La deriva dei fatti: il potere mistificatorio delle “soft news”

venerdì, gennaio 8, 2010
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Per gentile concessione dell’autore, riceviamo e volentieri mettiamo a disposizione della community del Phenomenology Lab questo intervento pubblicato sul settimanale Left il 23 dicembre 2009, n. 51-52, a firma di Alberto Spampinato, consigliere nazionale della Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unitario dei giornalisti italiani) e direttore di Ossigeno per l’informazione, osservatorio Fnsi-Ordine dei Giornalisti sui cronisti minacciati e le notizie oscurate con la violenza. Alberto Spampinato è un giornalista dell’Ansa. Segue dal 1999 l’attività del Quirinale. Il Rapporto 2009 di Ossigeno, pubblicato dalla rivista Problemi dell’Informazione (Il Mulino) sul n.1-2 del 2009, ha stimato che siano stati 200 i giornalisti italiani vittime di violenza e varie forme di intimidazioni nel triennio 2006-2008. Il Rapporto integrale è disponibile sui siti www.fnsi.it e www.odg.it insieme ad altri materiali e segnalazioni dell’osservatorio. Nel libro “C’erano bei cani ma molto seri”, Edizione Ponte alle Grazie 2009, premiato con il Premio Giancarlo Siani, Alberto Spampinato ha raccontato la storia di suo fratello Giovanni, giornalista dell’Ora di Palermo ucciso a Ragusa a 25 anni il 27 ottobre del 1972 “per aver scritto troppo”.

Una vasta percentuale della popolazione mondiale, ha fatto notare lo scrittore spagnolo Javier Marias, acuto e non rassegnato osservatore delle recenti, profonde e non sempre progressive trasformazioni del mondo dell’informazione, “non è in grado di distinguere la verità dalla menzogna. Per essere più precisi, questi cittadini non riescono a distinguere la realtà dalla finzione“, dalla sua falsa rappresentazione fornita dalla televisione e dai giornali. A proposito dello sciame inarrestabile di reazioni, commenti e polemiche innescate dalla smentita di Penelope Cruz a una sua intervista autocritica pubblicata da El Pais, lo scrittore ha parlato del malcostume di pubblicare notizie senza garanzia di veridicità e senza le opportune e doverose verifiche di attendibilità, e ha osservato con amarezza che ciò avviene in un’era storica e in una società in cui i media hanno la capacità e i mezzi per controllare le notizie prima di diffonderle e per stabilire la veridicità dei fatti, ma l’intenzione di avvalersi di questa capacità è ogni giorno più debole, offuscata, si è quasi smarrita, travolta da un magma e, aggiungo io, dalla convenienza a confondere le due cose senza patirne significative conseguenze.

L’osservazione di Marias mi ha colpito, e ancor di più, qualche settimana dopo, mi ha colpito leggere che la nostra Corte di Cassazione ha usato quasi le sue stesse parole. Lo ha fatto per motivare la conferma di una condanna nei confronti di Bruno Vespa per una puntata di Porta a Porta sul misterioso omicidio all’Olgiata della contessa Alberica Filo della Torre. Secondo i giudici, la figura della vittima era stata ricostruita in tv senza il dovuto rispetto e senza distinguere ciò che risulta dalle carte processuali da valutazioni soggettive, e ciò in base a un format che vuole rendere la cronaca più interessante per gli spettatori e perciò “tende a offrire una realtà immaginifica o virtuale, capace di sovrapporsi a quella sostanziale, o a collocarsi in un ambito in cui i confini tra immaginario e reale diventano sempre più labili e non facilmente distinguibili”; in cui “una verità mediatica” si contrappone senza regole alla realtà “sostanziale o processuale”.

La vicenda di Porta a Porta fa capire quanto sia considerato opinabile, ai nostri giorni, il confine una volta invalicabile fra giornalismo e fiction. Fino a pochi anni fa, queste categorie indicavano due mondi distinti, quello della realtà e quello della fantasia. Due mondi diversi e non comunicanti fra loro. È stato così fino a pochi anni fa, finché la televisione, imitata dai giornali, ha cominciato a mettere sullo stesso piano realtà e fiction, fatti e opinioni, documenti e sentito dire. Da allora la verità ha contato sempre meno, la veridicità dei fatti ha perso la sua qualità inoppugnabile, per molti è diventato sempre meno rilevante sapere se una notizia o un’affermazione è basata su elementi concreti e oggettivi o è nient’altro che un’opinione. Di conseguenza è divenuto sempre più difficile, nella vita reale, come nei talk show e nel mondo dell’informazione, contrapporre la verità documentale di un fatto a chi ne propone in modo apodittico una rappresentazione soggettiva; un elemento di fatto a chi, per errore, per calcolo o per puro interesse, vuole far credere una cosa per un’altra. Lo abbiamo visto in politica e nell’informazione politica: nelle periodiche campagne sulla sicurezza pubblica, o sugli exploit di gravi reati, o sulla pericolosità sociale e sanitaria della presenza degli immigrati extracomunitari in Italia, da ultimo sulla necessità di comprimere su Facebook e altrove la libertà di espressione e di critica con il presupposto che criticare il governo significa propagare odio e fornire motivazioni a chi incita all’assassinio del premier… Questo modo di ragionare all’ingrosso in altri tempi non avrebbe avuto la stessa presa. Credo che oggi trovi più credito proprio grazie alla sempre più frequente sostituzione dei fatti con il loro surrogato virtuale.

In Italia i fenomeni giornalistici più preoccupanti dell’ultimo decennio sono questa invasione di campo della fiction nel mondo dell’informazione, il prevalere delle opinioni sui fatti, e l’oscuramento di tematiche e di notizie di grande rilevanza sociale: lotte sindacali, campagne sociali a favore degli esclusi, la mafia e i suoi affari sporchi che si sviluppano nella zona grigia, al confine fra lecito e illecito. Temi oscurati da scelte “a monte” o da pressioni indebite e, nei casi più gravi, dall’uso della violenza nei confronti dei giornalisti, un fenomeno testimoniato dai numerosissimi casi di cronisti minacciati o sotto scorta di cui si occupa l’osservatorio Ossigeno della Fnsi e dell’Ordine dei Giornalisti.

Quello che si conclude in questi giorni è stato, dunque, un decennio di rinnovamento senza qualità, caratterizzato da innegabili innovazioni nella tecnologia dei media, dalla interconnessione fra le varie piattaforme mediatiche, ma anche da un impoverimento del fattore giornalistico nel mondo della comunicazione, e dal crollo delle certificazioni fasulle sulla vendita dei quotidiani (i dati sono stati più che dimezzati) e da clamorosi abbagli che hanno bruciato cospicue risorse finanziarie che avrebbero potuto (ed io credo: avrebbero dovuto) essere impiegate per rafforzare la risorsa più importante delle aziende editoriali rappresentata dal patrimonio professionale e di esperienza dei giornalisti in carne ed ossa legati alle testate da contratti stabili di lunga durata. Fra gli abbagli, voglio ricordarne tre: la decisione di puntare molto su Internet, nella convinzione che si sarebbe compiuto il miracolo delle news gratuite; la convinzione che il mercato della pubblicità avrebbe avuto una espansione illimitata e che si trattava solo di creare i contenitori per ospitarla; la scelta di creare quotidiani full-color e supplementi patinati a basso contenuto informativo, a fini puramente pubblicitari. Su queste e altre scelte di basso profilo e di pronta redditività hanno pesato certamente diversi fattori, fra i quali l’evoluzione finanziaria delle proprietà editoriali che ha spinto alcune aziende a quotarsi in Borsa e a misurare i risultati solo sulla base dei dividendi (con l’inevitabile conseguenza di rinviare investimenti a redditività differita come quelli sulle risorse umane), e l’accentuarsi della figura dell’editore “impuro”, ovvero l’entrata nella proprietà dei giornali di imprenditori con prevalente e accentuato impegno in altri settori, con evidenti conflitti di interessi e implicite limitazioni del raggio di autonomia. Tutte queste scelte ci riportano alla valutazione precedente dell’ultimo decennio: di un rinnovamento senza qualità. Sono stati dieci anni che hanno segnato evidenti discontinuità, e una velocità di cambiamento tale che si fatica a ricordare cosa succedeva appena dieci o venti anni fa nel giornalismo italiano.

Dieci anni fa l’informazione giornalistica era meno veloce, meno colorata, meno accattivante, ma era mediamente più approfondita, più originale, più ricca di sfumature e di temi. I cronisti di nera andavano sul luogo del delitto e cercavano di arrivare prima della polizia. I quotidiani cercavano e spesso riuscivano a contendere alla televisione le dichiarazioni più importanti dei leader politici. Fra le agenzie di stampa la competizione riguardava la qualità della notizia più che la rapidità con cui si “spara” in rete un titolo. Poi tutto è cambiato. Le parole d’ordine sono diventate altre: velocità, full-color, alleggerimento dei contenuti, e si sono bruciate risorse e credibilità nella rincorsa impossibile fra quotidiani e tv, nell’illusione che le notizie potessero trovarsi senza pagare qualcuno per trovarle e che comunque non valesse la pena di investire sul lavoro giornalistico e sulle professionalità.

I giornali del 1991-2000 erano forse più meditati, più curati. Ma non erano la perfezione. Erano il punto di arrivo di tre lustri di crisi di identità e di ruolo, di competizione a colpi di gadget, di “panna montata” e di menabò in cui i titoli venivano fatti a tavolino, prima di mandare i cronisti in cerca di notizie. Nel primo decennio del terzo millennio questa tendenza si è accentuata fino al parossismo. L’informazione si è schematizzata, ha rinunciato a fare la selezione dei temi e delle notizie in base alla loro attualità e rilevanza sociale; ha perso sfumature e pluralità di voci; è diventata sempre più esasperatamente discrezionale ed a tesi. È avvenuto parallelamente al polarizzarsi dello scontro politico e sociale secondo lo schema del bipolarismo assoluto destra-sinistra e alla trasformazione della televisione in un surrogato della realtà, che viene osservato al posto della realtà.

Un’altra involuzione, può sembrare un paradosso, è arrivata negli ultimi anni, proprio sull’onda di Internet. È vero, sono nati e si sono moltiplicati blog e giornali on-line che occupano un vuoto, esprimono una maggiore pluralità di voci, ma tranne rare eccezioni, presentano gli stessi difetti dei giornali tradizionali, perfino in modo accentuato. Questi nuovi media, ha rilevato il 30 maggio scorso la conferenza dei ministri delle comunicazioni, riunita a Reykjavik per iniziativa del Consiglio d’Europa, non sono in grado di sopperire “al ruolo fondamentale per la democrazia” finora svolto dalla carta stampata e ora messo in crisi dalla crisi a livello internazionale dei giornali tradizionali. L’attuale deludente stato dell’informazione, secondo il Consiglio d’Europa, ha pesanti ripercussioni sulla vita democratica dei vari paesi, per varie ragioni: per la frammentazione delle voci, e perché i nuovi media si rivolgono a un numero molto limitato di cittadini e, soprattutto perché, ha spiegato Karol Jakubowicz, consulente del Consiglio d’Europa, perché ”internet attualmente usa come fonte proprio i media tradizionali già in crisi. Se questi media tradizionali continueranno a indebolirsi, è l’avvertimento, su Internet verranno offerte sempre più “soft news”, cioè “storie di vita e intrattenimento”, accentuando così la tendenza in questo senso che si sta affermando da tempo nei giornali e nei notiziari radiotelevisivi tradizionali, che non riescono a garantire la stessa qualità dell’informazione di una volta, perché le loro proprietà sono passate in gran parte a investitori finanziari che mirano solo al profitto e puntano sulle soft news solo perché costano meno delle hard news. Con una conseguenza inevitabile: i cittadini saranno sempre più privati di fonti di informazione complete e attendibili, non potranno seguire il dibattito pubblico, non potranno fare scelte politiche pienamente consapevoli.

Nelle redazioni dei giornali la rivoluzione informatica è un fenomeno consolidato, ma piuttosto recente. Arrivò negli anni Ottanta in redazioni in cui i veterani ancora scrivevano ostentatamente con la penna stilografica. Arrivò con i personal computer che sostituirono le macchine da scrivere, con l’offset e la videocomposizione che mandarono in pensione i caratteri a piombo e le linotypes. La novità più importante di quel periodo fu l’approvvigionamento delle notizie attraverso i videoterminali elettronici. I primi, ancora in servizio meno di dieci anni fa, avevano uno schermo a fosfori verdi, erano senza tastiera, e si manovravano con un macchinoso telecomando. Quei terminali sono già oggetti da museo. Ma con essi le redazioni cominciarono a ricevere le notizie di agenzia ad alta velocità, i giornalisti ebbero per la prima volta l’enorme vantaggio di potere consultare l’intero notiziario in modo rapido e con comodità, grazie alle fin allora impensabili ricerche elettroniche per parola e per argomenti. Fu una novità senza precedenti, un salto storico rispetto al modo di lavorare delle generazioni precedenti, che avevano letto le agenzie solo stampate su carta in rotoli. I lunghi nastri di carta uscivano dalla telescrivente – una per ogni rete di agenzia – che era una sorta di macchina da scrivere senza tastiera. Collegata a una linea telegrafica, riceveva le notizie d’agenzia al ritmo di 40 baud, ovvero 40 caratteri al minuto, che poi divennero 80.

Era una lentezza esasperante, un imbuto che costringeva a produrre poche notizie, testi brevi ed essenziali. I takes erano di 24 righe. Le teletype le stampavano su rotoli di carta continua. C’era un poligrafico addetto a tagliarle e metterle in successione. Per un giornalista era faticoso e dispersivo districarsi fra quegli infiniti pezzetti di carta che tendevano ad arrotolarsi. Infine, e fu un cambiamento rivoluzionario, l’Ansa e le altre agenzie cominciarono a trasmettere all’incredibile velocità di 200 caratteri al minuto! E pochi anni dopo passarono alla astronomica velocità di 1.200 (oggi volano a 9.800). Anche la produzione di notizie fu decuplicata: per la prima volta fu possibile produrre notiziari più ricchi di titoli e di parole, un giornale telematico con un numero di pagine quasi illimitato, e comunque facilmente consultabile.

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7 commenti a La deriva dei fatti: il potere mistificatorio delle “soft news”

  1. Guido Cusinato
    venerdì, gennaio 8, 2010 at 21:16

    Colgono purtroppo nel segno, eccome, le osservazioni di Javier Marias alla base dell’illuminante articolo di Alberto Spampinato. Mi limito a qualche osservazione, scusandomi se devio il problema in un’ottica particolare, quella della manipolazione non solo dell’informazione, ma con essa dell’identità di chi s’in-forma. Mi domando: fino a che punto può ancora crescere la percentuale dei cittadini che non riesce a distinguere nell’informazione la fabulazione dalla realtà prima che entri definitivamente in crisi il sistema democratico? E non c’è stata anche una responsabilità di noi intellettuali in tutto questo? Come è stato affrontato in filosofia negli ultimi decenni il problema della formazione di quella identità personale che poi è chiamata a distinguere fabulazione e realtà? Non si è forse guardato a volte con una certa compiacenza al diffondersi della liquidità postmoderna? La liquidità è nata con la riduzione della formazione a “neutrale” in-formazione. La liquidità è massimamente incanalabile. L’opinione pubblica diventando liquida diventa incanalabile. Finché ci sarà una opinione di massa eterodiretta la nostra rimarrà una società malata. Una democrazia capace di guarire dalle derive del populismo e dalle patologie dell’opinione pubblica è una democrazia che riesce a tenere aperti non solo il pluralismo dell’informazione, ma anche i canali di una formazione pluralistica dell’identità. È la nostra ultima speranza. Al di là si profila l’allevamento mediatico dell’opinione di massa, magari alla Sloderdijk. Potrò sbagliarmi, ma la mia opinione è che di fronte a una simile emergenza ci vorrebbe uno sforzo culturale, prima ancora che politico, che richiederebbe l’apporto di tutti. E pure la capacità di rimettere in discussione molti presupposti.

  2. sabato, gennaio 9, 2010 at 02:29

    A commento del commento di Guido Cusinato, riporto qui un passaggio di un intervento che tenni recentemente sul tema del “Senso comune”:

    4. L’ipotesi. Un mondo di individui non formati. Particolarità, Individualità, Universalità

    Sulla base di queste considerazioni viene spontanea l’ipotesi che vi presento, e che cercherò di vagliare con voi. Siamo un paese con troppi individui non formati. Mai emersi dalla loro comunità vitale d’origine. Potremmo dirla così: la maggior parte delle persone, in questo paese, non è mai uscita veramente dalla sua famiglia, da casa sua. La nostra società civile è fatta di personalità fragilissime dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità individuali – di persone non individuate. In un certo senso, di non-individui. Quando i partiti di massa sono finiti, questa immaturità è venuta alla luce.

    Non è per caso che ho cominciato con il Guicciardini. Il suo “particulare”, certo, si oppone all’universale. Ma riassumiamo l’attualizzazione che ne abbiamo fatto, vedendo nell’odierno interesse “particolare” una diffusa volontà di partecipazione al privilegio, al favoritismo, e una diffusa disponibilità all’impiego di pubbliche risorse in funzione di questo interesse “particulare“. “Prendere al popolo per dare a se stessi” non è solo lo slogan del nuovo Robin Hood, è il motto del medio evasore fiscale.
    Visto così, l’interesse “particulare” si oppone più specificamente all’universalità costitutiva delle leggi, in particolare di quelle morali. Al favoritismo particolare infatti si obietta proprio in nome di questa universalità: “e se tutti facessero così”? In altre parole, se intendiamo per “etica” la disciplina che stabilisce ciò che è dovuto da ciascuno a tutti, il “particulare” si oppone all’universalità dell’etica.

    E questo sembra abbastanza ovvio. Ma il rispetto profondo per l’universalità della legge, la legge che si costituisce come “eguale per tutti”, è precisamente l’altro polo dell’individuazione, cioè dell’essere (divenuto) soggetto individualmente responsabile del proprio giudicare e del proprio agire. E questo è molto meno ovvio! Eppure si vede subito che è vero. Riconoscersi personalmente responsabile delle proprie azioni è riconoscersi disposti a rispondere di esse di fronte a chiunque abbia titolo per chiedercene ragione: ma dove è in questione la giustezza morale dell’azione chiunque ha questo titolo. O anche: riconoscersi personalmente responsabili di un’azione è riconoscersi in dovere di darne ragione – ma le ragioni o parlano a tutti o non sono ragioni.

    Ne viene anche una verità che non solo non è ovvia, ma da pochissimi è riconosciuta: il “particulare”, nel senso che abbiamo visto si oppone anche all’individualità capace di ragioni morali – che sono universali. La ricerca del “particulare” si oppone precisamente all’approfondimento della propria responsabilità individuale. L’uomo del particulare sembra destinato alla minorità personale e morale.

  3. Stefano Cardini
    sabato, gennaio 9, 2010 at 14:29

    M’inserisco in questo scambio con qualche contributo di lettura. C’è del vero nella tesi che vede in un vuoto formativo della sensibilità e delle idee una delle ragioni del particolarismo all’origine della fuga dalle responsabilità nell’uso dei codici verbali e non verbali della comunicazione e dell’azione nel nostro Paese. Per cogliere appieno la curvatura più caratteristicamente italiana del fenomeno, tuttavia, vale forse la pena di mettere a fuoco la trasformazione che nel suo complesso ha subito, non solo e non anzitutto in Italia, il sistema dei media a partire dai primissimi anni Novanta. Un breve ma credo non inutile percorso potrebbe partire da un libriccino: La tirannia della comunicazione (Asterios Editore, http://www.asterios.it), di Ignacio Ramonet, direttore di Le monde Diplomatique (http://www.monde-diplomatique.fr). Ramonet ripercorre le tappe che hanno cambiato dal Watergate in avanti l’informazione, con particolare attenzione all’avvento dei network globali (il cui modello è stata la Cnn, protagonista della prima Guerra del Golfo) e di Internet. La tesi è che alla mitologia “no stop e in tempo reale” delle tv digitali “always on”, sia seguita, con l’avvento del Web, quella per cui “chiunque può fare il giornalista” e che valuta vero non quanto è stato riscontrato, bensì quel che si presume “interessante”. A sostegno di questa tesi, Ramonet porta un’impietosa ricapitolazione dei falsi scoop che letteralmente sono riusciti, nel bene e nel male, a “fare la storia”: dalla “messa in scena” televisiva della “rivoluzione popolare” che nel 1989 in Romania avrebbe fatto cadere il regime di Ceausescu (poi rivelatasi sostanzialmente un golpe), alle “rivelazioni” del sito di “controinformazione” Drudge Report (http://www.drudgereport.com) sull’affaire Lewinsky, la cui fonte nel 95% dei casi fu – per ammissione degli stessi media americani – una soltanto: l’ufficio del procuratore Kenneth Starr, il grande accusatore. Da quel momento iniziò la folle corsa alla “documentazione compromettente”, con la Tv a inseguire i quotidiani e questi ultimi per lo più a rimorchio della Rete, fino al definitivo affermarsi del giornalismo “divulgativo” e “d’intrattenimento” (infotainment), con la contemporanea eclissi, salvo rare eccezioni, di quello d’inchiesta. In questo processo, la Rete gioca, come spesso accade, un ruolo ambivalente. Ramonet non poteva ancora saperlo, ma un’altra tappa di quella trasformazione sarebbe stato il G8 di Genova (luglio 2001), quando si giunse al paradosso che mentre tutto il mondo seguiva alla tv esclusivamente le devastazioni di poche bande di black bloc, dalle redazioni dei giornali si telefonava invano agli inviati “incapsulati” (i mitici giornalisti embedded) nella zona protetta per chiedere conto delle centinaia di foto e filmati delle cariche della Polizia su manifestanti inermi inviati dalla gente sul Web e dai free lance. Trasparenza fino alla propaganda nella periferia istituzionalizzata dei fatti. Opacità, Internet permettendo, nel loro cuore.

  4. Andrea Zhok
    sabato, gennaio 9, 2010 at 19:21

    Condivido tutti i tre commenti qui sopra, ma mi sento di aggiungere un aspetto che mi pare trascurato.
    Credo ci sia un’ambiguità di fondo implicita nel ruolo stesso del giornalista o dell’operatore all’interno di mezzi di comunicazione di massa in genere, così come nel ruolo del pubblico fruitore. Giustamente ci lamentiamo della diffusione dei ‘fattoidi’, della progressiva indistinzione tra finzione e realtà e della riduzione del livello critico dell’utenza (lettori o telespettatori). Il problema, e perdonate l’astrattezza dello sguardo pan-oramico, mi pare stia nel fatto che, per comune concessione, i media sono produttori di specifici prodotti che vengono proposti sul mercato, e che per ‘stare sul mercato’ devono venire incontro alle inclinazioni di acquisto del pubblico. Che questa attività produttiva possa avere qualcosa a che fare con la ricerca della verità, l’onestà intellettuale, la denuncia critica o simili mi pare tutt’al più un felice accidente, ma certo niente di strutturalmente connaturato. Se Barabba vende più di Gesù, perché mai devo mettere Gesù in prima pagina? Noi tendiamo a pensare il giornalista ideale come qualcuno di professionalmente interessato a stabilire verità di una sorta o l’altra, dunque qualcuno che ha un’affinità di fondo col magistrato e col filosofo, cui si dovrebbe aggiungere un tocco di concretezza popolare. Ma non c’è alcuna ragione strutturale per cui l’attività giornalistica e mediatica in genere dovrebbe conformarsi a questa immagine. Se il mercato è sovrano la prossimità tendenziale del produttore di notizie ad un produttore di verità dipenderà 1) dalla domanda di verità dell’acquirente e 2) dalla capacità dell’acquirente di discriminare la verità nel prodotto.
    Quanto al primo punto, non dovremmo farci troppe illusioni: le notizie hanno un’evidente funzione di intrattenimento; servono a discuterne con altri e servono (ad esempio nei giornali cosiddetti d’opinione) a fornire argomentazioni spendibili in questa o quella polemica corrente (qualcuno pensa che i lettori di Libero vi cerchino una visione equanime del Vero?). Una domanda di verità dominante, qualificata (ma non specialistica) è presente solo in coloro i quali hanno una collocazione sociale e lavorativa dove la comprensione della realtà a medio e lungo termine gioca un ruolo significativo. Così Il Sole 24 Ore ha dei margini inferiori alla media di fiction nelle notizie quando fornisce analisi sensibili ad operatori economici.
    Quanto al secondo punto, qui siamo di fronte al paradosso più profondo della natura dei media: essi producono e vendono notizie, ma le notizie hanno anche un potere formativo circa le capacità dell’utenza stessa di valutare le notizie e la loro veridicità. Chiaramente quanto minore la solidità della formazione pregressa dell’utente, tanto maggiore l’impatto paradossale dei media: da un lato, come ogni prodotto, si affidano alla supposta capacità di scelta autonoma dell’acquirente, dall’altra costituiscono (in misura variabile) tale capacità di scelta. Ovviamente un meccanismo di questo genere può andare indefinitamente alla deriva, non avendo, in linea di principio, alcun punto d’ancoraggio: i produttori forniscono ciò che i consumatori vogliono, i consumatori vogliono sulla scorta di ciò che i produttori hanno fornito. Tipicamente l’unico argine ad una deriva del genere è data dal ruolo giocato dalla cosiddetta ‘classe dirigente’ e dal peso conferito alle sue opinioni: se una minoranza qualificata, interessata in qualche misura al vero e capace di farne una disamina critica, giudica male un produttore di informazione od un suo specifico prodotto, ciò può pesare sul giudizio di altri lettori meno avvertiti; ed il mercato deve tenerne conto. Quanto minore il rischio che questi giudizi siano efficaci, tanto maggiore il margine di arbitrio nel produttore di notizie. In ciò credo stia una peculiarità italiana: da noi la credibilità popolare della classe dirigente ha raggiunto livelli talmente bassi da lasciare sostanzialmente via libera alla deriva di cui sopra.
    Questa visione è certo semplificata, ma mi sembra il nocciolo imprescindibile della questione.

  5. Stefano Cardini
    domenica, gennaio 10, 2010 at 03:13

    Ci sono ottime ragioni per invitare a tenere conto della naturale e forse inesorabile tendenza dei media ad assecondare i gusti dei lettori e dunque a “intrattenerli” anche a discapito della verità. Senza addentrarsi in eccessivi tecnicismi, però, vorrei mostrare come il quadro vada complicato, in particolare per l’Italia. Le regole del mercato possono governare, ma in tanti modi. E talvolta, come in questo caso, non governano affatto. Una regola accettabile del giornalismo, che lo distingue forse da altre forme di ricerca della verità, è che un pezzo che non sarà letto non è mai un buon pezzo. Fare informazione, quindi, implica per sua natura una certa forma d’intrattenimento, se non altro nel senso molto concreto di trattenere, catturare l’attenzione e l’interesse del pubblico per soddisfarlo. L’uomo di scienza, filosofo incluso, benché almeno da Anassagora abbia sempre avuto un pubblico, deve invece articolare il pensiero secondo norme ideali che corrispondono allo stato dell’arte contenutistico ed espositivo della comunità ideale dei suoi “pari”, e solo in seconda battuta, ed eventualmente, di cerchie più ampie. Anche la scienza, tuttavia, s’è sempre posta il problema di estendere il suo proscenio. Potrei risalire a Platone, ma preferisco citare Erwin Schroedinger: « (…) tutta la scienza è strettamente legata alla cultura umana in generale, (…) i ritrovati scientifici, perfino quelli che, sul momento, sembrano i più avanzati ed esoterici e difficili da afferrare, perdono di significato fuori dal loro contesto culturale. Una scienza teorica non consapevole che tra le sue formulazioni saranno considerate importanti e rilevanti quelle che sono destinate ad essere infine inquadrate in concetti e parole che fanno presa sulla comunità colta, e a divenire parte o parcella dell’immagine generale del mondo – una scienza teorica, dicevo, in cui ciò sia dimenticato e in cui ci si astragga continuamente tra iniziati in termini tali da essere compresi, nel migliore dei casi, da un piccolo gruppo di compagni di viaggio, una tale scienza sarà necessariamente tagliata fuori dal resto dell’umanità culturale; nel lungo periodo essa è destinata all’atrofia e all’ossificazione per quanto possano continuare, all’interno dei suoi gruppi di esperti gioiosamente isolati, chiacchiere virulentemente esoteriche» (L’immagine del mondo, Bollati Boringhieri, 1987). D’altro canto, l’industria dell’informazione, di cui è parte senz’altro crescente la pop science a tutti i livelli, gode in tutto il mondo di ampi finanziamenti pubblici non meno dell’impresa scientifica, in proporzione: in Italia sono stati quantificati in 1.000 milioni di euro l’anno (Beppe Lopez, La casta dei giornali, Stampa Alternativa – Rai-Eri, Viterbo, 2007). La ragione dichiarata è che essa è considerata essenziale per la democrazia, che richiede un controllo pubblico da parte di organi d’informazione delle dichiarazioni e degli atti pubblicamente rilevanti. Se una copia su tre de Il Sole 24 Ore viene di fatto inviata ai suoi abbonati a carico della fiscalità generale, quindi, si può giustificare soltanto con l’indipendenza di giudizio che il giornale dovrebbe garantire al di là del suo corrispondere ai “gusti” dei lettori. La realtà, però, è differente. Oggi, semplificando, possiamo dire che una testata giornalistica deve tenere conto di quattro poteri: la politica, dalla cui sponsorizzazione dipende quota ingente delle sue risorse; il consiglio d’amministrazione dell’editore, espressione degli equilibri di potere raggiunti dalla proprietà; i centri media, che gestiscono i budget degli investitori pubblicitari ripartendoli fra le testate sulla base di criteri e dati di diffusione tutt’altro che trasparenti; i lettori che l’acquistano. Questi ultimi, però, hanno attualmente, in effetti, il minor potere d’influenza, perché gli editori – non soltanto in Italia, ma soprattutto sì – hanno fatto in modo di dipenderne economicamente il meno possibile. L’informazione per il giornalista è e non può che essere anche una merce, è vero. Eppure c’è merce e merce, perché c’è mercato e mercato. Il nostro non lavora per la concorrenza, ma contro. Come la politica non lavora per sostenere i giornali in crisi, ma per influenzare i più influenti. Il dilagare delle soft news, più che dall’ansia di conquistarsi un pubblico, è nato dall’ansia di liberarsene quanto più possibile.

    P.S. Chi volesse approfondire il tema della deriva dei fatti in atto in Italia ma certo non soltanto in Italia, può utilmente leggere un libro uscito nel gennaio del 2008 a firma di Nick Davies, veterano cronista del Guardian. Mi trovavo a Londra, in quei giorni, e ricordo che il libro fece scalpore su tutti i giornali. Il titolo è Flat Earth News. An award-winning reporter exposes falsehood, distortion and propaganda in the Global Media (Chatto & Windus, 2008).

  6. Andrea Zhok
    domenica, gennaio 10, 2010 at 14:53

    La giusta risposta di Stefano mi invita alla seguente breve puntualizzazione: ciò che mi premeva sottolineare era che c’è un lato strutturale del problema dell’informazione che non ha una connessione diretta con il suo lato morale. Le questioni di tipo strutturale riguardano le capacità organizzative od autoorganizzative dei sistemi. Nel caso dell’informazione giornalistica è ovviamente vero che non si tratta davvero di un puro sistema di mercato, ed è vero che l’informazione è una merce sui generis, ed è infine verissimo che in Italia il finanziamento pubblico all’editoria giustifica la nostra richiesta di un’informazione non inquinata o fittizia. Il punto però è quali leve sono davvero in funzione e quali sono invece solo leve dipinte sul meccanismo, cui non corrisponde nessun effetto reale: il finanziamento pubblico giustifica la nostra richiesta su base morale, ma non essendoci un sistema di distribuzione dei finanziamenti recettivo della qualità informativa dei produttori di notizie, il suo effetto reale è nullo. Quand’anche il sistema informativo fosse finanziato al 90% con un fondo pubblico generalista e per il 10% su base di mercato, quel 10% influenzerebbe le scelte di produzione più del rimanente 90%. Imperativi morali a parte, le uniche leve che contano sono quelle in cui c’è un qualche rapporto di proporzionalità tra cause ed effetti; il sistema di mercato produce uno di questi sistemi di proporzionalità come rapporto tra domanda ed offerta, ma non è l’unico sistema distributivo. Il problema è se ci sono altri sistemi in funzione e se il loro meccanismo distributivo è governato da leggi razionali (come il merito pubblicamente sancito o il mercato) o da scelte arbitrarie (come l’appoggio politico).

  7. Corrada Cardini
    giovedì, gennaio 21, 2010 at 20:23

    Ancora una volta siamo di fronte al dato paradossale costituito nella nostra società globale dalla perduta corrispondenza fra significanti e significati, dalla frattura fra le parole e la loro storia anche recente. Una involuzione epistemologica, al di là del fatto che le lingue “si evolvono”, in quanto quello che sta succedendo non è un lento e fisiologico adattamento del senso a nuove condizioni che mantiene comunque un valore conoscitivo alle parole ma alla arbitraria istituzionalizzazione di rovesciamenti semantici.
    Ed ecco che i processi comunicativi diventano autoreferenziali… Dal 900, ma specie negli ultimi 20 anni, i mezzi di comunicazione di massa sono spesso serviti prevalentemente per NON comunicare, per nascondere o deformare il contenuto del messaggio, per confondere o disinformare i destinatari (poco conta, forse, alla fine, se per motivi organizzativi, politici e/o economici). Ancora una volta quello che è crollato è il sistema di regole formali e sostanziali che in qualche modo dovrebbe fornire una garanzia, almeno sul piano del linguaggio, circa le corrispondenze di senso tra dato reale (materiale e/o psicologico) e significanti… E qui mi ricollegherei di nuovo all’etica, cioè alla domanda: come si può rifondare un’epistemologia capace di connotare in modo rigoroso alcune coordinate essenziali e indispensabili a guidare i comportamenti umani sulla base di metodiche comuni e condivise? Che fare con Internet, che sta spiazzando ogni parametro convenzionale? Strumento collettivo, monstrum (ambivalente) con milioni di teste (cervelli, scopi, volontà) messe in rete secondo percorsi del tutto fuori controllo. Libertà di informazione e disinformazione a tutto campo. Se è assolutamente giusto non comprimere gli spazi di libertà, ci si deve chiedere quali criteri adottare per evitare che
    l’effetto rumore, la babele semantica e la mancanza di principi deontologici da parte di fruitori e operatori porti all’annichilimento di ogni potenzialità “positiva” di questo mezzo formidabile (uso “positiva” in senso polemico… e rilancio la domanda: che significato dare a termini come positivo, buono, corretto, rigoroso, ragionevole,razionale, laico, libero, democratico, pacifico, vero…). Ma questo è solo uno dei problemi.

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