Donne e scrittura narrativa. Luisa Muraro a proposito di Jeanne Hersch

giovedì, marzo 4, 2010
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Gentilmente riceviamo e volentieri pubblichiamo l’intervento di Luisa Muraro su Jeanne Hersch presentato alla Giornata di studio su Jeanne Hersch che ha avuto luogo alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele il 19 giugno 2005.

Il titolo. Non parlerò delle idee sul narrare formulate da filosofe come Hannah Arendt o Iris Murdoch. Non parlerò nemmeno del passaggio dalla oralità alla scrittura mediato da donne, come le beghine scrittrici in lingua volgare o come le grandi narratrici-raccoglitrici di fiabe. Però sono cose che ho in mente, ho in mente anche il mito della nascita di Eros che Diotima racconta a Socrate nel Simposio e quella figura dei fratelli Grimm seduti ai piedi della vecchia anonima narratrice di fiabe.

Parlerò della narrazione come parte di una strategia del pensiero messa in atto da donne. Ne parlerò con l’intento che accompagna tutta la mia ricerca, rendere liberamente significativo il fatto che sono una donna e comunicarlo ad altre donne. Da anni mi rivolgo alle grandi scrittrici, filosofe e non, con la domanda di una mediazione fedele della mia esperienza: che sia rispondente, per quanto possibile, al mio bisogno di esistenza simbolica e al mio desiderio di libertà.

Ci sono donne che usano la narrazione per riuscire a pensare e a dire quello che altrimenti resterebbe in un “groppo”, non potrebbe distendersi in parole e formare un testo. Fra queste ho messo Jeanne Hersch (1910-2000) da quando ho letto La nascita di Eva, descrizione e racconto della disobbedienza di Eva come atto che dà inizio al tempo e alla storia. Anche uomini ricorrono all’espediente narrativo (expedio, ire: sciogliere, slegare…). Sì, ma il mio interesse va alle difficoltà che incontrano le donne con il pensiero e alle loro risposte; se il risultato fosse che tutto quello che ho capito delle une può estendersi anche agli altri, tanto meglio.

Per un semplice esempio di ciò che più m’interessa, cito Iris Murdoch (1919-1999), romanziera e filosofa di lingua inglese. Come ho detto, lei avanza alcune tesi sul valore del narrare. Più interessante, per me, è interrogare il doppio versante della sua scrittura, filosofia e fiction. Ma non solo. Mi interessano anche gli inserti narrativi nei saggi di filosofia. Sono generalmente brevi ed hanno forma dichiarata di esempi, che è la cosa più frequente tra gli scrittori di filosofia. Notevole, in lei, è questo, che, con gli inserti narrativi, riesce a correggere gli effetti di cancellazione dell’umanità femminile dovuti all’uso della parola man (uomo) e del neutro-maschile per riferirsi agli esseri umani, che siano donne o uomini, uso che lei ha ereditato dalla tradizione. Infatti, alcuni dei suoi esempi mettono in scena figure di donne e situazioni più tipicamente femminili, come quello, ormai famoso tra gli studiosi di IM, in The Sovereignity of Good Over Other Concepts, della madre (M) che trovava antipatica la nuora (D: daughter-in-law) e che cambia il suo atteggiamento non con una decisione ma con una pratica verbale.

Jeanne Hersch ha in comune con IM l’alternanza di scrittura ragionante e di fiction. Esse hanno in comune anche un’idea molto precisa al riguardo, e cioè che un romanzo, per usare parole della prima, è capace di “esprimere ciò che nessuna opera filosofica può neppure suggerire: la ricchezza disperante e meravigliosa del mondo in cui viviamo” (“Perché scrive?” Eva, p. 57). Non è un’idea ovvia. A rincalzo di questa idea, IM afferma questo principio, in forma di definizione: “Essere umani significa sapere più di quello che si è in grado di dimostrare” (The Darkness of Practical Reason). Questa disparità tra il sapere filosofico e il sapere che si ha dal vivo della condizione umana, si può capire meglio riferendola all’esperienza dell’umanità di sesso femminile, più o meno in questi termini: noi donne sappiamo più cose di quelle che riusciamo a dimostrare. Il che collima con una classica “diceria” sulle donne, che le interessate non hanno respinto, mi pare: di noi si dice che siamo più intuitive che razionali. Io accetto questa diceria, s’intende come un modo di dire… dire che cosa? Che c’è un sapere che eccede le forme del discorso dimostrativo e che questo sapere appartiene più alle donne che agli uomini, per ragioni che in parte si sanno e in parte ci sfuggono. I testi della teologia in lingua materna sono una testimonianza di ciò. Si ripresenta così l’idea di un sapere che aggira la propria indimostrabilità con la narrazione. Sappiamo che il narus si chiamava quello che era informato, sapeva (al contrario dell’ignaro) e che il narrare non trascende la dimensione spaziotemporale.

La narrazione si può intendere, dunque, come un modo per dire qualcosa di vero senza poter dimostrare che lo sia, se non in forza della testimonianza personale. La narrazione entra a questo titolo nella filosofia. Si può intenderla anche nel senso contrario, che sia un modo per districarsi, come la Eva di Autun di J.H., non però dalle “alghe eterne” ma dal groviglio dei discorsi in cui la filosofia è finita. Suggerisco di pensare che in questo rapporto stiano i due testi di Jeanne Hersch appena tr. in it., L’illusione della filosofia, del 1936, seguito da Temps alternés-Primo amore, che è del 1942.) Dopo vi tornerò.

L’operazione, che sia per inserirsi o per sottrarsi, è sempre di natura sviante rispetto alla cosa in questione. Parlando di Iris Murdoch, ho introdotto una parola, “schivata”, la stessa che dà il titolo a un recente film, L’esquive (di Abdellatif Bechiche). Lei ragiona sulla libertà ricorrendo alla scrittura letteraria e facendo della creazione dei personaggi, da parte dello scrittore, il paradigma stesso del nostro diventare liberi.

È di tipo narrativo o, meglio teatrale, anche l’espediente trovato da IM per sottrarsi all’autorità della filosofia analitica, prevalente ad Oxford dove si è formata e insegna, ed è la figura dell’objector, che la ancora giovane filosofa introduce nel corso di una conferenza. Man mano che lei stessa passa in rassegna alcuni capisaldi della filosofia analitica, the objector fa sentire la sua voce, che non è neanche un argomento, poco più di un punto di domanda, fino al termine. Cito il passo della prima volta in cui the objector entra in scena: “Possiamo parlare di fatti senza parlare di esperienza. Ma chi non è d’accordo (the objector) potrebbe opporre (may argue), possiamo davvero (can we really)?” (Nostalgia for the Particolar, 1952). Dietro la maschera dell’objector, io riconosco una donna che esprime la sua incredulità davanti all’idea che si possa parlare della realtà senza parlare di esperienza. Quella donna potrei benissimo essere io, ma ne conosco tantissime altre che condividono la mia “incredulità”. L’incredulità si applica normalmente a cose raccontate, qui si applica a cose teorizzate.

Nei saggi e racconti di La nascita di Eva, J.H. ricorre continuamente ad inserti narrativi nel testo filosofico, più o meno lunghi, alcuni brevissimi. Per me questo fatto prende uno speciale risalto sullo sfondo di una sua dichiarazione del 1958. Interrogata sul perché scrive, dice di non aver saputo istallarsi, parole sue, in alcun genere di scrittura (Eva, p. 55). Perciò, spiega lei, nel mio lavoro alterno la traduzione dei filosofi (“lunghe ore di lavoro intenso”) con la ricerca filosofica (“ore di concentrazione cieca e sorda”) e, avrebbe voluto, con la scrittura di un romanzo vero e proprio, che lei associa ad una grandiosa evasione e ad uno spreco autorizzato del tempo (Eva, pp. 56-57). Non sta parlando di Temps alternés, che per lei non era veramente un romanzo (vi tornerò), si tratta di una fantasia mai realizzata, con le caratteristiche di un sogno edenico, quello, direi, di sottrarsi all’etica del lavoro e dell’impegno.

Dunque, lei non stava comoda nella lingua dei filosofi e forse i passaggi narrativi fanno parte del linguaggio che la fa emergere da quella concentrazione cieca e sorda, emergere e respirare. Prendiamo Dall’esilio all’addio (Eva, p. 59 sgg.) che espone (racconta? descrive?) l’esistenza come una separazione – “che ci sia separazione nell’essere è condizione dell’esistenza delle creature” (p. 59). L’incipit è in forma di racconto, sia pure di un tipo speciale: “Quando Dio creò il mondo…”, un quando che tale non è, intemporale inizio del tempo, così come la Eva di Autun sorge da nessun luogo. (Così come una Margherita Porete ha scritto: quando sarò quella che ero quando non c’ero…) Il linguaggio si popola presto di figure metafisiche, l’albero, gli uomini… Poi diventa narrativo: “Un uomo era venuto qui da molto lontano, dopo un lungo e difficile viaggio, per sedersi sotto un albero”. Un uomo, un albero, qui… Comincia una storia che porta l’uomo esiliato due volte, nell’essere e sulla Terra, a capire, con un sentimento germinale di gioia, la consistenza del suo qui e ora. Poi il racconto viene meno e la riflessione torna alla forma ragionante, punteggiata però da inserti narrativi brevissimi, fulminei, come questo: “Separazione contro presenza: basta una porta chiusa”. Lei sa di che cosa parla; la capisce chi si è trovata davanti ad una porta chiusa. Voglio dire che il pensiero di Jeanne procede senza il lavoro del concetto, senza concetti. È come se l’autrice lo leggesse in un testo che le scorre dentro, fatto di parole e figure. Oppure: è come se la conclusione, ignota a lei come a noi, ma in lei già presente e forse anche in noi, chiamasse a sé il pensiero, animandolo a trovare parole e figure per avanzare. La gioia contingente di esistere che l’uomo prova ogni tanto nell’esilio secondario, quello che gli lascia la possibilità di sperare di tornare in patria (Dante!), coincide con la gioia di esistere, in assoluto. “La nostra vera patria, anche se viviamo nell’esilio, è quella, letterale, delle cose e degli esseri mortali che abbiamo intorno…” (p. 65), con il completamento dell’incipit del capoverso seguente: “Qui, nel dono di sé ad esseri caduchi…”.

Questo dono di sé ad esseri caduchi e quel “basta una porta chiusa” parlano di esperienza femminile. Ma anche un uomo può fermarsi davanti a una porta chiusa senza tentare di sfondarla… Certo che può, dopo che lei è riuscita ad esporre questa idea: basta una porta chiusa. (Di Diotima, la maestra di Socrate nel Simposio, si ritiene che sia una invenzione di Platone: non è evidente, c’è qualche motivo per pensare invece che sia esistita, al pari di Socrate.)

Temps alternés/Primo amore (1942) risponde ad una diversa impostazione. In effetti, questo testo costituisce una tappa precedente rispetto ai testi raccolti nella Nascita di Eva, e non solo in senso cronologico. Come si legge nella risposta del 1958, si tratterebbe di un esercizio di composizione (p. 55). Nella prefazione postuma del 1976, parla anche di tessitura e l’autrice diventa la tessitrice (così come la Eva di Autun è la nuotatrice). Il racconto è la composizione del reale disperso nello spazio tempo in un tessuto unitario, il che si avvicina ad una definizione del racconto, in generale. Il suo doveva essere, spiega lei stessa a posteriori, una sorta di esperimento poetico: se fossi riuscita a creare, col diverso e col contradditorio, qualcosa che fosse uno… l’unità, malgrado tutto, esiste. (p. 11).

Il racconto era forse il modo per uscire dal vicolo cieco in cui la filosofia si è venuta a trovare per la perdita della sua illusione fondamentale? Al racconto lei si sarebbe affidata per realizzare magicamente (la parola è sua) l’impresa della metafisica antica, da Parmenide ad Aristotele (“salvare i fenomeni”) passando per Platone, che è di affermare l’unità dell’essere contro la dispersione del divenire e del molteplice. Perciò non lo ha mai considerato un romanzo.

Questa ipotesi dà un significato preciso all’episodio, altrimenti enigmatico, del padre, che, dopo aver letto il testo del 1942, dice: “strano, nessun pensiero filosofico…” e lei: “proprio quello che ci voleva” (p.11). “Ci voleva” che non vi fosse apparenza di filosofia per realizzare l’impresa filosofica preclusa dalla perdita dell’illusione fondamentale.

Ora (nel 1976) lei non crede più in quella magia, ora ha capito che “ l’unità cui aspirava la tessitrice esiste soltanto nella pienezza gratuita del presente…”. Si direbbe quasi che ora la risposta provenga da un’esperienza estatica del reale che si fa pura presenza. Non è così se consideriamo le poche righe seguenti: “… quando non si vive il presente come uno strumento del futuro”. La distensione del tempo non è azzerata, l’unica condizione è che il presente non sia subordinato al non presente (futuro o, possiamo presumere, passato).

Che cosa “racconta” Primo amore? Che cosa racconta, intendo, non il romanzo ma l’esercizio di composizione. Nell’introduzione postuma l’autrice riassume il significato del libro con un motto: “vivere, ricordare, sopportare”. Il “sopportare” sta al posto di un ovvio “raccontare” e si riferisce implicitamente (ma vivamente, la parola è espressiva, plastica) alla donna gravida, la donna cioè che conserva dentro di sé un vissuto-vivente. Della protagonista si dice che “intuisce tutto, ma non sa niente”, vale a dire che è ignara, a conferma della sostituzione di “raccontare” con “sopportare”. Da una parte, c’è dunque il sapere tutto che si ottiene con “l’abbandono di sé” e si paga con l’ignoranza, all’altro estremo c’è l’illusione filosofica, di mezzo il sapere affidato alla narrazione.

Come in molti romanzi veri e propri (fra i quali io metto anche i romanzi rosa), il motore della storia è un amore nell’esperienza di una donna, e questo somiglia molto all’espediente che adotta Iris Murdoch per sottrarsi al neutromaschile del linguaggio filosofico con i suoi esempi.

Va detto che la vicenda di Primo amore rispecchia una realtà storica molto precisa. Chi conosce la vicenda della poetessa Antonia Pozzi (1912-1938), così come la racconta Graziella Bernabò in Per troppa vita che ho nel sangue (Milano 2004), avrà notato le somiglianze. Anche questo confronto attira la nostra attenzione sul “sopportare”, perchè la giovane, geniale poetessa milanese non potè sopportare. Ma Primo amore non è certo un romanzo sociologico, anzi non è nemmeno un romanzo. Qui, lo abbiamo visto, il “sopportare” ha una funzione metafisica: è proprio questo sopportare che ri-assume il compito della salvezza del reale disperso e frammentato (“salvare” è la parola di Aristotele, non di JH).

Si tratta, abbiamo visto, di un tentativo che non ha seguito. Lascia tuttavia una traccia notevole nella ricerca filosofica successiva. Ricordiamo Dall’esilio all’addio, l’uomo del racconto che vive due volte esiliato e scopre che la salvezza sta nella pienezza gratuita del presente, scoperta che è a sua volta un accadimento possibile nella contingenza del nostro stare al mondo.

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