenti, ma come tali, nel loro essere un po’ fluidi e fuzzy, dotati di personalità, capaci di sopravvivere ai cambiamenti e di dimostrarsi in grado di pianificare le loro azioni, prendere decisioni, provvedimenti, esprimere emozioni, perché l’Università di Oxford si offende se la si sbeffeggia e reagisce intenzionalmente con delle azioni proprio come se fosse una forza e un individuo “reale”. Nella nostra coscienza è così che li viviamo, come entità individuali. E’ così dunque che questi fantasmi si presentano a noi, come individui, anche se non sono fatti della stessa stoffa di cui sembrerebbero fatti individui “reali” come gli esseri umani o altre specie animali. Noi, Io, siamo allora, realmente, solo individui emergenti, siamo fatti della stessa stoffa dei nostri sogni, proprio come diceva Shakespeare, ma anche come sosteneva Hume, dei fasci di complessi di percezioni, sensazioni, impressioni, fenomeni. Questi individui tuttavia non sono illusioni ma più ragionevolmente un prodotto e parti della nostra esperienza, quindi reali. Non troveremo mai l’Io nel nostro cervello perché lo incontriamo già tutti i giorni nella nostra esperienza ordinaria e anche nel modo in cui noi parliamo della nostra esperienza, è lì che lui vive la sua vita reale. Se lo dovessimo perdere, in questa vita, diventeremmo folli, noi ci perderemmo con lui. La mia mente, l’io, sono qualcosa di più o di altro che non una sequela di atti consapevoli e comportamenti intenzionali. La loro realtà potrebbe forse essere descritta come un complesso contenuto fenomenico non sensoriale, ma più precisamente come il modo in cui questi atti e comportamenti sono integrati in guisa di e sotto la forma unificante di un individuo emergente. In fondo, per il nostro cervello, things are just bundles of information.

Universali. Un simile ragionamento potrebbe valere anche per gli universali, come la felicità, bontà, bellezza, ma anche sedia, uomo, casa? Anche a questi infatti sembra essere toccata la stessa sorte dei concetti visti sopra. La reificazione in una qualche forma di realtà diversa da quella di appartenenza. Quelli che nel linguaggio erano termini che denotavano e intendevano proprietà caratteristiche di oggetti, caratteri fenomenologici unificanti che differenziavano in modo essenziale l’esperienza di una cosa da un’altra – senza tuttavia essere parti costituenti né di questi oggetti né dei contenuti sensoriali qualitativi di essi – sono stati reificati dalla loro realtà per diventare una res, entità ideali, forme o modelli delle cose, oggettività a priori. Platone per essi aveva inventato un ipermondo superiore, altri un terzo o un quarto mondo. Ma le categorie fondamentali di una metafisica esplicativa della realtà altro non sono che alcuni tipici caratteri fenomenologici dell’esperienza che nel processo di reificazione e categorizzazione del vissuto sono stati per così dire snaturati. In quanto proprietà emergenti dell’esperienza ogni loro ricollocazione ontologica ne modifica lo status, sia che si tratti di significati, entità o oggetti ideali, categorie o proprietà “reali”.

Wittgenstein sosteneva che io non percepisco mai “realmente” un volto ma solo parti costituenti di un volto. Io non vedo mai “realmente” una sedia ma solo parti costituenti di un intero che chiamo sedia. Eppure riconosco, afferro, colgo, in un atto determinato, un volto dotato di un’espressione o una sedia. I nomi designerebbero soltanto ciò che è elemento della realtà. Ciò che non può venir distrutto; ciò che rimane eguale attraverso tutti i cangiamenti. – Ma che cos’è questa cosa? Perché l’esperienza (“reale”) non ci mostra affatto questi elementi. Noi vediamo parti costituenti qualcosa di composto (§ 59 PU). Non è dunque quasi mai di queste parti o costituenti “reali” di cui noi parliamo, su cui ci intratteniamo con il linguaggio. Dunque che cos’è elemento della realtà se non ciò che prima facie appariva come un fantasma metafisico? Sono gli interi, quel tutto che è maggiore e diverso della somma delle sue parti, eppure non sembra trattarsi di mere gestalten ma di stati di cose accertabili che si impongono a noi. Esperienze di stati di cose individualizzati che permangono attraverso il tempo e i cambiamenti. L’esperienza vissuta e il linguaggio ordinario che la denomina appaiono così carichi di metafisica e di universali perché è proprio con questi che si sono così a lungo familiarizzati. Gli universali sono le qualità essenziali e gli elementi del nostro mondo reale. Sono nomi di fenomeni e di qualità dell’esperienza che permangono attraverso le esperienze, unificandole e rendendole disponibili all’identificazione, al ricordo, alla comparazione. La realtà che viviamo non può essere messa tra virgolette, semmai il contrario. Il linguaggio ci attesta un ulteriore dimensione di quella che chiamiamo “realtà”, che è più o meno della “realtà”. E’ il mondo della vita, delle forme di vita, del significato e valore che per noi ha l’esperienza, quell’interfaccia reale fra mondo esterno “reale” e mondo organico interno (corpo-cervello) “reale”, inseparabile da essi e in cui viviamo quotidianamente immersi. L’interfaccia è il mondo della stabilità delle cose, del permanere degli individui fenomenici, dell’irreversibilità, di contro al mondo “reale” dall’incessante divenire. Il regno di mezzo dove ci sono il male, il bene, la filosofia, Dio, la felicità o la paura, le possibilità e le scelte, il tempo vissuto, la libertà, la metafisica, il linguaggio. Esattamente come l’universo o l’essere esiste e non potrebbe non esistere, così la nostra esperienza con le categorie del linguaggio non può non essere. Stanno effettivamente così le cose? La realtà, l’esperienza, non potrebbero essere diverse da quello che sono? Se è così allora gli universali sono reali. Essi sono prima della “realtà” (ante rem), se con questa espressione intendiamo affermare che non sono parti costituenti della “realtà”; ma sono anche fondati nella “realtà” (in rebus), in quanto li percepiamo come nella “realtà”.

La rivoluzione copernicana. Ma è possibile fornire almeno qualcosa che assomigli a una prova, un argomento, a sostegno di queste ipotesi sulla natura degli universali o sulla plausibilità concettuale del parlare di entità emergenti fenomenicamente individuali? Il linguaggio della filosofia. E’ possibile mostrare qualcosa che assomigli a un esperimento mentale che attesti l’attendibilità della realtà, ovvero dei nostri contenuti coscienti di esperienza che si riflettono nel comune parlare? Da sempre noi viviamo per così dire immersi nelle nostre percezioni interne ed esterne e nelle credenze relative a queste percezioni, come in un fiume del quale non vediamo né l’inizio né la fine ma che percepiamo come lo stesso fiume. Noi crediamo nella validità dei nostri contenuti di esperienza così come si offrono alla nostra coscienza. Crediamo così perché sentiamo, viviamo, percepiamo che la nostra mente, il nostro io si offrono nella nostra esperienza. Allo stesso modo, sperimentiamo la nostra libertà e i suoi gradi, la nostra volontà. Nel modo ingenuo di pensare e sentire del senso comune e della vita quotidiana, noi riteniamo vera e attendibile la percezione che abbiamo della realtà esterna. Ci rapportiamo al mondo come se effettivamente corrispondesse alla visione che ne abbiamo in virtù dei sensi. Riteniamo che esso sia realmente composto e dotato di quelle proprietà, di quelle forme, colori, grandezze, che tutti ben conosciamo attraverso l’esperienza che facciamo di esso. Tuttavia, come è ben noto, il sapere scientifico ci consegna un’immagine molto diversa di questo mondo. Esso è composto di piccolissime particelle che si muovono vorticosamente, diremmo da nuvole di atomi. Molte delle proprietà apparenti che nella nostra esperienza attribuiamo agli oggetti non corrispondono all’interno dell’atteggiamento scientifico a proprietà “reali”. Ad esse non corrisponderebbe una “realtà” fisica. Questa situazione bizzarra in cui noi umani ci siamo venuti a trovare sembra analoga e ricorda per tanti aspetti un’altra che per secoli è stata oggetto di battaglie, discussioni e scontri acerrimi fra gli esponenti dei due massimi sistemi del mondo, quello tolemaico e quello copernicano. Il movimento del sole che percepiamo nel cielo è solo un moto apparente, e se vogliamo solo un’ingannevole attestazione dei nostri sensi, in quanto questa esperienza fenomenica “in realtà” è il prodotto del movimento della terra. Era questa una delle tesi copernicane. Ma se questa è la verità fisica sembra lecito e naturale domandarsi che cosa dovremmo vedere se il sole ruotasse effettivamente intorno alla terra. La risposta più plausibile è che la nostra esperienza resterebbe immutata. Assunte comunque le due possibili verità fisiche, il moto della terra o quello del sole, la nostra esperienza naturale del moto apparente del sole non cambierebbe ma ne uscirebbe rafforzata e ancor più fondata. E’ esattamente quello che dovremmo aspettarci di vedere. Ora, se l’esperienza vissuta che facciamo del nostro io, della nostra coscienza, della nostra volontà, come qualcosa di personale, unitario, non materiale; l’esperienza di un Io che perdura nel tempo, della libertà e degli universali così come li abbiamo prima delineati, sono esperienze del tutto illusorie e ad esse non corrispondono in alcun modo delle verità fisiche, delle “realtà”, che cosa dunque ci dovremmo aspettare di vivere, sentire, vedere, se tutte queste esperienze fossero al contrario effettivamente corrispondenti, correlate, causate, ben fondate nella “realtà” e nelle strutture fisiche del nostro cervello?

Come pensava Leibniz, sotto il profilo metafisico, noi viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il solo che può essere realizzato. Il più necessitato. Non può essere che così e non altrimenti. Quanto più il mondo fenomenico come a noi appare è altro dalla “realtà” fisica, tanto più, a fortiori, ne risulta doppiamente necessitato. Le teorie sulla “realtà” si avvicendano, la realtà rimane. Si è detto che l’essere è e non potrebbe non essere. L’universo con i suoi spazi infiniti esiste e non potrebbe non esistere. Ma ancora di più, il modo in cui si da a vedere e si manifesta non potrebbe essere diverso da quello che è. Diventa allora plausibile pensare che la sua manifestazione fenomenologica possa riflettere l’essenza più profonda della sua “realtà”. Tanto più “illusoria”, tanto più “reale”.

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Un commento a Postphenomenology blog-notes

  1. Isabella Cesareo
    sabato, gennaio 23, 2010 at 15:13

    Io faccio parte della massa, quella a cui, a mio parere, sarebbe necessario, e, forse, oggi come oggi, più che mai, “indispensabile” rivolgersi. Il mio è, come dite giustamente, un modo di ‘ragionare all’ingrosso’. Ecco, vorrei cogliere l’occasione di rivolgemi a ‘voi che sapete’, per invitarvi a usare un linguaggio più semplice se, come dite giustamente, è vero che di positivo su Internet c’è la possibilità di ‘ascoltare’ una pluralità di voci, ma che gli utenti non sono adeguatamente formati… penso che, ma ovviamente mi posso sbagliare, sia molto importante formare-informare la società civile in modo chiaro e il più possibile sintetico, dato il ‘calo’ di capacità di attenzione, dovuto ‘anche’ al diffondersi dei, ormai non più ‘nuovi’, mezzi di comunicazione di massa.. .mi scuso e vi ringrazio della ‘possibilità di accesso’ che date a tutti indistintamente… ma come mi assumo la responsabilità del mio ‘non sapere’, vi prego di assumervi la responsabilità del ‘vostro sapere’ che, per non essere sterile, a mio avviso, potrebbe e dovrebbe essere comunicato in modo ‘chiaro e distinto’, proprio a chi, ancora, ‘non sa’… come, ma forse anche meno, di me!….Una qualsiasi..

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