A proposito di conversioni. Annotazioni su La trasformazione in Cristo di Dietrich von Hildebrand

lunedì, maggio 24, 2010
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28690_426684821803_398203261803_5506747_3347360_nAncora giovanissimo, Dietrich von Hildebrand, cresciuto in una famiglia di «raffinato paganesimo» nell’ambito della quale si era sentito molto amato pur nella totale dimenticanza da parte dei familiari dei valori religiosi (a lato la casa natale fiorentina), si converte al cattolicesimo.

Da quel momento – come ricorda la seconda moglie, Alice, in The soul of a Lion, ogni gesto diventa per lui significativo. Von Hildebrand rifugge da qualsiasi rispetto umano, e tende a una sempre più piena coerenza di vita e di testimonianza.

Della conversione di Dietrich, del suo spessore teologico e delle sue implicazioni antropologiche si occupa alla Rome Spring Conference Cristiana Dobner, carmelitana scalza presso il Monastero di Concendo di Barzio, in provincia di Lecco.

Il suo intervento – L’essenza dell’amore versus La trasformazione in Cristo -, che sarà pubblicato su l’Osservatore Romano di sabato 28 maggio, si regge sul difficile ma riuscito equilibrio tra l’ordine cronologico delle opere (rispettando il quale La trasformazione precede L’essenza dell’amore) e l’ordine logico dell’argomentazione. Un’argomentazione attraverso la quale – come scrive Cristiana Dobner – non si intende incorrere nell’errore di «invertire titoli e dati situativi». Quanto piuttosto in un’originale chiave di lettura per cogliere, in DvH, un: precede

«coagulo vivente di vis centrifuga e centripeta, un atteggiamento profondo di fondazione di tutta la persona, con uno stile molto controllato e cesellato in cui si intravede quel modus sculpendi retaggio del figlio d’arte che, togliendo dalla pietra della natura, approda alla trascendenza di Dio e a quella pietra viva che è il Cristo. (…) Non è in atto un mutamento di prospettiva, bensì la considerazione dello sviluppo e della fioritura di questa dinamica nelle sue componenti nella sfera dello spirito, diventate strutturanti, passando dai principi metafisici ad uno statuto paradigmatico di vita. Perché ormai “effetto della vita soprannaturale nell’ethos della persona, ossia nel formarsi in noi di quella vita che è illuminata dal volto dell’uomo nuovo in Cristo» (…).

In quel Dietrich che ha abbracciato la spiritualià francescana – ma che ha anche dovuto rispondere all’inequivocabile appello lanciato da ogni figura carmelitana come decisiva chiamata alla contemplazione – si coglie quindi una singolare dinamica di conversione: quel divenire, lungo solo quanto l’intera vita può esserlo, che si traduce in autentica metanoia nell’unica misura in cui si spoglia di un troppo superficiale eroismo, per approdare – appunto – a una reale trasformazione in Cristo.

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Ce lo spiega con le sue parole C. Dobner.

In che misura la spiritualità francescana ha influenzato Dietrich?
«Senza misura. Non si tratta di una corrente che lambisce una vita e, in qualche modo, attrae. È invece un’esperienza di vita trapassata dall’esperienza di vita di Francesco stesso. Una sintonia profonda che tocca tutte le corde dell’essere, non soltanto quelle immediatamente emotive quali il dolce paesaggio umbro o la poesia che emana dal Cantico delle Creature, ma quelle più profonde e assolutamente vitali del sentire, nell’incontro ontologico fra l’io della persona e la Persona dell’Altissimo che si rivela. La postura, totale e a tutto tondo, metafisica ed interiore, si pone e si manifesta in un Amore che si relaziona con le tensioni di Francesco nel suo andare a Dio in povertà e gioia, in distacco interiore dall’uomo vecchio e in costruzione dell’uomo nuovo che trova la sua ricchezza in Dio insieme con i fratelli e le sorelle».

Quale potrebbe essere la parola decisiva del Carmelo anche per un “non carmelitano”?
«Il richiamo alla contemplazione, all’unione con Dio, ben compreso da von Hildebrand in Teresa di Gesù e Giovanni della Croce ma, tuttavia, da lui personalmente espresso in un’altra chiave di unione con Dio. Contemplazione che è via alla Umgestaltung, alla trasformazione in Cristo, perché l’accento principale della vita e delle proprie scelte non è comandato o magnetizzato dal “fare” – anche e magari solo a favore degli altri – ma dall’essere in relazione con Dio in un clima di silenzio, di ascolto, di assoluta Bellezza, di Gesamtschönheit».

Che cos’è, tecnicamente, una conversione? Quali sono i possibili risvolti antropologici della conversione?
«La teshuvah ebraica indica un movimento che si potrebbe esprimere nell’immagine di puntare i talloni e girare la persona verso un altro obiettivo. Una rivoluzione della propria vita richiamata dall’amore di Dio, rectius da Dio Amore. La teshuvah esige il decentramento della persona, delle sue richieste naturali e spontanee, troppo spesso frutto di egoismo o, quanto meno, di uno sguardo diretto solo al sé,. Mentre chi si lascia centrare da Cristo e sul Cristo, pur mantenendo intatte le sue proprie facoltà umane, le proprie doti e i propri aneliti, li lascia trasfigurare nella duplice relazione con Dio e con i fratelli, in piena dedizione ed oblio di sé, Gabe e Zuwendung».

Quale è la differenza tra “visione eroica” e trasformazione in Cristo?
«La prima è una visione circoscritta nei termini temporali, magari di uno spendersi reale ma ancora legato alla gloria, alla fama propria o del proprio popolo. La trasformazione in Cristo trapassa il tempo e plasma la storia per andare a Dio, insieme tutti: popoli e nazioni e singole persone».

Leggi gli altri articoli del nostro speciale sulla Hildebrand Rome Spring Conference.

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