Un modello d’Università: partecipa al sondaggio dei Ricercatori della Statale

martedì, marzo 2, 2010
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Com’è noto l’università italiana sta per essere sottoposta all’ennesima riforma, questa volta con l’esplicito proposito, non si sa se più promettente o più inquietante, di addivenire ad una trasformazione radicale dell’intero sistema (dalla governance al sistema concorsuale). In attesa del prossimo licenziamento del DDL 1905 da parte del parlamento, un Gruppo di Lavoro dei Ricercatori (GdL) dell’Università degli Studi di Milano (Statale), formatosi alla fine del 2008, ha messo a punto il seguente sondaggio:

http://www.questionari.unimi.it/gdlUnimi/surveyCompile.aspx?sessionId=1396&surveyId=357 (il sondaggio non è più attivo; per info: Gruppo di Lavoro dei Ricercatori, GdL) dell’Università degli Studi di Milano

Chiediamo a tutti i docenti, ricercatori, incardinati e precari, dottorandi, assegnisti e appartenenti al personale tecnico-amministrativo di spendere dieci minuti del loro tempo nella sua compilazione. Le risposte (anonime), si riveleranno preziose per capire cosa pensano del DDL quanti lavorano nell’università; inoltre gli esiti statistici del sondaggio, che verranno resi pubblici, rappresenteranno una piattaforma per chiedere eventuali correzioni di rotta alle camere ed al ministero.

Ringraziamo in anticipo tutti i partecipanti per il loro contributo.

GDL_UNIMI

P.S. Chi voglia sapere di più sul GDL può accedere direttamente al sito relativo:

http//www.gdl.unimi.it:80

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3 commenti a Un modello d’Università: partecipa al sondaggio dei Ricercatori della Statale

  1. Fabio Rocca
    sabato, marzo 6, 2010 at 23:18

    I ricercatori non hanno bisogno di una difesa sindacale, che non contribuirà né al miglioramento della ricerca collettiva né al loro miglioramento individuale. Non sono operai al servizio di un padrone, ma persone che credono nelle proprie capacità e nel proprio futuro, e che investono coraggiosamente il proprio tempo in attività necessariamente sottopagate.

    Tuttavia, devono scegliersi bene il maestro e poi controllare di non venire defraudati, come troppo spesso accade. A volte viene loro rubato il frutto della ricerca; a volte, ed è ancora peggio, vengono derubati perché la ricerca loro proposta e da loro svolta con impegno è infruttuosa e porta solo a insignificanti pubblicazioni, utili solo a favorire i sogni di carriera di chi le ha proposte. Quindi, ho molti dubbi su tanta ricerca pura: l’autoreferenzialità favorisce soprattutto i cattivi maestri.

    L’unica soluzione, per me, consiste nello stabilire un circuito virtuoso tra la ricerca ed i benefici economici che deve comportare, prima per l’intero paese e poi per il ricercatore stesso.

  2. Andrea Zhok
    martedì, marzo 9, 2010 at 13:13

    Caro Fabio,

    non sono certo di interpretare correttamente alcune tue criptiche affermazioni e mi scuso in anticipo se vi attribuirò un senso più semplicistico di quanto esse davvero intendano.
    Detto ciò, innanzitutto non capisco il riferimento alla difesa sindacale: come certo saprai la presenza dei sindacati è pressoché nulla tra ricercatori e docenti universitari, e se intendi ‘sindacale’ in senso lato, allora mi sfugge a che cosa tu faccia riferimento. Non certo al sondaggio che viene qui proposto, né alle proposte connesse, visibili sul sito collegato. Che i ricercatori non siano operai è certamente vero. In effetti non sono neppure ornitorinchi né quark, né molte altre cose. Che siano individui “che credono nelle proprie capacità e nel proprio futuro”, beh, è spesso vero, ma suppongo che sia vero anche per molti operai (e probabilmente anche per gli ornitorinchi). Che infine questa premessa serva a dire che la loro attività debba essere necessariamente sottopagata, questa inferenza mi risulta logicamente impervia e la sua conclusione crassamente falsa. I ricercatori sono pagati poco nel settore pubblico dell’Europa mediterranea (prendendo come insieme di riferimento l’OCSE), mentre non sono affatto pagati poco nel settore pubblico dell’Europa settentrionale, di Stati Uniti, Giappone, Canada, Israele, ecc., né in generale nell’intero settore privato. – In ogni caso, siccome si presume che le tue asserzioni stiano commentando qualcosa, vorrei che mi segnalassi dove sono state sollevate istanze salariali, perché io ne sono ignaro.
    Veniamo poi allo ‘scegliersi il maestro’. Questo commento mi fa sorgere il dubbio che tu abbia una conoscenza del mondo universitario quantomeno molto periferica. I ricercatori non si ‘scelgono i maestri’. E le persone che eventualmente sono in grado di chiedere ‘favori’ ai ricercatori non sono necessariamente quelli che il ricercatore ha eletto a modelli, oppure semplicemente a tutors, negli anni precedenti all’ingresso come ricercatore. Il ricercatore può fare ricerca di gruppo o meno, prevalentemente a seconda del settore disciplinare, ma le eventuali pratiche di ‘sfruttamento’ sono connesse esclusivamente alle capacità che il sistema consente di sfruttare posizioni gerarchiche sovraordinate in vista di attività concorsuali o ricerca di fondi. – Ma di nuovo, questo è un tema che non è toccato in nessuno dei testi che si suppone tu stia commentando, dunque non capisco esattamente quale sia l’oggetto del contendere.
    Veniamo al riferimento alla ricerca pura. Qui, tu contrapponi una dimensione di sterile autoreferenzialità ad un circuito virtuoso basato sul rendimento economico degli esiti della ricerca. Premesso che l’autoreferenzialità in genere non è consigliabile in alcuna attività di portata pubblica, dai ricercatori ai tramvieri, credo che vi siano molte altre cose in mezzo tra l’autoreferenzialità ed i criteri di mercato. Se tutto ciò che non comporta esiti economicamente benefici e pubblicamente misurabili deve contare come ricerca pura, temo che non più del 5-7% della ricerca nel mondo, prevalentemente in ambito farmaceutico e di chimica dei materiali, esuli dalla ricerca ‘pura’. Di norma la ricerca è tale in quanto non sa in anticipo se e cosa precisamente troverà, altrimenti si chiama problem-solving, ed è un’altra cosa. Quanto alle ripercussioni ‘economiche’ della ricerca, si è giunti alla conclusione oramai da molti decenni che le ricadute di valore economico di ogni ricerca (fisica, matematica, economica, giuridica, filosofica, ecc.) non sono misurabili secondo nessi singolarmente individuabili di causa ed effetto. La matematica delle matrici è stata inventata in un certo momento, e non serviva a nulla; trent’anni dopo si è visto che serviva nelle operazioni di computo della fisica quantistica (ma la fisica quantistica ancora non serviva a niente). Altri quarant’anni dopo si è cominciato ad usare computazioni quantistiche nella progettazione di supercalcolatori. E’ ovvio che nessuna azienda (e nessuna istituzione che avesse adottato criteri aziendali) avrebbe finanziato la ricerca matematica che ha condotto al calcolo delle matrici, ed è altrettanto ovvio che senza quell’attività di ricerca una numero di applicazioni attuali non sarebbero mai emerse.
    Se poi intendiamo come ricerca pura una cosa così ovviamente inutile come la filosofia, beh, temo che seguire le ripercussioni economicamente misurabili di una specifica ricerca sia impresa ancora più disperata (ancorché, in taluni casi, possibile). La principale ragione per cui paesi con economie avanzate, anche quando governate sul piano ideologico da istanze distintamente liberiste, finanziano pubblicamente la ricerca filosofica (e storica, archeologica, filologica, ecc.) è che tutti sanno che la maturazione culturale e la formazione civile di un paese vanno di pari passo, e che sistemi a responsabilità diffusa (come necessariamente sono tutte le grandi organizzazioni statali moderne) presuppongono risorse culturali e civili diffuse per poter funzionare. Purtroppo, la situazione culturalmente e civilmente triste del nostro paese fa sì che l’unico argomento cui viene concessa cittadinanza, più o meno strumentalmente, a sostegno della ricerca è quello che ne ricorda l’utilità economica in senso stretto. Ed il pubblico sprovveduto suppone che la ricerca sia solo quella dei camici bianchi che parlano inglese (tipo pubblicità Banca Intesa), ricerca che sarebbe utile perché fa delle ‘scoperte’ spendibili sul mercato. Questo impatto diretto è una parte minima dell’impatto sociale (ed economico) della ricerca effettivamente svolta. Ciononostante ogni moderna indagine econometrica mostra come la variabile economicamente decisiva in un paese è data proprio dal ‘capitale umano’, che si ripercuote per mille rivoli imprevedibili sul sistema: dall’originalità di idee imprenditoriali, all’onestà dei funzionari pubblici, alla flessibilità nelle capacità di impiego, ecc. (Per inciso, questa è anche la ragione fondamentale per cui la delocalizzazione delle aziende è molto più limitata di quanto sarebbe se seguisse una semplice comparazione tra costi della manodopera: ai costi bisogna aggiungere i potenziali costi-paese: è per questo che non ci sono delocalizzazioni ad Abuja…)
    – Ma infine, se la tua obiezione mirava più modestamente a cercare un sistema per rendere efficiente e valutabile la ricerca in Italia, ebbene, ti invito a leggere le proposte che si suppone tu stessi commentando; troverai qualche (non originale) risposta.

  3. Stefano Cardini
    martedì, marzo 9, 2010 at 13:40

    Fabio, ma a te questo sondaggio sembra una difesa sindacale? A me pare al contrario una proposta su come riformare in alcuni punti individuati il sistema universitario che coinvolge tutti, non soltanto i ricercatori. Cerchiamo di essere concreti. Frasi come “stabilire un circuito virtuoso tra la ricerca ed i benefici economici che deve comportare” in primo luogo non suggeriscono in alcun modo come riuscirci, in secondo luogo trascurano il fatto che la ricerca di base, com’e’ ovvio, non “deve” (banalmente perche’ in prima istanza non puo’) tenere conto di eventuali benefici economici che ne derivino (il che poi non esclude che ne derivino, anzi). Impostata così (pubblico versus privato, ricerca pura versus ricerca applicata), la discussione diventa vecchia di almeno 20 anni. Qui il punto e’ che e’ in corso un taglio generalizzato delle risorse per l’insegnamento e la ricerca pubblica, a partire dalle gia’ risicate risorse assegnate secondo criteri di merito. Indipendentemente dalla quota di bilancio universitario che si ritiene debba essere finanziata dal sistema delle imprese (come mi pare proponga tu, Fabio), vogliamo o no garantire alla ricerca italiana risorse economiche pubbliche impiegate meritocraticamente comparabili a quelle di Usa e Ue? O c’illudiamo che il fragile e frammentato tessuto delle imprese italiane (notoriamente poco inclini a investire in innovazione) possa e voglia farsi interamente carico della ricerca, di base e applicata? Se questo è il proposito, e non vedo come possa essere altrimenti, questo sondaggio contiene alcune proposte piu’ o meno condivisibili per raggiungere l’obiettivo. Discutiamole nel merito, non limitiamoci ad avanzare vaghe istanze che non offrono alcun appiglio per la soluzione dei problemi.

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